L’arte come esperienza. La mostra londinese su Lee Krasner.

LeeKrasner_BarbicanArtGalleryLa casa al mare che i miei affittarono per quasi un ventennio, era corredata da qualche relitto del passato, tra cui: una vecchia lavatrice, un tavolo da giardino sgangherato e una lampada cilindrica, di carta spessa, dipinta ad olio, in stile astratto, probabilmente realizzata negli anni ’50 e coeva all’abitazione.
La sera si accendeva, sotto un arco a muro, ed emanava una luce soffusa, frustata e punteggiata da macchie e spruzzi di colore nero, rosso e blu.
Questa lampada, era rimasta sepolta nella mia memoria di bambina, ma si è affacciata alla mia mente oggi, mentre visitavo la retrospettiva di Lee Krasner al Barbican. Oltre alle sgocciolature della lampada, mi sono venuti in mente anche gli astrattismi multicolori di materiali organici e non, della serie “Storie al Microscopio”, riprodotta a colori sgargianti sui pacchetti di cerini Minerva, quelli che comprava mio papà, sempre all’epoca della casa al mare.
Queste associazioni, molto profane, di ricordi lontani e arredamenti mid-century, sono riemerse mentre mi aggiravo nella galleria brutalista del Barbican. Fuori luogo, forse, ma la loro comparsa improvvisa è stata un’emozione viva, pulsante, reale.
LeeKrasnerI dipinti di Krasner sono schermi dinamici che affascinano e respingono, impulsivi ed esplosivi, astratti e organici. Possono essere infinitesimali ricami di strati di olio sulla tela, ritratti enigmatici, corpi cubisti, lacerti di colla e carta, infiorescenze di carne e sangue, brandelli di terra e neve gettati su una tela nelle notti insonni. Astrazioni autobiografiche, che raccontano di fughe, tempeste, plessi solari bloccati, rabbia, ma anche di ritmo, gioco, leggerezza, rinascita, liberazione.
Un’esistenza passata a rivendicare il diritto ad essere se stessa, al di là del sesso, della religione, dello stile e della pesante eredità di essere considerata, almeno per un periodo, semplicemente la signora Pollock.

 

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La mostra di Olafur Eliasson a Londra

olafur_eliasson_stardustEra la fine di settembre 2003 quando approdai a Londra per rimanerci in pianta stabile (non avevo idea se si trattasse di un trimestre o più a lungo, certo non immaginavo tutti questi anni). Avevo un’idea astratta dell’autunno londinese, me lo immaginavo tutta nebbia e umidità.
Invece, mi ritrovai a vivere una stagione dorata, graziata dalle giornate di sole dell’Indian Summer e dalle bellissime cromie delle foglie, in procinto di cadere.
Era l’inverno che non conoscevo ancora, con le sue albe ritardatarie, la luce elettrica alle 8 di mattina, il buio che ti piombava addosso alle 16, le occasionali spolverate di neve, il vento gelido.
Fu proprio in quel primissimo inverno, davvero grigio, che un sole artificioso e artificiale rischiarò il mio tempo libero.
Alla Tate Modern, nella Turbine Hall, l’artista Olafur Eliasson aveva installato The Weather Project. Il concetto era semplice: un semicerchio di luce, riflesso in uno specchio, e un po’ di foschia per ammorbidire lo spazio.
La sala si trasformava in un palcoscenico, dove la gente si fermava a guardare, si sdraiava sul pavimento, si metteva a fare yoga. Era solo uno specchio e un semicerchio di luce, ma per noi quello era un sole, un disco di luce amica, perennemente al tramonto, che rischiarava le nostre giornate buie.
L’installazione non è mai più stata ripetuta, sembra che i materiali giacciano in varie scatole, nella cantina dell’artista danese-islandese, che, nel frattempo, ha creato altre situazioni, installato altre meraviglie.
Olafur Eliasson Ice Watch 2018La più recente, proprio lo scorso autunno, si intitolava Ice Watch.
Eliasson, in collaborazione con il geologo Minik Rosing, aveva estratto 30 blocchi di ghiaccio dalla Groenlandia e li aveva piazzati in vari spazi pubblici, da Copenhagen a Parigi, fino a Londra (alcuni davanti alla Tate Modern, altri di fronte al quartier generale di Bloomberg, nella City), per lasciarli sciogliere e sottolineare così la necessità urgente di agire contro i cambiamenti climatici.
Ora, le affascinanti installazioni di Olafur Eliasson sono protagoniste di una retrospettiva alla Tate Modern. Di queste opere, solo una era stata già presentata nel Regno Unito (Room for One Colour), le altre, invece, sono inedite e introducono i visitatori alla riproduzione di fenomeni naturali oppure utilizzano riflessi e ombre per alterare la percezione e la relazione con lo spazio.

