L’arte di Eduardo Paolozzi a Londra

tottenham court road paolozziUna delle cose che mi colpirono quando venni a Londra per la prima volta, agli inizi degli anni ’90, fu la sinfonia post-modernista dei mosaici della stazione metropolitana di Tottenham Court Road.
I mosaici, realizzati da Eduardo Paolozzi tra il 1982 ed il 1986, si ispiravano alla vita quotidiana in città e ad alcuni dei luoghi in prossimità della stazione. Erano stati pensati per l’interazione con i passeggeri della metropolitana, che, passando rapidamente attraverso la stazione, avrebbero dovuto riconoscere le metafore colorate della vita in superficie, come i sassofoni e le forme robotiche, simbolo dei negozi di musica ed elettronica di Soho, o gli elementi di arte egizia, che rimandavano al British Museum. Le falene svolazzanti, invece, facevano parte di un ricordo personale dell’artista: i bagni turchi aperti tutta la notte, nel vicino Russell Hotel.
Figlio di immigrati italiani, Eduardo Paolozzi si affermò, a partire dagli anni ’50, con sculture rettilinee ed “Art Brut”. Artista versatile, attraverso i collages, si rivelò un precursore della Pop Art. Ma il suo era un pop tutto britannico, che raccontava il mondo moderno, attraverso sculture, serigrafie, collage e tessuti.
I mosaici di Tottenham Court Road, uno degli esempi più spettacolari di arte pubblica a Londra,  riflettevano la visione urbana e meccanicistica di Paolozzi e coprivano interamente l’ingresso della stazione, le pareti lungo le scale mobili, le piattaforme della Northern Line e Central Line, la rotonda e una fitta serie di spazi comunicanti.
In anni recenti, gli ampliamenti a seguito del progetto Crossrail, hanno portato ad importanti cambiamenti. Tra questi, non senza polemiche, la demolizione della vecchia stazione, con una biglietteria sei volte più grande dell’originale e la scomparsa totale degli archi di ingresso. Quando i mosaici di Paolozzi furono smantellati da Crossrail, dopo lunghe consultazioni con la Paolozzi Foundation, gli artisti che avevano collaborato alla realizzazione del design, e la manifattura italiana che aveva prodotto le tessere musive, ci fu una una protesta pubblica e una petizione online venne firmata da oltre 8.000 persone.
Uno degli aspetti più complessi del progetto di riqualificazione è stato il trasferimento dei mosaici che ricoprivano le sezioni degli archi. Poiché sarebbe stato impossibile ricollocarli in loco nella nuova
stazione, si è deciso di donarli all’Edinburgh College of Art, dove Eduardo Paolozzi aveva studiato e, poi, insegnato. Attualmente vengono utilizzati in un nuovo corso di laurea. Invece, il pannello a mosaico che accoglieva i viaggiatori, all’ingresso di Oxford Street, è stato accuratamente rimosso dal muro in un unico pezzo e trasportato in basso, a livello del tunnel della Northern Line. Durante i lavori di rinnovamento della stazione, i mosaici sono stati sottoposti ad un restauro meticoloso ed oggi, il 95% di essi, è stato finalmente ricollocato in situ.
Art on the Underground ha collaborato con la Whitechapel Gallery per creare una mappa delle opere di Paolozzi visibili a Londra (oltre alla stazione di Tottenham Court Road, si annoverano altri lavori di arte pubblica, come la scultura di Newton di fronte alla British Library e la copertura del pozzo di ventilazione della stazione di Pimlico).
Inoltre, dal 16 febbraio al 14 maggio 2017, la Whitechapel Gallery dedicherà all’artista una grande retrospettiva, che ne celebrerà la lunga carriera ed il percorso irriverente ed innovativo.

 

La Certosa di Londra apre al pubblico

charterhouseForse non molti sanno che Charterhouse Square, nei pressi di Smithfield, sorge sul luogo di sepoltura di migliaia di vittime della peste nera (si stima un numero non inferiore alle 55.000 unità!).
Un enorme fossa comune, che fu creata su un terreno acquistato da Sir Walter Manny, a meta’ del XIV secolo. Il complesso adiacente, la Charterhouse, che ha da poco aperto al pubblico, fu costruito per una comunità di monaci certosini, di cui Manny fu il primo priore.
Durante i recenti scavi archeologici nella piazza (eseguiti grazie al progetto Crossrail) sono stati rinvenuti degli avanzi di cibo, forse utilizzati nelle cucine del monastero, per preparare piatti di carne per gli ospiti (i monaci erano vegetariani ed i loro pasti, davvero parchissimi, venivano cucinati da fratelli laici). Gli archeologi hanno anche individuato gli scheletri di tredici vittime della peste nera.
Uno di questi scheletri, si trova adesso in una teca di vetro, all’interno del nuovo museo, progettato da Eric Parry, che offre ai visitatori una panoramica storica della Charterhouse.

