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Storia di un Felino Viaggiatore

Un micio bianco è stato visto utilizzare regolarmente la linea bus n. 331, da Walsall a Wolverhampton, per diverse mattine a settimana. 
Il felino, che ha un collarino rosso, sale alla solita fermata di Walsall e scende circa 400 metri piu’ avanti, vicino ad un negozio di fish and chips. 
Il gatto è stato soprannominato dagli autisti Macavity dal nome del mystery catdel poema di T.S Elliot. 
E’ da gennaio che il micio prende regolarmente l’autobus 331, almeno due o tre volte a settimana, e sale e scende sempre alle stesse fermate. 
Bill Khunkhun, l’autista di 49 anni che per primo ha avvistato Macavity tra i passeggeri del bus, ha raccontato:"Mi ero fermato in Churchill Road per far salire un paio di passeggeri. Appena ho aperto le porte, ho visto il gatto correre verso l’autobus, salire su e correre a rifugiarsi sotto uno dei sedili. Non so perché sia salito, ma l’esperienza sembrava piacergli. Ho raccontato l’episodio ad altri autisti di questa linea e anche loro mi hanno confermato di aver visto il gatto." 

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À Rebours

Non avrei mai pensato che la mia giovinezza fosse ormai datata…magari un pochino vintage, ma certo non da museo o retrospettiva. Eppure, in soli 2 giorni, mi son rivissuta infanzia e adolescenza, tuffi al cuore e mille ricordi provocati da brandelli di storia esibiti in una vetrina o appesi al muro con una targhetta vicino!
Ieri, ad esempio, sono stata con una mia amica al V&A Museum of Childhood. Il pretesto era quello di vedere la mostra di incisioni di Picasso, poi però abbiamo passato ben 2 ore ad entusiasmarci tra giochi e giocattoli di altri tempi.
C’era un pò di tutto, bambole del settecento, orsetti di pezza vittoriani… ma anche cose più recenti, come i playmobil, il meccano, il piccolo chimico, i pupazzetti della fisherprice, il mastermind e… 

kermit
Kermit!
Oggi, invece, sono uscita da lavoro che c’era il sole ed ho pensato che era un peccato tornarsene subito a casa, perciò mi son fatta una passeggiata fino all’ICA, per andare a vedere una mostra sull’Inghilterra Tatcheriana dal titolo: The Secret Public (The Last Days of the British Underground 1978 – 1988).
Girovagando tra grafica, fotografie, installazioni e video, ho trovato e ritrovato alcune chicche, come le lastre incise da Peter Saville per la stampa della copertina del disco dei Joy Division (quando il binomio vinile/arte era ancora possibile), un filmato dei Duvet Brothers con la colonna sonora dei New Order [che mi son vista 2 volte con cuffie premute sui timpani] e un video documento di Hey! Luciani: The Life and Codex of John Paul I, opera teatrale con testi e musiche dei The Fall messa in scena nel 1986 (ho ancora il 45 giri di quella canzone).
E a vedere il video ho pensato che sì, anche se non ho mai suonanto la chitarra, a 18 anni ero proprio come Brix Smith, acerba, platinata, nera e borchiata!
Prima di lasciare la galleria, mi sono fermata a leggere i frammenti di vita narrati nella ormai polverosa installazione di Stephen Willats, Living like a Goya (1983). Quelle facce gothic nelle foto potrebbero essere degli amici perduti, quei pizzi e quelle collane sono gli stessi che vorrei ancora portare, che comunque non riesco a buttare. Perchè se il guardaroba si è colorato nel tempo, il nero è ancora una dominante, un lascito difficile da ignorare, un’impronta nel cuore.
Il succo di anni vissuti contro, arte e vita confusi assieme, come in un gioco, l’ho scoperto in questa frase:
"I look a lot better if I’m really dressed up and you can become more outrageous in every way and you seem to be able to get away with doing more things when you’re dressed up as well…"

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W/E in Logoborro


Come alcuni affezionati lettori han forse intuito, ho trascorso il weekend in quel di Logoborro, in compagnia della Mawiapia, la quale mi ha ufficialmente affidato il compito di riassumere la nostra intensa due giorni evitando sputtanamenti e anche la pubblicazione di foto compromettenti che tanto piacerebbero al Guro.
Ora, l’esperienza, come dicevo, è stata intensa.
Pensate ad un’umanista londinese che lascia il caos frenetico della metropoli per tuffarsi nella calma a misura d’uomo (e di donna) della campagna angla e per due giorni ha a che fare con gente interessante, che usa il cervello, che ha lauree in biologia, chimica, matematica, ingegneria, insomma tutto quello che per me è ostrogoto, ma che non ha nulla del secchione, e anzi vive brillantemente e fino in fondo questo microcosmo multiculturale di cittadina universitaria,Sfelicità a momenti e futuro incerto.

