L’Arte del Campari, alla Estorick Collection di Londra

The Art of CampariNel panorama culturale londinese, la Estorick Collection of Modern Italian Art si segnala per essere l’unico museo dedicato all’arte italiana del ventesimo secolo, con particolare attenzione al Futurismo. La galleria è stata ufficialmente inaugurata nel 1998 ed è ospitata in un bell’edificio di stile georgiano, nel cuore di Islington.
Nel tempo la Estorick Collection, con il suo giardino e il caffè, è diventata un punto di riferimento per la gente del quartiere. I punti di forza del museo risiedono nella particolarità della collezione permanente e nell’attenzione prestata all’arte italiana moderna in tutti i suoi aspetti: arti visive, architettura e design, fotografia, cinema, ecc.
La Estorick Collection ospita anche una biblioteca d’arte, che annovera oltre 2.000 volumi specializzati in arte italiana del primo Novecento, con molte edizioni rare e libri ormai fuori commercio. Il nucleo principale proviene dalla biblioteca personale di Eric Estorick, donata dagli eredi nel 1994, poi ci sono le acquisizioni fatte dal museo negli ultimi anni.
Il programma della galleria si basa essenzialmente sull’organizzazione di mostre relative alla prima metà del Novecento in Italia, connesse dunque con il periodo storico-culturale di cui fa parte la collezione permanente.
Fino al 16 settembre, è possibile visitare una mostra interamente dedicata al marchio Campari, con opere (manifesti e volantini pubblicitari, etichette, bottiglie, bicchieri, packaging e gadgets) provenienti dalla Galleria Campari di Milano.
L’esposizione si concentra sul periodo che va dai primi del ‘900, alle campagne rivoluzionarie e innovative degli anni Venti fino agli eleganti design degli anni Sessanta e mira a riflettere i mutamenti del gusto e, indirettamente, della società, nell’Italia del XX secolo, grazie ad un prodotto reso celebre in tutto il mondo .
La prima galleria si concentra sugli albori delle campagne pubblicitarie del Campari.
Il bitter era stato prodotto per la prima volta nel 1860, a Novara, e consisteva in una miscela di acqua, alcool, ed estratti botanici. In questo caso, l’estratto di scorza d’arancia. Dal 1904, la bevanda digestiva dall’inconfondibile color rosso carminio, era proposta anche all’estero. Era allora importante promuovere il marchio, assumendo un profilo più dinamico, grazie ai poster pubblicitari.
Nella prima sala della mostra, nella carrellata di manifesti della Belle Époque, spicca quello, famosissimo, di Leonetto Cappiello (1921), in cui lo spirito del Bitter Campari appare come una figura dinamica e brillante, che spicca sullo sfondo nero, mentre saltella fuori dalla scorza di un’arancia, stringendo la bottiglia in mano.
Un poster accattivante, dalla grafica immediata, ideale per per catturare l’attenzione nella vita frenetica della città. Una vita frenetica in cui il bitter divenne l’attributo necessario della pausa elegante e sofisticata.
DePero_CampariNella seconda sala, il dinamismo si fa più accentuato. Sono gli anni del Secondo Futurismo e Fortunato Depero, che aveva scritto il manifesto “Ricostruzione futurista dell’universo” assieme Giacomo Balla, produceva disegni geometrici e suggestivi.  Nelle pubblicità di Depero i personaggi appaiono quasi fumettistici, la grafica non è cosi immediata come negli esempi degli inizi del secolo, ma è sicuramente pionieristica e si rifà all’ideale di “ricostruire l’universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente.”
Campari notò la forza creativa e dirompente del Futurismo e lasciò a Depero carta bianca su come realizzare l’estetica del marchio. La collaborazione diede i suoi frutti, perché, nel 1932, Depero progettava anche la forma conica della bottiglia di Campari Soda, che ha resistito invariata fino ad oggi.
Nel secondo dopoguerra, sopratutto negli anni ’60, i manifesti tornano ad essere un po’ più convenzionali, con la tipica grafica che vede il marchio prominente ed il prodotto in bella vista, aspirazione delle classi borghesi. Ancora una volta, Campari ha identificato le tendenze visive dei suoi tempi, coinvolgendo designer ed artisti per creare qualcosa di iconico. Una parete è completamente ricoperta da versioni diverse del logo Campari – ed è un’opera originale di Bruno Munari.
‘The Art of Campari’ è sicuramente la riprova di come l’azienda abbia saputo mantenere in auge il proprio marchio, abbracciando continuamente le correnti estetiche del momento. Durante il periodo della mostra, la Estorick Collection resterà aperta fino alle 21.00 tutti i giovedì, e si potrà gustare un Campari Gin and Tonic oppure un Negroni nell’Estorick Cafe.

