Gli autoritratti di Lucian Freud, in mostra a Londra

Nell’era dei social e della sovraesposizione, non sono un’amante del selfie. Al massimo, mi piace catturare la mia immagine riflessa in una vetrina, in uno specchio oppure la mia ombra proiettata su un muro o sulla strada.
Alla riservatezza dell’introversione unisco una certo pudore e preferisco cercare un senso estetico altrove.
Mentre sembra che in media la gente si faccia almeno due selfie al giorno, i miei autoscatti sono sporadici, significativi, affermativi.
Tuttavia, in tempi pre-digitali, mi è piaciuto collezionare foto tessera scattate con una certa regolarità, da un anno all’altro, per almeno due decadi.
Un esperimento analitico su me stessa, per registrare il passare del tempo o la caducità della giovinezza. Chissà…
L’autoritratto nasce forse come espressione del bisogno di rappresentare se stessi, cercando di capire chi siamo e come possiamo realizzarci in un’immagine pubblica. Per gli artisti, si tratta di oggettivare il Sé nello spazio circoscritto di un quadro, fissando le molteplici versioni che il tempo e le circostanze di volta in volta propongono.

E’ affascinante visitare una mostra di autoritratti. Il tema può apparire limitato e ripetitivo, ma il volto è una geografia misteriosa, che cambia alla luce e agli agenti esterni ed interni che la animano.
Così consiglio a chi si trova a passare a Piccadilly, in questi giorni frenetici di compere natalizie, di ritagliarsi un momento introspettivo e visitare la mostra alla Royal Academy, sui self-portraits di Lucian Freud.
Gli inizi sono grafici e immediati, come rapida e scanzonata è la vita di un ventenne. Basta una matita, una penna, un conté crayon. Però già si evince che per Freud ritrarre se stesso è una sfida, un modo per sperimentare mezzi e materiali, più che per scandagliare la propria interiorità. Il viso diviene un oggetto curioso e affascinante, su cui indugiare per riproporne i tratti, i solchi, i capelli, le pupille allargate sul mondo. A volte è un elemento che può infondere vita e profondità al paesaggio, alla stereotipata nitidezza di un muro vittoriano o di una lampada a gas.
Fu l’illustre nonno, Sigmund Freud, a sottolineare l’importanza dello specchio nello sviluppo psicoanalitico infantile. Per il nipote, lo specchio è un dispositivo, irriverente e indifferente, sui cui far danzare il proprio io, sorprendendo lo spettatore, spiandolo e spiandosi da una vecchia poltrona.
Si assapora una materialità tangibile nella mostra: alcuni quadri sono esposti su una superficie di tela chiara, altri emergono prepotenti dalla fisicità delle cornici. Ci sono anche quaderni di schizzi, o lavori interrotti perché contingenti, occasionali, dove il biancume del non finito racconta di interruzioni, disinteresse, o forse, difficoltà a definirsi a fondo. C’è poi la fase più avanzata, quella del colore ad olio, che non viene più steso a pennellate, ma a grumi, con lumeggiature di pesante Chemnitz White, perché, nel frattempo, il volto si è invecchiato, trasformandosi in una mappa di forza e fragilità. E l’artista scompare sotto strati di pittura.
Quantitativamente, sono più gli autoritratti che Freud ha deciso di distruggere, di quelli giunti fino a noi. Forse perché non sempre è stato capace di accettare quello che leggeva nel suo volto, oppure, perché, notoriamente riservato, non sempre gli riusciva di compensare la timidezza con l’esibizionismo.

