Un anno di pandemia

Un anno fa, in ritardo di due settimane rispetto all’Italia, il governo britannico decideva per la chiusura, chiedendo alla popolazione di restare a casa (anche se, molti, lo stavano già facendo).
C’erano molta paura e incertezza, non si trovavano le mascherine, il paracetamolo e la carta igienica, il silenzio era costellato di sirene di ambulanze, avevamo un numero di call centre da chiamare in caso di sintomi, ma nulla di più. Le scene in tv erano abbastanza epurate, l’isolamento era piuttosto liberale. Potevamo uscire per fare la spesa e una passeggiata nel parco, mentre in Italia la gente era bloccata sui balconi o in finestra. Nessuno ci ha mai fermato per chiederci l’autocertificazione. All’inizio mettevo una mascherina da muratore, poi una di tessuto. Le mascherine erano pressoché ignorate, in un anno sono rimaste un’appendice, con vaghe raccomandazioni di obbligatorietà su mezzi di trasporto o negozi. Gli slogan del governo erano molto semplici, vagamente infantili, un po’ frasi d’artista. Si è cominciato con Hands. Face. Space. per proseguire con Stay Alert. Control the virus. Save lives. Come se il virus fosse un paracadutista della Seconda Guerra mondiale o un animale da domare. Poi si sono susseguiti errori tattici, comportamenti ignari, tre lockdown, due ondate, numeri da record di vittime e pure una variante da esportare, nonostante la Brexit.
Ed io?
Tra passeggiate nella natura, botanica, spentolamenti in cucina, lezioni online, lavoro virtuale, cassa integrazione, studio, letture, disegno, musei vuoti, strade semideserte, un paio di cene distanziate, un sierologico, quattro antiginenici e due molecolari più tre quarantene e varie peripezie e avversità, mi ritrovo oggi qui, con meno certezze e anche meno energie.
Un anno fa avevo le idee un po’ più chiare, oggi, invece, so di non sapere e, ogni tanto, mi chiedo ancora cosa farò da grande.
Però è arrivata la lettera dell’NHS per fare il vaccino.
In dodici mesi, non si è stati bravi a prevenire e contenere, ma almeno si è riusciti a produrre qualcosa che possa frenare l’irruenza di questa epidemia, e ridare un po’ di speranza, anche se non ne siamo ancora fuori e la terza ondata è già una realtà.

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