Il tè si beveva nello Yorkshire, molto prima che arrivasse a Londra

china_drink_tèTemple Newsam House è una dimora di epoca Tudor, che si trova a Leeds, nello Yorkshire occidentale. Nel 1622 la tenuta fu acquistata da Sir Arthur Ingram per 12.000 sterline. Durante i 20 anni successivi la villa fu ricostruita, incorporando alcune delle strutture precedenti. I discendenti di Ingram continuarono ad ingrandire e rimaneggiare la bella residenza, ed il parco fu ridisegnato in termini paesaggistici da Capability Brown.
Ora sembra che Sir Arthur, nel 1644, in piena guerra civile inglese, facesse richiesta al farmacista di vari ingredienti medicinali, tra cui un certo numero di bottiglie di “China drink”, per quattro scellini al pezzo.
La fattura del farmacista si trova negli archivi del West Yorkshire ed è stata rinvenuta da Rachel Conroy, curatrice di Temple Newsam House, mentre stava eseguendo delle ricerche per una mostra.
L’affascinante documento è storicamente molto importante, perché dimostrerebbe che il “China drink”, cioè il , sarebbe stato bevuto in Yorkshire ben sedici anni prima del famoso riferimento a questa bevanda, fatto dal diarista Samuel Pepys, il quale, il 25 settembre 1660, scriveva: «Mi son fatto servire una tazza di té, che è una bevanda cinese, che non avevo mai bevuto prima”.
Quelli che vivevano a Temple Newsam furono dunque tra i primi in Inghilterra a godersi una tazza di tè, una bevanda per l’epoca insolita ed esotica, e molto costosa, ben quattro scellini a bottiglia, quando, un artigiano dell’epoca, poteva aspettarsi di guadagnare circa sette penny per un giornata di lavoro.
Temple Newsam House possiede un’importante collezione di ceramiche inglesi, tra cui molte usate proprio per preparare e servire il tè. In mostra nella casa si trovano anche due scrivanie, che un tempo appartennero a Charles Grey, conte e primo ministro britannico, che rese popolare il tè nero aromatizzato al bergamotto, il famoso Earl Grey.
Le caffetterie di Londra furono tra le prime a introdurre la bevanda agli avventori inglesi. Uno dei primi commercianti di caffè a offrire il tè, già dal 1657, fu Thomas Garraway, che possedeva un rinomato locale in Exchange Alley. Vendeva il tè, sia ai suoi avventori, da bere sul posto, che al pubblico, per il consumo a casa. Nel 1660, Garraway  pubblicò un foglio pubblicitario per reclamizzare il tè, che era venduto a più di sei sterline per libbra (!). Tra le virtù associate alla bevanda, si elencavano quelle di “rendere il corpo attivo e vigoroso”, e “preservare la salute perfetta fino all’età avanzata”.

porcellana inglese Blue Willow

tazzina e piattino di porcellana inglese Blue Willow © Leeds Museums

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Alla scoperta della Londra Romana

RomanLondonLa nostra conoscenza della Londra romana, deve moltissimo prima al lavoro di storici ed antiquari dell’ottocento, poi all’infaticabile operato degli archeologi, che, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, sono intervenuti in numerosissimi siti della città, portando alla luce manufatti e strutture che dimostrarono la sopravvivenza di vaste parti di Londinium, a circa sette od otto metri sotto le moderne strade della City. La figura più importante del XIX secolo fu Charles Roach Smith, antiquario, numismatico ed archeologo, che per vivere svolgeva l’attività di chimico. In anni molto frenetici per l’edilizia della City di Londra, dalla costruzione del Royal Exchange a quella del London Bridge, passando per la demolizione di vecchi edifici e case fatiscenti, Roach Smith riuscì ad essere molto presente, ritrovando ed acquistando notevoli antichità romane. Negli stessi anni, la City Corporation stava diventando sempre più interessata a mostrare artefatti relativi alla storia di Londra. Nel 1826 fu istituito il Guildhall Museum, precursore del moderno Museum of London. Roach Smith divenne una vera autorità su Londinium e svolse la prima vera campagna di indagini archeologiche in Gran Bretagna, ipotizzando l’esistenza di un ponte romano sul Tamigi e fornendo delle preziose illustrazioni, rimaste pressoché insuperate per almeno mezzo secolo. Roach Smith pubblicò anche un fortunato volume, nel 1854, dal titolo: “Catalogue of the Museum of London Antiquities”.
Fino al 5 gennaio 2018, una piccola, ma esaustiva mostra alla Guidhall Library, esamina l’operato dei primi pionieri dell’archeologia romana e la scoperta di Londinium tra il Grande Incendio e la Prima Guerra Mondiale. La mostra si avvale di elementi d’archivio e straordinarie illustrazioni del XIX secolo, provenienti dalle collezioni della biblioteca, e di manufatti archeologici in prestito dal Museum of London.

