Buon 2021?

happy man treeIl primo post dell’anno, e il primo post dell’era Brexit.
Che dire?
Siamo al terzo lockdown, con variante inglese del virus che impazza. 
Un londinese su trenta ce l’ha.
Il sindaco ha dichiarato lo stato di emergenza, bisogna stare a casa il più possibile, perché gli ospedali sono ingolfati. 
Arte, cultura e tutto quello che mi capita a Londra… Difficile mantenere fede al sottotitolo di questo blog.
I musei sono chiusi, la cultura è per lo più digitale, ma non vi si accede dal vivo; l’arte, ormai, la faccio io, prendendo spunto dalla natura e dalle passeggiate al parco e seguendo una classe di disegno in streaming. 
Mi diletto con le effemeridi della storia e le conferenze online, però mi piacerebbe leggere di più quest’anno… Chissà se ci riuscirò. 
Mi mancano i miei giretti da flâneuse, che tanto hanno ispirato i miei post.
Continuo a camminare, esplorando la zona e la serie di parchi, boschi e spazi verdi della Green Chain.
La posta arriva in ritardo, perché i postini sono malati. Le spedizioni dall’Europa idem, perché, adesso, per inviare qualcosa, bisogna compilare una dichiarazione doganale. E molte imprese e corrieri britannici hanno ridotto o sospeso le consegne nell’UE, mentre le aziende sono alle prese con i nuovi controlli alle frontiere e tasse di importazione. Prima di Natale c’è stato un mega-ingorgo a Dover, file di camion bloccati. Gli inglesi si sono fatti prendere dal panico e hanno fatto incetta di lattuga. I porri e le patate, per fortuna, li hanno lasciati.
Un antico platano di Hackney, soprannominato ‘The Happy Man Tree”, che era stato votato albero dell’anno nel 2020, è stato tagliato poco prima della Befana. Dava fastidio al progetto di riqualificazione di Berkeley Homes. Non sono servite proteste e petizioni, ormai era troppo tardi per alterare il progetto di costruzione di nuovi appartamenti ( 58% privati e di lusso e solo 20% popolari) e risparmiare la vita al platano, che aveva la bella età di 150 anni. Anche volendo apporre delle modifiche, si sarebbe verificato un ritardo di quindici mesi sui lavori.
Decisamente troppo, sia per i costruttori che per il municipio.
A Londra il tempo è denaro, anche quando il tempo sembra essere sospeso da una pandemia.  
E, quindi, per qualsiasi lieto fine, bisognerà aspettare ancora…

L’Arte appaga, ma non paga

NHM

E’ un anno nero per i musei, le pinacoteche, le dimore storiche, i cinema, i teatri e le sale concerto londinesi. Dopo aver riaperto i battenti ad estate inoltrata, sono rimasti di nuovo fermi nel secondo lockdown di novembre. Hanno potuto riaprire agli inizi di dicembre ma, dopo neanche due settimane, hanno chiuso di nuovo, a causa del Tier 3, il livello più alto di restrizioni Covid.
Pensavo che questo livello corrispondesse pedissequamente alla zona rossa italiana, tuttavia, mi è bastato fare un giro, per notare che tutti i negozi, anche quelli non classificati come di prima necessità, sono aperti, così come restano aperti barbieri, parrucchieri, saloni da estetista, saune, palestre. Nonché caffè, pub e ristoranti, quelli in grado di fornire un servizio di asporto.
Non ho mai visto tanta gente in giro, e, tra l’altro, le mascherine restano un optional, persino là dove dovrebbero essere obbligatorie, perché nessuno davvero controlla e il poster alla Julian Opie che minaccia multe salatissime, è un blando deterrente.
Insomma, qui in UK come in altri paesi d’Europa, è considerato sicuro affollare un centro commerciale, ma pericoloso andare a vedere una mostra o assistere ad uno spettacolo.
Eppure, Public Health England non ha registrato alcun caso di coronavirus che sia stato trasmesso in un’attrazione turistica nel Regno Unito.
Musei e altri luoghi di cultura hanno messo in pratica un rigido sistema di prenotazione anticipata, con distanze fisiche garantite da biglietti a orario e da numero ridotto di utenti, obbligati ad indossare la mascherina e a seguire un percorso sanificato e ben stabilito.
Dopo essersi a malapena rimesse in piedi dal primo lockdown, piene di speranza di poter recuperare qualcosa in seguito al secondo, adesso molte realtà culturali si trovano in una situazione finanziaria molto difficile se non drammatica. Potrebbe dunque essere difficile, per alcune organizzazioni, riuscire a restare a galla nel 2021…