In Real Life è una mostra immersiva, piena di meraviglie: piove con il sole, una candela brucia da ambo i lati, una macchina produce ombre, una parete è interamente coperta di muschio, l’arcobaleno nasce in una stanza, si può entrare in un caleidoscopio, assistere alle danze eteree di un ectoplasma.
olafur eliasson studioLa mostra inizia e termina con i progetti e le diverse attività in cui Eliasson è impegnato, dallo studio di forme naturali, alle imprese sociali e ai progetti con rifugiati, fino alle idee più innovative in architettura e le indagini concettuali su un’esperienza quotidiana come quella di preparare il cibo.
Al piano terra della Turbine Hall ci si diverte a costruire città immaginarie, fatte di lego bianco, mentre, fuori dalla Tate, una cascata d’acqua sgorga chiassosa da una struttura metallica di 11 metri (Waterfall-2019).
Quella di Eliasson è una visione teatrale ed estraniante del mondo, di cui tutti facciamo parte e condividiamo le sorti.

Piccoli miracoli da gustare, come un sole straordinario, nel buio opprimente dell’inverno.

A Londra, The Moon: una mostra interamente dedicata alla Luna

The Moon exhibitionThe Moon è una mostra speciale, inaugurata proprio nel cinquantesimo anniversario della missione di Apollo 11, che esplora, in quattro sezioni distinte, le relazioni dell’umanità con la Luna, il corpo celeste più vicino alla Terra.
Il nostro satellite è rappresentato sia artisticamente che scientificamente. Si va da strumenti di navigazione, visioni mistiche, calendari, trattati di medicina, amuleti ed interpretazioni poetiche di artisti e scrittori, all’osservazione diretta della luna, grazie all’invenzione del telescopio, con disegni scientifici, pubblicazioni, mappe, dagherrotipi, fotografie.
Il documento più antico in mostra è una tavoletta cuneiforme, in prestito dal British Museum, risalente ad oltre 2000 anni fa. Si citano le varie fasi lunari ed un’eclissi, considerata foriera di presagi oscuri. La Luna è una divinità, per i Greci, i Romani, gli Egizi, i Celti e molte altre antiche civiltà. Triforme, governa le maree, regola l’agricoltura, il tempo, gli umori, simboleggiando la rinascita.
Il 1609 è un anno importante per la storia della Luna.
A luglio, in Inghilterra, Thomas Harriot realizza il suo primo disegno lunare, usando un tubo ottico.
In Italia, probabilmente nelle stesse settimane, Galileo Galilei, grazie ad un telescopio più potente, traccia cinque disegni, abbastanza precisi, osservando la luna in varie fasi. Questi disegni andranno a corredare il suo libro, Sidereus Nuncius, destinato ad avere un successo internazionale.
All’inizio del XVII secolo, si credeva che i pianeti, inclusa la Luna, fossero sfere perfette e immutabili, che ruotavano intorno alla Terra. Tuttavia, le osservazioni telescopiche suggerivano contrario.
Galileo si spinse oltre e scoprì che Giove aveva quattro satelliti. Questo lo indusse a pensare ad un sistema centrato sul sole, in cui la Terra si comportasse tale e quale ad altri pianeti.
La Luna presentava al telescopio caratteristiche molto simili alla Terra, ad esempio montagne e crateri, ma anche zone oscure, che gli astronomi interpretarono come mari e laghi.