Poco lontano dalla Guildhall, nei pressi di Cannon Street, è stato finalmente completato il quartier generale europeo di Bloomberg, in un suggestivo edificio, progettato da Norman Foster. Al suo interno, si trova il London Mithraeum, uno speciale spazio espositivo, gratuito (ma esclusivamente su prenotazione), in cui sono preservati, sette metri al di sotto del livello stradale, i resti del tempio di Mitra, una struttura di età imperiale, rinvenuta nel 1954. Il London Mithraeum, che ha aperto al pubblico il 14 novembre scorso, presenta anche un’interessante selezione di reperti rinvenuti negli scavi (2013) che precedettero la costruzione del moderno edificio, in uno dei più importanti siti di epoca romana nel Regno Unito, indicato dagli studiosi come la Pompei del Nord.

Londra celebra il suo passato romano

La prima volta che vidi “Il Gladiatore” di Ridley Scott fu nell’ambito dell’Estate Romana del 2000. Lo schermo era stato montato nella suggestiva cornice di via dei Fori Imperiali, pedonalizzati per l’occasione, con il Colosseo alle spalle. Quando il pubblico vide sullo schermo la ricostruzione dell’Anfiteatro Flavio, scattò in un applauso fragoroso, trasudante orgoglio.
Il film è uno di quei colossal del filone mitologico “Sword and Sandals”, di cui l’Italia fu prolifica negli anni d’oro di Cinecittà, quando gli attori americani venivano a girare le imprese di Maciste, Ercole, Spartaco ed altri eroi del mondo antico. Non erano pellicole storicamente accurate allora, e nemmeno al giorno d’oggi: nonostante la meticolosa ricostruzione di ambienti e costumi, molte scene peccano di ingenuità ed inesattezze. Ma, in fondo, quello che conta, sono la trama, l’azione e le gesta di un personaggio con cui il pubblico possa identificarsi o simpatizzare. Dopo quell’epica proiezione romana, non avevo più rivisto il film.
Tuttavia, si creano occasioni per cui, in un certo senso, il cerchio si chiude. Così, in una serata di ferragosto, graziata da temperature miti ed un cielo stellato, eccomi di nuovo sul luogo di un anfiteatro romano, questa volta la più modesta arena di Londinium (che, ai suoi tempi, era comunque una delle più grandi città della provincia più occidentale dell’Impero Romano), per la proiezione del colossal con Russell Crowe.
Atmosfera giocosa da evento all’aperto delle estati londinesi, con birra, pop corn, prelibatezze di street food italiano e greco (gnocchi e souvlaki), gladiatori, a suo tempo comparse del film (nelle scene di battaglia girate a Farnham),  in tenuta da traex britannico, disponibili sia a pose ironiche da selfie, sia a brevi schermaglie dimostrative. L’unica ad esultare, quando il Colosseo è apparso sullo schermo, sono stata io, ma l’applauso corale è scattato comunque alla fine del film, più che altro per la soddisfazione di aver passato alcune ore in un’atmosfera piacevole e protetta. La proiezione all’aperto, nel suggestivo cortile della Guildhall, un tempo sede dell’anfiteatro romano (rinvenuto solo nel 1988), si inserisce in un ampio programma di eventi (visite guidate, rappresentazioni teatrali, conferenze, degustazioni, giochi gladiatori, mostre…), che anticipano l’imminente apertura al pubblico del Mithraeum.
Il tempio romano dedicato al dio Mitra, fu scoperto fortuitamente in due riprese: la prima, nel 1954, durante il lavori di scavo in un sito bombardato; la seconda, nello stesso luogo, quando furono scavate le fondazioni per il nuovo quartier generale di Bloomberg.
Londinium, fondata dai romani nel 43 d.C., corrisponde oggi al cuore della City e, le sue rovine, seppur non evidenti allo sguardo, come  avviene per altre città antiche (Roma, Nimes, Treviri, Merida…), sono tuttavia ben preservate e, per la maggior parte, accessibili ai visitatori. Molti di questi resti (mosaici raffinati, ricche sepolture, impianti termali, mura del circuito cittadino) cominciarono a venire alla luce durante le demolizioni vittoriane, ma, per la maggior parte, furono scoperti solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, durante la ricostruzione di aree distrutte dalle bombe. Questo periodo vide la nascita del Roman and Medieval Excavation Council, che, tra il 1946 e il 1968, sotto la guida del professor W F Grimes, eseguì scavi archeologici in ben 25 siti bombardati.