Cucina terapeutica

Mince pies al limoneSono passati alcuni mesi dal mio ultimo post, quasi due stagioni, e,  fra meno di due settimane, è Natale.
Non sto a dilungarmi sui motivi dell’assenza, comunque, come da disclaimer, “questo blog  viene aggiornato senza alcuna periodicità.”
Mi capita, ogni tanto, di lasciarlo galleggiare, come quando si chiude casa per un viaggio. Non sto mai via troppo tempo, ma sicuro quello che basta per perdere i miei pochi lettori.
Poi, per fortuna, torno: riordino le idee, tolgo qualche ragnatela, ricomincio a scrivere. Quest’anno, tra un lockdown e l’altro, ho fatto molte cose, come: camminare, seminare e raccogliere piante, leggere, studiare, disegnare, scattare fotografie, cucinare. Scrivere, invece, poco. E me ne dispiace.
Tuttavia, questo 2020 è un anno atipico, e alla fine è già tanto se sono ancora qui, a pigiare tasti nel flusso di coscienza.
Quanto a cucinare, sono passata dai libri, alle video ricette sui siti di gastronomia ad una fantastica classe in diretta su zoom, dove, grazie a The Regency Cook, ho imparato, assieme ad altre persone da tutto il mondo, a fare le mince pies al limone, secondo una ricetta originale del 1830, opportunamente adattata.

Il 1830, che decade fu quella!
Scampoli di periodo Regency, ormai in dissolvenza, alla morte dell’ultimo re di nome George e a poco più di un lustro di distanza dall’era Vittoriana.
L’ultimo pirata veniva impiccato a Wapping, il duca di Wellington perdeva il seggio di Primo Ministro, e si inaugurava la prima ferrovia al mondo percorsa esclusivamente da locomotive a vapore.
In Europa dissenso e tentativi di insurrezione animavano gli animi e le piazze, e Delacroix dipingeva “La libertà che guida il popolo.”
Nel frattempo, una pandemia di colera si diffondeva dalla Russia alla Polonia, e poi, arrivava, subdola e spietata, fino a Newcastle, Londra, Parigi, provocando centinaia di migliaia di vittime.
In tutto questo, qualcuno vergava, in bella calligrafia, un taccuino di ricette, lasciandoci, a pagina 99, quella per le tortine ripiene di limone candito:

Una libbra di ribes, una libbra di sugna e tre limoni, spremete il succo, quindi lessate i limoni in acqua e cambiate l’acqua per togliere l’amaro, quando saranno bolliti abbastanza teneri passateli al colino, quindi mescolate il succo e il tutto insieme a quasi tre quarti di libbra di zucchero, quando fate le vostre tortine metteteci dentro arancia e cedro e qualche mandorla…”

Una visita differente. A Londra riapre la National Gallery.

National Gallery

© Roberto.Trombetta on Visual Hunt / CC BY-NC

Tra le tante cose che l’emergenza coronavirus ha cambiato nelle nostre vite si può annoverare la casualità e, se vogliamo, un po’ di spontaneità.
Il distanziamento sociale significa pianificare, prenotare, mettersi in fila.
Non si può più, almeno fino a quando la situazione non tornerà normale, passare davanti all’ingresso di un luogo di intrattenimento, di un museo o di una galleria, e decidere di entrare, seguendo l’ispirazione del momento.
Tuttavia, l’arte è una terapia, che aiuta a migliorare l’umore e arricchire la nostra vita.
Ecco perché non possiamo non accogliere con piacere la notizia che la National Gallery ha riaperto finalmente ai visitatori, dopo 111 giorni di lockdown.
E’ stato il periodo più lungo di chiusura per questa famosa pinacoteca, che era riuscita a mantenersi fruibile, anche durante due conflitti mondiali.
L’ingresso è sempre gratuito, ma stavolta bisogna prenotare in anticipo un biglietto orario.
La mascherina per i visitatori non è obbligatoria (come avviene nei musei italiani), ma consigliata.
Il distanziamento sociale è in atto fin da Trafalgar Square.
All’interno, si dovranno seguire tre possibili percorsi tematici obbligatori: Arte Italiana, Arte Nord-Europea, Arte Britannica.
Nelle sale sarà possibile sostare a piacere, sempre seguendo le frecce, le regole e le distanze.
Il personale potrà decidere di far fluire i visitatori altrove, se i numeri in ciascun ambiente diventeranno eccessivi.
Per le guide turistiche con patentino, i detentori di carte ICOM e Museum Association e chi lavora o svolge volontariato nei musei, le mostre speciali non saranno più gratuite o scontate, almeno fino ad ottobre 2020.
Questo è stato deciso dal National Museum Directors’ Council, data la scarsa disponibilità di biglietti a pagamento e il danno finanziario subito dalle istituzioni museali.
Pur comprendendo le suddette ragioni, ICOM ritiene che la scelta sia in qualche modo reazionaria e non tenga conto dei più ampi vantaggi dell’accesso gratuito e reciproco, ad esempio la costruzione e lo scambio di conoscenze professionali e la promozione di un accesso più ampio e diversificato (oltre al fatto che, abbonarsi a questi schemi, ha comunque un costo annuale significativo: 89 sterline per ICOM e 94 sterline per MA).

