Una casa del primo Settecento, a Spitalfields

screen-shot-2016-09-19-at-14-23-55Come ogni anno, l’atteso weekend di Open House London, ha spalancato i battenti di centinaia di luoghi difficilmente accessibili al pubblico: case, palazzi, edifici di culto, siti archeologici, stabilimenti ed infrastrutture.
Come ogni anno bisogna essere organizzati, strategici e flessibili, non dannarsi se gli orari o i giorni di apertura subiscono cambiamenti all’ultimo minuto o il sito internet della manifestazione si pianta. L’importante è sapere quello che si vuole e stabilire dei limiti. Quest’anno, non avendo molto tempo a disposizione, e per nulla voglia di fare delle file chilometriche o di circumnavigare la città, ho scelto di visitare degli edifici simbolo della lunga storia di immigrazione che ha caratterizzato Londra, da sempre.
Tra questi, una casa settecentesca, al n. 13 di Princelet Street.
Costruita da Edward Buckingham nel 1719, in quella che, all’epoca, era un’area prosperosa, appena fuori le mura della City, e, per questo, prediletta da immigrati, la casa fu abitata da una famiglia di Ugonotti. La popolazione di Spitalfields era costituita in gran parte da immigrati francesi, sfuggiti alle persecuzioni religiose, dopo che il protestantesimo era stato dichiarato illegale con l’Editto di Fountainebleau, nel 1685.
Gli Ugonotti avevano portato con sé molte abilità, che seppero mettere a frutto.
Erano bravi orologiai, gioiellieri, argentieri e, soprattutto, tessitori di seta. Molte delle case che ancora sopravvivono nel quartiere, fra Princelet Street, Folgate Street e Spital Square, mantengono un’aria austera e dignitosa, con le imposte alle finestre, e gli ultimi piani spesso rischiarati da lucernari, dato che un tempo servivano ad ospitare i telai.
Le sete tessute dagli Ugonotti erano ispirate alla natura e mirabilmente decorate da un intreccio di fiori, foglie e insetti. Purtroppo, questa prosperità non durò a lungo. Infatti, agli inizi del XIX secolo, l’industria del tessile entrò in crisi, e agli Ugonotti impoveriti, si aggiunsero altre ondate di immigrati, rendendo l’area sempre più povera e malsana.
Agli inizi degli anni Ottanta, Peter Lerwill comprò la casa, ormai ridotta ad un rudere, e, assieme all’architetto Julian Harrap, iniziò un attento restauro, che durò tre anni. Molte delle caratteristiche settecentesche erano state mantenute inalterate, così come la pianta originale. Gli interventi furono di tipo conservativo e tutte le modifiche necessarie a rendere la casa abitabile (riscaldamento, cavi elettrici, tubature, eccetera), furono attuate con rispetto e cura. Così i caminetti conservano ancora il rivestimento in piastrelle, bellissime e tutte diverse, ognuna con una storia da raccontare, i muri sono coperti da pannelli di legno che hanno resistito all’affronto dei secoli, e le scale seguono le diagonali di assestamento della casa. Sulle pareti, campeggiano ritratti settecenteschi e stralci di sete intessute, a memoria di chi visse in questi ambienti, secoli fa. L’abitazione, alla morte di Lerwill, fu lasciata in eredità a The Landmark Trust, un’associazione benefica che restaura edifici storici o di importanza architettonica, per adibirli a case vacanze.
13 Princess Street può ospitare fino a 6 persone. Per info: 0044(0)1628 825925.

