L’arte come esperienza. La mostra londinese su Lee Krasner.

LeeKrasner_BarbicanArtGalleryLa casa al mare che i miei affittarono per quasi un ventennio, era corredata da qualche relitto del passato, tra cui: una vecchia lavatrice, un tavolo da giardino sgangherato e una lampada cilindrica, di carta spessa, dipinta ad olio, in stile astratto, probabilmente realizzata negli anni ’50 e coeva all’abitazione.
La sera si accendeva, sotto un arco a muro, ed emanava una luce soffusa, frustata e punteggiata da macchie e spruzzi di colore nero, rosso e blu.
Questa lampada, era rimasta sepolta nella mia memoria di bambina, ma si è affacciata alla mia mente oggi, mentre visitavo la retrospettiva di Lee Krasner al Barbican. Oltre alle sgocciolature della lampada, mi sono venuti in mente anche gli astrattismi multicolori di materiali organici e non, della serie “Storie al Microscopio”, riprodotta a colori sgargianti sui pacchetti di cerini Minerva, quelli che comprava mio papà, sempre all’epoca della casa al mare.
Queste associazioni, molto profane, di ricordi lontani e arredamenti mid-century, sono riemerse mentre mi aggiravo nella galleria brutalista del Barbican. Fuori luogo, forse, ma la loro comparsa improvvisa è stata un’emozione viva, pulsante, reale.
LeeKrasnerI dipinti di Krasner sono schermi dinamici che affascinano e respingono, impulsivi ed esplosivi, astratti e organici. Possono essere infinitesimali ricami di strati di olio sulla tela, ritratti enigmatici, corpi cubisti, lacerti di colla e carta, infiorescenze di carne e sangue, brandelli di terra e neve gettati su una tela nelle notti insonni. Astrazioni autobiografiche, che raccontano di fughe, tempeste, plessi solari bloccati, rabbia, ma anche di ritmo, gioco, leggerezza, rinascita, liberazione.
Un’esistenza passata a rivendicare il diritto ad essere se stessa, al di là del sesso, della religione, dello stile e della pesante eredità di essere considerata, almeno per un periodo, semplicemente la signora Pollock.

 

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La mostra di Olafur Eliasson a Londra

olafur_eliasson_stardustEra la fine di settembre 2003 quando approdai a Londra per rimanerci in pianta stabile (non avevo idea se si trattasse di un trimestre o più a lungo, certo non immaginavo tutti questi anni). Avevo un’idea astratta dell’autunno londinese, me lo immaginavo tutta nebbia e umidità.
Invece, mi ritrovai a vivere una stagione dorata, graziata dalle giornate di sole dell’Indian Summer e dalle bellissime cromie delle foglie, in procinto di cadere.
Era l’inverno che non conoscevo ancora, con le sue albe ritardatarie, la luce elettrica alle 8 di mattina, il buio che ti piombava addosso alle 16, le occasionali spolverate di neve, il vento gelido.
Fu proprio in quel primissimo inverno, davvero grigio, che un sole artificioso e artificiale rischiarò il mio tempo libero.
Alla Tate Modern, nella Turbine Hall, l’artista Olafur Eliasson aveva installato The Weather Project. Il concetto era semplice: un semicerchio di luce, riflesso in uno specchio, e un po’ di foschia per ammorbidire lo spazio.
La sala si trasformava in un palcoscenico, dove la gente si fermava a guardare, si sdraiava sul pavimento, si metteva a fare yoga. Era solo uno specchio e un semicerchio di luce, ma per noi quello era un sole, un disco di luce amica, perennemente al tramonto, che rischiarava le nostre giornate buie.
L’installazione non è mai più stata ripetuta, sembra che i materiali giacciano in varie scatole, nella cantina dell’artista danese-islandese, che, nel frattempo, ha creato altre situazioni, installato altre meraviglie.
Olafur Eliasson Ice Watch 2018La più recente, proprio lo scorso autunno, si intitolava Ice Watch.
Eliasson, in collaborazione con il geologo Minik Rosing, aveva estratto 30 blocchi di ghiaccio dalla Groenlandia e li aveva piazzati in vari spazi pubblici, da Copenhagen a Parigi, fino a Londra (alcuni davanti alla Tate Modern, altri di fronte al quartier generale di Bloomberg, nella City), per lasciarli sciogliere e sottolineare così la necessità urgente di agire contro i cambiamenti climatici.
Ora, le affascinanti installazioni di Olafur Eliasson sono protagoniste di una retrospettiva alla Tate Modern. Di queste opere, solo una era stata già presentata nel Regno Unito (Room for One Colour), le altre, invece, sono inedite e introducono i visitatori alla riproduzione di fenomeni naturali oppure utilizzano riflessi e ombre per alterare la percezione e la relazione con lo spazio.