Nel 1651, il gesuita italiano Giovan Battista Riccioli pubblicava l’opera Almagestum Novum. La nomenclatura lunare esposta da Riccioli è utilizzata ancora oggi. A lui si devono i nomi emotivi dei mari o quelli di uomini illustri per i crateri.
JosephBanks ritratto da John RussellOltre un secolo dopo, a metà tra arte e scienza, si situano invece gli importanti lavori di John Russell, un pastellista inglese del diciottesimo secolo. Di giorno, Russell realizzava i ritratti della società alla moda, tra cui quello, in mostra, di Joseph Banks. Qui, il presidente della Royal Society, è ritratto di tre quarti, con in mano uno dei pastelli lunari di Russell. Banks credeva che fosse necessario un “occhio d’artista” come quello di Russell per comprendere meglio la Luna, al di là di quello che si percepiva al telescopio. Per oltre un ventennio, Russell fece le ore piccole a disegnare la Luna e, da queste notti insonni e febbrili, scaturì un gruppo di meravigliosi “ritratti” lunari. Inoltre Russell creò una una mappa lunare sferica, che chiamò Selenographia. Questo globo lunare è anch’esso in mostra ed è un affascinante manufatto illuminista, atto a riprodurre le librazioni, o movimenti, della Luna rispetto alla Terra.
Poco più di un cinquantennio dopo, in epoca vittoriana, dagherrotipi e fotografie permisero di meglio immortalare il satellite, in tutti i suoi aspetti. Nel mondo si diffusero atlanti e mappe lunari molto accurati.
lunaCon la nascita del cinema, il sogno di andare sulla luna, prese forma. Dal viaggio romantico dei fratelli Lumiere (Le Voyage dans la Lune), alla missione futuristica di Fritz Lang (Frau im Mond) l’immaginario collettivo si nutrì delle visioni accurate e antesignane di Stanley Kubrick, avvicinandosi ad una vera e propria estetica spaziale. L’uscita di 2001: Odissea nello Spazio precedette di un anno l’allunaggio dell’Apollo 11. Il regista aveva studiato da vicino la meccanica e la fisica del volo spaziale e la stazione ruota del film si era ispirata proprio ai primi progetti aerospaziali dell’ingegnere NASA Wernher von Braun.
La mostra prosegue con una sezione tutta dedicata a documenti e manufatti del programma spaziale Apollo in prestito dallo Smithsonian National Air and Space Museum di Washington DC.
Sebbene l’ultima missione NASA corrisponda al 1972 (Apollo 17), l’era delle esplorazioni lunari non è finita. India e Cina ora puntano alla Luna, gli USA la vogliono utilizzare come trampolino di lancio per arrivare fino a Marte, Foster + Partners hanno progettato per European Space Agency una base lunare, studiando l’uso della regolite come materia da costruzione. Il modulo può ospitare quattro persone, ed è in grado di offrire protezione da meteoriti, radiazioni gamma e fluttuazioni di temperatura.

A Londra, una mostra per i 500 anni dalla nascita di Thomas Gresham

Una mostra alla Guildhall Library celebra la vita del finanziere elisabettiano Sir Thomas Gresham.

Gresham è probabilmente il più noto di tutti i mercanti e finanzieri inglesi del XVI secolo. Era stato il consigliere finanziario di quattro monarchi Tudor (senza perdere la testa!), era divenuto molto ricco, contribuendo a fare di Londra un grande centro finanziario internazionale, e aveva importato da Anversa l’idea di una borsa, fondando così il Royal Exchange.