A Londra riemerge il primo teatro di Shakespeare

© Archaeology South-East / UCL

Il Red Lion era un teatro situato a Whitechapel, immediatamente fuori dalle mura della City di Londra.
Fondato dal mercante di spezie John Brayne, questo edificio è ampiamente considerato come il primo teatro costruito appositamente in epoca elisabettiana per ospitare le numerose compagnie in tournée a Londra. L’edificio ebbe vita breve, ma si suppone che proprio qui fossero state messi in scena i primi drammi del giovane Shakespeare, verso il 1590.
Le uniche informazioni conosciute sul Red Lion provengono da due cause legali (una del 1567 e l’altra del 1569) tra il proprietario e i falegnami che avevano lavorato alla costruzione del teatro. La seconda causa verteva sulla qualità dei lavori e includeva una descrizione accurata del palcoscenico, incluse le dimensioni.
Gli studiosi hanno dibattuto a lungo sull’esatta posizione di questo teatro elisabettiano, servendosi di mappe del XVII secolo.
Adesso, i resti del Red Lion, sono stati rinvenuti da Archeology South-East, una branca dell’Istituto di archeologia della UCL.
Nel gennaio 2019, gli scavi archeologici condotti a Whitechapel hanno messo in luce una struttura rettangolare in legno, che corrisponde alle misure del palco menzionate nelle cause legali.
Ulteriori scavi hanno svelato i resti di edifici del XV – XVI secolo, forse le cantine della birra e la locanda. Sono stati rinvenuti vari recipienti di vetro e ceramica, come bicchieri, tazze, bottiglie e boccali, che dimostrano una continuità nell’attività di questa taverna, almeno fino al XVIII secolo.
Le indagini archeologiche, monitorate da Historic England, sono state commissionate dal comune di Tower Hamlets e dal gruppo RPS per conto di Mount Anvil e L&Q, società di costruzioni residenziali, prima che il sito in 85 Stepney Way venga edificato.
Tutti i reperti sono ora in fase di studio ed interpretazione. Historic England prevede di esporli in modo permanente, all’interno della nuova costruzione, in modo da far apprezzare al pubblico la storia del sito.