“Santo Cielo!” A Londra, la mostra su Charlie Brown

good grief charlie brown

Ebbene sì, sono cresciuta con i Peanuts. La mia infanzia ha risentito dello strascico generazionale degli anni ’60/’70, con la guerra del Vietnam, le lotte femministe, la psicanalisi, i collettivi, il consumismo dilagante. Riviste politicizzate dal titolo Linus, giornalini, gadgets, adesivi… Charlie Brown, Snoopy e amici campeggiavano da poster colorati nelle stanze dei teenagers, tra frasi esistenziali e slogan di protesta. Leggevo avidamente i libri di fumetti collezionati dalle mie cugine più grandi, all’ombra di un abete, nel giardino delle vacanze, e mi piaceva la leggerezza di questa comitiva di bambini americani, spesso alle prese con situazioni più grandi di loro. E anch’io possedevo la mia piccola collezione: l’album natalizio fine anni ’50, qualche tascabile economico, e una statuina di Snoopy, intento ad abbracciare l’uccellino Woodstock, e, sul piedistallo, la scritta ‘Love’. Me la portò mio padre al ritorno da un viaggio di lavoro, e, ancora oggi, è uno degli oggetti a cui tengo di più.
Snoopy & co. continuarono a restare famosi, anche attraverso gli edonistici anni ’80, sebbene sempre più soffocati da personaggi asiatici, coloratissimi e molto poco impegnati, del calibro di Hello Kitty, per intendersi.
Per i seguaci di Charlie Brown, quest’autunno, Somerset House ospita una retrospettiva tutta dedicata ai Peanuts, dal titolo: “Good Grief, Charlie Brown.” La mostra è disposta su due livelli: al piano terra, la nascita dei personaggi e la loro evoluzione, si intrecciano alla biografia del loro autore, Charles M. Schultz. Si evince da subito che non poteva non essere così.
Nelle foto di infanzia, Charles ha la stessa testa tonda e l’aria timida di Charlie, mentre il cane di famiglia diviene lo spunto per la creazione del fedele bracchetto Snoopy, ed il segno da rigido e acerbo si evolve via via, più spigliato e tremolante, popolandosi di bambinetti dai caratteri e dalle idiosincrasie disparati, con l’apparizione lieve e goffa del pennuto Woodstock, e le prodezze di Snoopy, scrittore e aviatore da Grande Guerra.
Al piano superiore della mostra, si illustrano le influenze che il fumetto ha avuto sulla società e il costume e viceversa. Di volta in volta, Charlie Brown è iniziatore di slang (Bonk! Good Grief!), rappresenta un’alternativa politica, racconta con leggerezza e poesia le ansie, le aspirazioni, i dilemmi di una società in cambiamento, fino ad essere preso in prestito da artisti e designer, perché anche i Peanuts, alla fine, sono ‘Pop’.
Si può dunque produrre documenti battendo i tasti di una macchina da scrivere rossa fiammante targata Snoopy, leggere libri di auto-aiuto illustrati ad hoc, perché chi da piccolo non ha mai riversato le proprie ansie su un peluche o una copertina di flanella, chi non ha rifuggito il sapone, chi non ha lottato contro l’albero cannibale, divoratore di aquiloni, chi, infine, non si è mai sentito tanto atterrito all’idea di rivolgere la parola alla ragazzina (o al ragazzino) del cuore?
E, in fondo, lo stesso banchetto da cui Lucy Van Pelt sciorina counseling spicciolo ed elargisce limonata, non è forse simile a quelle bancarelle improvvisate su cui mettevamo in vendita biglie, giornalini usati, sottopentole fatte con le mollette e il vernidas?
Non so cosa penseranno i millennials e i centennials visitando questa mostra londinese, potrebbe rivelarsi comunque un incontro fertile.
Per me, Generation X, è stato ritrovare dei vecchi amici e la parte più innocente di me stessa.

