And So To Bed

Samuel Pepys CoronavirusNon so bene cosa dire di questo 2020.

Il tempo atmosferico è alquanto anomalo, con primavera nettamente anticipata (il viali di SE4 sono tutti in fiore). Al tempo stesso, ho perso il conto di quante tempeste con nomi astrusi ho avuto a che fare nelle ultime settimane. Pioggia, vento e ombrelli rotti.

E poi c’è un virus nuovo, CODIV 19, che viene dalla Cina e terrorizza l’Europa. 

Abbiamo avuto il primo caso ufficiale londinese proprio qui vicino. La paziente non è rimasta a casa, non ha telefonato al numero 111, ma ha chiamato un Uber e si è fatta portare al pronto soccorso! 

C’è stato anche un “super-untore” (o super-diffusore, come lo etichettano gli italiani), sopravvissuto al virus, che lo ha sparpagliato, ignaro, qua e là, anche nelle alpi francesi, fino a Maiorca. La sua faccia è finita in prima pagina: unica colpa, quella di essere andato ad una conferenza a Singapore ed essere tornato in patria con nuove idee ed il contagio.

In questi momenti di panico, paranoia e ansia collettiva, mi vengono in mente le pagine del diario di Samuel Pepys, che, nel 1665, scriveva:

Da qualche giorno non andavo in città, che è deserta, e tutti quelli che si incontrano hanno l’aria di essersi già congedati dalla vita. Penso di dare un addio, oggi, alle strade di Londra… Però, che viso travolto hanno tutte le persone che si incontrano per la strada! E tutti parlano di peste e di morte e tutta la città sembra abbandonata.”

Ai tempi di Pepys, la globalizzazione era agli albori, le condizioni igienico-sanitarie pessime, e Londra era ancora un agglomerato labirintico di vicoli malsani ed edifici vetusti, per lo più di legno.
Chi aveva i soldi, si spostava via fiume, e, in caso di epidemie, si rifugiava in campagna. Gli altri, potevano solo affidarsi alla Provvidenza, come gli sposi di Manzoniana memoria.
Il nostro eroe non girava per Londra coi flaconi di gel disinfettante in tasca, ma si preoccupava della dubbia provenienza di certi prodotti:

“Mi sono alzato presto, per indossare il mio abito nuovo di seta colorata. Ho anche messo la parrucca nuova, che ho già da tempo, ma che non osavo mettere perché a Westminster c’era la peste quando l’ho comprata. Chi sa che specie di moda vi sarà quando l’epidemia sarà finita. Nessuno vorrà portare parrucche per paura dell’infezione, perché i capelli potrebbero essere stati tagliati dalle teste degli appestati.”

Tra i vari rimedi improvvisati per far fronte al morbo e alla paura, si ammazzavano i gatti, ignorando che la peste fosse arrivata via mare con i topi e le pulci, assieme alle merci più in voga.
In seguito, dopo l’epidemia, nel 1666 arrivò il fuoco: un Grande Incendio che distrusse i quattro quinti della città, in meno di cinque giorni. Causato da una scintilla scappata da un forno, poi propagatosi velocemente, a causa di un vento molto forte. Alimentato da legno, pece e case ammassate l’una sull’altra, l’Incendio divenne quasi subito l’incarnazione di tutte le paure. Quella di Dio, che puniva gli uomini per l’ingordigia ed i peccati, togliendo loro, non tanto la vita, ma il sostentamento e un tetto e gli affari. Anche la paura del diverso, dell’altro da sé, trovò nuovo slancio e si finì per accusare gli “alieni”, cioè gli stranieri (per la maggior parte immigrati europei, soprattutto francesi) ed i cattolici, di aver ordito un complotto ai danni della comunità e di aver appiccato il fuoco di proposito.

La teoria dei corsi e ricorsi storici ha un certo fondamento, anche se, lo svolgimento della storia, ha più un andamento elicoidale che circolare, quindi simile non significa necessariamente uguale. Ergo, nonostante le similitudini, specialmente in questi momenti di isteria collettiva, non siamo nell’Inghilterra del 1665 né nella Milano del 1630 né tantomeno nella Firenze del 1348.
Però siamo umani, e la Storia è maestra di vita.
Solo conoscenza, cultura e senso critico possono aiutarci a districarci lungo il percorso.