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Londra celebra i 100 anni del voto alle donne

Suffragette

Suffragette protestano ad Essex Hall, Londra

Oggi si celebrano i 100 anni dal Representation of the People Act , una legge che diede alle donne britanniche (solo quelle maggiori di 30 anni e sposate con uomini in possesso di proprietà) il diritto di voto. Questa legge fu un passo significativo per il raggiungimento del suffragio universale. Nel 1928, con l’Equal Franchise Act, le donne nel Regno Unito ricevettero diritti di voto uguali agli uomini, aumentando il numero di elettori femminili eleggibili da 8 milioni a 15 milioni.
Questi importanti risultati si dovettero anche alle campagne delle suffragette, un gruppo di donne, prevalentemente di classe media, che protestavano utilizzando varie forme di dissenso, inizialmente con tattiche pacifiche e manifestazioni  nella legalità. Successivamente, le suffragette più militanti, assunsero un approccio estremo, che includeva scioperi della fame, atti di vandalismo ed attacchi incendiari.
Sebbene sia passato un secolo da quando le donne hanno ottenuto il voto, oggi meno di 1/3 dei parlamentari in Gran Bretagna sono donne, ed oltre il 90% dei direttori esecutivi di Società Pubbliche a responsabilità Limitata (PLC) sono uomini.
Tuttavia, bisogna essere ottimisti. Le parlamentari britanniche raramente si trovano da sole a far valere la propria voce ed un disegno di legge per affrontare la violenza contro le donne è stato appena presentato dal governo in questa sessione parlamentare.
Per commemorare il centenario del voto alle donne, Londra offre una serie di eventi interessanti, tra cui mostre, colloqui, visite guidate.

Al Museum of London una mostra racconta le storie delle donne che presero parte al movimento per il voto, e che lottarono instancabilmente per oltre 50 anni. Votes for Women, in programma fino al 6 gennaio 2019, presenta alcuni oggetti iconici delle suffragette e anche un documentario commissionato per l’occasione.

A Westminster Hall,  tra il 27 giugno e il 6 ottobre 2018, una mostra interattiva racconterà la campagna per il voto e la rappresentazione delle donne nella camera dei Comuni e la camera dei Lord.

Bisogna anche ricordare l’esistenza dell’East London Federation of the Suffragette, un gruppo radicale che si era separato dal WSPU nel 1914 e combatteva per i diritti delle donne durante la prima guerra mondiale. La sala delle donne a Ford Road (Bow) fu il loro quartier generale fino al 1924 e comprendeva un centro sociale femminile.
Grazie all’East End Women Museum, in collaborazione con la biblioteca e gli archivi della storia locale di Tower Hamlets, The Women’s Hall Project esplorerà le  storie di  alcune suffragette meno conosciute, attraverso due grandi mostre, una serie di eventi, e un progetto di fotografia partecipativa.

Potete restare aggiornati su Twitter utilizzando l’hashtag  #Vote100

Ceramiche satiriche tra Sette e Ottocento, in mostra a Londra

Tazza in terracotta color crema, Staffordshire 1803

Tazza in terracotta color crema, Staffordshire 1803
(The British Museum, 1988,0502.1).