Brexit: riflessioni del giorno dopo

Fonts: Domenico Rosa per Il Sole 24 ore

Fonts: Domenico Rosa per Il Sole 24 ore

Ho aperto questo blog nove anni fa (ne sostituiva un altro, dallo stesso titolo, creato agli esordi della mia avventura londinese, nel 2004, dove abbozzavo pensieri vari). Gli ho dato il nome del quartiere dove abito, che negli anni è divenuto casa. Il blog, invece, si è trasformato: meno diario e più contenitore di articoli e recensioni. Del resto, i siti, portali e blog di italiani a Londra, si sono via via moltiplicati, e io sono stata ben contenta che la discussione si allargasse, e chi fosse appena arrivato o stesse per arrivare, potesse trovare riferimenti e consigli pratici (che non è mai stato il mio scopo). Sono passati 12 anni e mi sono integrata, pur restando italiana e cittadina europea. Il mio passaporto EU era sufficiente, i servizi di cui ho usufruito, saltuariamente, nel tempo, non mi sento di averli “rubati” perché ho sempre pagato le tasse e non ho mai chiesto un pound di benefits. Ho studiato in un’università inglese, ho ottenuto una qualifica professionale nella City e ho lavorato per istituzioni culturali britanniche, con i miei soli meriti, capacità e soldi. Non sempre ho dovuto sborsare: grazie ai fondi stanziati dalla tanto denigrata EU, ho potuto seguire, gratuitamente, un corso di inglese, per conseguire il diploma IELTS, e vari corsi di business per piccole imprese. Dopo una campagna elettorale demonizzante e bigotta, si è arrivati alla Brexit e io mi ritrovo oggi “extra-comunitaria” e consapevole di non essere gradita al 51% di questo Paese. Per fortuna, abitando a Londra, ho incontrato ed incontrerò solo una piccola percentuale di questi individui, ma tant’è, ho potenzialmente meno diritti di prima. Sono qui da tanto e non ho remore o impedimenti nel chiedere di essere naturalizzata. Se io mi ritrovo “aliena”, un 48% di persone, per la maggior parte sotto i quarant’anni, si sono risvegliate alienate dal proprio Paese. Mi dispiace per loro, e per moltissimi miei amici e colleghi. Londra è sempre stata un magnete, anche quando io ero adolescente, i voli erano proibitivi, ed il Regno Unito era segnato dal liberismo della Thatcher (che, ricordiamolo, fu strenuamente anti-europeista), gli scioperi dei minatori, la guerra delle Falklands e gli attentati dell’IRA. Non sarà la fine. Tuttavia, per tanta gente che ho incontrato in questi anni, è come se il British Empire non fosse mai tramontato, e questo rigurgito di “splendid isolation” non mi sorprende affatto. Mi preoccupa però il serpeggiare trionfante di certe destre xenofobe e populiste, la guerra dei poveri fomentata da divisioni ed ineguaglianze, e il rifiuto di vivere ed accettare un ventunesimo secolo sempre più globalizato, con tutto il buono e cattivo che questo implica. È presto per sapere come andrà e non mi improvviso economista, avendo dedicato i miei studi alla storia e all’arte. Sicuramente accordi verranno fatti per rendere lo strappo meno doloroso. Il processo sarà molto più lungo di quello che si pensa e gli stessi Brexiteers ne ignorano le conseguenze (anche se, pare, alcuni si siano già pentiti di aver votato Leave). Staremo a vedere…

Inaugurata a Londra la New Tate Modern

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Venerdì pomeriggio sono stata alla Tate Modern per l’inaugurazione della Switch House, il nuovissimo edificio che si aggiunge al corpo principale di quella che era la Bankside Power Station. La Switch House è stata progettata dagli stessi architetti che avevano ristrutturato la vecchia centrale: Herzog & de Meuron. L’estensione consta di 10 piani, e, i primi due, già esistenti (si tratta dei locali delle vecchie cisterne d’olio, che erano stati inaugurati anni fa), oltre ad un ponte interno, la collegano alla struttura esistente. L’edificio è alto 65 metri ed è rivestito da mattoni, per amalgamarsi alla muratura della ex Power Station, costruita negli anni Trenta. La Turbine Hall, nonostante l’estensione, continua a rimanere l’elemento centrale della nuova Tate Modern, raccordando la Boiler House e la Switch House. L’estensione, che ha una superficie sfaccettata, sottolineata da feritoie e movimentata dall’uso di mattoni, ricorda una moderna ziggurat. La Switch House è un edificio dove ammirare opere d’arte, assistere a performances, incontrare gente, imparare. Ci sono sale dedicate a sculture contemporanee, fotografie, installazioni, le produzioni inconsce dj Rebecca Horn, le aracnidi di Louise Bourgeois, l’arte povera di Marina Merz. I volumi si espandono e si contraggono, e le scale, curvando e zigzagando, arrivano fino al decimo piano, dove una terrazza panoramica offre nuovi scorci della città e tramonti carichi di nubi. Persino la stazione della metropolitana di Southwark ha ricevuto un restyling. I tondi iconici con il nome della stazione, sono stati infatti ridipinti da Michael Graig-Martin.