Cronache da una Londra ancora deserta

Dopo esattamente tre mesi, ho ripreso il treno perché dovevo recarmi in centro.
Munita di mascherina, che dal 15 giugno è obbligatoria sui mezzi pubblici, sono riuscita a garantirmi i due metri di distanza di sicurezza, dato che non c’erano molte persone all’ora in cui mi trovavo a viaggiare.
Il 90% dei passeggeri aveva una qualche copertura facciale, dal fazzoletto, alla mascherina chirurgica, a versioni più hi-tec.
Le stazioni sono piene di adesivi e poster, per marcare le distanze e ricordare le regole ai viaggiatori. Inoltre alcune panchine sono state rese accessibili solo per metà, in modo da separare di almeno un metro chi decide di sedersi.
A Charing Cross, poi, ho trovato un lungo tavolo, dove c’erano varie bottiglie di disinfettante per le mani. C’era anche tanto personale extra, con la visiera protettiva ed un gilet rosa, per indirizzare ed aiutare le persone in entrata ed uscita dalla stazione.
Una volta in strada, mi sono resa conto che non tutti i negozi avevano riaperto e che non c’erano tutte queste persone in giro.
Anzi, sembrava che la zona di Covent Garden e Holborn fosse per lo più animata da operai, addetti alle costruzioni o ai lavori di ampliamento stradale.
Ho approfittato di una farmacia aperta per comperare poche cose di cui avevo bisogno.
Era molto ben organizzata, con entrata ed uscita separata e segnali sul pavimento. Anche qui i commessi avevano la visiera trasparente.
Le casse erano provviste di barriere di plexiglas, ma si poteva anche usare il self service.
Comunque, non mi sono stressata più di tanto, perché ero l’unica cliente.
I rari negozi di abbigliamento che ho visto aperti, stavano praticamente facendo le svendite dei capi che erano avanzati da marzo.
Questo probabilmente spiega le scene di isteria di massa che si sono verificate lunedì scorso, quando alcune celebri catene di sport e abbigliamento di Oxford Street avevano registrato un numero spropositato di avventori, sicuramente attratti dai saldi.
L’unica fila (saranno state meno di dieci persone) che ho visto in tutto il tragitto, è stata quella fuori dal negozio della Apple.
Il mercato di Covent Garden era deserto.
Molti bar e ristoranti non hanno riaperto, nemmeno per il take away.
Un’iniziativa che mi è piaciuta molto, sono stati i dispenser gratuiti di gel disinfettante, posizionati intorno a Seven Dials, per iniziativa dei negozianti locali.

Dato che le strade erano eccezionalmente vuote, ho notato particolari architettonici che non mi erano mai saltati all’occhio nella quotidianità affollata del pre-covid19.
Ad esempio, le insegne di negozi vittoriani ormai scomparsi da tempo, la targa commemorativa dell’abitazione del botanico ed esploratore Joseph Banks, il fregio art deco del cinema Odeon, e anche dei murales accattivanti. 

La scomparsa di Bob the Cat

Mi ricordo di James e Bob.
Li vedevo sempre, anni fa, a Covent Garden, mentre tornavo a casa dal lavoro.
James suonava oppure vendeva The Big Issue in strada e Bob se ne stava in equilibrio sulla sua spalla.
La gente si fermava, scattava delle foto. Era così inusuale quel flemmatico gatto rosso, così inseparabile dal suo padrone.
Sembrava ammaestrato, e James gli metteva sempre al collo un fazzoletto o una piccola sciarpa. Si erano conosciuti in strada, nel 2007, quando Bob era randagio e ferito. James, un tossicodipendente in via di guarigione, si era preso cura del micio e, grazie a questo amico speciale, aveva trovato un motivo per alzarsi ogni mattina. Erano  davvero inseparabili.
Poi, nel 2012, arrivò il successo.
James scrisse un libro (al quale ne seguirono altri) e dal libro fu tratto un film.
Bob the Cat, assieme al suo padrone, ha cominciato a condurre una vita da star, incontrando i lettori, viaggiando per il mondo e affrontando i fans.
Purtroppo, l’altro ieri, questo felino straordinario è venuto a mancare.
La notizia è stata data dalla casa editrice Hodder & Stoughton tramite Facebook.
Per chi ha posseduto un animale domestico, si sa quanto sia difficile affrontarne la perdita.
In un momento particolare, come quello che stiamo attraversando, deve essere ancora più dura per James perdere il suo inseparabile amico.
L’autore ha dichiarato: “Sento che la luce si è spenta nella mia vita. Non lo dimenticherò mai.”
Paul McNamee, direttore di The Big Issue, ha aggiunto: “Prima Bob ha cambiato la vita di James Bowen, poi ha cambiato il mondo. Ha significato molto per The Big Issue ed è stata una parte enorme della nostra storia, così come The Big Issue è stata la sua storia.

Donne e Giardini

A proposito di erbe, nella mia libreria vintage, c’è un piccolo volume, pubblicato su carta economica nel 1944, dal titolo: Culinary and Salad Herbs.

Rohde Coley herb garden schemeIl frontespizio è decorato da un curioso schema per un orto dei semplici, progettato dall’autrice, Eleanor Sinclair Rohde, e disegnato da Hilda Maud Coley, apprezzata artista botanica e floreale.

