Layers of London: un progetto in rete per documentare lo sviluppo di Londra nel tempo.

layers of londonLayers of London è un bel progetto, sovvenzionato da the Heritage Lottery Fund e realizzato dal University of London‘s Institute of Historical Research. Si tratta di una risorsa in rete, gratuita, che aiuta ad esplorare la storia e la geografia di Londra attraverso degli strati, ovvero carte storiche che sono state manipolate in modo da adattarsi alla mappa contemporanea della città.
La creazione di una mappa è un elaborato processo, il cui risultato permette di ricostruire non solo la storia dei cambiamenti fisici di un luogo, ma di fornire anche preziose informazioni sullo sviluppo sociale e culturale del tessuto urbano.
Le mappe testimoniano le millenarie trasformazioni della città di Londra, da avamposto romano a metropoli tentacolare, cercando di spingere oltre lo sguardo, ai possibili sviluppi del futuro post-brexit.
La prima rappresentazione grafica della città risale al medioevo ed è conservata alla British Library. Si tratta  dell’itinerario di viaggio da Londra a Chambery compilato dal monaco e cronista Matteo Paris. Il manoscritto è in latino e mostra le varie tappe dell’itinerario, illustrate graficamente in diagrammi miniati, leggibili da sinistra a destra e dal basso verso l’alto. Si inizia dal London Bridge, denominato pons Lond.,  per poi raggiungere Rochester e Canterbury, prima di avventurarsi attraverso la Manica.
Nonostante alcune espansioni del tessuto urbano, Londra rimase essenzialmente contenuta entro le cinta di origine romana, almeno fino al 1550. Nella Londra del periodo Tudor e Stuart, le mappe assunsero un significato intensamente politico, ma il panorama cittadino non andava comunque oltre la Torre di Londra, come si può notare dal primo livello disponibile, una mappa del 1520 ricostruita da archeologi e storici dell’Historic Towns Trust.
Il grande incendio del 1666 segnò un punto di drammatica cesura, ma anche di ispirazione. All’indomani della catastrofe, si susseguì tutto un fluire di proposte innovative, spesso visionarie, per la ricostruzione della città.
Christopher Wren fu scelto come architetto per la ricostruzione della nuova Cattedrale di St Paul. L’architetto, oltre a dedicarsi a questo ambizioso progetto, fu anche l’artefice, assieme ai colleghi Robert Hooke e Nicholas Hawksmoor della progettazione e realizzazione di ben 51 chiese, che andarono a rimpiazzare un’ottantina di edifici distrutti dall’incendio, e animarono il panorama cittadino di torri, guglie e spirali.  La nuova città nata dalle ceneri dell’incendio è raffigurata nella mappa di William Morgan, del 1682.
Verso la fine del XVII e l’inizio del XVIIII secolo, i quartieri centrali conobbero una notevole espansione verso nord, e la  popolazione e la vita sociale cominciarono a concentrarsi oltre le mura.
La corte si trasferì nel nuovo quartiere suburbano di St James, i nobili e i borghesi agiati cominciarono a frequentare gli splendidi giardini di Vauxhall and Ranelagh, e qua e là sorsero teatri e negozi eleganti.
Nel 1746 Londra aveva superato le dimensioni di Parigi e si attestava come la città più grande e più ricca di Europa. La mappa di John Rocque, incisa da John Pine lascia accuratamente fuori campo i sordidi quartieri dell’East End, là dove si ammassava una popolazione fatta di marinai, carpentieri, conciatori di pelli, birrai, artigiani e un pauroso esercito di destituti e bevitori di gin.
Questa omissione durerà a lungo, almeno fino agli inizi del XIX secolo, quando la costruzione dei nuovi stabilimenti portuali, orgoglio della città mercantile e patrottica, sposteranno l’attenzione verso questa zona di intenso traffico e sviluppo commerciale.
Londra raddoppierà la sua popolazione in epoca vittoriana e le mappe acquisteranno una notevole importanza. Le Ordnance Survey maps, oltre a registrare il volto della città e l’espansione delle ferrovie, sarano usate per identificare ed analizzare le cause di numerosi problemi sociali, come la povertà e le precarie condizioni di vita di certi quartieri.
Un aspetto che sussiste ancora oggi, in forme diverse, dopo che il tessuto urbano ha conosciuto trasformazioni di ogni sorta, dall’espansione della prima metà del XX secolo, alle ferite inferte dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, dai discutibili interventi di ricostruzione e risanamento seguiti nel trentennio successivo, fino agli sviluppi odierni, segnati da innovative scelte architettoniche.
Grazie a Layers of London ci si può concentrare su una strada, un edificio o un’area e vedere come è cambiato nel tempo.
Attraverso un singolare viaggio cartografico, che è reale, ma anche virtuale, e grazie alla possibilità di sovrapporre le mappe storiche alle sofisticate risorse in rete, come Google Maps, la metropoli più grande d’Europa ci appare come una cttà che non conosce soste e che è sempre capace di reinventarsi ogni giorno.
Un elemento importante del progetto Layers of London sarà quello di  lavorare con il pubblico anche nei singoli quartieri, attraverso programmi di sviluppo collettivo, volontariato, scuole e tirocini. Tutti sono invitati a fornire materiali per il progetto, caricando vecchie foto, mappe, lettere e documenti relativi alla storia di Londra.