In Real Life è una mostra immersiva, piena di meraviglie: piove con il sole, una candela brucia da ambo i lati, una macchina produce ombre, una parete è interamente coperta di muschio, l’arcobaleno nasce in una stanza, si può entrare in un caleidoscopio, assistere alle danze eteree di un ectoplasma.
olafur eliasson studioLa mostra inizia e termina con i progetti e le diverse attività in cui Eliasson è impegnato, dallo studio di forme naturali, alle imprese sociali e ai progetti con rifugiati, fino alle idee più innovative in architettura e le indagini concettuali su un’esperienza quotidiana come quella di preparare il cibo.
Al piano terra della Turbine Hall ci si diverte a costruire città immaginarie, fatte di lego bianco, mentre, fuori dalla Tate, una cascata d’acqua sgorga chiassosa da una struttura metallica di 11 metri (Waterfall-2019).
Quella di Eliasson è una visione teatrale ed estraniante del mondo, di cui tutti facciamo parte e condividiamo le sorti.

Piccoli miracoli da gustare, come un sole straordinario, nel buio opprimente dell’inverno.

Novelty Automation: una sala giochi surreale a Londra

Novelty Automation sala giochiL’altro giorno avevo bisogno di sgranchirmi le gambe e liberarmi la mente, così, dopo il lavoro, ho deciso di fare un tratto a piedi. Un po’ per distrazione, un po’ per noia, ho allungato il percorso e mi sono leggermente ‘smarrita’.
Ho imboccato una traversa, per raggiungere la parallela e rimettermi sulla diritta via. Mentre camminavo guardandomi in giro, il mio sguardo è stato attratto da un singolare cartello, da cui spuntava una freccia meccanica, piena di lucine. Il cartello era posto in una viuzza di Bloomsbury, proprio di fronte ad un negozio dalla facciata vecchio stile, nell’ultima casa Tudor rimasta ad Holborn (una taverna del XVII secolo, in cui, forse, bevve una pinta anche Shakespeare).
Incuriosita, ho deciso di andare a vedere meglio di cosa si trattasse.
Novelty Automation, di cui avevo già sentito parlare, è una sala giochi esilarante e surreale, sprizzante umorismo British da tutte le sue macchine. I congegni, sia meccanici che computerizzati, sono stati costruiti dal fumettista e ingegnere Tim Hunkin, con lo scopo di reinventare le sale giochi di un tempo, prima che la tecnologia e i video games casalinghi ne decretassero il declino. I cosiddetti arcade, un vero must delle località balneari britanniche, sono qui reinterpretati con l’ausilio di macchine uniche, dai temi irriverenti.
Ad esempio, in Hollywood, si può pilotare un drone in una missione speciale da paparazzo per spiare i vip (Russell Crowe, Leonardo Di Caprio, Madonna, ecc.) e scoprire cosa succede dietro le porte o finestre del loro hotel; oppure, in Money Laundering (il gioco del riciclaggio di denaro sporco) la gru magnetica permette di sollevare con successo denaro reale, davanti agli occhi dei bancari e degli agenti finanziari della City.
Money Laundering Game
I-Zombie vi farà rendere conto di quanto siate schiavi del vostro smartphone, mentre AutoFrisk vi perquisirà alla ricerca di prove incriminanti. Se poi il lavoro vi ha veramente stressato, potete accomodarvi in poltrona vintage, per una vacanza virtuale (altro che mindfulness)!
Tim ha iniziato a creare i suoi strani e meravigliosi aggeggi negli anni ’80, trasformando vari pezzi. motori industriali ed altri oggetti. Le macchine più recenti si avvalgono della tecnologia e sono controllate da computer, comunque, tutte, sia vecchie che nuove, sono interamente realizzate a mano, ed a questo si deve il loro fascino.
Come ogni sala giochi, c’è un prezzo da pagare per poter giocare, anche se alcune macchine possono essere condivise. Si stima che per provare tutte le macchine ci voglia un’oretta. I gettoni variano da una a due sterline. Con 100 sterline, la sala giochi si può anche affittare interamente, per feste private.
Sicuramente, questa è una delle attrazioni più strane ed affascinati che Londra abbia da offrire.
Vi consiglio di perdervici anche voi.