Il programma completo degli eventi, che si concluderanno il 29 ottobre, è pubblicato online sul sito di Visit London. Il London Mithraeum Bloomberg SPACE aprirà in autunno.

La Certosa di Londra apre al pubblico

charterhouseForse non molti sanno che Charterhouse Square, nei pressi di Smithfield, sorge sul luogo di sepoltura di migliaia di vittime della peste nera (si stima un numero non inferiore alle 55.000 unità!).
Un enorme fossa comune, che fu creata su un terreno acquistato da Sir Walter Manny, a meta’ del XIV secolo. Il complesso adiacente, la Charterhouse, che ha da poco aperto al pubblico, fu costruito per una comunità di monaci certosini, di cui Manny fu il primo priore.
Durante i recenti scavi archeologici nella piazza (eseguiti grazie al progetto Crossrail) sono stati rinvenuti degli avanzi di cibo, forse utilizzati nelle cucine del monastero, per preparare piatti di carne per gli ospiti (i monaci erano vegetariani ed i loro pasti, davvero parchissimi, venivano cucinati da fratelli laici). Gli archeologi hanno anche individuato gli scheletri di tredici vittime della peste nera.
Uno di questi scheletri, si trova adesso in una teca di vetro, all’interno del nuovo museo, progettato da Eric Parry, che offre ai visitatori una panoramica storica della Charterhouse.

Visitando il complesso, si può anche vedere un corridoio medievale a volta, in muratura, su cui si affacciavano le celle dei certosini. Essi ricevevano il cibo tramite un’apertura molto stretta, che impediva qualsiasi contatto fisico o visivo (l’ordine era rigorosamente silenzioso e contemplativo). I monaci avevano un giardino dietro loro cella per coltivare frutta ed ortaggi, una zona notte e un oratorio.
La cappella del monastero, dove il fondatore, Sir Walter Manny, fu sepolto, è purtroppo andata perduta nei bombardamenti dell’ultima guerra.

In seguito alla dissoluzione dei monasteri, voluta dal re Enrico VIII, nel XVI secolo il monastero venne chiuso. Non senza spargimento di sangue: i monaci, infatti, si rifiutarono di accettare la supremazia del re, e l’abate del monastero fu impiccato, sviscerato e squartato, la sua mano inchiodata alla porta della Charterhouse, mentre altri tredici monaci perirono di stenti in prigione. Dopo lo scioglimento del convento, il terreno fu venduto e la struttura venne trasformata in residenza signorile.
Il re diede la proprietà a Sir Thomas Audley, portavoce della Camera dei Comuni. Da costui, la ex-Certosa di Londra passò a Sir Edward North, uno dei sergenti del re e consigliere della Corona.
North trasformò il complesso in lussuosa residenza e, nel 1558, Elisabetta I fu sua ospite, durante i preparativi per l’incoronazione
Alla morte di Sir Edward North la residenza passò a Thomas Howard, quarto Duca di Norfolk, che la ribattezzò Howard House. Nel 1570, Elisabetta I fece imprigionare Norfolk nella Torre di Londra, dato che aveva progettato segretamente di sposare la cattolica Maria Stuarda, regina di Scozia. Norfolk fu poi messo agli arresti domiciliari e passò il suo tempo ad abbellire la sua casa, aggiungendovi un campo da tennis nel giardino, raggiungibile grazie ad una lunga terrazza (che sopravvive oggi con il nome di “Norfolk Cloister”).
Nel 1571, il Duca fu coinvolto in un secondo complotto, in cui il banchiere italiano Ridolfi faceva da intermediario, perché Norfolk e la regina di Scozia potessero convolare a nozze, aiutati da alleati stranieri. Dopo che una lettera cifrata di Maria fu scoperta sotto uno zerbino di casa sua, il Duca fu condannato e giustiziato l’anno successivo.
Sembra che, il fantasma di Thomas Howard, nel 1993, si aggirasse per i corridoi della Coutts Bank (la più grande delle banche private di Londra, di cui  la Regina Elisabetta II è cliente) con la testa sotto il braccio, proprio quella che gli fu mozzata in un pomeriggio d’estate, quattro secoli prima!
L’amministrazione della banca dovette ricorrere al medium Eddie Burks, nella speranza di mettere a tacere il fantasma del Duca. Burks riuscì a placare lo spirito e fu anche organizzata una messa di suffragio, a cui parteciparono, parecchio scettici, i discendenti di Norfolk.
La casa del Duca, invece, all’inizio del XVII secolo, fu venduta al ricchissimo uomo d’affari Thomas Sutton, il quale, nel suo testamento, essendo senza eredi diretti, predispose un cospicuo lascito per la fondazione della Charterhouse School (qui dal 1611 al 1872, e poi trasferita in Surrey) per quaranta ragazzi, ed un ospizio per ottanta vecchi soli (celibi o vedovi) ed indigenti.
A quest’epoca risale la cappella che si vede ancora oggi, dove si può ammirare il monumento funebre di Sutton, eseguito da Nicholas Stone, Edmund Kinsmand and Nicholas Johnson nel 1615.
Il museo della Charterhouse, che è ancora un ospizio, ma anche struttura privata, con appartamenti ed esercizi commerciali, è aperto dal martedì alla domenica, dalle 11:00 alle 16:45, con ingresso gratuito. Per 10 o 15 sterline, si può anche seguire un tour guidato (da una guida professionista o da uno dei residenti dell’ospizio) per visitare le varie parti storiche della Certosa. Il tour va prenotato in anticipo, qui.