 

60 anni di Regno

queen elizabeth II by warhol

Il 6 febbraio 1952, re Giorgio VI, da tempo sofferente per un cancro, morì durante il sonno. Una settimana prima, aveva sfidato il parere dei medici, per andare a salutare la figlia in aeroporto. La principessa Elisabetta si trovava in Kenia, a 100 miglia da Nairobi, nel parco nazionale di Aberdare. Alloggiava in una casa costruita su un ficus gigante, parte dell’Outspan Hotel fondato dal Maggiore Eric Sherbrooke Walker. La casa sull’albero si trovava sul passaggio degli animali selvaggi alle risorse d’acqua. La principessa si rilassava dagli impegni reali e si dilettava a riprendere gli elefanti con la sua cinepresa. Essendo la località abbastanza remota, l’annuncio della morte del re impiegò qualche tempo a raggiungere Elisabetta. Non deve essere stato facile apprendere la notizia e scoprirsi regina. Jim Corbett, un cacciatore inglese, che si trovava anche lui ad Aberdare, vergò nel libro dei visitatori dell’albergo alcune righe, in tipico humour britannico: “Per la prima volta nella storia del mondo, una giovane ragazza si arrampicò su un albero da principessa e, dopo avere descritto l’esperienza come la più emozionante della sua vita,  scese dall’albero il giorno successivo per ritrovarsi Regina.”

L’anniversario dell’accessione al trono è stato salutato oggi in Hyde Park con 41 colpi di cannone, seguiti da ben 62 alla Torre di Londra. Le celebrazioni vere e proprie per il Diamond Jubilee si terranno invece in giugno, durante un lungo weekend di festeggiamenti. Nel frattempo, verranno emessi dei nuovi francobolli commemorativi e, da dopodomani, il Victoria & Albert Museum dedicherà una mostra di ritratti della sovrana, realizzati da Sir Cecil Beaton.

It’s Misery Week


E fa freddo, e tutti si lamentano. Perché in terra angla, parlare del tempo, è un pò lo sport nazionale. E non si è mai contenti. Se ci sono le farfalle in gennaio e il sole splende allora “che caldo, diamine, non è mica normale for the season!”, e se piove, “damn, mate, it’s bloody raining again!“, e se fa freddo,“oooh it’s soOo cold!”.
Parlare delle condizioni climatiche è un rompighiaccio, un modo non troppo invadente per scambiare due chiacchiere di circostanza nell’ascensore, mentre si aspetta il treno, mentre si fa la fila per il bagno.
E forse, la gente si lamenta anche perchè…

IT’S MISERY WEEK!

Sembra infatti che questa sia la famosa settimana in cui i poveri mortali son colpiti dalle tre W: Weather, Wallet e Wasted time.
La prima W si commenta da sé. La seconda rappresenta il fatto che, proprio ora che ci sono i saldi e le occasioni, il portafoglio e il conto in banca sono stati svuotati (mi viene in mente la tarma volante che esce dalle tasche di Paolino Paperino). E per finire, il tempo sprecato della terza W è quello delle RESOLUTIONS ambiziose che abbiamo messo in discussione o abbandonato in meno di 10 giorni (ad esempio: tornare in palestra, mettersi a dieta, imparare il vietnamita, trombare di +, fumare di -, eccetera).
Ma niente paura, la primavera arriverà, come sempre, magari con temperature anomale, e se la dieta è saltata, regalarsi una barretta di cioccolato per tirarsi su non è poi la fine del mondo.

Horniman Museum

Una piacevole domenica autunnale in SE4 era quello che ci voleva. Tarda colazione in un caratteristico caffe’ del quartiere, passeggiatina su Brockley Road fino alla fermata del P4, e viaggio minimo a bordo di suddetto bus fino all’Horniman Museum per visitare la mostra del momento, “Dancing for the Gods”, un’esplorazione della cultura e della musica di Bali, con tantissimi oggetti e manufatti dagli anni ’30 a oggi.

Vale la pena avventurarsi lontano dalle rotte turistiche per visitare questo museo.

Il signor Frederick John Horniman era un mercante di tè che nei suoi viaggi raccolse veramente un pò di tutto, dalle maschere africane, agli strumenti musicali, dagli animali impagliati ai fossili. Inizialmente aprì la sua casa al pubblico, ma, quando la collezione divenne troppo grande, decise di finanziare la costruzione di un museo, inaugurato nel 1901, a cui si aggiunse un secondo nucleo nel 1911.  Se per caso immaginavate un derelitto museo di quartiere, con quattro vetrinette zeppe di curiosità vittoriane, non potevate essere più fuori strada. La collezione permanente consta di ben 350.000 oggetti ripartiti in tre sezioni affascinanti: Culture del Mondo, Strumenti Musicali, Storia Naturale. E i percorsi espositivi sono assolutamente ripensati in chiave moderna. Il complesso è stato ristrutturato recentemente e comprende un giardino, una bella serra vittoriana, una biblioteca e uno degli acquari più antichi di Londra, ovviamente rinnovato e aggiornato per fornire un ambiente più consono agli animali che vi sono ospitati.