Visitando il complesso, si può anche vedere un corridoio medievale a volta, in muratura, su cui si affacciavano le celle dei certosini. Essi ricevevano il cibo tramite un’apertura molto stretta, che impediva qualsiasi contatto fisico o visivo (l’ordine era rigorosamente silenzioso e contemplativo). I monaci avevano un giardino dietro loro cella per coltivare frutta ed ortaggi, una zona notte e un oratorio.
La cappella del monastero, dove il fondatore, Sir Walter Manny, fu sepolto, è purtroppo andata perduta nei bombardamenti dell’ultima guerra.

In seguito alla dissoluzione dei monasteri, voluta dal re Enrico VIII, nel XVI secolo il monastero venne chiuso. Non senza spargimento di sangue: i monaci, infatti, si rifiutarono di accettare la supremazia del re, e l’abate del monastero fu impiccato, sviscerato e squartato, la sua mano inchiodata alla porta della Charterhouse, mentre altri tredici monaci perirono di stenti in prigione. Dopo lo scioglimento del convento, il terreno fu venduto e la struttura venne trasformata in residenza signorile.
Il re diede la proprietà a Sir Thomas Audley, portavoce della Camera dei Comuni. Da costui, la ex-Certosa di Londra passò a Sir Edward North, uno dei sergenti del re e consigliere della Corona.
North trasformò il complesso in lussuosa residenza e, nel 1558, Elisabetta I fu sua ospite, durante i preparativi per l’incoronazione
Alla morte di Sir Edward North la residenza passò a Thomas Howard, quarto Duca di Norfolk, che la ribattezzò Howard House. Nel 1570, Elisabetta I fece imprigionare Norfolk nella Torre di Londra, dato che aveva progettato segretamente di sposare la cattolica Maria Stuarda, regina di Scozia. Norfolk fu poi messo agli arresti domiciliari e passò il suo tempo ad abbellire la sua casa, aggiungendovi un campo da tennis nel giardino, raggiungibile grazie ad una lunga terrazza (che sopravvive oggi con il nome di “Norfolk Cloister”).
Nel 1571, il Duca fu coinvolto in un secondo complotto, in cui il banchiere italiano Ridolfi faceva da intermediario, perché Norfolk e la regina di Scozia potessero convolare a nozze, aiutati da alleati stranieri. Dopo che una lettera cifrata di Maria fu scoperta sotto uno zerbino di casa sua, il Duca fu condannato e giustiziato l’anno successivo.
Sembra che, il fantasma di Thomas Howard, nel 1993, si aggirasse per i corridoi della Coutts Bank (la più grande delle banche private di Londra, di cui  la Regina Elisabetta II è cliente) con la testa sotto il braccio, proprio quella che gli fu mozzata in un pomeriggio d’estate, quattro secoli prima!
L’amministrazione della banca dovette ricorrere al medium Eddie Burks, nella speranza di mettere a tacere il fantasma del Duca. Burks riuscì a placare lo spirito e fu anche organizzata una messa di suffragio, a cui parteciparono, parecchio scettici, i discendenti di Norfolk.
La casa del Duca, invece, all’inizio del XVII secolo, fu venduta al ricchissimo uomo d’affari Thomas Sutton, il quale, nel suo testamento, essendo senza eredi diretti, predispose un cospicuo lascito per la fondazione della Charterhouse School (qui dal 1611 al 1872, e poi trasferita in Surrey) per quaranta ragazzi, ed un ospizio per ottanta vecchi soli (celibi o vedovi) ed indigenti.
A quest’epoca risale la cappella che si vede ancora oggi, dove si può ammirare il monumento funebre di Sutton, eseguito da Nicholas Stone, Edmund Kinsmand and Nicholas Johnson nel 1615.
Il museo della Charterhouse, che è ancora un ospizio, ma anche struttura privata, con appartamenti ed esercizi commerciali, è aperto dal martedì alla domenica, dalle 11:00 alle 16:45, con ingresso gratuito. Per 10 o 15 sterline, si può anche seguire un tour guidato (da una guida professionista o da uno dei residenti dell’ospizio) per visitare le varie parti storiche della Certosa. Il tour va prenotato in anticipo, qui.