La Cerimonia delle Chiavi alla Torre di Londra

wp-1481051599538.jpgOgni volta che mi aggiro tra gli scaffali di librerie antiquarie o di seconda mano, ma anche quando mi ritrovo a curiosare tra i titoli di bancarellari e bouquinistes, mi capita spesso di non essere io a scegliere il libro, ma che sia quest’ultimo a scegliere me. Chiamatela legge dell’attrazione, destino, colpo di fortuna, eppure è così.
A meno di una settimana dalla mia visita notturna alla Torre di Londra, mentre rimuginavo sul post da scrivere, ecco che mi capita tra le mani un librino dall’anonima copertina blu, una ristampa del 1932 di The Spell of London, scritto da H. V. Morton e pubblicato da Methuen, casa editrice storica, della quale serbo altri titoli.
Henry Canova Vollam Morton era stato un valente giornalista ai tempi d’oro di Fleet Street, quando le rotative dei quotidiani facevano tremare le strade. Nel 1923, in veste di reporter del Daily Express, riuscì ad assistere in esclusiva all’apertura della tomba di Tutankhamon.
Da quel momento, la sua carriera, anche come scrittore di viaggi, era decollata. Il suo primo libro su Londra, The Heart of London, fu pubblicato nel 1925. Si trattava di un’antologia di articoli apparsi sulle colonne del Daily Express, una formula fortunata, seguita da altre due raccolte. Apparso nel 1926, The Spell of London, fu scritto per fare da pendant al primo libro. Lo stile immediato e sincero di H.V.Morton, non risente affatto dei novant’anni passati nel frattempo. L’occhio acuto del reporter, unito ad un certo gusto per le derive metropolitane, ci restituiscono intatte le sensazioni e gli umori della città, per mezzo di aneddoti agili ed infusi di ironia. “The Keys” è uno di questi brevi capitoli, in cui il protagonista ferma un taxi nell’umida notte londinese, nei pressi di Piccadilly, e domanda all’autista di portarlo alla Torre di Londra. Il tassista, sorpreso, chiede al cliente “Right up to the gate, Sir?”
“Si, fino al cancello.” risponde Morton, aggiungendo di aver avuto il permesso di assistere alla Cerimonia delle Chiavi.
wp-1481051612839.jpgUna settimana fa, in una fredda e buia serata londinese, mi sono trovata anch’io al cancello principale della Torre di Londra. La storica fortezza si profilava come una massa scura e silenziosa, dove il tempo sembrava essersi fermato. Il Ravenmaster ci ha dato il benvenuto e ci ha condotto all’interno del maniero, guidandoci in un tour special, attraverso porte, torrette, spiazzi, mura vetuste e percorsi tortuosi, sul cui acciottolato hanno risuonato i passi di re, regine, condannati a morte, soldati in armatura e anche quelli del primo duca di Wellington, Constable della Torre dal 1826 fino al 1852, anno della sua morte. Fu lui ad ordinare di svuotare il vecchio fossato, pieno di liquami e rifiuti malsani, e di constuirne uno asciutto, quello che ancora oggi circonda le mura, Fu sempre lui a far costruire una caserma, a nord della White Tower, quella dove sono esposti i gioielli della corona. Il Ravenmaster con competenza ed ironia ci ha illustrato i vari punti della torre, svelando segreti e curiosità. Ci ha anche portato a vedere i suoi pupilli, i famosi corvi, che però, a quell’ora, dormivano tranquilli nei loro quartieri speciali. Quando eravamo ormai intirizziti ed incapaci di porre altre domande, siamo stati accompagnati allo Yeoman Warder’s Club. Bisogna essere una Guardia della Torre oppure un invitato per entrare in questa esclusiva clubhouse, decorata da distintivi, targhe ed altre onorificenze. Qui non si può accedere in jeans e scarpe da ginnastica, ma ben vestiti, il che ha, in un certo senso, contribuito al semi-congelamento di noi signore, durante la visita alla Torre. Per fortuna abbiamo potuto rifocillarci con un’ottima cena, un buffet servito sotto archi normanni, in una piccola cella suggestiva, e ci siamo riscaldati con un po’ di vino, prima di rimettere i cappotti e seguire il Ravenmaster fino al Traitor’s Gate, per assistere, finalmente, alla tanto attesa Ceremony of the Keys.
Un evento che si ripete ogni sera, da oltre 700 anni. Alle 21:53, il Chief Yeoman Warder, vestito di un’uniforme rossa, in stile Tudor, incontra la scorta militare, con cui deve assicurare le porte principali della Torre. Un soldato prende la sua lanterna ed la Guardia, ben scortata, si reca a chiudere il cancello esterno. Al suo ritorno, lungo Water Lane, l’uomo viene fermato dalla sentinella, nei pressi della Bloody Tower, ed invitato ad identificarsi:

“Altolà! Chi viene?”
“Le Chiavi”
“Quali Chiavi?”
“Le Chiavi della Regina Elisabetta”.
“Passate pure Chiavi della Regina Elisabetta. Tutto a posto”.

Gli uomini con le Chiavi della Regina marciano su per il pendio, attraverso il varco oscuro della Bloody Tower, fino al corpo di guardia disposto sulla terrazza. In cima alle scale, il Chief Yeoman Warder solleva il suo cappello, esclamando: “Dio preservi la regina Elisabetta!”
Le Chiavi della Regina vengono prese in custodia, mentre risuonano le note di “The Last Post”, che, da tempi immemori, segnala che il posto di guardia finale è stato ispezionato, e la Torre è sicura per la notte.
wp-1481051748251.jpgE così, proprio come H.V Morton (che assistette alla Cerimonia delle Chiavi di Re Giorgio V) una volta uscita nello spiazzo vuoto, antistante la Torre, anch’io mi sono sentita di aver fatto parte di un sogno, effimero e senza tempo.

Se volete assistere solo alla Cerimonia delle Chiavi, i biglietti sono gratuiti, con un costo di transazione di una sterlina per le le prenotazioni online. I biglietti sono disponibili in numero limitato (massimo 4), e solo per prenotazioni individuali, dodici mesi in anticipo (ma sono già esauriti per i prossimi nove). Non c’è una lista d’attesa, bisogna arrivare puntualissimi e non si possono scattare fotografie durante la cerimonia.

 

Al di là delle apparenze: Caravaggio e seguaci in mostra a Londra

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Caravaggio: Cattura di Cristo, 1602. The National Gallery of Ireland, Dublin.