Nell’Inghilterra della seconda metà del XVIII secolo, la stampa satirica conobbe la sua epoca d’oro,  grazie alla carica innovativa di artisti come James Gillray, Georges Cruikshank e Thomas Rowlandson. La fruizione di massa di vignette e caricature fu un fenomeno reso possibile, da un lato, dall’apertura culturale e dal dinamismo sociale dell’epoca, dall’altro, grazie alla libertà di espressione e ad una struttura democratica, che consentiva agli artisti di firmare le loro immagini e di indirizzare i messaggi polemici contro il governo e perfino contro la corona. L’ingegno degli artisti britannici era tanto pungente ed oltraggioso quanto quello dei fumettisti di satira moderni e questo lasciava letteralmente sbalorditi i visitatori stranieri. Proprio nello stesso periodo, la satira si spostò dalla carta alla ceramica, raggiungendo un pubblico ancora più vasto. Se le stampe circolavano per lo più nei salotti, le stesse immagini, trasferite su tazze e brocche di poco costo, permettevano alla satira e alla propaganda politica di arrivare nelle taverne e nelle locande, alimentando così il dibattito tra le classi popolari.
In questi giorni, una piccola mostra gratuita al British Museum, prende in esame recipienti ceramici realizzati tra i regni di Giorgio III e Giorgio IV. La maggior parte di queste terraglie, prodotte in serie, venivano stampate mediante piastre di rame incise, che riportavano le immagini in scala, secondo le dimensioni dei vasi.
La decorazione a stampa poteva avvenire in due modi: applicando un disegno di colore blu sopra la superficie ceramica, prima della smaltatura (underglaze, sotto smalto o sotto coperta), oppure trasferendo la stampa direttamente sulla superficie invetriata (overglaze, sopra smalto o sopra coperta). Gli esempi in mostra comprendono alcuni esemplari eseguiti con il primo metodo, ed una larga parte che impiega il secondo. Parecchi furono prodotti nello Staffordshire, nella fabbrica di Josiah Spode. Queste manifatture in creamware (una terracotta color crema) o pearlware (una fine terracotta dallo smalto bluastro), dovevano porsi come concorrenti più economici delle costose porcellane francesi o delle più ricercate ceramiche di Wedgwood, e raccontare efficacemente eventi politici, passioni e pregiudizi dell’Inghilterra georgiana.
Mentre la vita nel continente europeo appariva sempre più precaria e turbolenta, le immagini delle ceramiche inglesi davano voce a timori ed inquietudini: dalle paure miste a speranze per la rivoluzione del 1789, allo shock per l’esecuzione del re Luigi XVI nel 1793, fino alla feroce propaganda anti-francese, con il rovesciamento e la deformazione fisica di Napoleone, rappresentato di volta in volta come una scimmietta, un nano, un ossuto Boney, spesso in contrapposizione all’inglese John Bull, personificazione tozza e conservatrice della Gran Bretagna. Le ceramiche raccontano anche gli eccessi della società georgiana, tra abuso di bevande alcoliche, mode eccentriche, scandali e gioco d’azzardo; si passa dalla rivalità leggendaria tra Daniel Mendoza e Richard Humphries, che si disputarono tre incontri di boxe, tra il 1788 e il 1790, all’esortazione morale di un piatto di terracotta, che, nel 1800, invitava le donne a mantenersi all’interno di un compasso ideale, simbolo massonico, ma anche emblema di virtù, moderazione ed autocontrollo, necessari per evitare rovine finanziarie, scandali, decadenza morale ed il carcere.
La mostra londinese include 80 oggetti, principalmente manufatti in ceramica, ma anche un fazzoletto con la rappresentazione del “Massacro di Peterloo” (1819) ed un ventaglio con i profili nascosti dei sovrani giustiziati durante la Rivoluzione Francese (1794). Alcuni imprenditori  stamparono ceramiche anche per promuovere l’abolizione del commercio transatlantico degli schiavi, mentre altri produssero materiali per il mercato americano durante periodi di tensione dovuti alla Guerra di Indipendenza.
Insomma, i soggetti per le illustrazioni su ceramica potevano spaziare dalla satira su un certo comportamento sociale fino alla sofisticata allegoria su questioni politiche del giorno. ‘Pots with attitude: British satires on ceramics 1760–1830’ resterà aperta fino all’11 marzo  e fa parte di un progetto finanziato dal Monument Trust.