L’insaziabile curiosità di Sir Hans Sloane

Hans Sloane

Sir Hans Sloane, Bt
by Stephen Slaughter (1736). © National Portrait Gallery, London

Hans Sloane, del quale, quest’anno, si celebrano i 265 anni dalla morte, fu eminente medico, naturalista, segretario e poi presidente della Royal Society e del Royal College of Physicians.
Nel corso della sua vita, ben ricompensato per essere stato medico di ricchi e famosi personaggi, inclusi tre sovrani (la regina Anna e i re Giorgio I e Giorgio II), seppe accumulare una vasta e variegata collezione di oggetti, e il suo divenne il più celebre gabinetto di curiosità dell’epoca.
Arrivato a Londra nel 1679 per studiare medicina, Sloane strinse amicizia con il chimico e collega della Royal Society Robert Boyle, e venne presentato al filosofo John Locke, al naturalista John Ray e al medico Thomas Sydenham. Nel giro di un decennio, Sloane acquistò un’importante reputazione e nel 1687 si recò in Giamaica come medico al seguito del nuovo governatore dell’isola, il Duca di Albemarle, in un momento storico in cui le piantagioni di zucchero stavano iniziando ad assumere un ruolo fondamentale nell’impero britannico.
Il soggiorno in Giamaica stimolò la vasta curiosità di Sloane per il mondo naturale ed il medico produsse una storia naturale della regione: due lussuosi volumi (pubblicati rispettivamente nel 1707 e nel 1725), pieni di centinaia di dettagliate incisioni a grandezza naturale di piante locali, animali e curiosità.
Dopo il suo ritorno a Londra nel 1689, Sloane sposò la vedova di uno dei principali proprietari di schiavi della Giamaica, divenne ancora più ricco ed acquistò delle proprietà a Chelsea. Fu nominato Presidente del Royal College of Physicians nel 1719.
Grazie alla sua florida situazione economica, lo studioso trovava facilissimo accedere a oggetti e aneddoti avvincenti che potessero ingrandire il suo museo personale. Al centro di una rete di scambi davvero mondiale, Sloane creò una collezione enciclopedica di campioni minerali, botanici e zoologici, oggetti etnografici, antichità, stampe, disegni, libri e manoscritti (tra cui anche raffinati album di acquerelli di Jan Van Huysum (1682-1749) e Maria Sibylla Merian (1647-1717) e le sue figlie), spesso ereditando o acquistando intere collezioni formate da altri.
Alla sua morte, nel 1753. la collezione di Sloane fu acquisita per la nazione da un atto del Parlamento che creò il British Museum. Ma quando il Museo riorganizzò le sue collezioni e acquisì altri oggetti, la collezione di Sloane fu dispersa tra diversi dipartimenti e, infine, nel 1881, fu trasferita al Natural History Museum e alla British Library. Questa dispersione ha ostacolato, in un certo senso, lo studio e la comprensione della collezione nella sua interezza, e le relazioni storiche tra i vari oggetti.

Dal 2010, un gruppo di curatori, bibliotecari e scienziati del British Museum, della British Library e del Natural History Museum hanno creato un consorzio di ricerca informale, per una migliore comprensione, sia da parte dei ricercatori che del pubblico, delle vaste collezioni del loro fondatore comune.
Ne è nato un sito, che elenca vari progetti interessanti, passati e presenti, tra cui “Enlightenment Architectures”, uno studio dei cataloghi manoscritti originali di Sir Hans Sloane (1660-1753), che cerca di capire la complessa architettura di informazioni e l’eredità intellettuale di questi veri e propri “meta-data dell’Illuminismo”.

Se poi vi recate al British Museum, la Enlightenment Gallery rappresenta un vero e proprio omaggio a Sloane ed ai suoi tempi: non solo l’esposizione, in sette temi, esplora la nascita delle discipline moderne, ma dimostra anche come la classificazione della conoscenza fu al centro dell’illuminismo. Nelle teche troverete, inoltre, una grande quantità di materiali della collezione originale di Sir Hans Sloane.