Nato nel 1519, Thomas Gresham fu ammesso a 24 anni come socio della Worshipful Company of Mercers ovvero la gilda dei mercanti di stoffe. Quasi subito, nel 1543,  andò ad Anversa per fare fortuna. Anversa era una città popolosa e cosmopolita ed il commercio di tessuti tra Londra e questa città delle Fiandre era davvero importante, dato che la capitale inglese dipendeva in modo cruciale dall’Europa continentale per la sua capacità di resilienza economica. Un ritratto del 1544, forse eseguito in occasione delle nozze con Anne Fernley, e oggi nella collezione della Mercers Company, ce lo mostra a figura intera, vestito di nero, con materiali costosi. L’orgoglio del giovane mercante non deriva dalla nobiltà di sangue, ma da una individualità derivatagli dalla sua attività professionale che lo portava a scambiare e relazionarsi, investendo nelle relazioni.
Ritroviamo l’intraprendente agente finanziario dei monarchi inglesi nel bel dipinto eseguito da Antonis Mor van Dashorst, tra il 1565 e il 1570.
L’importante posizione sociale di Thomas Gresham gli permise di essere ritratto dal noto pittore, che fu anche artista alla corte di Filippo II. Dashorst dipinge il mercante, ormai cinquantenne, come uomo dallo sguardo riservato, ma risoluto. A fare da pendant c’era anche il ritratto della moglie di Gresham. Entrambi i dipinti sono oggi al Rijksmuseum di Amsterdam.
Nel 1565 Gresham propose alle Corporazioni di Londra, la costruzione a proprie spese di borsa, sul modello di quella esistente ad Anversa, per la trattazione dei commerci. Il Royal Exchange venne ufficialmente inaugurato nel 1571 dalla regina Elisabetta I che gli ha conferì il titolo reale e la licenza per vendere alcolici e beni di valore.
Alla sua morte, nel 1579, Thomas Gresham, non avendo eredi diretti (il suo unico figlio era deceduto per una ‘febbre’ a soli 19 anni), aveva lasciato i suoi soldi per la creazione del Gresham College, che anche oggi offre un’ampia gamma di eccellenti conferenze gratuite.
Il Gresham College venne fondato nel 1597 nell’ex residenza di Sir Thomas a Bishopsgate. Nel 1991 il College si trasferì alla Barnard’s Inn Hall, una sala del XIV secolo situata vicino a Chancery Lane.Oggi il Collegio sostiene il suo principio fondativo, di mantenere i più alti standard accademici possibili per tutti i professori.
Gresham CollegeMeno conosciuta del collegio, è la sua biblioteca, ora ospitata nella Guildhall Library. I principali tesori bibliografici coprono un periodo che va dal XV al XIX secolo. Le collezioni sono composte da due parti; una di opere varie (principalmente racconti di viaggi); e una di musica (partiture, parti, eccetera).Le opere in mostra includono la quarta edizione delle opere di Shakespeare, stampata nel 1685, una serie di libri di viaggio dal Cile alla Cina, libri e manoscritti del filosofo naturale, architetto ed esperto universale Robert Hooke (professore di geometria del Gresham College) e un libro autografo con le composizioni soliste di Henry Purcell.

‘Sir Thomas Gresham: Tudor, Trader, Shipper, Spy’ rimarrà aperta fino alla metà di settembre. Ingresso gratuito.

Beyond Oceania: esperimento di scrittura creativa

TupaiaDiario di Bordo del Capitano:

3 giugno 1769

”Questo giorno si è rivelato favorevole al nostro scopo, come volevamo, non una nube è stata vista in tutto il giorno e l’aria era perfettamente limpida, così abbiamo avuto tutti i vantaggi che potevamo desiderare…”