Georgian January 

Mi piace gennaio, nonostante sia un mese lungo, freddo, con scadenze da pagare e propositi naufragati. Molti sono al verde e un po’ depressi,  mentre la maggior parte dei turisti sono tornati a casa, così si trova sempre posto nei locali, mentre i saldi selvaggi tappezzano le vetrine di negozi semivuoti. È anche il periodo buono per comprare il divano nuovo, se ce ne fosse bisogno, a prezzi vantaggiosi.
Siccome non riesco ancora a guarire dal noioso virus para influenzale che ho preso ad uno dei famigerati Christmas parties, il mio gennaio è partito in sordina e con le energie di un bradipo. Tra un fumento e una vitamina c effervescente, mi sono lasciata catturare da “Georgian January”, un’iniziativa tutta dedicata al XVIII secolo (e anche all’inizio del XIX). Ogni giorno,  un tema diverso su cui sbizzarrirsi: dai vestiti alla politica, dai sentimenti ai colori. Si diviene una specie di curatori virtuali, e, oltre ad imparare cose nuove, si conoscono persone unite dagli stessi interessi. L’iniziativa è stata lanciata da Dames A La Mode (pseudonimo e sito web di Taylor, una costumista e rievocatrice storica di Washington, che crea e vende gioielli in stile georgiano) ed è alla sua terza edizione. Le regole per partecipare sono semplici: basta scegliere un oggetto, un vestito o un dipinto che siano stati prodotti tra il 1714-1837 ed abbiano attinenza con il tema giornaliero. Li si pubblica su instagram con l’hashtag #georgianjanuary ed il gioco è fatto.

Pattinare sul ghiaccio a Londra

Fino a duecento anni fa, era abbastanza frequente per il Tamigi gelare completamente fino a due mesi l’anno. Per circa un paio di secoli, dal XVII agli inizi del XIX, la Gran Bretagna fu infatti coinvolta in una “piccola era glaciale”. Inoltre, il vecchio London Bridge ed i moli adiacenti, durante l’inverno, fungevano da diga, bloccando pezzi di ghiaccio e vari detriti, che gelavano facilmente. Nonostante i disagi dei rigidi inverni, i londinesi si dimostrarono resilienti ed audaci come sempre, costruendo delle vere e proprie fiere dotate di pubs, negozi e piste di pattinaggio. Tra il 1607 e il 1814 vi furono moltissime “frost fairs”, di cui ci hanno lasciato testimonianza artisti, scrittori e diaristi come John Evelyn. Queste fiere attraevano una multitudine di persone, tra cui anche re e regine! Ovviamente, costruire dei parchi di divertimento sul fiume ghiacciato, poneva dei rischi, e, talvolta, quando il ghiaccio cedeva, tende e persone venivano inghiottite dalle acque. Tragedie di questo tipo si verificarono nel 1739 e nel 1789, quando un naviglio, ancorato ad un edificio di Rotherhithe, muovendosi, a causa dello sciogliersi del ghiaccio, trascinò tutto via con sé. All’inizio del XIX secolo, il clima cominciò a farsi più mite e l’ultima frost fair ebbe luogo nel gennaio del 1814, con cinque giorni di feste, balli, giochi di ogni genere, rinfreschi e gare di pattinaggio. La demolizione del ponte medievale di Londra nel 1831 pose fine al fenomeno di congelamento del Tamigi, ma i londinesi non si persero d’animo e cercarono di replicare le piste di pattinaggio con mezzi artificiali. Ice rinks sorsero tra Regent’s Park, Chelsea e Westminster, dove i pattinatori potevamo esibirsi accompagnati da un’orchestra dal vivo. Il boom delle piste di pattinaggio si ebbe però negli anni Venti del secolo successivo, con l’ideazione di strutture permanenti. The London Ice Club, inaugurato nel 1927, era un circolo privato parecchio costoso. Fu democraticamente riaperto al pubblico nel 1936 con il nome di Westminster Ice Rink, ma dovette chiudere per sempre all’inizio della guerra, nel 1940. Le feste natalizie a Londra sono l’occasione per infilare i pattini ed appprofittare dei numerosi ice rinks temporanei, di cui, i più suggestivi, sono quelli organizzati a Somerset House, al Natural History Museum,  alla Torre di Londra e tra i grattacieli di Canary Wharf. Si pattina a tempo di musica, con la pista illuminata da luci colorate e l’offerta di bevande calde e speziate dai bar vicini. Se l’abbigliamento oggi è casual e sportivo, un tempo ci si doveva attenere alle regole della moda, che consigliavano dei coordinati chic e ad hoc. Se volete saperne di più, una piccola mostra gratuita al Museum of London esplora la passione dei londinesi per il pattinaggio su ghiaccio attraverso documenti ed oggetti originali, come i pattini medievali ricavati da ossa di animali. Buone Feste.