A Londra la retrospettiva su Modigliani

modigliani-nude-1917Era il 1906, quando Amedeo Modigliani lasciò Livorno per stabilirsi a Parigi, dove poté fare suoi gli insegnamenti di Cezanne e Gauguin, studiare da vicino gli enigmatici esempi d’arte primitiva e venire a contatto con le diverse personalità che animavano il panorama artistico di quel momento, come Picasso e Constantin Brancusi. Alla Tate Modern, fino al 2 aprile, un’ampia retrospettiva mette in risalto la parabola artistica di Modigliani, sottolineando come gli incontri e le relazioni intrecciate a Parigi, furono determinanti per lo sviluppo dello stile unico ed inconfondibile del pittore. L’artista livornese perseguì con una frenesia assoluta la propria personale poetica, in maniera libera da vincoli ed estranea a qualsiasi movimento artistico.
Per un breve, ma intenso periodo, tra il 1911 e il 1913, Modigliani si concentrò quasi esclusivamente sulla scultura.
Le teste esposte alla Tate Modern facevano parte di un gruppo di sette, che fu incluso in un’importante mostra annuale d’arte, il Salon d’Automne, tenutosi tra l’ottobre e il novembre del 1912. Questa fu l’unica mostra di scultura a cui Modigliani prese parte nella sua vita. Infatti, nel 1913, dovette abbandonare questa tecnica sia per motivi economici che per l’aggravarsi delle sue condizioni fisiche. Vittima degli affronti di una salute da sempre cagionevole, minato dalla tubercolosi, l’artista dissipò la sua breve vita tra donne, alcool, droghe e stenti, senza mai raggiungere la consacrazione definitiva a cui aspirava.
Se infatti Modigliani è ora riconosciuto come uno dei più famosi artisti del ventesimo secolo, pochissimi dei suoi contemporanei seppero indovinare la grandezza del suo genio.
La sua vita turbolenta da bohemien conobbe solo brevi parentesi di serenità, rese possibili dall’aiuto incondizionato offertogli dai mercanti Paul GuillaumeLeopold Zborowski, e dall’amore della giovane artista Jeanne Hébuterne, la quale morì suicida due giorni dopo la prematura scomparsa del suo compagno.
La mostra di Londra vuole confermare al largo pubblico la grandezza della figura di Modigliani agli albori del Modernismo. L’arte di Modì si ispirava ad un’ampia varietà di spunti, dalla tradizione figurativa Europea alle ieratiche forme dell’arte egizia fino ad approdare agli elementi caratteristici dell’arte greca ed africana. L’artista restrinse il campo della sua azione ai temi tradizionali della ritrattistica e del nudo, ed inventò un linguaggio visivo unico e risconoscibile, allo stesso tempo seduttivo e controllato. Figura nota nella stretta comunità artistica di Montparnasse, Modigliani strinse amicizia con artisti, poeti, attori, musicisti e scrittori, catturandone le personalità sulla tela.
Grazie al supporto del mercante d’arte Léopold Zborowski, nel 1916 Modigliani tornò a concentrarsi anche sul nudo femminile. I suoi nudi scioccavano ed offendevano l’opinione pubblica e, nel 1917, alcuni di essi furono rimossi dalla personale dell’artista, per motivi di indecenza.
La mostra londinese richiama l’attenzione sul fascino che la forma e la fisionomia umane seppero esercitare su Modigliani. In mostra si possono ammirare diversi ritratti, sia quelli degli artisti e conoscenti di Montparnasse, sia quelli di anonimi contadini e giovani operai, dipinti tra il 1918 e il 1919, durante quel soggiorno nel Sud della Francia che avrebbe dovuto ridare a Modì un poco della salute ormai compromessa. Tornato a Parigi, Modigliani, assieme alla compagna, Jeanne Hébuterne, si sistemò in uno studio a rue de la Grand Chaumière, vicino ai caffè ed ai luoghi di ritrovo di Montparnasse.
I visitatori possono immergersi in una ricreazione virtuale di questo atelier, così come sarebbe apparso quando il pittore vi viveva e lavorava.
I ritratti realizzati negli ultimi anni di vita del pittore, che si spegnerà nel 1920, sono quelli dagli inconfondibili ovali disegnati su lunghi colli, appena animati dalle forme oblique degli occhi e sigillati da piccole bocche chiuse. E poi ci sono i famosi nudi, sensuali e audaci, tradizionali e originali, finalmente moderni. Quelli in mostra, 12 in tutto, sono il più grande gruppo mai riunito in una mostra nel Regno Unito.