Una nuova partnership di scambio botanico tra Londra e Roma

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I giardinieri del South London Botanical Institute (SLBI) di Tulse Hill in questi giorni stanno visitando l’Orto Botanico di Roma grazie ad una nuova partnership di scambio botanico tra le due organizzazioni. La partnership è finanziata da Botanic Gardens Conservation International (BGCI) in collaborazione con la Interactive Community di Arboreta (ArbNet), nell’ambito di un nuovo schema per condividere conoscenze, abilità e risorse all’interno della comunità internazionale di orti botanici. L’obiettivo finale è quello di migliorare la conservazione delle piante in tutto il mondo.

La borsa di partenariato sosterrà una visita di scambio in ciascun giardino. I giardinieri dell’Orto Botanico di Roma visiteranno il South London Botanical Institute a giugno.

L’Orto Botanico di Roma (BGR) è una struttura didattica e scientifica dell’Università Sapienza di Roma, e occupa un’area di 11 ettari nel centro storico di Roma. Si trova nell’ex giardino del palazzo cinquecentesco della famiglia Corsini, una famiglia aristocratica fiorentina. Il palazzo, ora sede dell ‘”Accademia Nazionale dei Lincei”, e il suo giardino furono trasferiti allo stato italiano alla fine del XIX secolo. La posizione e l’origine del giardino botanico ne fanno un luogo unico, in quanto è un esempio di giardino storico con un importante patrimonio artistico. Oggi conta circa 2000 specie, tra cui il palmeto (con 24 specie), il boschetto di bambù (con oltre 76 specie), il roseto, il “Giardino dei Semplici” (contenente specie vegetali coltivate ad uso medicinale), il Giardino giapponese e la serra Corsini, con piante succulente.

Il South London Botanical Institute (SLBI) fu fondato nel 1910 dal riformatore sociale Allan Octavian Hume, con lo scopo di diffondere la botanica tra i lavoratori della zona sud di Londra. Hume fu al servizio del Raj britannico, membro fondatore del Congresso nazionale indiano nel 1885, e comprò la casa vittoriana, sede dell’Istituto, nel 1860, trasformandola ad hoc, con una biblioteca, un erbario ed un vasto giardino. Gli armadi dell’erbario progettati da Hume sono ancora in uso e contengono esemplari di piante risalenti al 1802. Il giardino si è evoluto e ora ha uno stagno fiorente, particolarmente popolare tra i bambini in visita.

L’obiettivo di Hume prosegue ancora oggi: lo SLBI apre le porte a persone provenienti da varie parti della città, permettendo loro di esplorare il mondo vegetale, godere del giardino botanico, della biblioteca e dell’erbario e partecipare a una vasta gamma di attività per tutte le età ed abilità.

I giardinieri romani sono particolarmente interessati a conoscere gli eventi educativi organizzati dallo SLBI: visite scolastiche, laboratori botanici, conferenze e altre attività, che si rivolgono alla comunità più ampia di Londra – questo è quello che vorrebbero incentivare a Roma.

Entrambe le organizzazioni non vedono l’ora di imparare dai rispettivi giardini, ad esempio quali nuove piante potrebbero essere aggiunte alle loro collezioni. Roma vuole conoscere meglio le piante acquatiche, i cactus, le piante grasse e le piante carnivore coltivate allo SLBI, mentre lo SLBI è particolarmente interessato alle piante mediterranee. Entrambi i giardini condivideranno la conoscenza delle loro collezioni di felci, oltre a discutere sulle modalità di seed banking, sui database e sulla gestione delle raccolte di piante (inclusi gli erbari con piante essiccate).

Commentando la partnership, Sarah Davey, Capo Giardiniere di SLBI, ha dichiarato: “Siamo lieti di avere la meravigliosa opportunità di visitare il prestigioso Orto Botanico di Roma e di imparare dalle loro collezioni botaniche. Non vediamo l’ora di accogliere i giardinieri italiani allo SLBI anche a giugno, per mostrare loro il nostro giardino e la nostra vasta gamma di attività “.