La Cerimonia delle Chiavi alla Torre di Londra

wp-1481051599538.jpgOgni volta che mi aggiro tra gli scaffali di librerie antiquarie o di seconda mano, ma anche quando mi ritrovo a curiosare tra i titoli di bancarellari e bouquinistes, mi capita spesso di non essere io a scegliere il libro, ma che sia quest’ultimo a scegliere me. Chiamatela legge dell’attrazione, destino, colpo di fortuna, eppure è così.
A meno di una settimana dalla mia visita notturna alla Torre di Londra, mentre rimuginavo sul post da scrivere, ecco che mi capita tra le mani un librino dall’anonima copertina blu, una ristampa del 1932 di The Spell of London, scritto da H. V. Morton e pubblicato da Methuen, casa editrice storica, della quale serbo altri titoli.
Henry Canova Vollam Morton era stato un valente giornalista ai tempi d’oro di Fleet Street, quando le rotative dei quotidiani facevano tremare le strade. Nel 1923, in veste di reporter del Daily Express, riuscì ad assistere in esclusiva all’apertura della tomba di Tutankhamon.
Da quel momento, la sua carriera, anche come scrittore di viaggi, era decollata. Il suo primo libro su Londra, The Heart of London, fu pubblicato nel 1925. Si trattava di un’antologia di articoli apparsi sulle colonne del Daily Express, una formula fortunata, seguita da altre due raccolte. Apparso nel 1926, The Spell of London, fu scritto per fare da pendant al primo libro. Lo stile immediato e sincero di H.V.Morton, non risente affatto dei novant’anni passati nel frattempo. L’occhio acuto del reporter, unito ad un certo gusto per le derive metropolitane, ci restituiscono intatte le sensazioni e gli umori della città, per mezzo di aneddoti agili ed infusi di ironia. “The Keys” è uno di questi brevi capitoli, in cui il protagonista ferma un taxi nell’umida notte londinese, nei pressi di Piccadilly, e domanda all’autista di portarlo alla Torre di Londra. Il tassista, sorpreso, chiede al cliente “Right up to the gate, Sir?”
“Si, fino al cancello.” risponde Morton, aggiungendo di aver avuto il permesso di assistere alla Cerimonia delle Chiavi.
wp-1481051612839.jpgUna settimana fa, in una fredda e buia serata londinese, mi sono trovata anch’io al cancello principale della Torre di Londra. La storica fortezza si profilava come una massa scura e silenziosa, dove il tempo sembrava essersi fermato. Il Ravenmaster ci ha dato il benvenuto e ci ha condotto all’interno del maniero, guidandoci in un tour special, attraverso porte, torrette, spiazzi, mura vetuste e percorsi tortuosi, sul cui acciottolato hanno risuonato i passi di re, regine, condannati a morte, soldati in armatura e anche quelli del primo duca di Wellington, Constable della Torre dal 1826 fino al 1852, anno della sua morte. Fu lui ad ordinare di svuotare il vecchio fossato, pieno di liquami e rifiuti malsani, e di constuirne uno asciutto, quello che ancora oggi circonda le mura, Fu sempre lui a far costruire una caserma, a nord della White Tower, quella dove sono esposti i gioielli della corona. Il Ravenmaster con competenza ed ironia ci ha illustrato i vari punti della torre, svelando segreti e curiosità. Ci ha anche portato a vedere i suoi pupilli, i famosi corvi, che però, a quell’ora, dormivano tranquilli nei loro quartieri speciali. Quando eravamo ormai intirizziti ed incapaci di porre altre domande, siamo stati accompagnati allo Yeoman Warder’s Club. Bisogna essere una Guardia della Torre oppure un invitato per entrare in questa esclusiva clubhouse, decorata da distintivi, targhe ed altre onorificenze. Qui non si può accedere in jeans e scarpe da ginnastica, ma ben vestiti, il che ha, in un certo senso, contribuito al semi-congelamento di noi signore, durante la visita alla Torre. Per fortuna abbiamo potuto rifocillarci con un’ottima cena, un buffet servito sotto archi normanni, in una piccola cella suggestiva, e ci siamo riscaldati con un po’ di vino, prima di rimettere i cappotti e seguire il Ravenmaster fino al Traitor’s Gate, per assistere, finalmente, alla tanto attesa Ceremony of the Keys.
Un evento che si ripete ogni sera, da oltre 700 anni. Alle 21:53, il Chief Yeoman Warder, vestito di un’uniforme rossa, in stile Tudor, incontra la scorta militare, con cui deve assicurare le porte principali della Torre. Un soldato prende la sua lanterna ed la Guardia, ben scortata, si reca a chiudere il cancello esterno. Al suo ritorno, lungo Water Lane, l’uomo viene fermato dalla sentinella, nei pressi della Bloody Tower, ed invitato ad identificarsi:

“Altolà! Chi viene?”
“Le Chiavi”
“Quali Chiavi?”
“Le Chiavi della Regina Elisabetta”.
“Passate pure Chiavi della Regina Elisabetta. Tutto a posto”.

Gli uomini con le Chiavi della Regina marciano su per il pendio, attraverso il varco oscuro della Bloody Tower, fino al corpo di guardia disposto sulla terrazza. In cima alle scale, il Chief Yeoman Warder solleva il suo cappello, esclamando: “Dio preservi la regina Elisabetta!”
Le Chiavi della Regina vengono prese in custodia, mentre risuonano le note di “The Last Post”, che, da tempi immemori, segnala che il posto di guardia finale è stato ispezionato, e la Torre è sicura per la notte.
wp-1481051748251.jpgE così, proprio come H.V Morton (che assistette alla Cerimonia delle Chiavi di Re Giorgio V) una volta uscita nello spiazzo vuoto, antistante la Torre, anch’io mi sono sentita di aver fatto parte di un sogno, effimero e senza tempo.

Se volete assistere solo alla Cerimonia delle Chiavi, i biglietti sono gratuiti, con un costo di transazione di una sterlina per le le prenotazioni online. I biglietti sono disponibili in numero limitato (massimo 4), e solo per prenotazioni individuali, dodici mesi in anticipo (ma sono già esauriti per i prossimi nove). Non c’è una lista d’attesa, bisogna arrivare puntualissimi e non si possono scattare fotografie durante la cerimonia.

 

Autunno nella City

15025521_10209709401786112_1312758388199074246_oLa City di Londra è costellata di molti giardini e spazi aperti di interesse storico e naturale. Alcuni di questi giardini sono stati, in tempi antichi, parte di edifici ecclesiastici e secolari, come ad esempio le Halls delle Livery Companies. Il giardino della Hall della gilda dei Barbieri e Chirurghi si ispira ad uno precedente, creato dall’erborista John Gerrard nel XVII secolo. Alla fine del XIX secolo, molti cimiteri in disuso sono stati aperti al pubblico, ed oggi rappresentano un terzo di tutti gli spazi aperti della città. A seguito della Seconda Guerra Mondiale, altri giardini furono costruiti tra le rovine ed i siti bombardati, come Cleary Gardens e Christchurch Greyfriars. Sconosciuti alla maggior parte delle persone, esistono anche molti cortili nascosti, ornati di alberi protetti, come il Platano, il Frassino ed il Tiglio. L’autunno può essere davvero piacevole nello Square Mile, grazie al calore ed ai colori di piante autoctone e straniere. Ce ne sono di oltre 140 specie diverse. Molti di questi giardini non rappresentano solo un’oasi di tranquillità e bellezza, ma sono anche in grado di supportare la fauna selvatica.  Uno degli spettacoli più sorprendenti è l’acero giapponese nel cortile della chiesa di St Vedast alias Foster. È possibile accedere a questo tranquillo, piccolo giardino attraverso un vicolo, posto sul lato della chiesa. Vi si possono ammirare non solo piante, ma anche alcuni pezzi di storia inseriti nei muri perimetrali: una porzione di mosaico romano, trovato nel 1880, durante la demolizione di San Matthew Friday Street ed una tavoletta del IX secolo a.C. proveniente da una Ziggurat dell’Iraq e donata dall’archeologo Sir Max Mallowan (il marito di Agatha Christie) al rettore della chiesa, Edward Mortlock.  Questo giardino è stato anche il vincitore del premio d’argento nell’ultimo concorso City in Bloom, organizzata da Friends of City Gardens e supportata da City Gardens e City of London Corporation. Più lontano, ma sempre a due passi dalla Cattedrale di St Paul’s, la corte appartata in Wardrobe Place, è tutta gialla e oro. Le case risalgono principalmente alla prima metà del XVIII secolo ed il nome di questo spazio appartato è un ricordo del King’s Wardrobe, che si trovava qui fino al Grande Incendio di Londra. Non più ricostruito, il giardino originale fu adibito a cortile e oggi conserva un vetusto platano. Introdotto nel XVII secolo da John Tradescant, questa specie si è rivelata molto resistente all’inquinamento ed è stata piantata praticamente ovunque a Londra, durante la rivoluzione industriale, tanto che i platani sono comunemente noti come The London Tree.