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Londra segreta: la stazione di Aldwych

aldwych stationPer iniziare l’anno, non c’è niente di meglio di un’avventura davvero metropolitana, alla scoperta della Londra più segreta.
La stazione di Aldwych, a Strand, è un luogo segreto ed affascinante, che merita assolutamente di essere vissuto e visitato.
L’edificio, con l’impianto sottostante, fu costruito dalla Underground Electric Railways Company ed aperto al pubblico nel 1907. Al livello stradale, Aldwych fu progettata da Leslie Green, in quell’iconica veste a piastrelle rosso scuro, che caratterizza altre stazioni di inizio Novecento. Tuttavia, questo è l’unico esempio superstite a possedere due ingressi separati, incluso il nome originale della stazione.
Aldwych fu utilizzata per servire la linea Piccadilly, ma non raggiunse mai il potenziale sperato, e, nel 1994, venne chiusa, a causa dei pesanti costi di manutenzione.
Tuttavia, oggi la stazione resiste intatta a tutti i livelli e, occasionalmente, è visitabile con un tour speciale, organizzato dal London Transport Museum.
Scendendo nel sottosuolo, si possono ammirare ancora la biglietteria originale, completa di uffici di prenotazione e segnaletica e, immediatamente di fronte, una serie di cabine telefoniche in legno degli anni ’30. Anche le cabine degli ascensori sono originali, e presentano una cornice dentellata e griglie di ventilazione in stile art nouveau.
Sopravvivono in buono stato anche i rivestimenti dei muri, della scala a chiocciola e dei corridoi inferiori, in piastrelle color crema e verde scuro.
La stazione, durante il Blitz, diede rifugio ai londinesi e fu anche usata come nascondiglio per alcuni tesori del British Museum, tra cui i Marmi del Partenone.
Su uno dei binari staziona un treno del 1972, ben conservato e pienamente operativo.
I binari, con traversine in legno, rotaie e isolanti rettangolari in ceramica di Doulton, sono l’ultimo esempio rimasto in-situ di quelli costruiti senza fossa anti-suicidio (una caratteristica che fu introdotta nel 1926).
Dato l’impeccabile stato di conservazione, Aldwych è spesso usata sia per l’addestramento dei vigili del fuoco e della polizia, sia per riprese fotografiche o video.
E’ infatti servita da location per il film Atonement (Espiazione) del 2007 e per la serie tv Sherlock, del 2014. Inoltre, il video musicale della canzone “Firestarter” dei The Prodigy (1997) fu girato nel tunnel est.
La stazione è un edificio protetto di secondo grado (II Grade Listed), pertanto non può essere demolita, ampliata o modificata senza un permesso speciale.
I tour organizzati, alla scoperta di questo luogo suggestivo, possono essere prenotati tramite il sito del London Trasport Museum, nella sezione Hidden London. Il tour dura 75 minuti ed include la biglietteria, gli ascensori, le banchine, i tunnel abbandonati, ed alcuni passaggi pedonali interconnessi, raramente visibili