Alla scoperta della Londra Romana

RomanLondonLa nostra conoscenza della Londra romana, deve moltissimo prima al lavoro di storici ed antiquari dell’ottocento, poi all’infaticabile operato degli archeologi, che, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, sono intervenuti in numerosissimi siti della città, portando alla luce manufatti e strutture che dimostrarono la sopravvivenza di vaste parti di Londinium, a circa sette od otto metri sotto le moderne strade della City. La figura più importante del XIX secolo fu Charles Roach Smith, antiquario, numismatico ed archeologo, che per vivere svolgeva l’attività di chimico. In anni molto frenetici per l’edilizia della City di Londra, dalla costruzione del Royal Exchange a quella del London Bridge, passando per la demolizione di vecchi edifici e case fatiscenti, Roach Smith riuscì ad essere molto presente, ritrovando ed acquistando notevoli antichità romane. Negli stessi anni, la City Corporation stava diventando sempre più interessata a mostrare artefatti relativi alla storia di Londra. Nel 1826 fu istituito il Guildhall Museum, precursore del moderno Museum of London. Roach Smith divenne una vera autorità su Londinium e svolse la prima vera campagna di indagini archeologiche in Gran Bretagna, ipotizzando l’esistenza di un ponte romano sul Tamigi e fornendo delle preziose illustrazioni, rimaste pressoché insuperate per almeno mezzo secolo. Roach Smith pubblicò anche un fortunato volume, nel 1854, dal titolo: “Catalogue of the Museum of London Antiquities”.
Fino al 5 gennaio 2018, una piccola, ma esaustiva mostra alla Guidhall Library, esamina l’operato dei primi pionieri dell’archeologia romana e la scoperta di Londinium tra il Grande Incendio e la Prima Guerra Mondiale. La mostra si avvale di elementi d’archivio e straordinarie illustrazioni del XIX secolo, provenienti dalle collezioni della biblioteca, e di manufatti archeologici in prestito dal Museum of London.

Poco lontano dalla Guildhall, nei pressi di Cannon Street, è stato finalmente completato il quartier generale europeo di Bloomberg, in un suggestivo edificio, progettato da Norman Foster. Al suo interno, si trova il London Mithraeum, uno speciale spazio espositivo, gratuito (ma esclusivamente su prenotazione), in cui sono preservati, sette metri al di sotto del livello stradale, i resti del tempio di Mitra, una struttura di età imperiale, rinvenuta nel 1954. Il London Mithraeum, che ha aperto al pubblico il 14 novembre scorso, presenta anche un’interessante selezione di reperti rinvenuti negli scavi (2013) che precedettero la costruzione del moderno edificio, in uno dei più importanti siti di epoca romana nel Regno Unito, indicato dagli studiosi come la Pompei del Nord.