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The Horniman Museum,

100 London Road, Forest Hill,London SE23 3PQ.

Aperto tutti i giorni dalle 10.30 alle 17.30.

Ingresso GRATUITO.

Meteora

flat eric

Vi ricordate Flat Eric?

Era un pupazzo giallo, molto simile ai Muppets, che sapeva muoversi ad arte al ritmo del Flat Beat di Mr Oizo.
Verso la fine degli anni ’90 aveva avuto un enorme successo, grazie alla pubblicità di una nota marca di jeans.
London SE4 lo ha scovato per voi, all’uscita della metropolitana di Highbury & Islington, in un assolato pomeriggio di marzo.
Flat sedeva allegramente tra un banco di fioraio e un pub.
Ci è sembrato in buona forma.
Voi che ne dite?

Darwin al bagno

darwin

Chi di voi tiene un numero dell’intramontabile Topolino o magari la Settimana Enigmistica o, perché no, qualcosa di più colto e voluminoso in bagno? Nessun tabù, nulla di cui vergognarsi. E’ risaputo, infatti, che se gli italiani non sono proprio dei gran lettori, gran parte di essi possiede qualcosa da leggere per armonizzare mente ed esigenze fisiologiche, soprattutto fumetti, riviste e racconti brevi…
E gli angli?
A quanto pare, anche loro sono dediti allo stesso tipo di “hobby”, tanto è vero che è di questi giorni la sensazionale notizia che oggi vi riporto. Nel bagno degli ospiti di una dimora di campagna dell’Oxfordshire, da circa quarant’anni, faceva bella mostra di sé una copia de “L’origine delle specie” di Charles Darwin, acquistata in un mercatino di rigattiere per pochi scellini. Non sappiamo quanti ospiti si siano avventurati tra le sue pagine, ma che il libro fosse là era noto a tutti, amici e familiari. Proprio il genero del proprietario, mentre visitava una delle tante mostre organizzate per celebrare il centenario della celebre teoria scientifica, ha notato l’assoluta somiglianza tra un raro volume in esposizione e il libercolo nel bagno. Una stima d’antiquario ha dunque rivelato che il volume utilizzato per armonizzare le funzioni del corpo era niente meno che una rara edizione del 1859 (solo 1.250 copie furono stampate in quell’anno), valore minimo 35.000 sterline. Il volume salvato dal gabinetto, con la copertina dai caratteri incisi in oro e il titolo “On the Origin of Species by Means of Natural Selection”, sarà messo all’asta da Christie’s in occasione dei 150 anni dalla sua pubblicazione. Nelle note di corredo alla preziosa opera scientifica, la casa d’aste ha precisato “copertina lievemente rigonfia agli angoli”.
Nel frattempo, English Heritage, che ha in cura la casa di Darwin (Down House) ha pubblicato un appello per il ritrovamento di uno dei taccuini di appunti che il giovane scienziato aveva portato con sé dalla sua spedizione nelle isole Galapagos e che fu rubato presumibilmente tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80. I 15 taccuini saranno messi on line da English Heritage per celebrare i 150 della teoria evoluzionistica.

Sanità Angla

Le mie recenti vicissitudini mi hanno portato lontano da questo blog, ma ora mi forniscono utili spunti per dei post di servizio.

