Del tempo e della città…

moretti LFF

Metà ottobre, il cielo si fa scuro, cadono le foglie, si raccolgono castagne… ed è tempo del London Film Festival.
Un appuntamento a cui non manco mai, da quando sono venuta a vivere qui. Un programma nutritissimo, con proposte da tutto il mondo, il gusto di vedere una pellicola in anteprima, spesso e volentieri accompagnata da un dibattito in sala, alla presenza degli attori o dei registi, quell’atmosfera vibrante, fatta di transenne, tappeti rossi, fotografi e security, che non si respira normalmente quando si va al cinema.Ogni anno sfoglio il catalogo con largo anticipo e mi procuro i biglietti per tre o quattro film (è difficile scegliere tra decine e decine di pellicole), sperando nel mio sesto senso e gusto personale. Quest’anno mi sono fatta un week-end full immersion, con i film di Davies, Grimaldi e Honoré. Il film documentario di Terence Davies sulla sua Liverpool è estremamente poetico e affascinante, non so se verrà mai distribuito in Italia, ma vale la pena vederlo e ascoltarne il commento, per quel modo unico e originale di mescolare memorie personali a storie di tutti i giorni, sulle note di musiche intense. Il regista stesso è un personaggio, credo di aver assistito al Q&A più strambo e gradevole degli ultimi anni. Proiezione in sordina per il film di Christophe Honoré, senza presentazioni nè commenti. La gioventù parigina è protagonista di questa storia, che è una rivisitazione in chiave moderna di un classico della letteratura francese, "La princesse de Clèves" di Madame de La Fayette. A seguire, proiezione di Caos Calmo, con Grimaldi e Moretti in sala, pronti a rispondere con ironia alle domande del pubblico. Il film sembra essere stato accolto favorevolmente, bisognerà vedere l’affluenza quando uscirà nelle sale inglesi. La bella novità di quest’anno è stata però la proiezione all’aperto, totalmente gratuita, di alcune chicche del cinema muto, con l’accompagnamento al piano di Neal Brand. London Loves è il titolo della rassegna, che ha celebrato la città e la sua popolazione presentando nella prima serata "High Treason" (1929), un ritratto futuristico di Londra, e il giorno seguente alcuni cortometraggi d’archivio su una città che ha cambiato volto, ma non la sua anima. 

trafalgar LFF 

Credits:
"Of Time and The City" di Terence Davies (http://uk.youtube.com/watch?v=X1kmDMJyR4A)
"La Belle Personne" di Christophe Honoré (http://uk.youtube.com/watch?v=c8eV_wAKgUI)
"Caos Calmo" di Antonello Grimaldi (http://uk.youtube.com/watch?v=6ZnfiKcOPgI

