Gessetti colorati al tempo del Coronavirus

La quarantena ci ha confinato tra le quattro mura, sebbene ci sia rimasta la valvola di sfogo dell’ora d’aria consentita per fare esercizio; proprio durante i rituali di allenamento quotidiano, ci si imbatte in soluzioni interessanti.
Approfittando del bel tempo, alcuni residenti stanno reagendo creativamente alla realtà ripetitiva del lockdown e all’ansia da pandemia, sbizzarrendosi con i gessetti colorati.
Grazie a questo materiale economico, facilmente lavabile, che non macchia e non lascia segni permanenti, sono comparsi sui marciapiedi nomi di alberi e piante, fantasiose corse ad ostacoli per stimolare l’attività fisica, ringraziamenti e positività al personale NHS ed ai lavoratori chiave, aforismi e auguri d’incoraggiamento, e, soprattutto, il gioco della campana, che credevo fosse caduto per sempre nel dimenticatoio.
Sono tanti i genitori che, in questi giorni, hanno cercato di rallegrare e distrarre i bambini trasformando per loro l’asfalto davanti casa con arcobaleni, animali e personaggi di fantasia.
Tuttavia, artisti, botanici e bene auguranti al tempo del covid-19 rischiano di dover affrontare una multa e un’azione legale, poiché, nel Regno Unito, è vietato scrivere o disegnare con il gessetto qualsiasi cosa, anche se a fini educativi o edificanti.
Ultimamente, Sarah Webb, che, nella Piazza del Mercato di Wallingford, nell’Oxfordshire, aveva disegnato un albero e aggiunto alle foglie dei messaggi di speranza, amore e ringraziamento, è stata denunciata dal consiglio comunale, in quanto si trattava di un “danno criminale”. Egualmente, Lilly Allen, una bambina di Ramsgate, in Kent, è stata redarguita dalla polizia per aver disegnato una campana sul marciapiede.
Insomma, anche se costituisce un modo semplice, economico e divertente per regalare un sorriso ai propri bimbi e alla gente del quartiere, segnare muri o marciapiedi con il gesso è illegale.
Se non si ha un permesso o una ”scusa lecita”, si può venire multati fino a 2.500 sterline.

Quarantena Londinese #1

telegraph hill parkE’ passato più di un mese dal mio ultimo post e le cose sono decisamente andate peggiorando.
L’epidemia si è trasformata in pandemia e Samuel Pepys è diventato virale sui social media, anche con aforismi falsi coniati ad hoc.
In Italia, la popolazione è in quarantena da molto più tempo di noi, che, in terra angla, siamo ad appena 16 giorni di confinamento.
Il Governo avrebbe potuto prendere esempio da quei paesi, che già fronteggiavano l’emergenza con misure restrittive e di prevenzione, ed attuare una strategia efficace, o, almeno, una strategia; invece, si è tergiversato, per almeno due settimane.
Boris Johnson, che, inizialmente, paventava un’immunità di gregge, avvisando che bisognava abituarsi a perdere molte persone care, ha poi deciso di seguire il trend dell’auto-isolamento obbligatorio, specialmente dopo che un weekend di sole e tepore primaverile, aveva fatto assembrare miriadi di incoscienti al mare, nei parchi e nelle riserve naturali fuori città. Suddetto premier pro-Brexit, che era andato in giro spavaldo, anche per ospedali, a stringere mani infette, pensando di lasciare tutto com’era e far girare l’economia, ha finito per contrarre lui stesso il virus, ed ora è ricoverato in terapia intensiva, probabilmente curato da medici, infermieri e personale con passaporto europeo, in gran parte lavoratori che il suo governo ha indicato come poco qualificati, in base al nuovo permesso di soggiorno a punti.
Peccato che proprio questi lavoratori low skilled siano quelli che stanno mandano avanti il Regno Unito, tra ospedali, trasporti, uffici postali, supermercati, pulizie, eccetera…
Mentre il premier si trova al St Thomas Hospital, seduto sul letto e “impegnato positivamente” con il team dell’ospedale, a me oggi è arrivata la sua lettera, dove, tra le altre cose, afferma (profetico): “sappiamo che le cose peggioreranno prima di migliorare…”
Prima che le cose peggiorassero, avevo cominciato a praticare distanziamento sociale e cancellare impegni, anche lavorativi, già da quando l’Italia era stata dichiarata zona rossa.
Nel frattempo, nei supermercati cominciavano a sparire la carta igienica, la pasta, i disinfettanti, il paracetamolo, le uova, la farina… Le aziende private avevano già lasciato a casa la maggior parte degli impiegati a fare telelavoro, mentre le persone sopra i 70 anni si erano chiuse in casa. Dato che non potevo fare smart working, avevo optato per viaggiare solo 10 minuti in treno, per fortuna abbastanza vuoto, e proseguire a piedi, attraversando una città deserta e surreale. Finalmente, il 23 marzo, è stato dichiarato il lockdown e alla popolazione è stato ordinato di restare a casa.
E’ permesso andare una volta a settimana a fare la spesa, in zona, ma si consiglia soprattutto di fare acquisti online. Impossibile ordinare la spesa ai supermercati, ma praticabile rivolgersi ai negozianti locali, che, essendo indipendenti, hanno bisogno di supporto in questo momento così particolare.
Una mano lava l’altra, il servizio è cordiale e la spesa mi arriva a casa in meno di 24 ore, oppure, ogni sabato mattina, dal contadino del Kent, che non posso più incontrare di persona al mercatino di zona.
A differenza di altri paesi, qui si può anche uscire una volta al giorno, per massimo un’ora, per fare esercizio fisico, cioè camminare, correre o andare in bicicletta. Fortunatamente, queste attività sono ancora consentite nel raggio di uno o due chilometri, una salvezza per chi ha un appartamento piccolo e non ha un giardino.
La mia passeggiata ha luogo ogni giorno, la mattina presto, verso le 7:30. E’ un’ottima routine.
Riesco a dormire abbastanza bene, ma alle 6 mi sveglio, di solito alla fine di un sogno complicato e assurdo, con un po’ di ansia. Invece di restare stesa a guardare il soffitto, mi alzo, mi vesto, faccio colazione ed esco. Non devo preoccuparmi troppo delle distanze sociali di sicurezza, perché non c’è quasi nessuno.
I corridori e i padroni dei cani arrivano verso le 8, ed io, a quell’ora, finisco il giro e torno indietro.
Ho un parco vicino casa, che mi permette di vedere un po’ di natura e di primavera, e anche i grattacieli della City all’orizzonte. Ogni tanto incontro qualcuno che, come me, fa la sua passeggiata solitaria. Ci si saluta, a oltre due metri di distanza, anche se non ci si conosce. Ci si sorride quando le strade divergono e ci si evita cordialmente.
Prima non capitava, ma adesso ci (ri)conosciamo tutti: isolati/insonni/mattinieri, in cerca di normalità.
Il parco è pieno di uccelli e scoiattoli, e, talvolta, nello stagno, si possono vedere le anatre e persino un airone!
Il verde ed il silenzio fanno da sfondo a questa specie di meditazione camminata, inframezzata dal canto dei merli o dal ronzio degli insetti.
A differenza dell’Italia, non è ancora vietato sedere sulle panchine, ma si consiglia di disinfettarle con delle salviette. Però non vedo nessuno farlo. Io evito accuratamente di sedermi e toccare superfici varie.
Giochi per bambini, campetti da basket o tennis e skateparks sono stati chiusi, anche se poi c’è chi scavalca, sconfina, divelle barriere.
Prima della quarantena obbligata, abbiamo avuto settimane di pioggia, tempeste, vento.
Da quando dobbiamo stare a casa, sole fisso, cielo blu, temperature sui venti gradi.
Perciò, questo weekend passato, parecchi hanno infranto le regole, e, invece di camminare, si sono stesi sui prati a prendere la tintarella, portando il pallone, le racchette o le vivande per un picnic.
Così, il comune di Southwark, uno dei più colpiti dal coronavirus, ha deciso di chiudere Brockwell Park, un polmone verde di quasi 51 ettari, perché era stato invaso da 3000 persone, che, invece di sparpagliarsi a distanza di sicurezza, bivaccavano tutti assieme, senza rispettare le norme.
Anche in SE4 non mancano gli indisciplinati.
Ogni mattina, quando arrivo al parco dietro casa, spero ancora di trovare il cancello aperto…