Mentre mi lavo le mani e disinfetto lo smartphone, pensando ai casi miei, continuo, volente o nolente, la mia vita, come faceva il buon Samuel Pepys.
Sono certa che, a
nche lui, avrà avuto paura della malattia, della sventura e della morte, mentre seppelliva una forma di parmigiano in giardino, per salvarla dalla distruzione del fuoco, e continuava ad andare in ufficio o su e giù per la città, suonando la tiorba alla sera, bevendo con gli amici, passando notti insonni con le coliche, tastando occasionalmente il didietro della cameriera o il décolleté dell’attrice di teatro, per poi farsi perdonare dalla moglie.

Quanto alla peste:

Per conto mio non ho mai vissuto più allegramente e non ho mai guadagnato tanto denaro come in questo tempo di epidemia, in compagnia del capitano Cocke. Soltanto la mia vecchia zia Bell
e dei figlioli da parte di mia cugina Sarah sono morti di peste, il resto della mia famiglia vive tutta in buona salute. La città, con nostra grande gioia, si va ripopolando giorno per giorno e i negozi si riaprono. Dio voglia che l’epidemia termini al più presto, perché ha tenuto finora lontano la Corte dal lavoro e tutto va come può
.”

Le pietre della gentilezza

Il 2020 è iniziato in maniera a dir poco turbolenta, tra incendi epocali, venti di guerra, principi che scelgono l’esilio, Brexit mini deal o no deal che incombe, e le violette in giardino fiorite con due mesi di anticipo.
herts kindness rockApprofittando degli ultimi scampoli di ferie per visitare mostre prossime alla chiusura, il 6 gennaio mi trovavo alla National Gallery e, mentre scendevo le scale, l’occhio mi è caduto su un plinto nel vestibolo d’ingresso.
C’era un sasso. L’ho preso, era colorato, e anche verniciato. Aveva una faccia. Sul retro, la richiesta di postare una foto nel gruppo Facebook Herts Kindness Rock.
Mi sono imbattuta in uno dei tanti sassi dipinti che le famiglie dell’Hertfordshire si divertono a dipingere e  lasciare all’aperto nei parchi e negli spazi verdi in una grande caccia al tesoro. Una volta nascosti questi sassi, le foto e gli indizi vengono pubblicati su Facebook per aiutare altre famiglie a individuarli. I cacciatori nascondono quindi le rocce da qualche altra parte e spesso ne creano di nuove per aggiungerle al gioco.
I sassi dipinti o Kindness Rocks fanno parte di un fenomeno sociale globale che mira a diffondere un po’ di gentilezza e felicità. L’attività ha anche l’ulteriore vantaggio di incoraggiare i bambini a trascorrere più tempo all’aperto.

Le regole del gioco sono semplici:

  • Dipingere un sasso con un design a scelta: più è rilucente, più facile sarà da individuare. Quindi, bisogna verniciarlo in modo che la vernice non venga lavata via;
  • Scrivere il titolo del gruppo Facebook dietro al sasso;
  • Nascondere il sasso da qualche parte accessibile a persone di tutte le età;
  • Aggiungere un indizio su uno dei gruppi di Facebook per aiutare gli altri a trovarlo;
  • Le persone sono incoraggiate a lasciare un sasso dipinto affinché possa essere trovata da qualcuno, e chi la trova può raccoglierla, portarla via o semplicemente scattare una foto e lasciarla lì per qualcun altro: “If you take one, replace one.”

Ho scoperto, tramite il gruppo Facebook, che l’autrice della pietra l’aveva lasciata due giorni prima nel parco di Forty Hall, a Enfield, una zona a nord di Londra. Da lì è stato facile per il sasso arrivare fino a Westminster.

london kindness rockHo deciso di lasciarlo nel cuore della City, in un giardino brutalista, al centro del Barbican, e ho postato a mia volta foto e istruzioni.

Dove sarà adesso? Chissà se viaggia ancora?