The Valentine Post

brief encounter
Londra è piena di stazioni.
Ce ne sono davvero a bizzeffe, per la maggior parte vittoriane, con le strutture in vetro, acciaio e solidi mattoni, come quelle ferroviarie, da Crystal Palace a Charing Cross, da Victoria a Euston, passando per St. Pancras. Quelle della Tube, invece, sono gioiellini Decò con le maioliche rosse e verdi, oppure moderne, moderniste e postmoderne, come quella di Tottenham, con i mosaici di Eduardo Paolozzi, o quella avveniristica di Canary Wharf. Le stazioni sono punti di incontro, nevralgici, e migliaia di persone le percorrono in lungo e in largo ogni giorno. Le stazioni sono luogo privilegiato per gli arrivederci e anche per gli addii. La folla senza volto scorre come onde sul mare, ignara e indifferente alle lacrime, ai sorrisi, ai baci. Ognuno porta con sé la sua valigia, le proprie storie. 
Tra le migliaia di film romantici elencati e propinati in questi giorni, ce n’è uno che è la quintessenza del cinema britannico, e, oltre alla passione, ha per protagonista una stazione ferroviaria. Il caso volle anche che, a dispetto dei raid nazisti del 1944, la pellicola venisse girata nella settimana di San Valentino.
Originariamente concepito da Noel Coward per il teatro con il titolo di "Still Life", "Brief Encounter" fu riscritto e diretto da David Lean, con la partecipazione di Celia Johnson e Trevor Howard nel ruolo dei due amanti. Il celebre film, nel suo iconico bianco e nero e l’inglese di altri tempi, narra la love story impossibile tra un uomo e una donna, entrambi sposati ad altri, che, per caso, si incontrano nel caffè di uno snodo ferroviario e decidono di rivedersi là ogni giovedì. La produzione di "Brief Encounter" avrebbe dovuto iniziare le riprese in una stazione londinese, ma i bombardamenti rendevano l’impresa assai pericolosa. Il Ministero della Guerra suggerì dunque, come alternativa sicura, la stazione di Carnforth, nella zona del Lake District, sulla linea che va da Euston a Glasgow.
Carnforth era sufficientemente distante da Londra e al riparo da eventuali attacchi, anche a dispetto delle luci di scena che fendevano l’oscurità.
"Brief Encounter" venne girato a Carnforth tra il 3 e il 16 febbraio 1945, nella tarda serata, quando l’ultimo treno locale aveva lasciato la stazione. Si girava di notte, fino alle prime luci dell’alba, o meglio, fino all’arrivo dei primi convogli mattutini.
Nel 2003, Carnforth, dopo decenni di abbandono, grazie ad uno stanziamento di un milione e mezzo di sterline, è stata accuratamente restaurata e oggi i visitatori possono sedersi ad un tavolo dell’indimenticabile Refreshment Room immortalata da David Lean e sorseggiare un romantico tè, in attesa di un breve incontro.

Sulla Luna…

in the shadow of the moon

“Un piccolo passo per l’uomo… un grande passo per l’umanità”, un falso clamoroso, un evento epocale… Sullo sbarco sulla luna e le varie missioni ad esso collegate si son sprecati fiumi di inchiostro e di parole. Comunque la si pensi, il bellissimo film – documentario che ho visto stasera,  In the Shadow of the Moon, mira a regalare emozioni con la sola forza evocativa delle immagini (gli affascinanti filmati originali delle missioni Apollo, tratti dagli archivi della Nasa,) e delle testimonianze di chi ha vissuto in prima persona l’avventura nello spazio e l’incontro con la Luna. Grazie al ritrovamento delle bobine audio originali, il film è stato arricchito anche da voci e suoni privati, quelli degli astronauti e dello staff al centro di controllo di Houston. All’ombra della luna si è svolta in un certo senso la mia esistenza. Anche se non ero davanti allo schermo quando Tito Stagno esclamava “Ha Toccato!” (in anticipo!), la portata di quell’evento era destinata a segnare profondamente l’immaginario collettivo degli anni a seguire, perché il fatto era in qualche modo recente e i miei genitori, la maestra, i cugini grandi, la TV, tutti ne parlavano, raccontando retroscena ed episodi.  Mio padre aveva persino conservato per me una copia del settimanale EPOCA, che, in un bel reportage fotografico, raccontava quel 21 luglio 1969.  Le foto erano tratte dal 16mm, e mi ricordo la stampa patinata, i colori netti, la trama sgranata dell’immagine con la navicella in viaggio nel cielo azzurro, e poi la folla a naso in su, gli uomini col cappello e la signora con gli occhiali da sole a goccia e il fazzoletto in testa, fino agli astronauti sul suolo lunare. Quella rivista, che era un’eredità oltre che un regalo, non ce l’ho più. E’ andata persa (o forse, trafugata, chissà) nel trasloco del 2000.  Un cruccio, certo, ma ho imparato, a forza di viaggiare e cambiare indirizzi, che non bisogna attaccarsi troppo alle cose materiali, perché ciò che davvero conta nella vita sono le emozioni, i ricordi, le esperienze e i racconti di chi c’era e ci ha voluto regalare il suo tempo.