Beyond Oceania: esperimento di scrittura creativa

TupaiaDiario di Bordo del Capitano:

3 giugno 1769

”Questo giorno si è rivelato favorevole al nostro scopo, come volevamo, non una nube è stata vista in tutto il giorno e l’aria era perfettamente limpida, così abbiamo avuto tutti i vantaggi che potevamo desiderare…”

Sedeva in riva al mare, il ‘tatau’ fresco gli bruciava la spalla e la testa era pesante a causa del gin del capitano. Ne aveva trangugiato un bel po’ per stordirsi dal dolore, mentre la punta d’osso, intrisa di pigmento, gli penetrava le carni. Gli indigeni andavano fieri dei loro tatuaggi. chief mournerErano segno di emancipazione, perseveranza e risoluzione nell’affrontare le sofferenze.
Aveva accettato di farsi marcare la pelle candida, poiché nessun uomo maturo e rispettabile nel villaggio appariva sprovvisto di ornamenti indelebili. Ce ne erano di ogni tipo: navigli, denti di squali, mezzelune, cerchi, punte di lance, animali stilizzati, linee frastagliate come onde del mare. Ogni colpo appuntito affondava nei tessuti un colore denso fatto di olio bruciato, che si mescolava al sangue vivo. Una giovinetta reggeva il colore contenuto in una mezza noce di cocco, e gli sorrideva, mostrando denti che parevano perle. Tra il dolore e i fumi dell’alcol, ricordava solo lo sguardo curioso e i capelli lucidi di monoi che le lambivano i piccoli seni, mentre un suono ritmato e lontano gli giungeva all’orecchio.
Ad ondate, il dolore gli faceva pulsare le tempie, mentre a denti stretti cercava di ricacciarlo indietro.
Gli sembrò allora di essere finito nel caldo soffocante di un interno signorile, stordito da odori diversi: le candele di cera colante, la brace nella bocca scura del camino di marmo lavorato, lo cherry nei bicchieri di vetro bianco e blu, le carte da gioco un po’ stantie, con gli angoli consumati ed il contorno scuro, per le troppe partire di whist.
Lo sguardo si spostava, febbricitante, dalle figure sbiadite delle carte che teneva in mano al collo bianco della donna che era sua amante. La osservava conversare, discreta e gentile, con alcuni amici, all’angolo della sala. S. tendeva un foglio srotolato tra le mani, e le accennava chissà quali segreti del mondo naturale. Lei chinava il capo per guardare meglio, facendo cenno di indicare qualcosa con la punta del ventaglio richiuso. La ricordava così, esile e delicata, una lacrima che le solcava silenziosamente la guancia, mentre si salutavano.
Sentiva ancora il sale di quella lacrima, ma il porto di Plymouth era lontano, lontanissimo.
Ora c’erano sorrisi e sguardi diversi, quasi divertiti, di nativi vestiti di tatuaggi e unti di olio rancido, che gli indicavano l’opera appena conclusa: un ‘amoco’ nerastro, intricato e rappreso al suo sangue.
oceania royal academyDopo quella singolare iniziazione, aveva raccattato una bottiglia tra le pacche di rispetto bonario di alcuni uomini di equipaggio che gli offrivano la pipa ed il tabacco. Non aveva voglia di fumare, aveva raggiunto barcollante la spiaggia e si era addormentato, sfinito dalla prova e assalito dalla nostalgia.

Gli risuonavano nella testa queste parole:
“Il mio tatuaggio è una gemma permanente, che porterò con me nella mia tomba.”