Martin Lutero e i 500 anni della Riforma protestante

Martin-LutherIl 2017 segna i 500 anni da un gesto che rappresentò l’inizio della Riforma in Europa, segnata da duri anni di conflitto tra le fazioni cattoliche e protestanti.
Il XVI secolo fu un momento di grande fermento intellettuale durante il quale, grazie all’umanesimo e all’invenzione della stampa, in Europa vi fu una grande produzione e diffusione di testi, sia in latino che in volgare. Questo permise con facilità la trasmissione del sapere e delle idee, specialmente tra le nuove classi medie.  Il 31 ottobre 1517, il monaco tedesco Martin Lutero, professore di teologia, affisse 95 tesi in latino sul portale della chiesa del castello di Wittenberg, con l’invito a discutere pubblicamente il valore e l’utilità delle pene e delle indulgenze. Nella città universitaria dove Lutero insegnava, le porte delle chiese erano considerate alla stregua di una bacheca, dove studenti e professori affiggevano annunci in vista di una pubblica assemblea. Quella che, per il monaco agostiniano, era semplice prassi accademica, finì invece per tramutarsi in un gesto rivoluzionario, di rottura. Infatti, alcune delle tesi, sfidavano apertamente la dottrina ed il potere della Chiesa cattolica romana, criticando la vendita delle indulgenze ed il ruolo del Papa, mentre altre, ponevano l’accento sul rapporto tra i fedeli e Dio.
Lutero aveva intuito il potere della stampa, un’invenzione relativamente nuova. Con i suoi opuscoli, seppe diffondere una nuova interpretazione del cristianesimo e creare un movimento per chiedere riforme.
Inoltre, i testi erano scritti in tedesco volgare, invece che in latino, così erano accessibili alle masse e trovarono molti aderenti, anche fuori dalla Germania. Tuttavia, la speranza iniziale di Lutero di poter vedere riformata la Chiesa romana, svanì in fretta, e così la rottura con il Papa fu definitiva. Lutero, volle che le Scritture fossero a disposizione di tutte le persone in una lingua che potessero comprendere e propose una Bibbia in volgare, modellata sul testo greco che era stato pubblicato da Erasmo da Rotterdam.
William_TyndaleIspirato a queste nuove idee, il sacerdote e studioso inglese William Tyndale decise di tradurre il Nuovo Testamento in volgare. Tyndale aveva studiato ad Oxford e Cambridge ed era molto versato nelle lingue. Infatti, parlava correntemente francese, italiano, tedesco, spagnolo, ma anche le lingue morte come greco e latino, nonché l’ebraico. Per Tyndale era molto importante la fede personale, cioè  il rapporto tra il fedele e Dio non mediato dalla Chiesa. E per questo, era fondamentale che la Bibbia fosse tradotta in una lingua accessibile a tutti. Ovviamente, questo era proibito, sia dalla diocesi che dalla Corona inglese, poiché tutti i testi ecclesiastici, e, specialmente la Bibbia, dovevano essere rigorosamente in latino. Infatti, l’arcivescovo di Londra, si rifiutò di autorizzare ufficialmente Tyndale a procedere con la traduzione. Allora lo studioso si trasferì in Germania e, dopo molte vicissitudini, nel 1526, pubblicò a Worms la prima traduzione in inglese del Nuovo Testamento. Il libro fu stampato in tremila esemplari ed introdotto in Inghilterra di contrabbando. L’arcivescovo di Londra, però, riuscì ad intercettare le copie, e ne fece pubblico falò davanti alla Cattedrale di St. Paul.
Fortunatamente, tre stampe di questo piccolo volume, sono sopravvissute fino a noi.
A causa del suo gesto rivoluzionario, Tyndale fu accusato di eresia e pagò con la vita, finendo sul rogo nel 1535. Il suo lavoro ebbe una grande influenza sugli altri riformatori e traduttori biblici, che ne adottarono lessico, locuzioni e stile.
Per celebrare i 500 anni della Riforma protestante, questa settimana, St Paul’s Cathedral ha esposto la sua copia della bibbia di Tyndale, il libro più pericoloso dell’Inghilterra Tudor. Sono andata a vederla in occasione dell’ottima conferenza tenutasi martedì scorso all’interno della cattedrale, con il giornalista della BBC Melvyn Bragg e la teologa Jane Williams.
Bibbia di Tyndale
Questo fine settimana, invece, ci saranno ancora due aperture serali straordinarie, per ammirare il libro, ascoltare musica e partecipare a colloqui ed attività.
Inoltre, due piccole mostre, rispettivamente al British Museum e alla National Portrait Gallery, raccontano per immagini la portata dirompente delle tesi di Lutero e della Riforma in Inghilterra, tramite stampe, incisioni e dipinti.