 

 

 

 

Il cibo e l’arte e il nuovo decennio…

Finisce un anno e ne comincia un altro e io mi sento come Giano bifronte, che guarda in due direzioni, molto diverse, e si sente ancora immerso nel decennio appena concluso, mentre una faccia è già orientata al futuro.
Del resto, la pausa natalizio-mangereccia non del tutto passata, ha radici molto antiche, precristiane. Dai Saturnalia ai riti propiziatori delle culture agricole del mondo antico.
Il tempo per quegli uomini aveva un andamento ciclico, di morte e rinascita, e seguiva il percorso del sole, le stagioni e le fasi lunari. Questa fine-inizio, con le sue implicazioni profonde, arriva fino a noi, menti moderne, a creare un po’ di ansia e aspettativa.
Allora, io vi propongo un doppio appuntamento con il passato, tra Italia e UK, per esplorare il rapporto dell’uomo con il cibo, le abitudini sociali e la ritualità.
A Roma, la mostra Pompei e Santorini – L’eternità in un giorno (fino al 6 gennaio), presenta oltre trecento oggetti, e ripercorre un arco di tempo che va dall’età del bronzo ai nostri giorni, attraverso il Mediterraneo.
A Oxford, Last Supper in Pompeii (fino al 12 gennaio) mostra un analogo numero di reperti, tra cui utensili da cucina, mosaici e resti di cibo, ed esamina il rapporto degli antichi romani (da Pompei a Londinium) con il cibo e l’agricoltura
Comune denominatore delle narrazioni è la catastrofe, che, tacita, incombe e muta il corso delle società umane.
scheletro carpe diemGli antichi Romani non avevano timore di evocare la morte, che, anzi, era un modo per ricordarsi di godere del momento e dei suoi piaceri terreni.
La filosofia epicurea del carpe diem ha sicuramente ispirato i padroni della Casa delle Vestali ad adornare il pavimento della sala da pranzo con uno scheletro coppiere (in prestito ad Oxford dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli) e farne così uno strano, quanto umoristico, fulcro dei loro banchetti, le cui tavole erano allietate da pietanze e bevande servite in magnifici servizi d’argento.
Pompei era rinomata per la sua produzione di argenteria.
Tazze d’argento dorate, decorate con la tecnica del repoussé, abbellite da rilievi di piante sacre (olivo, vite e mirto) sono in mostra all’Ashmolean Museum. Alle Scuderie del Quirinale, invece, si può ammirare il magnifico servizio da tavola rinvenuto a Moregine, che include sia l’argento da portata (escarium) che quello per i liquidi (potorium).
Mangiare, bere e produrre cibo erano attività consuete anche ad Akrotiri, nell’isola di Santorini.
L’antica città fu distrutta da un’eruzione vulcanica nel secondo millennio a.C., ma è probabile che la popolazione sia riuscita a mettersi in salvo e portare con sé gioielli e oggetti preziosi.
Restano, tuttavia, tazze e vasellame di terracotta di estrema vivacità e bellezza, decorate con motivi geometrici a spirale o elementi naturalistici ispirati all’ambiente dell’isola, come delfini, uccelli, bovini, fiori di croco, racemi, conchiglie.
vaso croco da akrotiriLa natura, incontaminata o modellata dall’uomo, era un elemento importante.
Si stima che un terzo delle case pompeiane disponesse di un giardino privato.
Lo spazio poteva avere funzione utilitaria, ad esempio per coltivare ortaggi o erbe medicinali, ma serviva anche come estensione della casa, per mangiare, socializzare o purificarsi.
I cittadini più ricchi potevano installare fontane ornamentali, decorate con mosaici e statue.
A Oxford si può ammirare un pescatore di bronzo, proveniente dalla Casa della Piccola Fontana; a Roma, il bel ninfeo della Casa del Bracciale d’Oro, rivestito da mosaici policromi in pasta vitrea, conchiglie e schiuma di lava.
La Casa del Bracciale d’Oro era una delle abitazioni più lussuose di Pompei. Qui, i banchetti estivi avvenivano in un triclinio aperto sul giardino, di cui il ninfeo costituiva il fulcro.
affresco giardino pompeiQuesta sala di rappresentanza era abbellita con le più accurate scene di giardino di III stile (anch’esse esposte a Roma), così realistiche da consentire il riconoscimento di diverse specie di piante e uccelli dell’epoca.
Dimore affrescate esistevano anche nell’antica Akrotiri, da cui provengono meravigliose e suggestive immagini.
La Casa Occidentale era decorata con storie di viaggi per mare, giovani pescatori e bellissime sacerdotesse occupate in rituali misteriosi.
Tra l’Egeo e il Tirreno predominava infine quella dieta mediterranea consumata ancora oggi, fatta in maggioranza di olive, noci, grano e legumi, frutta, pesce e molluschi. Ce la testimoniano resti di conchiglie, olio solidificato nel suo vaso di vetro, pani e fichi carbonizzati, anfore per il garum e per i datteri, modelli di dolci e melograni.
Sia la mostra di Oxford che quella di Roma guardano oltre l’orrore dell’improvvisa distruzione, per celebrare l’esistenza degli abitanti di Akrotiri e Pompei.
Il banchetto, per gli antichi come per noi, è l’epitome della vita (degli amici, della famiglia, dei contatti di lavoro).
Una festa che ci conduce, ebbri e sazi, alla fine e all’inizio di tutte le cose, all’avvio di una nuova gestazione.