Prendete questa manciata di gente e mettetela su un treno per Nottingham, fatela girovagare per strade ventose, pub vetusti, vetrine in serie, selciati di cemento, camioncini dei gelati, arceri di bronzo.
Poi seguite questo gruppo di persone fino alla casa del basilico, spiate le mosse degli italiani che cucinano 4 tipi di pasta, il torinese che vuole mettere il parmigiano ovunque, la sarda che lo vuole nell’insalata, ma senza le noci, e la romana che decide di cimentarsi in una puttanesca per 11 persone. E siccome a Roma “na bòna magnata va a braccetto co’ na bona risata e na’ cantata tutti ‘nsieme”, la tradizione la si esporta a Logoborro, e agli angli basiti abbiam fatto fare il coro sulle canzonacce delle Osterie. E sì, avremmo le foto, e anche il filmino, ma questi sono ricordi solo nostri, io al massimo vi passo la ricetta per la puttanesca x 6:

– 500 gr di pomodorini freschi
– 3 spicchi d’aglio
– 1 dl e 1/2 di olio d’oliva
– un pezzetto di peperoncino forte
– 50 g di capperi
– 100 g di olive snocciolate
– sale, solo se occorre
– 600 g di linguine sottili

Esecuzione:
Fate soffriggere l’aglio e il peperoncino nell’olio, aggiungere i capperi, le olive snocciolate e i pomodori pelati tagliati a pezzettini.
Lasciate cuocere a fuoco basso fino a quando i pomodori appaiono ben cotti. Scolare la pasta e condirla con il sugo.

P.S.
Comunicazione di servizio:
Pietta, ho scoperto che la Brush non fabbrica spazzole ma…
locomotive et similia!!!

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The Da Vinci Gate

da_vinci_cod_arundelLa British Library ha pubblicato online una versione digitale dei taccuini di Leonardo, nello specifico il Codice Arundel e il Codice Leicester.

Ma… la suddetta versione è accessibile solo ed esclusivamente agli utenti della nuova piattaforma Microsoft Vista.
L’impopolare scelta è dovuta al fatto che, mentre il Codice Arundel è di proprietà della British Library, quello Leicester è stato acquistato nel 1994 da Bill Gates, co-fondatore e chairman di Microsoft.
Gates ha acconsentito alla pubblicazione digitale del Codice Leicester, ma solo per una durata di 6 mesi e in cambio della possibilità da parte di Microsoft di utilizzare gli spazi della British Library per il lancio della nuova piattaforma di Windows.
Da ciò ne consegue che entrambi i manoscritti sono ora accessibili online dagli utenti di Vista, tramite un software sviluppato dal museo e sponsorizzato da Microsoft.
Molte le polemiche, come potete immaginare.
Martin Kemp, professore di storia dell’arte alla Oxford Unversity, si è dichiarato sorpreso nell’apprendere che anche il Codice Arundel è disponibile online solo per chi possiede le versioni più avanzate del sistema operativo Microsoft.
Impedire l’accessibilità dei contenuti non solo agli utenti Mac, come me, ma anche agli stessi user di Windows 2000 e Windows Xp, non mi sembra una mossa etica, trattandosi oltretutto di un’iniziativa culturale di portata mondiale e rivolta – in teoria – ad un largo pubblico.
Il bello è che nel comunicato stampa della British Library si annunciava l’iniziativa elogiando Microsoft quale “worldwide leader in software, services and solutions that help people and businesses realize their full potential”…

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E guardo il mondo da un oblò, mi annoio un pò…

luna

Art thou pale for weariness
Of climbing heaven and gazing on the earth,
Wandering companionless
Among the stars that have a different birth, –
And ever changing, like a joyless eye
That finds no object worth its constancy?