 

La mostra “Oceania”, in collaborazione con il British Museum, il Musée du quai Branly-Jacques Chirac di Parigi e il Museum of Archaeology and Anthropology di Cambridge, è alla Royal Academy di Londra fino al 10 dicembre. 

“Santo Cielo!” A Londra, la mostra su Charlie Brown

good grief charlie brown

Ebbene sì, sono cresciuta con i Peanuts. La mia infanzia ha risentito dello strascico generazionale degli anni ’60/’70, con la guerra del Vietnam, le lotte femministe, la psicanalisi, i collettivi, il consumismo dilagante. Riviste politicizzate dal titolo Linus, giornalini, gadgets, adesivi… Charlie Brown, Snoopy e amici campeggiavano da poster colorati nelle stanze dei teenagers, tra frasi esistenziali e slogan di protesta. Leggevo avidamente i libri di fumetti collezionati dalle mie cugine più grandi, all’ombra di un abete, nel giardino delle vacanze, e mi piaceva la leggerezza di questa comitiva di bambini americani, spesso alle prese con situazioni più grandi di loro. E anch’io possedevo la mia piccola collezione: l’album natalizio fine anni ’50, qualche tascabile economico, e una statuina di Snoopy, intento ad abbracciare l’uccellino Woodstock, e, sul piedistallo, la scritta ‘Love’. Me la portò mio padre al ritorno da un viaggio di lavoro, e, ancora oggi, è uno degli oggetti a cui tengo di più.
Snoopy & co. continuarono a restare famosi, anche attraverso gli edonistici anni ’80, sebbene sempre più soffocati da personaggi asiatici, coloratissimi e molto poco impegnati, del calibro di Hello Kitty, per intendersi.
Per i seguaci di Charlie Brown, quest’autunno, Somerset House ospita una retrospettiva tutta dedicata ai Peanuts, dal titolo: “Good Grief, Charlie Brown.” La mostra è disposta su due livelli: al piano terra, la nascita dei personaggi e la loro evoluzione, si intrecciano alla biografia del loro autore, Charles M. Schultz. Si evince da subito che non poteva non essere così.
Nelle foto di infanzia, Charles ha la stessa testa tonda e l’aria timida di Charlie, mentre il cane di famiglia diviene lo spunto per la creazione del fedele bracchetto Snoopy, ed il segno da rigido e acerbo si evolve via via, più spigliato e tremolante, popolandosi di bambinetti dai caratteri e dalle idiosincrasie disparati, con l’apparizione lieve e goffa del pennuto Woodstock, e le prodezze di Snoopy, scrittore e aviatore da Grande Guerra.
Al piano superiore della mostra, si illustrano le influenze che il fumetto ha avuto sulla società e il costume e viceversa. Di volta in volta, Charlie Brown è iniziatore di slang (Bonk! Good Grief!), rappresenta un’alternativa politica, racconta con leggerezza e poesia le ansie, le aspirazioni, i dilemmi di una società in cambiamento, fino ad essere preso in prestito da artisti e designer, perché anche i Peanuts, alla fine, sono ‘Pop’.
Si può dunque produrre documenti battendo i tasti di una macchina da scrivere rossa fiammante targata Snoopy, leggere libri di auto-aiuto illustrati ad hoc, perché chi da piccolo non ha mai riversato le proprie ansie su un peluche o una copertina di flanella, chi non ha rifuggito il sapone, chi non ha lottato contro l’albero cannibale, divoratore di aquiloni, chi, infine, non si è mai sentito tanto atterrito all’idea di rivolgere la parola alla ragazzina (o al ragazzino) del cuore?
E, in fondo, lo stesso banchetto da cui Lucy Van Pelt sciorina counseling spicciolo ed elargisce limonata, non è forse simile a quelle bancarelle improvvisate su cui mettevamo in vendita biglie, giornalini usati, sottopentole fatte con le mollette e il vernidas?
Non so cosa penseranno i millennials e i centennials visitando questa mostra londinese, potrebbe rivelarsi comunque un incontro fertile.
Per me, Generation X, è stato ritrovare dei vecchi amici e la parte più innocente di me stessa.