Se, nelle prossime settimane, andrete alla National Gallery solo per Caravaggio, resterete delusi. Non bisogna infatti farsi trarre in inganno da una frettolosa occhiata al titolo della mostra di quest’autunno: ‘Beyond Caravaggio’. L’esposizione londinese, tramite opere della collezione, unite a prestiti tutti da musei britannici, con qualche tela proveniente dagli Stati Uniti,  vuole mettere in luce l’eredità caravaggesca e l’effetto che i quadri del maestro ebbero su contemporanei e seguaci.
Le tele di Caravaggio qui sono poche, ma significative, e, come astri brillanti, aiutano a navigare attraverso l’esposizione, indicando i punti salienti del nuovo stile: il chiaroscuro altamente drammatico, l’alternanza del rosso e del nero, il realismo dei soggetti, spesso ritratti dal vero, il taglio della composizione, gli agganci sensuali (nature morte, stoffe, monili…), con cui attrarre lo sguardo dello spettatore fino al centro della storia.
L’arte di Caravaggio suscitò un’impressione immediata. Ne scorgiamo il riverbero sul circolo di pittori e amici che gli gravitavano intorno e che popolavano e dipingevano negli nella Roma del primo Seicento: Francesco ‘Cecco’ Boneri, Giovanni Antonio Galli detto ‘lo Spadarino’, ed Orazio Gentileschi. La figlia di quest’ultimo, Artemisia, durante il processo per stupro intentato ad un altro pittore della cerchia romana, il paesaggista Agostino Tassi, ricorderà la consuetudine con cui il padre e Caravaggio si frequentavano, prestandosi spesso strumenti di bottega. Artemisia Gentileschi berrà il caravaggismo dal calice dell’insegnamento paterno, ma le sue storie saranno più realiste ed impetuose.
Una Roma di contraddizioni trasuda dalle pennellate di questi artisti: una città opulenta, ricca di commissioni importanti, ma anche un tessuto urbano popolato da straccioni, mendicanti, pellegrini dai piedi sporchi, e uomini violenti, dediti al gioco d’azzardo, alle ruberie, al coltello facile, ai bagordi in osteria.

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Giovanni Antonio Galli, detto ‘lo Spadarino’: Cristo mostra le sue ferite, 1625-35. Perth Museum & Art Gallery

E’ in questo mondo di contrasti che si muove Caravaggio, figlio di un’epoca che offre paradisi sensuali ed inferni senza redenzione. Si attraversano le sale della mostra come se si percorressero quei vicoli, dove i musici rallegravano gli avventori di taverne spoglie, punteggiate di tavolacci apparecchiati da forme di pane e coltelli affilati, bicchieri di vino e sudicie carte da gioco. Le vanitas sono fatte di lucernari che illuminano frutti ammaccati, formaggi, strumenti musicali e fiasche svuotate.
Il Paradiso è meno lontano, per quest’umanità dei bassifondi, se Cristo è un giovane popolano, che dischiude il costato, in un bagno di luce bianca, terrena e divina insieme. Il male è triviale, e passa per il bacio accennato di un Giuda gradasso, le lumeggiature fredde di un cimiero, lo sguardo del pittore che si autoritrae, testimone dell’ennesima infamia.
Poi Caravaggio muore, solo, braccato, tormentato e febbricitante, sulle rive di un villaggio di pescatori, e si moltiplicano le imitazioni della sua arte, fino a valicare i confini dell’Italia.

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Georges de La Tour: Il Baro dell’Asso di fiori (dettaglio), 1630-34. Kimbell Art Museum, Forth Worth, Texas

Al nord, i dipinti di francesi e fiamminghi sono meno drammatici, meno sanguigni, più meditativi. Le candele rischiarano le fredde notti, in cui dame e cavalieri barano al gioco, letterati tengono lezioni di filosofia, vecchie serve rugose si fanno strada nell’oscurità. L’esempio del maestro viene assimilato e reinterpretato in chiave meno ispirata, tramutandosi in affascinante esercizio di stile.
La vena si prosciugherà presto, cedendo il passo a nuove scuole e nuovi modelli.
Una mostra da vedere, senza preconcetti e senza aspettative, lasciandosi catturare dai contrasti, immaginandosi viandanti nelle ombre e visioni effimere di un Seicento verace ed emozionale.