Il South London Botanical Institute è aperto per eventi e attività, ed in generale, il giovedì dalle 10.00 alle 16.00. Per maggiori dettagli si può inviare una email a info@slbi.org.uk.

 

Il curioso collezionismo di Sir Thomas Browne

Thomas Browne era nato a Londra il 19 ottobre del 1605, nella parrocchia di St Michael a Cheapside. Dopo aver studiato ad Oxford, Padova, Montpellier e Leiden, si era laureato in medicina ed aveva fatto ritorno in Inghilterra. Nel 1637 si trasferì a Norwich, dove praticò come medico fino alla sua morte, avvenuta nel giorno del suo settantasettesimo compleanno, nel 1682.
Browne non fu solo uno stimato medico nella seconda città del Regno, ma un fertile autore ed uno studioso dalla curiosità insaziabile. L’educazione europea a cui era stato esposto, lo aveva avvicinato alle teorie più nuove nella pratica medica, e lo aveva formato all’anatomia e alla dissezione. Il suo primo lavoro, Religio Medici (stampato nel 1642, ma scritto nel 1635), divenne praticamente un best-seller dell’epoca e fu tradotto in un gran numero di lingue, anche in italiano. Lo si può considerare una forma di autobiografia spirituale, in cui lo scetticismo dell’uomo di scienza convive con la fede personale, così che il medico viene scagionato dall’accusa di eresia ed i valori protestanti sono difesi, a ricomporre fragilmente quella che sembra ormai l’insanabile frattura tra scienza e religione, in un momento storico in cui correnti settarie dividevano le coscienze. Per i suoi contenuti, l’opera finì nell’elenco papale dei libri proibiti.

In uno studio successivo, Pseudodoxia Epidemica (pubblicato nel 1646 e poi ripubblicato in cinque nuove versioni), Browne passò in rassegna gli “errori volgari”, cioè tutte le astruse credenze popolari circolate fino ad allora sul mondo naturale.
Browne esamina sistematicamente tutti i fatti e le curiosità sul mondo naturale, sulla storia e sulla religione, che erano stati traslati dalla saggezza popolare alle eminenti pubblicazioni scientifiche. Browne, homo novus, amante della libertà di pensiero, si affida a due strumenti: la ragione e l’esperimento. Deduzione o induzione lo guidano nell’opera di smantellamento di sciocche o buffe teorie, come quella che vede l’utilizzo di un martin pescatore morto, appeso ad una corda, quale mezzo per indicare la direzione del vento.
Lo studioso non mancò di interessarsi quasi ossessivamente alla natura, tanto che nell’opera The Garden of Cyrus (1658), arrivò a formulare un ordine ideale, un’idea platonica delle forme, secondo la disposizione a Quinconce, cioè delle cinque unità raffigurate nei dadi o nella monetazione degli antichi romani o ancora nel misticismo pitagorico.
Thomas Browne è probabilmente l’unico, dopo Shakespeare, tra gli autori del XVII secolo, citati dall’Oxford English Dictionary, ad aver coniato tantissime parole insolite.
Browne fu un autore versatile, che nel parlare tanto di scienza quanto di religione, seppe esprimere concetti affascinanti, mediante un vocabolario infarcito di neologismi latini e greci.
Erudito, divertente, mai pedante, a lui si deve la creazione di parole o aggettivi ormai entrati nell’uso comune, tra cui: ambidextrous, anomalous, ascetic, coma, electricity, ferocious, medical e… migrant.
Fino al primo dicembre, si può conoscere meglio questo interessante scienziato, grazie ad una piccola, ma esaustiva mostra, allestita al Royal College of Physicians di Londra. Assieme alle edizioni delle opere di Browne, le teche raccolgono oggetti curiosi, un erbario ed altri materiali, tra cui lettere e quaderni manoscritti, che gettano luce sui diversi interessi del medico inglese e provano a ricostruire quella camera delle meraviglie, che era ospitata nella casa di Norwich. Una casa ed un giardino, che lo scrittore e diarista John Evelyn non esitò a descrivere come “un vero paradiso”, e che fu oggetto di visita anche da parte del re Charles II.
Oltre alla mostra londinese, che si inserisce in un progetto più grande, a cura della Queen Mary University, che mira all’edizione integrale delle opere di Thomas Browne, speciali celebrazioni si terranno a Norwich, domani, giorno di nascita e morte dello scienziato. Lo scopo è quello di raccontare la vita e le opere di uno studioso che fu sempre mosso dalla curiosità e dal desiderio di conoscere e comprendere il mondo che lo circondava, e che seppe rompere le barriere della comunicazione, trasmettendo, a chi lo circondava, le sue scoperte, in una lingua comprensibile a tutti.