A Londra, “Poppy Day” e il Centenario dell’Armistizio 1918-2018

PoppyDal 1921, indossare un papavero di carta è un modo per ricordare i caduti della Grande Guerra e raccogliere fondi grazie al Poppy Appeal. Dal 25 ottobre fino all’11 novembre, giorno dell’Armistizio, si acquista un papavero e il denaro raccolto va ad aiutare tutti i veterani ed il personale militare in attività. La tradizione è ancora viva in Gran Bretagna e la raccolta di fondi è organizzata dalla Legione Reale Britannica. Il papavero è un fiore simbolico, che si ispira al famoso poema, scritto dall’ufficiale medico canadese John McRae, dal titolo ‘In Flanders Fields’. McRae lo compose di getto dopo la morte di un suo compagno di trincea ed il componimento venne pubblicato per la prima volta sulla rivista Punch, nel 1915.
Tre anni dopo, il papavero di carta, da indossare in segno di ricordo, venne creato da Moina Michael, un’insegnante americana, e divenne popolare in Canada e Gran Bretagna, dopo essere stato utilizzato come mezzo per raccogliere fondi per gli orfani di guerra. Ogni anno i papaveri, di carta o di plastica, vengono venduti per le strade da volontari, nelle settimane che precedono il Remembrance Day (Giorno della Commemorazione), l’11 novembre.
Quest’anno segna il centenario dall’Armistizio, che fu siglato all’undicesima ora dell’undicesimo giorno del mese di novembre 2018. Per celebrare questa ricorrenza sono molte le iniziative.

IWM_Weeping_Window Una delle più toccanti, è l’installazione che si può ammirare gratuitamente all’Imperial War Museum. “Weeping Window” è una cascata di migliaia di papaveri di ceramica fatti a mano. La scultura è stata realizzata dall’artista Paul Cummins e dal designer Tom Piper e i papaveri provengono dall’installazione originaria “Blood Swept Lands e Seas of Red” che fu allestita nella Torre di Londra nell’estate e nell’autunno del 2014, per ricordare il centenario dall’inizio del Primo Conflitto Mondiale.
Un’altra iniziativa, è quella di Danny Boyle, dal titolo “Pages of the Sea”. Il pubblico è invitato a riunirsi sulle spiagge di tutto il Regno Unito per dire addio (e grazie) ai milioni di uomini e donne che si imbarcarono per il fronte, di cui molti non tornarono mai più.
Infine, il giorno dell’Armistizio, la BBC trasmetterà “They Shall not Grow Old”, il documentario di Peter Jackson, regista de Il Signore degli Anelli, il quale ha realizzato una nuova pellicola, utilizzando filmati originali dall’archivio dell’Imperial War Museum, colorizzandoli, invertendoli in 3D e trasformandoli con tecniche di produzione all’avanguardia.