Coley, figlia di un ministro metodista, era nata a Bristol nel 1884. Dopo un’infanzia peripatetica, a causa del lavoro del padre, Hilda aveva studiato arte a Liverpool, e si era mantenuta realizzando dipinti e disegni in bianco e nero per numerosi editori, specializzandosi anche in ritratti di orchidee. Fu premiata dalla Royal Horticultural Society ed espose i suoi lavori in varie gallerie, nonché presso la Facoltà di Lettere, a Venezia. Morì in Dorset, nel 1950. Non avendo eredi, lasciò la sua piccola proprietà al fratello, Samuel Ernest Coley, anch’egli ministro metodista. Mi dispiace di non essere riuscita a trovare maggiori informazioni su quest’artista. I suoi disegni di fiori e piante tradiscono un carattere poetico, a tratti sognante.

Eleanour_Sinclair_RohdeL’autrice del piccolo manuale, invece, Eleanour Sophy Sinclair Rohde, era una storica di giardini, appassionata di orticoltura e membro della British Guild of Herb Growers dal 1918.
Nata a Travancore, nell’odierno Kerala, nel 1881, Eleanour era figlia di John Rohde, funzionario statale in India, e sorella del luogotenente John Haughton Rohde, caduto e disperso a Neuve Chapelle durante la Grande Guerra (1914).
Timida e riservata, convinta vegetariana, Eleanour non superò mai completamente la perdita del fratello e restò nubile.
Visse per gran parte della sua vita nella casa di famiglia, Cranham Lodge, a Reigate, in Surrey. Una tipica dimora vittoriana, che esiste ancora, con un giardino enorme.
Qui Rhode raccolse insolite varietà di erbe  aromatiche e verdure, coltivando e vendendo semi sia ai visitatori sia per corrispondenza, e utilizzando lo spazio come ispirazione per il suo lavoro di designer di giardini. Agli inizi della carriera, assieme alla sua insegnante Maud Grieve, aveva creato il primo giardino di erbe al Chelsea Flower Show del 1919.
Cranham Lodge SurreyEleanour Sinclair Rohde fece molto per incoraggiare la creazione di giardini di erbe aromatiche e, oltre al piccolo libro sugli usi culinari, il suo lavoro più acclamato resta The Scented Garden, pubblicato nel 1931. Valido sia per i giardinieri di professione che per gli appassionati di erbe e piante profumate, l’opera elenca alberi, arbusti, rampicanti, piante erbacee e bulbi adatti a creare un giardino aromatico, fornendo ricette per profumi, acqua di toletta, pot-pourri e sacchetti profumati.
Eleanour aveva studiato storia medievale e si era cimentata in fantasiose ricostruzioni di giardini. Tra gli anni Trenta e gli anni Quaranta sorsero molti giardini di erbe ispirati ai dettami di Miss Rohde, tra cui quello della famosa tenuta di Sissinghurst.

Coley Shakespeare daisies

Nel 1935, veniva dato alle stampe Shakespeare’s Wild Flowers, un libro sull’uso delle immagini vegetali nei drammi e nei sonetti del Bardo. In questo lavoro, Rohde aggiunse ulteriori informazioni e aneddoti, grazie alla sua vasta conoscenza della storia e della letteratura di giardini, fornendo un elenco esaustivo di tutte le piante menzionate da Shakespeare, assieme ai loro nomi botanici moderni.
E’ interessante notare che, più meno in quegli anni, Hilda Maud Coley dipingeva una serie di illustrazioni per un set di cartoline d’arte dal titolo Shakespeare’s Flowers, pubblicato dalla Medici Society di Londra.

Con l’arrivo della Seconda Guerra Mondiale, i razionamenti e la campagna Dig for Victory, che incoraggiava uomini e donne di tutto il Regno Unito  a coltivare dei giardini di guerra, Eleanour Sinclair Rohde si dedicò a scrivere libri che alleviassero le difficoltà del periodo.
Con l’assistenza del Land Army, aveva anche arato più terra nella sua proprietà. Oltre all’uso delle erbe in cucina ed un libro sui giardini di guerra (The War Time Vegetable Garden), nel 1943 usciva un piccolo trattato di meno di cento pagine sulle varietà di ortaggi e frutti di altri tempi: Uncommon Vegetables and Fruits. Piante antiche, che, per la loro natura, erano meno produttive e mal si prestavano alla raccolta meccanizzata. Nel secondo dopoguerra sarebbero state soppiantate da ibridi, che richiedevano l’acquisto di nuove sementi ogni anno, e dall’agricoltura intensiva e industrializzata.