“Elle est retrovèe/Quoi? L’eternité”

Gli autoritratti di Lucian Freud, in mostra a Londra

Nell’era dei social e della sovraesposizione, non sono un’amante del selfie. Al massimo, mi piace catturare la mia immagine riflessa in una vetrina, in uno specchio oppure la mia ombra proiettata su un muro o sulla strada.
Alla riservatezza dell’introversione unisco una certo pudore e preferisco cercare un senso estetico altrove.
Mentre sembra che in media la gente si faccia almeno due selfie al giorno, i miei autoscatti sono sporadici, significativi, affermativi.
Tuttavia, in tempi pre-digitali, mi è piaciuto collezionare foto tessera scattate con una certa regolarità, da un anno all’altro, per almeno due decadi.
Un esperimento analitico su me stessa, per registrare il passare del tempo o la caducità della giovinezza. Chissà…
L’autoritratto nasce forse come espressione del bisogno di rappresentare se stessi, cercando di capire chi siamo e come possiamo realizzarci in un’immagine pubblica. Per gli artisti, si tratta di oggettivare il Sé nello spazio circoscritto di un quadro, fissando le molteplici versioni che il tempo e le circostanze di volta in volta propongono.

E’ affascinante visitare una mostra di autoritratti. Il tema può apparire limitato e ripetitivo, ma il volto è una geografia misteriosa, che cambia alla luce e agli agenti esterni ed interni che la animano.
Così consiglio a chi si trova a passare a Piccadilly, in questi giorni frenetici di compere natalizie, di ritagliarsi un momento introspettivo e visitare la mostra alla Royal Academy, sui self-portraits di Lucian Freud.
Gli inizi sono grafici e immediati, come rapida e scanzonata è la vita di un ventenne. Basta una matita, una penna, un conté crayon. Però già si evince che per Freud ritrarre se stesso è una sfida, un modo per sperimentare mezzi e materiali, più che per scandagliare la propria interiorità. Il viso diviene un oggetto curioso e affascinante, su cui indugiare per riproporne i tratti, i solchi, i capelli, le pupille allargate sul mondo. A volte è un elemento che può infondere vita e profondità al paesaggio, alla stereotipata nitidezza di un muro vittoriano o di una lampada a gas.
Fu l’illustre nonno, Sigmund Freud, a sottolineare l’importanza dello specchio nello sviluppo psicoanalitico infantile. Per il nipote, lo specchio è un dispositivo, irriverente e indifferente, sui cui far danzare il proprio io, sorprendendo lo spettatore, spiandolo e spiandosi da una vecchia poltrona.
Si assapora una materialità tangibile nella mostra: alcuni quadri sono esposti su una superficie di tela chiara, altri emergono prepotenti dalla fisicità delle cornici. Ci sono anche quaderni di schizzi, o lavori interrotti perché contingenti, occasionali, dove il biancume del non finito racconta di interruzioni, disinteresse, o forse, difficoltà a definirsi a fondo. C’è poi la fase più avanzata, quella del colore ad olio, che non viene più steso a pennellate, ma a grumi, con lumeggiature di pesante Chemnitz White, perché, nel frattempo, il volto si è invecchiato, trasformandosi in una mappa di forza e fragilità. E l’artista scompare sotto strati di pittura.
Quantitativamente, sono più gli autoritratti che Freud ha deciso di distruggere, di quelli giunti fino a noi. Forse perché non sempre è stato capace di accettare quello che leggeva nel suo volto, oppure, perché, notoriamente riservato, non sempre gli riusciva di compensare la timidezza con l’esibizionismo.