L’Arte del Campari, alla Estorick Collection di Londra

The Art of CampariNel panorama culturale londinese, la Estorick Collection of Modern Italian Art si segnala per essere l’unico museo dedicato all’arte italiana del ventesimo secolo, con particolare attenzione al Futurismo. La galleria è stata ufficialmente inaugurata nel 1998 ed è ospitata in un bell’edificio di stile georgiano, nel cuore di Islington.
Nel tempo la Estorick Collection, con il suo giardino e il caffè, è diventata un punto di riferimento per la gente del quartiere. I punti di forza del museo risiedono nella particolarità della collezione permanente e nell’attenzione prestata all’arte italiana moderna in tutti i suoi aspetti: arti visive, architettura e design, fotografia, cinema, ecc.
La Estorick Collection ospita anche una biblioteca d’arte, che annovera oltre 2.000 volumi specializzati in arte italiana del primo Novecento, con molte edizioni rare e libri ormai fuori commercio. Il nucleo principale proviene dalla biblioteca personale di Eric Estorick, donata dagli eredi nel 1994, poi ci sono le acquisizioni fatte dal museo negli ultimi anni.
Il programma della galleria si basa essenzialmente sull’organizzazione di mostre relative alla prima metà del Novecento in Italia, connesse dunque con il periodo storico-culturale di cui fa parte la collezione permanente.
Fino al 16 settembre, è possibile visitare una mostra interamente dedicata al marchio Campari, con opere (manifesti e volantini pubblicitari, etichette, bottiglie, bicchieri, packaging e gadgets) provenienti dalla Galleria Campari di Milano.
L’esposizione si concentra sul periodo che va dai primi del ‘900, alle campagne rivoluzionarie e innovative degli anni Venti fino agli eleganti design degli anni Sessanta e mira a riflettere i mutamenti del gusto e, indirettamente, della società, nell’Italia del XX secolo, grazie ad un prodotto reso celebre in tutto il mondo .
La prima galleria si concentra sugli albori delle campagne pubblicitarie del Campari.
Il bitter era stato prodotto per la prima volta nel 1860, a Novara, e consisteva in una miscela di acqua, alcool, ed estratti botanici. In questo caso, l’estratto di scorza d’arancia. Dal 1904, la bevanda digestiva dall’inconfondibile color rosso carminio, era proposta anche all’estero. Era allora importante promuovere il marchio, assumendo un profilo più dinamico, grazie ai poster pubblicitari.
Nella prima sala della mostra, nella carrellata di manifesti della Belle Époque, spicca quello, famosissimo, di Leonetto Cappiello (1921), in cui lo spirito del Bitter Campari appare come una figura dinamica e brillante, che spicca sullo sfondo nero, mentre saltella fuori dalla scorza di un’arancia, stringendo la bottiglia in mano.
Un poster accattivante, dalla grafica immediata, ideale per per catturare l’attenzione nella vita frenetica della città. Una vita frenetica in cui il bitter divenne l’attributo necessario della pausa elegante e sofisticata.
DePero_CampariNella seconda sala, il dinamismo si fa più accentuato. Sono gli anni del Secondo Futurismo e Fortunato Depero, che aveva scritto il manifesto “Ricostruzione futurista dell’universo” assieme Giacomo Balla, produceva disegni geometrici e suggestivi.  Nelle pubblicità di Depero i personaggi appaiono quasi fumettistici, la grafica non è cosi immediata come negli esempi degli inizi del secolo, ma è sicuramente pionieristica e si rifà all’ideale di “ricostruire l’universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente.”
Campari notò la forza creativa e dirompente del Futurismo e lasciò a Depero carta bianca su come realizzare l’estetica del marchio. La collaborazione diede i suoi frutti, perché, nel 1932, Depero progettava anche la forma conica della bottiglia di Campari Soda, che ha resistito invariata fino ad oggi.
Nel secondo dopoguerra, sopratutto negli anni ’60, i manifesti tornano ad essere un po’ più convenzionali, con la tipica grafica che vede il marchio prominente ed il prodotto in bella vista, aspirazione delle classi borghesi. Ancora una volta, Campari ha identificato le tendenze visive dei suoi tempi, coinvolgendo designer ed artisti per creare qualcosa di iconico. Una parete è completamente ricoperta da versioni diverse del logo Campari – ed è un’opera originale di Bruno Munari.
‘The Art of Campari’ è sicuramente la riprova di come l’azienda abbia saputo mantenere in auge il proprio marchio, abbracciando continuamente le correnti estetiche del momento. Durante il periodo della mostra, la Estorick Collection resterà aperta fino alle 21.00 tutti i giovedì, e si potrà gustare un Campari Gin and Tonic oppure un Negroni nell’Estorick Cafe.