rohde aromatic plants

© jot101.com

Tuttavia, in quello che sarebbe stato il suo ultimo libro, Rohde si dimostrò in un certo senso pionieristica, poiché oggi queste colture antiche sono tornate di moda ed offrono colori e sapori più ricchi e complessi. Verdure ancestrali, che possono rallegrare la nostra tavola ed aiutare la biodiversità.
Uno dei suoi progetti più rinomati fu il giardino delle erbe in stile Tudor commissionato da Lady Hart Dyke per il castello di Lullingstone, nel Kent occidentale. Oggi questo giardino non esiste più, essendo stato sostituito dal World Garden of Plants, creato da Tom Hart Dyke, orticoltore e cacciatore di piante, nonché erede legittimo del castello.
Quando Eleanour morì, nel 1950, lo stesso anno in cui scomparve anche l’illustratrice Hilda Maud Coley, il necrologio sul Times ne mise in risalto l’amore per i giardini e le erbe, e la capacità di combinare le sue conoscenze storico letterarie con una scrittura pratica ed illustrativa.

Quarantena Londinese #6

 

tarassaco rucolaNon ho scritto da un po’ per varie ragioni. 

La prima è che è esploso il boiler (!) e meno male che eravamo in casa, altrimenti, tra alluvione e corto circuito elettrico, forse adesso non avrei avuto un tetto sulla testa. Invece, ho un boiler nuovo, il pavimento sollevato, la porta del ripostiglio che non si apre più bene, ciarpame disseminato qua e là e un armadio ikea che assomiglia alla Torre di Pisa.

Seconda ragione: non volevo che gli eventi riguardanti il covid-19, mi spingessero a scrivere un post ripetitivo e polemico.
Vi basti sapere che il governo britannico continua a fare poco, in ritardo e male.
Inoltre, avevo quasi sperato che, questa pausa di riflessione forzata, potesse rendere le persone più responsabili ed altruiste, verso la natura e nei confronti degli altri. Purtroppo, da quando il lockdown è stato allentato, i parchi sono sempre più strabordanti di spazzatura e fiale di protossido di azoto, i prati si risvegliano bruciacchiati dai barbecue portatili, le spiagge vengono prese d’assalto, le distanze sono ormai azzerate, il traffico è impazzito…

Tutto mi appare approssimativo e confuso, ed io proseguo, finché è possibile, con la mia vita semi-eremitica, scandita dallo studio, da quel poco lavoro che posso svolgere da casa, dalle passeggiate mattutine nel verde (che si sono estese, sia nei chilometri che nella durata), da fugaci missioni al supermercato, rigorosamente mascherata, e da sessioni digitali a cui partecipo per lavoro, istruzione e diletto (ci si incontra su uno schermo, con tante facce più o meno sorridenti, in altrettanti riquadri, che mostrano, alle spalle di ognuno, lacerti di tende, librerie, mobili di cucina, quadri appesi ai muri, testate del letto, soffitti sghembi…).

Nel frattempo, ho imparato a fare delle cose. 

Per esempio, a registrare un podcast per un programma di storia, e a girare e montare video, anche e soprattutto con me dentro (!), per dei progetti di storytelling.
Ho disegnato prospettive da uno a più punti di fuga, ritratto fiori di papavero e foglie di tarassaco, rinvasato piante, germinato semi, accolto nuovi fiori.
Ho il davanzale che è un vivaio di piantine di solanum, viola, borago ed oxalis e, quando vado a passeggiare, so riconoscere le erbe spontanee, quelle buone da usare in cucina. Come, ad esempio, la rucola selvatica, che, coi suoi fiorellini gialli ed il sapore intenso, regala una nota piccante alle insalate, va forte con i formaggi, ed è un’alternativa piena di vitamine e sali minerali, al solito pesto di basilico. 