A Londra, un giardino terapeutico

Gli spazi verdi sono importanti per la comunità, soprattutto per l’immediato benessere che essi offrono. Tanto più se vengono progettati come giardini terapeutici, che, non solo costituiscono una modifica in positivo dello spazio pubblico, ma si pongono a metà tra natura e scienza.
Questi giardini, da un lato, promuovono la biodiversità, dall’altro forniscono un ambiente in grado di ridurre lo stress, adattandosi alle esigenze di chi lo visita. Ecco dunque che uno spazio verde di passaggio, quasi dimenticato, disseminato di lapidi ed erbe rade, come il retro della chiesa di St Mary a Lewisham, è divenuto un luogo sicuro e riparato, dove l’insieme delle componenti naturali stimolano il visitatore in un sapiente accordo di colori, tessiture, suoni e profumi. La presenza di piante, acqua, cielo, uccelli, fiori, erba, e, perché no, lapidi centenarie, dove crescono edere e digitali purpuree, sono di enorme aiuto terapeutico e mirano a ridurre gli stati di ansietà.  Nelle vicinanze della chiesa sorge un grande ospedale, la cui unità psichiatrica si trova proprio a fianco del giardino. Spesso i pazienti si recavano a St Mary per meditare, pregare oppure passeggiare nel vecchio cimitero. E’ stata dunque quasi una scelta naturale per i volontari della Ladywell Unit dell’ospedale e della Chiesa di St Mary iniziare a creare un bel giardino terapeutico, trasformare uno spazio verde abbastanza trascurato per trasformare le vite di chi lo frequenta.
Il giardino di Lewisham è stato creato per offrire un benessere mentale, sia ai pazienti, attraverso il giardinaggio, sia alla comunità, regalando un’oasi di pace e bellezza dove sostare. Uno spazio non tanto di cura, quanto di miglioramento delle qualità di vita. Il giardino è stato strutturato secondo dei percorsi circolari, privi di ostacoli, che sono utili ai malati di Alzheimer e demenza, in quanto contengono la tendenza alla fuga e le situazioni di insicurezza. Le aiuole multisensoriali, senza spine e foglie pungenti o urticanti, sono state giocate su delle tonalità cromatiche fredde, che promuovono il rilassamento. La tavolozza limitata e gli stimoli olfattivi e sensoriali, servono a diminuire il dolore, lo stress, la depressione e l’ansia. I cambiamenti e le evoluzioni delle piante contenute in queste aiuole rifletterà il susseguirsi delle stagioni e le variazioni degli stati d’animo dei pazienti e dei visitatori.

Lo spazio contiene un’orto, in cui i pazienti dell’ospedale potranno partecipare a sessioni terapeutiche di giardinaggio, ed anche un prato selvatico, composto da una sinfonia di colori, qualità tattili e profumi, dove crescono la camomilla, la borragine, i papaveri, la malva e la centaurea montana e si aggirano api ed altri insetti. Un luogo silente e rado d’inverno, che si ravviva in primavera ed esplode in una fiammata di cromi in estate, per simboleggiare la speranza della rinascita ed aiutare tutti quei pazienti che combattono contro la depressione.