Sedeva in riva al mare, il ‘tatau’ fresco gli bruciava la spalla e la testa era pesante a causa del gin del capitano. Ne aveva trangugiato un bel po’ per stordirsi dal dolore, mentre la punta d’osso, intrisa di pigmento, gli penetrava le carni. Gli indigeni andavano fieri dei loro tatuaggi. chief mournerErano segno di emancipazione, perseveranza e risoluzione nell’affrontare le sofferenze.
Aveva accettato di farsi marcare la pelle candida, poiché nessun uomo maturo e rispettabile nel villaggio appariva sprovvisto di ornamenti indelebili. Ce ne erano di ogni tipo: navigli, denti di squali, mezzelune, cerchi, punte di lance, animali stilizzati, linee frastagliate come onde del mare. Ogni colpo appuntito affondava nei tessuti un colore denso fatto di olio bruciato, che si mescolava al sangue vivo. Una giovinetta reggeva il colore contenuto in una mezza noce di cocco, e gli sorrideva, mostrando denti che parevano perle. Tra il dolore e i fumi dell’alcol, ricordava solo lo sguardo curioso e i capelli lucidi di monoi che le lambivano i piccoli seni, mentre un suono ritmato e lontano gli giungeva all’orecchio.
Ad ondate, il dolore gli faceva pulsare le tempie, mentre a denti stretti cercava di ricacciarlo indietro.
Gli sembrò allora di essere finito nel caldo soffocante di un interno signorile, stordito da odori diversi: le candele di cera colante, la brace nella bocca scura del camino di marmo lavorato, lo cherry nei bicchieri di vetro bianco e blu, le carte da gioco un po’ stantie, con gli angoli consumati ed il contorno scuro, per le troppe partire di whist.
Lo sguardo si spostava, febbricitante, dalle figure sbiadite delle carte che teneva in mano al collo bianco della donna che era sua amante. La osservava conversare, discreta e gentile, con alcuni amici, all’angolo della sala. S. tendeva un foglio srotolato tra le mani, e le accennava chissà quali segreti del mondo naturale. Lei chinava il capo per guardare meglio, facendo cenno di indicare qualcosa con la punta del ventaglio richiuso. La ricordava così, esile e delicata, una lacrima che le solcava silenziosamente la guancia, mentre si salutavano.
Sentiva ancora il sale di quella lacrima, ma il porto di Plymouth era lontano, lontanissimo.
Ora c’erano sorrisi e sguardi diversi, quasi divertiti, di nativi vestiti di tatuaggi e unti di olio rancido, che gli indicavano l’opera appena conclusa: un ‘amoco’ nerastro, intricato e rappreso al suo sangue.
oceania royal academyDopo quella singolare iniziazione, aveva raccattato una bottiglia tra le pacche di rispetto bonario di alcuni uomini di equipaggio che gli offrivano la pipa ed il tabacco. Non aveva voglia di fumare, aveva raggiunto barcollante la spiaggia e si era addormentato, sfinito dalla prova e assalito dalla nostalgia.

Gli risuonavano nella testa queste parole:
“Il mio tatuaggio è una gemma permanente, che porterò con me nella mia tomba.”

 

La mostra “Oceania”, in collaborazione con il British Museum, il Musée du quai Branly-Jacques Chirac di Parigi e il Museum of Archaeology and Anthropology di Cambridge, è alla Royal Academy di Londra fino al 10 dicembre. 