L’eccentrico ritratto di Hester Thrale Piozzi

wp-1475310275984.jpgIn una delle mie recenti visite alla National Portrait Gallery, sono rimasta colpita da un ritratto di modeste dimensioni, in cui la gentildonna sembra indossare degli abiti ed accessori lievemente diversi dal solito. Il rouge alle guance, la cuffia, i pizzi, la cromia dell’abito non costituiscono certo una novità nella moda femminile della fine del XVIII secolo, eppure qualcosa rende la dama particolare. La didascalia del quadro ne spiega la presenza: Hester Lynch Piozzi (nata Salusbury, poi Thrale), scrittrice ed amica del Dr Johnson. Il ritratto fu dipinto nel 1785-1786 da un pittore italiano, rimasto sconosciuto.
Hester fu una scrittrice assai prolifica e versatile. Produsse una biografia di Samuel Johnson in forma aneddotica, che andò esaurita nel primo giorno di pubblicazione, ed in seguito, pubblicò la corrispondenza privata (oltre trecento missive) che aveva scambiato con l’illustre letterato. Inoltre, nel 1789, diede alle stampe un vivace resoconto del suo Grand Tour, proprio quello in cui si trovava impegnata quando decise di posare per il ritratto. E’ la stessa Hester ad ammettere che la sua mise appare alquanto originale. Questo perché il vestito da viaggio era stato acquistato a Roma, il velo e la camicia a Napoli, il pizzo a Genova ed il resto dell’abbigliamento in Inghilterra. Il Grand Tour era stato un viaggio di scoperta ed istruzione, per lei, ma anche una luna di miele di due anni e mezzo, in compagnia del secondo marito, il musicista italiano Gabriele Piozzi.
Questa unione aveva creato un certo scandalo a Londra ed era stata vivamente disapprovata dagli amici e dalla primogenita di Hester, nonché dallo stesso Dr Johnson, con il quale si interruppe un rapporto di familiarità e collaborazione professionale, durato oltre sedici anni. Per una gentildonna come Hester era sconveniente il matrimonio con un emigrato Italiano, per niente nobile e, per giunta, cattolico. Inoltre risposarsi a 43 anni, per amore, appariva davvero un colpo di testa. Il primo matrimonio di Hester era durato un ventennio e lo sposo, il ricco borghese Henry Thrale, proprietario di una fabbrica di birra, le era stato caldamente proposto, e, in un certo senso, imposto, dallo zio e da sua madre, preoccupati entrambi per le sorti di una fanciulla piacevole, intelligente ed educata, ma povera di mezzi. Fu un matrimonio di interessi, costellato da tredici gravidanze (solo quattro figli sopravvissero all’età adulta), punteggiato di preoccupazioni, lutti e dispiaceri, tuttavia portato avanti con rispettabilità e lealtà. Nella casa di Streatham Park, Hester aveva assunto il ruolo di ospite impareggiabile ed aveva raccolto attorno a sé un nutrito gruppo di artisti e letterati, attratti dal magnetismo di Johnson ed intrigati dalle capacità poetiche e letterarie della padrona di casa, che traduceva fluentemente italiano, francese e latino, e continuava a scrivere e studiare, quando non era impegnata con la prole. Henry Thrale, un uomo severo, schivo e di poche parole, accettò di buon grado queste riunioni, ed, anzi, chiese a Joshua Reynolds di dipingere alcuni ritratti degli illustri ospiti, da appendere nella sua biblioteca. Inoltre, regalò ad Hester sei volumi rilegati in pelle, che divennero “Thraliana”, dei diari in cui la scrittrice raccolse avvenimenti privati, ma anche commenti ed osservazioni dei personaggi che frequentavano la sua tavola per il tè o la cena, e che servirono come base per gli aneddoti sulla vita di Samuel Johnson. Questi diari, e le “Osservazioni e riflessioni nate nel corso di un viaggio attraverso la Francia, l’Italia e la Germania”, costituiscono una vivace e sensibile narrativa, che non solo è piacevole da leggere, in quanto mette in luce usi, costumi e modi dell’ultimo trentennio del Settecento, ma risalta nel panorama letterario dell’epoca, come esempio di voce originale e tutta al femminile. Va da sé che Hester, durante il soggiorno italiano, non si limitò solo a fare acquisti e sedere per il ritratto della National Portrait Gallery, ma frequentò anche una cerchia di emigrati inglesi e radicali italiani, tra cui Ippolito Pindemonte, gravitando, per un certo periodo, nel gruppo di poeti sentimentali, fondato a Firenze da Robert Merry, i  cosiddetti “Della Cruscans”.

Per approfondimenti su questa scrittrice, consiglio il libro di Marianna D’Ezio (che è tratto dalla sua tesi di dottorato): “Hester Thrale Piozzi: a taste for eccentricity”, pubblicato da Cambridge Scholars nel 2011.