A Londra, la mostra sul mito della città di Troia

Troy, vaso grecoDalla notte dei tempi, la mela è un frutto controverso, simbolo di bellezza, trasgressione, duplicità, maleficio, peccato. La si ritrova puntualmente in miti, leggende, fiabe, narrazioni sacre. Dalla mela di Eva a quella di Biancaneve, dai pomi d’oro delle Esperidi alla mela di Newton.
Anche la nostra storia inizia con una mela.
Eris, dea del conflitto, ne getta una d’oro per creare scompiglio nel banchetto a cui non è stata invitata.
Una triade di dee se la contende e Zeus, seccato, propone a Paride, bel principe troiano, di scegliere la fortunata vincitrice.
Era, Atena e Afrodite promettono potere, onori e beltà al giovane, ma non saranno le offerte di fortune materiali a convincerlo, bensì l’amore. Afrodite vincitrice si aggiudica la mela d’oro e, in cambio, fa incontrare a Paride la donna più bella del mondo. Peccato che quest’ultima sia Elena, la moglie del re di Sparta, Menelao. Il mito e le sue rappresentazioni si dividono tra seduzione e rapimento. In ogni caso, l’affronto subito è troppo grande e si scatena una guerra tra Greci e Troiani. Quando Omero canta le gesta degli eroi, dell’una e dell’altra parte, la guerra di Troia imperversa già da un decennio e sta per volgere al tragico epilogo, con l’inganno del cavallo, la disfatta dei troiani e la diaspora che ne seguirà: la fuga di Enea e le peregrinazioni di Odisseo.
L’Iliade, l’Odissea e poi l’Eneide, sono sopravvissute alla caduta dei regni antichi, i versi trascritti nel silenzio dei conventi, le gesta miniate nei volumi del Rinascimento, i contenuti imitati ed ammirati come modello di classicità, fino a riproporli nella bianchezza dei marmi e nella levità delle forme del revival neoclassico. I versi di Omero (e poi di Virgilio) ci raccontano la storia degli uomini, fatta di coraggio e arroganza, mettendoci in contatto con le radici più profonde della nostra umanità.
Alla fine dell’ottocento, Heinrich Schliemann, guidato dal sogno di gioventù di ritrovare la città cantata da Omero, scava nei pressi di una collina di pietre cadute a Hisarlık nella Turchia occidentale, vicino alla foce dei Dardanelli. Il mercante, improvvisatosi archeologo, nel 1873, rinviene una città antica, costituita da molti strati, e, da allora, il sito è generalmente accettato come quello della Troia omerica.
Tra i dissepolti resti, emerge anche un tesoro, quello detto di Priamo, conservato per la maggior parte al museo Pushkin di Mosca. Ancora vive ed irrisolte restano le controversie sul tesoro troiano, preso dall’Armata Russa, al tempo della sconfitta nazista, nel 1945, e tutt’ora oggetto di negoziati tesi e infruttuosi tra Berlino e Mosca. La dea Eris aleggia ancora sul bottino di guerra.
I versi di Omero ci parlano di ire funeste, abusi di potere, conflitti mortali, vulnerabilità e bisogno di empatia. Storie che si ripetono e che rendono il mito attuale.

Troy: mith and reality, è in mostra al British Museum, fino all’8 marzo 2020.