Glass Therapy: la fiera dei maestri vetrai a Londra

wp-1477559022482.jpgContinuano le mie visite ai palazzi delle gilde di mestiere della City di Londra. Questa volta, è toccato a Glaziers’ Hall, in occasione della seconda edizione della Glaziers’ Art Fair, una mostra sull’arte del vetro, a cui hanno partecipato oltre 50 espositori. La Worshipful Company of  Glaziers and Painters of Glass esiste dal 1328. La Hall originale di questa gilda fu distrutta dal Grande Incendio del 1666 e, dopo quasi due secoli di peregrinazioni, si trasferì nella sede attuale, un edificio regency, costruito nel 1808 sul lato meridionale del London Bridge. La gilda, che è l’unica ad avere una sede a sud del Tamigi, si occupa ancora della  conservazione delle vetrate d’arte e promuove le competenze necessarie per la produzione di vetro colorato o dipinto. Visitando la mostra per puro interesse e piacere personale, ho avuto occasione di conoscere valenti artisti, che mi hanno spiegato il loro lavoro, ed illustrato i loro progetti passati e futuri. In mostra c’erano maestri vetrai affermati, come Adam Aaronson, artefice, assieme a Mary Branson, della scultura in vetro “New Dawn“, che umilmente ci ha mostrato i segreti della sua arte. Le motivazioni per avvicinarsi a quest’arte affascinante, sono molteplici. C’è chi è vetraio da generazioni, e da padre in figlio cambia lo stile, ma non la bravura e la ricerca costante, o chi si è formato, invece, da autodidatta, come Louise Truslow, e realizza bellissimi manufatti riutilizzando e riciclando materiali di scarto. Nathalie Hildegarde Liege, designer e artista di vetrate architettoniche, esegue bellissimi lavori per chiese, ospedali ed edifici privati. Carolyn Barlow, mi ha raccontato di aver avuto una folgorazione durante il proprio percorso artistico, scoprendo, tramite un workshop di un paio di giorni, le potenzialità del colore e la luminosità e trasparenza del vetro. E’ stato l’inizio di una passione fortissima, con cui quest’artista racconta la natura della campagna scozzese, tra vetrate e pezzi di vetro fuso.
La fiera non si incentrava esclusivamente sul vetro, ma c’erano anche maestri ceramisti e artisti specializzati in altri media. Hitomi Sugimoto, dal Giappone, artista ed insegnante di ceramica, insieme ad altri ha ricevuto il supporto della Great Britain Sasakawa Foundation e nelle sue creazioni, delicate ed ironiche, vuol regalare momenti di felicità ed allegria.
Per finire, il pezzo forte, forse, di quest’edizione: il progetto Roots of Knowledge, di Holdman Studios. Si tratta di un’operazione artistica e culturale che ha preso lo spazio di ben dodici anni e che, nel 2018, andrà a collocarsi nella biblioteca della Utah Valley University. Il capolavoro consta di 80 pannelli, che raccontano, mediante 60.000 pezzi tra vetro fuso o dipinto, con inserti di corallo, legno fossile e monete, la storia dell’evoluzione spirituale e culturale del genere umano e del progresso della conoscenza, dalla preistoria ai nostri giorni. Una cappella sistina di vetro, si potrebbe dire, che ha visto la partecipazione di numerosi artisti e in cui, ogni pezzo di vetro, è stato lavorato individualmente, e, per questo, possiede una sua rilevanza estetica e simbolica.