Rousseau il botanofilo

Nel panorama intellettuale e filosofico del Settecento, pur condividendo alcune idee dell’Illuminismo, il pensiero di Jean-Jacques Rousseau si distacca in maniera così originale, da essere considerato precursore del Romanticismo. Nato il 28 giugno 1712, Rousseau è attuale ancora oggi, ad esempio quando si oppone al Liberalismo individualistico, denunciando le ineguaglianze e le ingiustizie sociali. Le sue idee gli costarono persecuzioni e condanne da parte delle autorità civili ed ecclesiastiche, e, per diciotto mesi, riparò in Inghilterra, ospite del filosofo scozzese David Hume. A Londra, dove soggiornò per un periodo al numero 10 di Buckingham Street, si fece subito notare per l’abbigliamento “all’Armena”. È così che lo ritrasse Allan Ramsay nel 1766, con cappello e bordure di pelliccia, contro un fondale neutro scuro e la luce (o meglio, l’illuminazione) che piove sul capo illustre. L’inquietudine del filosofo segna una vita che, a dispetto di fama ed ingiurie, non conosce soste o riposo. Peregrinando da una città all’altra, dimorando ospite di discepoli o ammiratori (quando dissidi o manie di persecuzione non ne avvelenano i rapporti), nei suoi ultimi anni Rousseau si dedica alla botanica. Nella nomenclatura di fronde e fiori scopre un ordine meditativo, una consolazione alle incertezze quotidiane, che gli permette di vivere, senza nemici, il vasto mondo vegetale. Rispetto all'”Emile” o al “Contratto Sociale”, il corpus di scritti botanici è meno conosciuto. Al ritorno dall’esilio inglese, Rousseau scrive otto missive di botanica elementare, indirizzandole a Madame Delessert. Scritte a Parigi, dopo il 1771, le lettere verranno pubblicate postume, nel 1782, ed arricchite, nell’edizione del 1805, dalle mirabili tavole di Pierre-Joseph Redouté. È in uno di questi carteggi che Rousseau afferma pioneristicamente l’utilità di osservare la natura, lontano dall’artifizio dei giardini, poiché l’uomo si è allontanato da essa, piegandola e sovvertendola a proprio vantaggio.
Personalmente, mi sento vicina a questo filosofo-botanico, erborista ed educatore, propulsore di una bio-diversità ante litteram, il quale non esita ad elogiare le “erbacce”, convinto che i malesseri della società e dell’individuo siano causati dall’allontanamento da una vita semplice e spontanea, quella per cui originariamente si era stati creati.
Alla Linnean Society di Londra, è conservata una lettera che Rousseau scrisse a Linneo, il 21 settembre 1771. “Ricevete con bontà, Monsieur, l’omaggio di un incompetentissimo, ma zelantissimo discepolo.” All’encomio si associa la confessione che gli scritti di Linneo costituiscono un’oasi di pace e meditazione in mezzo alle persecuzioni, e che la botanica è un balsamo per la mente tormentata ed ossessiva del filosofo. Segue l’umile richiesta di uno scambio di sementi e di libri. E qui, niente di strano. Amici e contatti illustri solevano mandare a Rousseau lettere dai caratteri svolazzanti miste a semi di piante. E, per lenire l’improvvisa perdita di Madame de Malesherbes, morta suicida, Rousseau aveva inviato al suo consorte un erbario, nel quale il destinatario aveva riconosciuto, con piacere, degli esemplari raccolti assieme all’amico, a Meudon.
Piante rifugio, consolazione, distrazione, terapia, ma anche legante di amicizie, richiamo di esperienze.

Jean-Jacques Rousseau morirà ai primi di luglio del 1798, al ritorno da una passeggiata in solitaria, durante la quale aveva erborizzato, come sempre.