Grattacieli a Londra

James Burns skylineQuest’autunno londinese è stato molto umido, soprattutto rispetto agli anni passati.
E’ stata una stagione eccezionale per i funghi, una pacchia per gli appassionati micologi.
Ho visto funghi spuntare ovunque, anche di strani, persino in anonime aiuole cittadine.
Un po’ come i grattacieli a Londra, che ogni giorno ne tirano su uno.
Se guardate il banner del mio blog, potete vedere un panorama ormai obsoleto.
Avevo scattato quella foto in SE4, dal tetto dell’università, quando ero da poco arrivata a Londra, nel 2004. Si vede l’iconico orologio dell’ex edificio del comune di Deptford , costruito nel 1905, e poi, più in là, lo skyline della City, con il Gherkin e Tower 42. E basta.
A quei tempi, Il 30 St Mary Axe (soprannominato ufficialmente Gherkin, ossia cetriolino) aveva suscitato notevole clamore. Dopo oltre una decade, nessuno ormai ci fa più caso.
Infatti, non solo è considerevolmente basso, (solo 180 metri) rispetto ad esempi edificati più tardi, come lo Shard (310 metri), ma oltretutto, poverino, è stato letteralmente sepolto da una selva di pinnacoli vari, che lo nascondono ormai alla vista dalla maggior parte delle angolazioni.
Tra i nuovi nati, ricordiamo the Cheesegrater, il 20 Fenchurch Street, the Scalpel e lo Skygarden, grattacieli il cui impatto fisico sulla città si può definire in un certo senso drammatico.
Adesso, una mostra fotografica, racconta il mutevole orizzonte londinese.
“London From the Rooftops – A Decade of Change”, del fotografo James Burns, aprirà il  19 novembre, alla galleria Steel Yard, proprio a due passi da una delle prime vette storiche di Londra: il Monument.
Burns ha fotografato il paesaggio in continua evoluzione della capitale, documentando, attraverso incredibili fotografie panoramiche, quanto la città sia cambiata negli ultimi dieci anni.
I grattacieli sono immortalati al mattino, avvolti dalla nebbia, oppure al tramonto, funestati da tempeste elettriche oppure rasserenati da arcobaleni improvvisi.
Mentre, agli inizi del secondo millennio, si tendeva per lo più a demolire torri di alloggi popolari anni ’60, immediatamente dopo l’annuncio delle Olimpiadi (2005), l’edilizia cominciò a subire un cambiamento significativo, tra aree destinate alla rigenerazione, nuovissimi complessi di uffici e appartamenti di lusso, su una scala così ampia, che non si ricordava dai tempi del secondo dopo guerra, e, che, a volte, sembra essere sfuggita di mano.
E’ difficile trovare, almeno nella vecchia Europa, la stessa varietà dinamica dell’architettura di Londra. Che ci piaccia o no.

 

Potete seguire James Burns su Instagram a @londonfromtherooftops

Una mela al giorno

La maturazione naturale delle mele avviene tra agosto e ottobre.
Non a caso, qui in UK si celebra da oltre un ventennio, Apple Day, una giornata dedicata a mele e frutteti, che si tiene tradizionalmente il 21 ottobre. Quest’anno, però, la National Farmers’ Union ha reso noto che milioni di mele sono state lasciate marcire nei frutteti del Regno Unito, a causa dell’incertezza sulla Brexit e alla conseguente carenza di manodopera dall’Unione Europea.
Al di là di queste notizie spiacevoli, c’è da dire che, il frutteto britannico tradizionale, è ormai divenuto una risorsa preziosa e fragile, dall’importante valore ecologico.
Proprio perché rischia di scomparire del tutto, da circa una decina di anni, il National Trust e Natural England si adoperano a conservare e ripristinare i frutteti tradizionali, caratteristici delle campagne inglesi almeno fin dalle conquiste normanne.
Inoltre, Il gruppo ambientalista Common Ground, fondatore dell’Apple Day, ha dato vita ad un vero e proprio movimento per la salvaguardia dei frutteti.
Si stima che, negli ultimi 50 anni, a causa dell’agricoltura intensiva e degli standard della grande distribuzione, che richiedono sempre più perfezione cosmetica, la superficie coltivata a frutteto tradizionale è andata costantemente diminuendo (addirittura, in Devon, le perdite sono arrivate fino al 90%).
L’intensificazione agricola è stata la principale causa. I frutteti tradizionali sono economicamente insostenibili, poiché i grandi alberi richiedono molta manodopera e producono meno. Inoltre, molti agricoltori, per ricevere i sussidi dell’Unione Europea, hanno abbattuto i frutteti per seminare qualcos’altro.
Da qualche anno, si registra, però, un’inversione di tendenza.
Alberi di mele vengono piantati in orti, giardini e scuole. Molti progetti coinvolgono gruppi di volontari locali nel restauro, conservazione o  creazione di frutteti, e sono nate associazioni benefiche, con l’obiettivo comune di promuovere il patrimonio e la conoscenza dei frutteti tradizionali. E di salvare mele a rischio di estinzione, o che ormai si credevano estinte, come la gialla Bringewood pippin, creata agli inizi del XIX secolo da Thomas Andrew Knight, e riscoperta, fortuitamente, in un frutteto abbandonato dello Shropshire.
Tra le varietà di mele che hanno radici vittoriane, la più famosa la Cox Orange pippin, una piccola mela, ottima da mangiare fresca, ma eccellente anche cotta. E’ una mela da sidro e un ingrediente comune nelle conserve di inglesi. Si trova facilmente nei farmers’ market londinesi, e ve la consiglio.