A Londra, scoperto un cimitero della Peste Nera

 © Museum of London

© Museum of London

Per sette secoli, tredici scheletri hanno riposato indisturbati in uno dei punti più frequentati del centro di Londra. Ora, l’equipe di archeologi del Museum of London, impegnati a seguire le imprese edili che lavorano a Crossrail, progetto da 15 miliardi di sterline,  hanno scoperto i corpi sotto Charterhouse Square,  a Farringdon. I resti, erano sepolti in due file ordinate, accanto a frammenti ceramici risalenti alla metà del XIV secolo. Per gli studiosi, la disposizione degli scheletri farebbe risalire le sepolture ad un periodo iniziale della peste nera (1348), prima, cioè, che si trasformasse in una pandemia, costringendo i londinesi all’utilizzo di grandi fosse comuni. Per gli esperti, il ritrovamento è importante, in quanto, se le analisi dovessero confermare gli scheletri come vittime della peste, si potrebbe far luce anche sul morbo, responsabile della morte, tra il 1348 e il 1350, di un quarto della popolazione britannica.
Secondo le cronache del Survey of London (1598), scritte dallo storico John Stow,  in seguito alla peste (The Black Death), 50.000 corpi furono sepolti nella zona di Farringdon, che nel Medioevo era ancora “terra di nessuno”. Anche se il numero delle vittime sembra esagerato, gli esperti confidano di poter trovare molti altri corpi nelle vicinanze di quelli già scoperti. Resti accertati di vittime della peste, erano emersi nel 1980, nei pressi di East Smithfield. Il ritrovamento di Farringdon non costituisce alcun pericolo per la salute pubblica, dato che il batterio della peste si trasmette solo tra organismi viventi e non sopravvive nel terreno. Gli scheletri, non sono i primi ad essere stati scoperti durante gli scavi per Crossrail. Gli archeologi, infatti, hanno già rinvenuto più di 300 scheletri nei pressi della stazione di Liverpool Street, risalenti al XVII o XVIII secolo, e da collegarsi al cimitero dell’ospedale di “Bedlam”.
Gli scheletri di Farringdon, sono stati accuratamente scavati e trasportati al MOLA (Museum of London Archaeology) per i test. Gli scienziati sperano di mappare il DNA del batterio della peste nera ed, eventualmente, contribuire alla discussione riguardo ciò che causò l’epidemia. Circa 75 milioni di persone nel mondo, e fino al 60% della popolazione europea, perirono durante la Morte Nera,  una delle pandemie più devastanti della storia umana.