Caldo da record sull’Europa: a Londra 39°C

hotinthecityDue giorni di caldo eccezionale a Londra, che, da stamattina, sono già un ricordo.
Moltissimi londinesi, complice l’inizio delle vacanze scolastiche, si sono riversati al mare o in piscina, alla ricerca di un po’ di refrigerio. Peccato che abbiano avuto tutti la stessa idea: la spiaggia di Margate era un carnaio, la piscina di Brockwell Lido, presa d’assalto, presentava file chilometriche di aspiranti bagnanti (con tempi di attesa fino a tre ore!) tanto che, alla fine, i gestori hanno dovuto chiamare la polizia per ristabilire l’ordine (il caldo, si sa, rende alcuni molto irascibili, impazienti e proni a menar le mani) e la piscina è stata chiusa. E, a proposito di chiusure di emergenza, anche il nuovissimo stagno di Beckenham Park, ha chiuso i battenti, perché, dato il grande successo all’inaugurazione, si erano creati dei problemi di sicurezza, e il Lewisham council ha già fatto sapere, non senza polemiche, che il pond riaprirà, ma sarà a pagamento, sorvegliato e recintato.
Per chi, come me, doveva restare in città causa lavoro, si trattava di far buon viso a cattivo gioco, (s)vestirsi adeguatamente, cospargersi di crema solare e mantenersi calmi ed idratati, possibilmente all’ombra di una pensilina, dato che treni e overground offrivano un servizio ridotto, per evitare il surriscaldamento dei binari…
Purtroppo, se non c’è aria condizionata o un qualsiasi impianto di ventilazione, usare autobus e metropolitane  con sedili rivestiti di moquette o dover passare il tempo seduti sul sintetico in stantii edifici vittoriani o circondati da vetrate effetto serra, non è il massimo, e a nessuno piace sudare.
Sfortunatamente, queste ondate di caldo estremo si verificano con frequenza ed intensità ormai da qualche anno, e Londra non è mai stata una città attrezzata per convivere con picchi di 37 -39 gradi.
Per fortuna è costellata da tanti parchi e giardini, dove è possibile fuggire nel tempo libero, e provare a dimenticare la calura. Inoltre, sono arrivate le prime 50 fontanelle pubbliche volute dal sindaco Sadiq Khan, per fornire acqua potabile ai londinesi e turisti assetati.
Invece, ieri, nella City, proprio all’ora di punta, quando si svuotavano gli uffici ed il caldo era ancora pesante, dato che non c’erano fontanelle in vista, è arrivata la distribuzione gratuita di bottigliette d’acqua e gelati.
A me è capitato un parente britannico dell’amato “fior di fragola” nostrano (una mia vecchia consuetudine per il ritorno a casa dalla spiaggia). Me lo sono finito di gustare sul London Bridge, mentre ammiravo il panorama, da entrambi i lati. 