“Santo Cielo!” A Londra, la mostra su Charlie Brown

good grief charlie brown

Ebbene sì, sono cresciuta con i Peanuts. La mia infanzia ha risentito dello strascico generazionale degli anni ’60/’70, con la guerra del Vietnam, le lotte femministe, la psicanalisi, i collettivi, il consumismo dilagante. Riviste politicizzate dal titolo Linus, giornalini, gadgets, adesivi… Charlie Brown, Snoopy e amici campeggiavano da poster colorati nelle stanze dei teenagers, tra frasi esistenziali e slogan di protesta. Leggevo avidamente i libri di fumetti collezionati dalle mie cugine più grandi, all’ombra di un abete, nel giardino delle vacanze, e mi piaceva la leggerezza di questa comitiva di bambini americani, spesso alle prese con situazioni più grandi di loro. E anch’io possedevo la mia piccola collezione: l’album natalizio fine anni ’50, qualche tascabile economico, e una statuina di Snoopy, intento ad abbracciare l’uccellino Woodstock, e, sul piedistallo, la scritta ‘Love’. Me la portò mio padre al ritorno da un viaggio di lavoro, e, ancora oggi, è uno degli oggetti a cui tengo di più.
Snoopy & co. continuarono a restare famosi, anche attraverso gli edonistici anni ’80, sebbene sempre più soffocati da personaggi asiatici, coloratissimi e molto poco impegnati, del calibro di Hello Kitty, per intendersi.
Per i seguaci di Charlie Brown, quest’autunno, Somerset House ospita una retrospettiva tutta dedicata ai Peanuts, dal titolo: “Good Grief, Charlie Brown.” La mostra è disposta su due livelli: al piano terra, la nascita dei personaggi e la loro evoluzione, si intrecciano alla biografia del loro autore, Charles M. Schultz. Si evince da subito che non poteva non essere così.
Nelle foto di infanzia, Charles ha la stessa testa tonda e l’aria timida di Charlie, mentre il cane di famiglia diviene lo spunto per la creazione del fedele bracchetto Snoopy, ed il segno da rigido e acerbo si evolve via via, più spigliato e tremolante, popolandosi di bambinetti dai caratteri e dalle idiosincrasie disparati, con l’apparizione lieve e goffa del pennuto Woodstock, e le prodezze di Snoopy, scrittore e aviatore da Grande Guerra.
Al piano superiore della mostra, si illustrano le influenze che il fumetto ha avuto sulla società e il costume e viceversa. Di volta in volta, Charlie Brown è iniziatore di slang (Bonk! Good Grief!), rappresenta un’alternativa politica, racconta con leggerezza e poesia le ansie, le aspirazioni, i dilemmi di una società in cambiamento, fino ad essere preso in prestito da artisti e designer, perché anche i Peanuts, alla fine, sono ‘Pop’.
Si può dunque produrre documenti battendo i tasti di una macchina da scrivere rossa fiammante targata Snoopy, leggere libri di auto-aiuto illustrati ad hoc, perché chi da piccolo non ha mai riversato le proprie ansie su un peluche o una copertina di flanella, chi non ha rifuggito il sapone, chi non ha lottato contro l’albero cannibale, divoratore di aquiloni, chi, infine, non si è mai sentito tanto atterrito all’idea di rivolgere la parola alla ragazzina (o al ragazzino) del cuore?
E, in fondo, lo stesso banchetto da cui Lucy Van Pelt sciorina counseling spicciolo ed elargisce limonata, non è forse simile a quelle bancarelle improvvisate su cui mettevamo in vendita biglie, giornalini usati, sottopentole fatte con le mollette e il vernidas?
Non so cosa penseranno i millennials e i centennials visitando questa mostra londinese, potrebbe rivelarsi comunque un incontro fertile.
Per me, Generation X, è stato ritrovare dei vecchi amici e la parte più innocente di me stessa.