L’insaziabile curiosità di Sir Hans Sloane

Hans Sloane

Sir Hans Sloane, Bt
by Stephen Slaughter (1736). © National Portrait Gallery, London

Hans Sloane, del quale, quest’anno, si celebrano i 265 anni dalla morte, fu eminente medico, naturalista, segretario e poi presidente della Royal Society e del Royal College of Physicians.
Nel corso della sua vita, ben ricompensato per essere stato medico di ricchi e famosi personaggi, inclusi tre sovrani (la regina Anna e i re Giorgio I e Giorgio II), seppe accumulare una vasta e variegata collezione di oggetti, e il suo divenne il più celebre gabinetto di curiosità dell’epoca.
Arrivato a Londra nel 1679 per studiare medicina, Sloane strinse amicizia con il chimico e collega della Royal Society Robert Boyle, e venne presentato al filosofo John Locke, al naturalista John Ray e al medico Thomas Sydenham. Nel giro di un decennio, Sloane acquistò un’importante reputazione e nel 1687 si recò in Giamaica come medico al seguito del nuovo governatore dell’isola, il Duca di Albemarle, in un momento storico in cui le piantagioni di zucchero stavano iniziando ad assumere un ruolo fondamentale nell’impero britannico.
Il soggiorno in Giamaica stimolò la vasta curiosità di Sloane per il mondo naturale ed il medico produsse una storia naturale della regione: due lussuosi volumi (pubblicati rispettivamente nel 1707 e nel 1725), pieni di centinaia di dettagliate incisioni a grandezza naturale di piante locali, animali e curiosità.
Dopo il suo ritorno a Londra nel 1689, Sloane sposò la vedova di uno dei principali proprietari di schiavi della Giamaica, divenne ancora più ricco ed acquistò delle proprietà a Chelsea. Fu nominato Presidente del Royal College of Physicians nel 1719.
Grazie alla sua florida situazione economica, lo studioso trovava facilissimo accedere a oggetti e aneddoti avvincenti che potessero ingrandire il suo museo personale. Al centro di una rete di scambi davvero mondiale, Sloane creò una collezione enciclopedica di campioni minerali, botanici e zoologici, oggetti etnografici, antichità, stampe, disegni, libri e manoscritti (tra cui anche raffinati album di acquerelli di Jan Van Huysum (1682-1749) e Maria Sibylla Merian (1647-1717) e le sue figlie), spesso ereditando o acquistando intere collezioni formate da altri.
Alla sua morte, nel 1753. la collezione di Sloane fu acquisita per la nazione da un atto del Parlamento che creò il British Museum. Ma quando il Museo riorganizzò le sue collezioni e acquisì altri oggetti, la collezione di Sloane fu dispersa tra diversi dipartimenti e, infine, nel 1881, fu trasferita al Natural History Museum e alla British Library. Questa dispersione ha ostacolato, in un certo senso, lo studio e la comprensione della collezione nella sua interezza, e le relazioni storiche tra i vari oggetti.

Dal 2010, un gruppo di curatori, bibliotecari e scienziati del British Museum, della British Library e del Natural History Museum hanno creato un consorzio di ricerca informale, per una migliore comprensione, sia da parte dei ricercatori che del pubblico, delle vaste collezioni del loro fondatore comune.
Ne è nato un sito, che elenca vari progetti interessanti, passati e presenti, tra cui “Enlightenment Architectures”, uno studio dei cataloghi manoscritti originali di Sir Hans Sloane (1660-1753), che cerca di capire la complessa architettura di informazioni e l’eredità intellettuale di questi veri e propri “meta-data dell’Illuminismo”.

Se poi vi recate al British Museum, la Enlightenment Gallery rappresenta un vero e proprio omaggio a Sloane ed ai suoi tempi: non solo l’esposizione, in sette temi, esplora la nascita delle discipline moderne, ma dimostra anche come la classificazione della conoscenza fu al centro dell’illuminismo. Nelle teche troverete, inoltre, una grande quantità di materiali della collezione originale di Sir Hans Sloane.