Il curioso collezionismo di Sir Thomas Browne

Thomas Browne era nato a Londra il 19 ottobre del 1605, nella parrocchia di St Michael a Cheapside. Dopo aver studiato ad Oxford, Padova, Montpellier e Leiden, si era laureato in medicina ed aveva fatto ritorno in Inghilterra. Nel 1637 si trasferì a Norwich, dove praticò come medico fino alla sua morte, avvenuta nel giorno del suo settantasettesimo compleanno, nel 1682.
Browne non fu solo uno stimato medico nella seconda città del Regno, ma un fertile autore ed uno studioso dalla curiosità insaziabile. L’educazione europea a cui era stato esposto, lo aveva avvicinato alle teorie più nuove nella pratica medica, e lo aveva formato all’anatomia e alla dissezione. Il suo primo lavoro, Religio Medici (stampato nel 1642, ma scritto nel 1635), divenne praticamente un best-seller dell’epoca e fu tradotto in un gran numero di lingue, anche in italiano. Lo si può considerare una forma di autobiografia spirituale, in cui lo scetticismo dell’uomo di scienza convive con la fede personale, così che il medico viene scagionato dall’accusa di eresia ed i valori protestanti sono difesi, a ricomporre fragilmente quella che sembra ormai l’insanabile frattura tra scienza e religione, in un momento storico in cui correnti settarie dividevano le coscienze. Per i suoi contenuti, l’opera finì nell’elenco papale dei libri proibiti.

In uno studio successivo, Pseudodoxia Epidemica (pubblicato nel 1646 e poi ripubblicato in cinque nuove versioni), Browne passò in rassegna gli “errori volgari”, cioè tutte le astruse credenze popolari circolate fino ad allora sul mondo naturale.
Browne esamina sistematicamente tutti i fatti e le curiosità sul mondo naturale, sulla storia e sulla religione, che erano stati traslati dalla saggezza popolare alle eminenti pubblicazioni scientifiche. Browne, homo novus, amante della libertà di pensiero, si affida a due strumenti: la ragione e l’esperimento. Deduzione o induzione lo guidano nell’opera di smantellamento di sciocche o buffe teorie, come quella che vede l’utilizzo di un martin pescatore morto, appeso ad una corda, quale mezzo per indicare la direzione del vento.
Lo studioso non mancò di interessarsi quasi ossessivamente alla natura, tanto che nell’opera The Garden of Cyrus (1658), arrivò a formulare un ordine ideale, un’idea platonica delle forme, secondo la disposizione a Quinconce, cioè delle cinque unità raffigurate nei dadi o nella monetazione degli antichi romani o ancora nel misticismo pitagorico.
Thomas Browne è probabilmente l’unico, dopo Shakespeare, tra gli autori del XVII secolo, citati dall’Oxford English Dictionary, ad aver coniato tantissime parole insolite.
Browne fu un autore versatile, che nel parlare tanto di scienza quanto di religione, seppe esprimere concetti affascinanti, mediante un vocabolario infarcito di neologismi latini e greci.
Erudito, divertente, mai pedante, a lui si deve la creazione di parole o aggettivi ormai entrati nell’uso comune, tra cui: ambidextrous, anomalous, ascetic, coma, electricity, ferocious, medical e… migrant.
Fino al primo dicembre, si può conoscere meglio questo interessante scienziato, grazie ad una piccola, ma esaustiva mostra, allestita al Royal College of Physicians di Londra. Assieme alle edizioni delle opere di Browne, le teche raccolgono oggetti curiosi, un erbario ed altri materiali, tra cui lettere e quaderni manoscritti, che gettano luce sui diversi interessi del medico inglese e provano a ricostruire quella camera delle meraviglie, che era ospitata nella casa di Norwich. Una casa ed un giardino, che lo scrittore e diarista John Evelyn non esitò a descrivere come “un vero paradiso”, e che fu oggetto di visita anche da parte del re Charles II.
Oltre alla mostra londinese, che si inserisce in un progetto più grande, a cura della Queen Mary University, che mira all’edizione integrale delle opere di Thomas Browne, speciali celebrazioni si terranno a Norwich, domani, giorno di nascita e morte dello scienziato. Lo scopo è quello di raccontare la vita e le opere di uno studioso che fu sempre mosso dalla curiosità e dal desiderio di conoscere e comprendere il mondo che lo circondava, e che seppe rompere le barriere della comunicazione, trasmettendo, a chi lo circondava, le sue scoperte, in una lingua comprensibile a tutti.