L’Arte del Campari, alla Estorick Collection di Londra

The Art of CampariNel panorama culturale londinese, la Estorick Collection of Modern Italian Art si segnala per essere l’unico museo dedicato all’arte italiana del ventesimo secolo, con particolare attenzione al Futurismo. La galleria è stata ufficialmente inaugurata nel 1998 ed è ospitata in un bell’edificio di stile georgiano, nel cuore di Islington.
Nel tempo la Estorick Collection, con il suo giardino e il caffè, è diventata un punto di riferimento per la gente del quartiere. I punti di forza del museo risiedono nella particolarità della collezione permanente e nell’attenzione prestata all’arte italiana moderna in tutti i suoi aspetti: arti visive, architettura e design, fotografia, cinema, ecc.
La Estorick Collection ospita anche una biblioteca d’arte, che annovera oltre 2.000 volumi specializzati in arte italiana del primo Novecento, con molte edizioni rare e libri ormai fuori commercio. Il nucleo principale proviene dalla biblioteca personale di Eric Estorick, donata dagli eredi nel 1994, poi ci sono le acquisizioni fatte dal museo negli ultimi anni.
Il programma della galleria si basa essenzialmente sull’organizzazione di mostre relative alla prima metà del Novecento in Italia, connesse dunque con il periodo storico-culturale di cui fa parte la collezione permanente.
Fino al 16 settembre, è possibile visitare una mostra interamente dedicata al marchio Campari, con opere (manifesti e volantini pubblicitari, etichette, bottiglie, bicchieri, packaging e gadgets) provenienti dalla Galleria Campari di Milano.
L’esposizione si concentra sul periodo che va dai primi del ‘900, alle campagne rivoluzionarie e innovative degli anni Venti fino agli eleganti design degli anni Sessanta e mira a riflettere i mutamenti del gusto e, indirettamente, della società, nell’Italia del XX secolo, grazie ad un prodotto reso celebre in tutto il mondo .
La prima galleria si concentra sugli albori delle campagne pubblicitarie del Campari.
Il bitter era stato prodotto per la prima volta nel 1860, a Novara, e consisteva in una miscela di acqua, alcool, ed estratti botanici. In questo caso, l’estratto di scorza d’arancia. Dal 1904, la bevanda digestiva dall’inconfondibile color rosso carminio, era proposta anche all’estero. Era allora importante promuovere il marchio, assumendo un profilo più dinamico, grazie ai poster pubblicitari.
Nella prima sala della mostra, nella carrellata di manifesti della Belle Époque, spicca quello, famosissimo, di Leonetto Cappiello (1921), in cui lo spirito del Bitter Campari appare come una figura dinamica e brillante, che spicca sullo sfondo nero, mentre saltella fuori dalla scorza di un’arancia, stringendo la bottiglia in mano.
Un poster accattivante, dalla grafica immediata, ideale per per catturare l’attenzione nella vita frenetica della città. Una vita frenetica in cui il bitter divenne l’attributo necessario della pausa elegante e sofisticata.
DePero_CampariNella seconda sala, il dinamismo si fa più accentuato. Sono gli anni del Secondo Futurismo e Fortunato Depero, che aveva scritto il manifesto “Ricostruzione futurista dell’universo” assieme Giacomo Balla, produceva disegni geometrici e suggestivi.  Nelle pubblicità di Depero i personaggi appaiono quasi fumettistici, la grafica non è cosi immediata come negli esempi degli inizi del secolo, ma è sicuramente pionieristica e si rifà all’ideale di “ricostruire l’universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente.”
Campari notò la forza creativa e dirompente del Futurismo e lasciò a Depero carta bianca su come realizzare l’estetica del marchio. La collaborazione diede i suoi frutti, perché, nel 1932, Depero progettava anche la forma conica della bottiglia di Campari Soda, che ha resistito invariata fino ad oggi.
Nel secondo dopoguerra, sopratutto negli anni ’60, i manifesti tornano ad essere un po’ più convenzionali, con la tipica grafica che vede il marchio prominente ed il prodotto in bella vista, aspirazione delle classi borghesi. Ancora una volta, Campari ha identificato le tendenze visive dei suoi tempi, coinvolgendo designer ed artisti per creare qualcosa di iconico. Una parete è completamente ricoperta da versioni diverse del logo Campari – ed è un’opera originale di Bruno Munari.
‘The Art of Campari’ è sicuramente la riprova di come l’azienda abbia saputo mantenere in auge il proprio marchio, abbracciando continuamente le correnti estetiche del momento. Durante il periodo della mostra, la Estorick Collection resterà aperta fino alle 21.00 tutti i giovedì, e si potrà gustare un Campari Gin and Tonic oppure un Negroni nell’Estorick Cafe.