To the Moon – Percy Bysshe Shelley

Si ha un’eclisse di luna piena quando la terra si frappone fra il sole e la luna, proiettando così la sua ombra su quest’ultima e interrompendo il flusso della luce e delle energie.
Sarà un caso, ma sembra che le eclissi di luna capitino sempre quando la mia vita attraversa fasi ingarbugliate, segnate sia da dubbi sul futuro che da impazienti scalpitamenti di incosciente gioventù.
La prima volta che vidi un’eclissi di luna ero a Roma e me la ricordo bene, come se fosse oggi: 16 settembre 1997.
Faceva ancora caldo, avevo addosso la mia maglietta preferita e registravo il concerto dei Radiohead a Glastonbury su una cassetta da 90, quando l’artista, con cui avevo una contorta relazione e che di lì a poco sarebbe partito per l’America, mi diede una punta improvvisata, giù all’incrocio delle vecchie case, per vedere assieme l’insolito spettacolo. Mi ricordo questa luna tonda, grande, incredibilmente vicina, offuscarsi e diventare violacea, a poco a poco.
Seguirono altre eclissi. Quella del 9 gennaio 2001 la vidi dalla finestra della cucina. L’artista era uscito dalla mia vita, le vecchie case erano state demolite e io ora abitavo in una casa nuova, con nuove aspirazioni e prospettive.
La terza eclissi, invece, non la potei vedere, perché il 28 ottobre 2004 ero già da un anno emigrata in terra angla e il cielo quella sera era tutto una nube (in quel momento anche la mia vita, haha).
Stasera, invece, il cielo è insolitamente pulito e così ho potuto vedere la luna divenire, da bianca e metallica, distante e annerita, come se l’avessero ricoperta di fuliggine.
E a Londra la luna è a destra, mentre a Roma appare a sinistra, perché la latitudine e la curvatura del cielo sono differenti.
Ora ho circa 4 lustri di tempo per vederci chiaro e darmi una calmata.
Prossima eclissi: 2026.

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Yujiro

still life
Forse mi sbaglio, ma ho come la certezza che la primavera angla sia vicina, lo sento nell’aria, lo percepisco da quell’ora e mezza di luce in più, lo noto dal fatto che le commesse si mettono ad insaponare le vetrine dei negozi, lo leggo nei mazzi di daffodeli in vendita da Marco & Spensiero…
La bimba coreana parte, torna in Corea, per lo meno fino a giugno. Per salutarci degnamente, la bimba mi ha portato in una galleria giappa, ai confini della realtà.
Non so se siete mai stati a Bermondsey… su wikipedia la paragonano ad un sobborgo di Lagos. Non mi sento di essere altrettanto spietata, certo è che i casermoni popolari e un certo abbandono intorno alla vecchia zona industriale rendono il tutto abbastanza desolato, specialmente di sera. Infatti, l’unico posto decente per prendere qualcosa da bere, alla fine era un fast food di infima categoria, altrimenti la scelta si riduceva al take away deserto o al kebabbaro volante.
Cammina, cammina, dopo la sosta onion rings e ketchup, siamo arrivate alla galleria giappa, che trovasi al 5° piano di una vecchia fabbrica, dotata di ascensore d’epoca, di quelli con le porte a serranda, tipo anni ’30.
Stasera si inaugurava la mostra di un’artista coreana, tale Seunghee Kang, la quale ha un modo molto originale di dipingere e di raccontare le sue esperienze in terra angla. Poi, in un angolo, c’era una porta che immetteva in una finta stanza, con una poltrona e un altoparlante che ci gracchiava dentro voci e suoni. Un’installazione sonora di John Hughes, che mi ha un pò deluso, perché so che lui sa far di meglio e ‘sta stanzetta sbilenca, con le tendine e la carta da parati anni ’50, francamente, mi sembrava una cosa banale, già vista. Ma i vernissages, si sa, sono l’occasione per socializzare, incontrare o re-incontrare gente, scambiarsi indirizzi email, che non si sa mai, magari c’è un’altra mostra, magari ci si prende un caffè, magari…
E poi i vernissages sono anche posti dove la gente va per bere e mangiare, e questo mi ha sempre dato un pò sui nervi, perché forse il bicchierino di vino in mano mentre ci si immerge nello spazio di un quadro ci sta pure, ma lo scofanamento del buffet modello assalto delle cavallette è di pessimo gusto. Stavolta però, surprise-surprise, il buffet era giappo e tutto a base diumeshu (prugne) sia dolci che salate, molto zen a vederle sul vassoio di pietra nera, ma poco affini ai miei gusti e al mio palato.
Invece abbiam gradito il Choya, vino giappo alle umeshu molto buono e dolcino, 15 %vol. però… La bimba coreana ha bevuto appena due sorsi e sulla metro mi continuava a chiedere se era rossa in faccia, che si sentiva ubriaca. Hahahaha! Mi mancherà.

Image: ©Seunghee Kang – Still Life 2006 
Drawing with shining crushed rock on canvas 
150cm x 100cm