A Londra, The Moon: una mostra interamente dedicata alla Luna

The Moon exhibitionThe Moon è una mostra speciale, inaugurata proprio nel cinquantesimo anniversario della missione di Apollo 11, che esplora, in quattro sezioni distinte, le relazioni dell’umanità con la Luna, il corpo celeste più vicino alla Terra.
Il nostro satellite è rappresentato sia artisticamente che scientificamente. Si va da strumenti di navigazione, visioni mistiche, calendari, trattati di medicina, amuleti ed interpretazioni poetiche di artisti e scrittori, all’osservazione diretta della luna, grazie all’invenzione del telescopio, con disegni scientifici, pubblicazioni, mappe, dagherrotipi, fotografie.
Il documento più antico in mostra è una tavoletta cuneiforme, in prestito dal British Museum, risalente ad oltre 2000 anni fa. Si citano le varie fasi lunari ed un’eclissi, considerata foriera di presagi oscuri. La Luna è una divinità, per i Greci, i Romani, gli Egizi, i Celti e molte altre antiche civiltà. Triforme, governa le maree, regola l’agricoltura, il tempo, gli umori, simboleggiando la rinascita.
Il 1609 è un anno importante per la storia della Luna.
A luglio, in Inghilterra, Thomas Harriot realizza il suo primo disegno lunare, usando un tubo ottico.
In Italia, probabilmente nelle stesse settimane, Galileo Galilei, grazie ad un telescopio più potente, traccia cinque disegni, abbastanza precisi, osservando la luna in varie fasi. Questi disegni andranno a corredare il suo libro, Sidereus Nuncius, destinato ad avere un successo internazionale.
All’inizio del XVII secolo, si credeva che i pianeti, inclusa la Luna, fossero sfere perfette e immutabili, che ruotavano intorno alla Terra. Tuttavia, le osservazioni telescopiche suggerivano contrario.
Galileo si spinse oltre e scoprì che Giove aveva quattro satelliti. Questo lo indusse a pensare ad un sistema centrato sul sole, in cui la Terra si comportasse tale e quale ad altri pianeti.
La Luna presentava al telescopio caratteristiche molto simili alla Terra, ad esempio montagne e crateri, ma anche zone oscure, che gli astronomi interpretarono come mari e laghi.
Nel 1651, il gesuita italiano Giovan Battista Riccioli pubblicava l’opera Almagestum Novum. La nomenclatura lunare esposta da Riccioli è utilizzata ancora oggi. A lui si devono i nomi emotivi dei mari o quelli di uomini illustri per i crateri.
JosephBanks ritratto da John RussellOltre un secolo dopo, a metà tra arte e scienza, si situano invece gli importanti lavori di John Russell, un pastellista inglese del diciottesimo secolo. Di giorno, Russell realizzava i ritratti della società alla moda, tra cui quello, in mostra, di Joseph Banks. Qui, il presidente della Royal Society, è ritratto di tre quarti, con in mano uno dei pastelli lunari di Russell. Banks credeva che fosse necessario un “occhio d’artista” come quello di Russell per comprendere meglio la Luna, al di là di quello che si percepiva al telescopio. Per oltre un ventennio, Russell fece le ore piccole a disegnare la Luna e, da queste notti insonni e febbrili, scaturì un gruppo di meravigliosi “ritratti” lunari. Inoltre Russell creò una una mappa lunare sferica, che chiamò Selenographia. Questo globo lunare è anch’esso in mostra ed è un affascinante manufatto illuminista, atto a riprodurre le librazioni, o movimenti, della Luna rispetto alla Terra.
Poco più di un cinquantennio dopo, in epoca vittoriana, dagherrotipi e fotografie permisero di meglio immortalare il satellite, in tutti i suoi aspetti. Nel mondo si diffusero atlanti e mappe lunari molto accurati.
lunaCon la nascita del cinema, il sogno di andare sulla luna, prese forma. Dal viaggio romantico dei fratelli Lumiere (Le Voyage dans la Lune), alla missione futuristica di Fritz Lang (Frau im Mond) l’immaginario collettivo si nutrì delle visioni accurate e antesignane di Stanley Kubrick, avvicinandosi ad una vera e propria estetica spaziale. L’uscita di 2001: Odissea nello Spazio precedette di un anno l’allunaggio dell’Apollo 11. Il regista aveva studiato da vicino la meccanica e la fisica del volo spaziale e la stazione ruota del film si era ispirata proprio ai primi progetti aerospaziali dell’ingegnere NASA Wernher von Braun.
La mostra prosegue con una sezione tutta dedicata a documenti e manufatti del programma spaziale Apollo in prestito dallo Smithsonian National Air and Space Museum di Washington DC.
Sebbene l’ultima missione NASA corrisponda al 1972 (Apollo 17), l’era delle esplorazioni lunari non è finita. India e Cina ora puntano alla Luna, gli USA la vogliono utilizzare come trampolino di lancio per arrivare fino a Marte, Foster + Partners hanno progettato per European Space Agency una base lunare, studiando l’uso della regolite come materia da costruzione. Il modulo può ospitare quattro persone, ed è in grado di offrire protezione da meteoriti, radiazioni gamma e fluttuazioni di temperatura.

Scrivere un blog nel 2019

haunsensoscrivereblog?L’estate a Londra rappresenta per me una pausa di riflessione. Lontana, ormai, nel tempo, la sua lunga versione italiana, col solleone, la calura, il sudore e la crema solare, il mare, con il tormentone fino alla nausea e le file del rientro, le cicale chiassose, i pomeriggi sonnecchianti, le punture di zanzara, i film all’aperto…
Ormai le parentesi mediterranee sono diventate brevi scampoli, passati un po’ a fare i turisti, un po’ a riappropriarsi del passato, ravvivato da fugaci riunioni con gli amici di sempre, che, mentre le vivo, mi sembro Philippe Noiret alias Perozzi, in vena di reminiscenze. Poi ci sono luglio e agosto a Londra, che si svuota in parte della consueta fauna dinamica e nervosa, per riempirsi di turisti confusionari e distratti.
Anche l’estate londinese ha i suoi corsi e ricorsi: la spiaggia prefabbricata sul Tamigi, le sdraio a Hyde Park, i drink in terrazza, l’odore di barbecue, le finali di Wimbledon, i Proms e Shakespeare all’aperto, con l’acquazzone che ti guasta l’atmosfera.
Ogni estate, per sopravvivere all’estate, intraprendo qualche progetto intellettuale, personale e solitario. Cerco di riparare la mia bussola interiore, per darmi nuovi impulsi e direzioni, provando a lasciar cadere le cattive abitudini. Ritaglio spazi, complice qualche ora di luce in più, qualche impegno in meno. 