Poniamo il caso che il vostro soggiorno londinese (o britannico) si estenda per più di qualche mese e la vostra situazione si evolva da semplice visitatore/turista a quello di immigrato/residente. Auguriamoci che la salute vi assista e che non vi capiti nulla di rilevante che non sia un mal di testa o un raffreddore dovuto al clima infausto. Ma la fortuna, si sa, è cieca e volubile. La cosa piu logica da fare è quella di iscriversi alla surgery (cioè all’ambulatorio) del vostro quartiere. Potete trovare gli indirizzi sul sito dell’NHS (il Servizio Sanitario Nazionale inglese). Una volta compilato il solito form e consegnata magari una provetta con le vostre preziose urine, sarete assegnati ad un GP (general practitioner – un equivalente del medico di famiglia) e vi sarà data una card col vostro numero NHS.
Il GP è colui (o colei) al quale vi rivolgerete in caso di bisogno. E’ il GP che vi prescrive farmaci o vi scrive la richiesta per una visita specialistica.
Se avete bisogno di vedere un medico as soon as possible, potete andare all’ambulatorio senza appuntamento, ma potreste essere visitati da un altro GP.
I GP hanno a disposizione 10 minuti a paziente e, per evitare sprechi, non sono cosi solleciti ad elargire medicinali o visite specialistiche se non in caso di vero bisogno (la visita con un consultant, cioè con lo specialista, puo’ richiedere fino a 13 settimane di attesa, a meno che il vostro caso non sia davvero urgente).
I GP potrebbero sorvolare su una congiuntivite, sorridere ad una banale richiesta di esami del sangue giusto a titolo preventivo, essere reticenti a prescrivervi dei medicinali se non siete proprio malatissimi.
Insomma, la mentalità qui è un po’ diversa dal continente.
Se non siete soddisfatti o volete vedere uno specialista a tutti i costi, vi conviene andare nel privato, che è generalmente accogliente ed efficiente. Ma, a quel punto, dovete avere una certa disponibilità economica o essere coperti da un’assicurazione.
Insomma, leggendo sui giornali qua e là, tra ritardi, infezioni da clostridium difficilis e varie eventuali, la sanità pubblica angla, a parte alcune aree felici, non sembrerebbe godere di una buona reputazione, ma i contributi per le spese sanitarie sono piu’ bassi nel Regno Unito che in Italia e poi ci sono polizze salute che richiedono una infima spesa mensile.

Per quanto concerne la scelta del GP, vi consiglio di dare un’occhiata ai siti web delle surgeries di zona (le trovate sul sito NHS). La visita virtuale vi offre la possibilità di conoscere il personale e i servizi a disposizione. Alcuni ambulatori vi permettono anche di prenotare la visita medica su internet, risparmiandovi tempo e attese telefoniche.
Il bello di una citta cosmopolita come Londra è che ci sono GP di tutte le nazionalità e culture, e questo rende il servizio all’utente in un certo senso agevolato. Fa piacere per chi magari viene da un continente lontano, poter parlare con un medico che parla la nostra lingua o condivide uno stesso orientamento religioso.
Per concludere questo primo excursus in materia medica, citerò una cosa che non manca mai in nessuna casa italica e che, pur vivendo altrove, non manca nella mia: il famigerato armadietto dei medicinali (nel mio caso, cassetto). Una simpatica collezione di cerotti, pomate varie, antidolorifici, antipiretici, gocce, sciroppi e compresse per raffreddori, garze e termometro, di cui i miei amici angli spesso ridacchiano divertiti (magari scambiando la ipeprevidenza italiota per eccentrica ipocondria), finendo poi per apprezzare il ritrovato last minute per quel doloretto muscolare o la puntura d’insetto…

Coraggio!

courage

Mentre l’ansia da credit crunch imperversa, stamane ho un pò sorriso quando ho letto le news della BBC, riguardo la campagna pubblicitaria di una nota marca di birra, che è stata bloccata perché fautrice di erronee conclusioni. In breve, nel poster si vede un giovane anglo, che, seduto in pizzo sul divano, in tenuta rilassata casalinga (maglietta stazzonata, jeans e pedalini), timidamente intimorito dalle procaci curve della compagna, avvolte a malapena da un attillato vestito nuovo (con tanto di cartellino penzolante), non osa fare apprezzamenti né gesti… Se non fosse… per la birretta lì ai suoi piedi. 
"Take Courage, my friend" recita lo slogan.
L’ironica battuta non è piaciuta alla Advertising Standard Authority (ASA), che ha deciso di bandire l’immagine, in quanto indurrebbe i consumatori a pensare che bere birra sia una soluzione alla mancanza di confidenza o buon umore. Wells and Young’s, la ditta produttrice della Courage beer, sostiene invece che il poster faceva solo riferimento a situazioni ben note ai maschi angli, sulle quali è bene ironizzare. Ogni uomo nella sua vita si è almeno una volta trovato a dover rispondere alla temibile domanda: "Come mi sta questo vestito? Mi fa sembrare grassa?" E ogni uomo sa, che la risposta (magari ipocrita) da dare alla dolce metà, è sempre e comunque "NO".