Quarantena Londinese #5

spazzatura

Si prevedeva che il bel tempo questo weekend avrebbe attirato molte persone verso riserve ed aree naturali, dopo che il governo del Regno Unito ha autorizzato viaggi illimitati per attività fisica all’aperto o per prendere il sole.
Secondo le previsioni, 15 milioni di persone avrebbero dovuto mettersi in viaggio, ma il traffico è aumentato solo del 3% rispetto allo scorso weekend, non si sa se perché ci si è attenuti alle indicazioni o perché  affetti da quella che è stata definita Coronafobia, la paura di tornare alla normalità. Una normalità che non esiste per tutti.
Mentre in Inghilterra le regole sono cambiate, nelle altre nazioni del Regno Unito (Galles, Scozia e Irlanda del Nord) il messaggio alla popolazione è rimasto sostanzialmente invariato: restate a casa.
Così, le comunità che vivono nelle aree rurali e le autorità delle nazioni che non hanno aderito alla fase due, hanno cercato di scoraggiare la gente di città a mettersi in viaggio, per paura di nuovi focolai di infezione.
Alcuni parchi, incluso il Lake District, hanno ripetutamente sollecitato i visitatori a stare alla larga, mentre il Peak District National Park ha twittato che “i parcheggi sono già pieni”. Ma anche Brighton, località balneare molto popolare tra i londinesi, aveva chiesto alle persone di stare lontane dal suo lungomare. La polizia ha istituito dei posti di blocco per impedire ai gitanti di accorrere a frotte nelle località off limits.
Per quelli che non hanno la macchina, la soluzione più accessibile e logica, sono rimasti i parchi e le attrazioni dietro casa.
Il Regno Unito attualmente è al secondo posto nel mondo per numero di morti per coronavirus. Che non accennano a diminuire.

Mentre scrivo, ad Hyde Park si sta svolgendo una protesta (un assembramento di gente e di polizia senza mascherine e guanti) contro il lockdown, le restrizioni e la soppressione dei diritti civili a causa di un virus, che i manifestanti considerano falso.
In tutto questo, io ho proseguito la mia quarantena, concedendomi le solite passeggiate di mattina presto.
Generalmente è più facile mantenere il distanziamento sociale prima delle nove, anche se c’è stato un lieve incremento nel numero di persone che camminano o corrono di buon ora. Non so come sia la situazione nella tarda mattinata e nel pomeriggio, perché io, fuori dal coro, resto a casa. Suppongo, dai resti di lattine di birra, cartoni di pizza e take away, che ci siano tante persone che si incontrano al parco per socializzare e prendere il sole. Non sono veramente convinta che mantengano le distanze sociali. Le mascherine sono praticamente delle perfette sconosciute, e, quando vado a fare la spesa, sono di solito l’unica ad indossarla.
Molti avventori non hanno la minima cognizione di che cosa sia il distanziamento sociale, nonostante i segni in terra e i messaggi all’ingresso del negozio. Il personale non dà indicazioni particolari e non controlla il corretto comportamento dei clienti. Non vedo mai un’offerta di salviette monouso per le mani e per carrelli e cestini all’ingresso, come succede in Italia.
Sembra, comunque, che sia stato molto più difficile trasmettere un messaggio chiaro su cosa si può o non si può fare in questa fase di allentamento, rispetto al lockdown di prima (che, comunque, al confronto di altri paesi, era già rilassato).
Boris Johnson ha chiesto ai Britannici, specialmente quelli che da mercoledì sono dovuti tornare al lavoro, di evitare di prendere i mezzi pubblici, e di andare invece a piedi, in bicicletta o in automobile.
Per molti, questi consigli sono impossibili da seguire.
C’è chi non ha la macchina, chi abita troppo lontano dal luogo di lavoro per poterci andare con mezzi alternativi e chi ha una disabilità o condizioni fisiche particolari, che ne limitano i movimenti.
Per chi è costretto ad usare bus, treno o metropolitana, il consiglio è quello di indossare la mascherina, tenersi a distanza dai compagni di viaggio e cercare di evitare l’ora di punta.
Purtroppo, le cose non hanno funzionato come previsto.
Mercoledì mattina gli autobus e i vagoni delle metropolitane erano pieni zeppi e non tutti i viaggiatori indossavano protezioni adeguate. Sembra poi del tutto irrealistico pensare che chi lavora con tempi e impegni definiti, possa permettersi il lusso di viaggiare fuori orario, cosa che, magari, riuscirebbe meglio ad un libero professionista.

Grafico a cura del CBRE

Esistono anche delle differenze sostanziali tra Londra e il resto dell’Inghilterra. Nella capitale, la rete di trasporti pubblici è capillare ed il servizio abbastanza buono, perciò, prima del coronavirus, tanti ne facevano uso. Al contrario, la maggior parte delle città inglesi, non dispone di altrettanti servizi di qualità, e quindi moltissime persone usano la macchina. Io stessa, se volessi camminare fino a London Bridge, che è a poco più di 7 km dalla mia abitazione, impiegherei un’ora e mezza (sola andata); disponendo di una bicicletta, mezz’ora (ma dovrei affrontare un paio di arterie molto trafficate e pericolose)…