Mi sono accorta che tanti miei link corrispondevano ormai a domini in vendita, server irraggiungibili o pagine ferme a più di un anno fa. Molti blog sono caduti in disuso, perché la gente in questi giorni ha meno tempo o voglia di scrivere e si diverte di più su Facebook o Twitter. E’ cambiato anche il modo di utilizzare queste piattaforme, perché sui social media si interagisce prima e basta una foto. Molti blog odierni sono divenuti siti personali col punto com o spazi commerciali, per chi ancora ha voglia di impegnarsi in una strategia di web marketing dai risultati a lungo termine. Quello che mi piaceva della comunità di bloggers di una decade fa era l’uso aggraziato dei commenti, la possibilità di confronto e conoscenza. In parte questo sopravvive anche oggi, sebbene la maggior parte dei commenti sia finita sui social, e i toni di chi interagisce non sempre siano caratterizzati da pacatezza e cognizione di causa.  Molti blog, tipo questo, hanno visto la luce su piattaforme gratuite o domini di secondo livello, e il nome del dominio non sempre si è rivelato strategico (il mio è praticamente l’indirizzo di casa). Chi pensava al marketing? Credo pochi o nessuno di quelli che hanno aperto un blog oltre dieci anni fa, avessero un’idea editoriale, delle strategie, la consapevolezza di dove sarebbero andati a finire in un lustro o due. Anche chi ha cominciato con le idee ben chiare, si è aperto una pagina Facebook, perché con due foto, tre righe di contenuto e vari hashtags si ottiene un risultato immediato.
Ci vuole dedizione, attenzione e affetto per curare una micro nicchia, che sia un blog o un sito – contenitore ad hoc. E, comunque, più tempo di un post sul social di turno. Senza l’engagement di una volta, senza nemmeno una strategia di marketing, svanisce l’entusiasmo e la pagina resta ferma a galleggiare, come un messaggio in bottiglia alla deriva nel mare del 3.0. 

Questo spazio mi definisce, nel bene, nel male e nei suoi limiti.
Ci posso scrivere quello che voglio, quando voglio. Non sono schiava del calendario editoriale, non devo scendere a compromessi. Non ci faccio soldi, non influenzo nessuno. Quei pochi seguaci, qualche volta li lascio in attesa per un mese o due, perché, come recita l’adagio, “questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità.”
Dunque, non un prodotto editoriale, ma una mera estensione del mio mondo, che, nonostante recessioni, Brexit, dilemmi e problematiche varie, cerco ancora di riempire con mostre da visitare, eventi curiosi a cui partecipare, effimere bellezze da cogliere al volo e flaneries spensierate, perché il viaggio è più importante della destinazione. 

A Londra arriva il nuovo parco sospeso: The Tide

the tideIl primo parco lineare lungo il fiume di Londra è arrivato nella penisola di Greenwich.
The Tide è un giardino paesaggistico tridimensionale con vista sul fiume e sulla cupola del Millennium Dome (oggi O2). Aiuole, arbusti e piccoli alberi (per lo più betulle e pini) aggiungono consistenza a una serie di passerelle in alabastro. Si può camminare a 9 metri da terra, fra installazioni di arte pubblica e alberi, con percorsi paesaggistici e ponti di legno pensati per correre, camminare e meditare.
La prima fase del progetto di cinque chilometri, è stata realizzata da Diller Scofidio + Renfro, i co-designers della High Line di Manhattan, in collaborazione con Neiheiser Argyros e gli architetti di giardini GROSS.MAX. Il percorso finito collegherà ogni quartiere della penisola man mano che sarà costruito, intrecciandosi tra i nuovi edifici. Un particolare motivo a strisce bianche e nere cercherà di stabilire un’esperienza visiva, riflettendo il movimento del fiume.
Lungo il percorso si trovano dei portali audio, installati da Be Box, che trasformano le aree in luoghi di meditazione. Lungo il fiume sono state installate sedie a sdraio in legno e punti di accesso e socializzazione, corredati da erbe, fiori selvatici e betulle, per creare una zona più soft e rilassata. 

Questo è in assoluto il primo parco sospeso a Londra ed è aperto a tutti.