London Symphony, un film poetico su Londra

Avevo già parlato in un post di tre anni fa, dell’ambizioso progetto di Alex Barrett, regista indipendente, che aveva lanciato una campagna di crowdfunding per realizzare un film in bianco e nero su Londra.
Girata nella tradizione delle “city symphonies” degli anni venti, la pellicola, dal titolo London Symphony, avrebbe dovuto esplorare Londra nella sua vasta diversità di culture e religioni.
Le “sinfonie della città” costituiscono un sottogruppo cinematografico distinto, più lirico di un documentario e radicato in un contesto urbano. L’esempio storico più famoso è “Berlino: Sinfonia di una grande città” di Walter Ruttman, girato nel 1927.
Non era mai stata celebrata Londra prima d’ora ed il film di Alex Barrett voleva essere un viaggio poetico nella metropoli del 21 ° secolo, accompagnato da una colonna sonora originale, composta da James McWilliam.
Finalmente, dopo tre anni di lavoro, il film è pronto ad uscire nelle sale britanniche.
London Symphony, accompagnato da un’orchestra dal vivo, sarà proiettato il 3 settembre 2017 al Barbican di Londra.
Il film, attraverso le immagini di un presente in continuo divenire, guarda anche al passato, ed esplora la ricchezza e la diversità che Londra sa offrire tutti i giorni.

Quest’opera è anche stata selezionata per il Festival Internazionale del Cinema di Edimburgo di quest’anno, dove è stato nominata per il Premio Michael Powell come Miglior Film Britannico.

Info: London Symphony

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Inaugurata a Londra la New Tate Modern

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Venerdì pomeriggio sono stata alla Tate Modern per l’inaugurazione della Switch House, il nuovissimo edificio che si aggiunge al corpo principale di quella che era la Bankside Power Station. La Switch House è stata progettata dagli stessi architetti che avevano ristrutturato la vecchia centrale: Herzog & de Meuron. L’estensione consta di 10 piani, e, i primi due, già esistenti (si tratta dei locali delle vecchie cisterne d’olio, che erano stati inaugurati anni fa), oltre ad un ponte interno, la collegano alla struttura esistente. L’edificio è alto 65 metri ed è rivestito da mattoni, per amalgamarsi alla muratura della ex Power Station, costruita negli anni Trenta. La Turbine Hall, nonostante l’estensione, continua a rimanere l’elemento centrale della nuova Tate Modern, raccordando la Boiler House e la Switch House. L’estensione, che ha una superficie sfaccettata, sottolineata da feritoie e movimentata dall’uso di mattoni, ricorda una moderna ziggurat. La Switch House è un edificio dove ammirare opere d’arte, assistere a performances, incontrare gente, imparare. Ci sono sale dedicate a sculture contemporanee, fotografie, installazioni, le produzioni inconsce dj Rebecca Horn, le aracnidi di Louise Bourgeois, l’arte povera di Marina Merz. I volumi si espandono e si contraggono, e le scale, curvando e zigzagando, arrivano fino al decimo piano, dove una terrazza panoramica offre nuovi scorci della città e tramonti carichi di nubi. Persino la stazione della metropolitana di Southwark ha ricevuto un restyling. I tondi iconici con il nome della stazione, sono stati infatti ridipinti da Michael Graig-Martin.

 

Londra celebra i 40 anni del PUNK

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Shirley Baker, Two Punks drinking cider, Stockport, 1983. © Shirley Baker Estate and Mary Evans Picture Library.

Le note arrabbiate dei Sex Pistols e quelle più impegnate dei Clash, il giubbotto di pelle, la cresta, i jeans scoloriti con la varechina, gli iconici Doc Martens, le spille da balia, e quel motto do-it-yourself, sinonimo di energia, entusiasmo, la voglia di un mondo migliore, la possibilità di formare una band con pochi mezzi e quasi zero erudizione musicale, realizzare le propre idee senza aspettare il permesso di qualcuno, o, semplicemente, dire ed affermare, invece di chiedere. Tutto questo, fino agli estremi dell’anarchia e della violenza, è stato il movimento Punk, nato a Soho nel 1976, e diffusosi in tutto il Regno Unito, fino all’Europa ed Oltreoceano.
 I fattori determinanti per la nascita di questa potente subcultura furono politici ed economici, dalla recessione al Tatcherismo.
A 40 anni dalla nascita del Punk, la Gran Bretagna, e Londra in particolare, dedica il 2016 ad un fitto programma di eventi celebrativi, tra concerti, mostre, conferenze e progetti vari.
Il Guardian ha già avviato un’iniziativa fotografica per capire o scoprire l’eredità di quell periodo, invitando i lettori ad inviare un’immagine di sé, quando erano giovani punk. Nel frattempo, c’è chi, dopo quegli anni turbolenti, ha sentito una chiamata diversa, consacrandosi sacerdote, chi da musicista in una band ha un po’ tradito gli ideali andando a lavorare in finanza, oppure chi ha seguito alte aspirazioni per diventare osteopata, addetto al soccorso in mare, avvocato in cause umanitarie o infermiera veterinaria. Abbandonare gli abiti sovversivi e la cresta, spesso, ha solo rappresentato un cambio esteriore, mentre si è rimasti fedeli al significato intrinseco del punk: rompere le barriere per essere se stessi, in qualsiasi ruolo, dando senso alla propria vita. Il rovescio della medaglia è stato anche il bruciarsi precocemente, tra alcol e droghe, vivendo pericolosamente e perseguendo l’ideale negativo del ‘live-fast-die-young’, che ha mietuto vittime, anche illustri, come Sid Vicious, bassista dei Sex Pistols.
Di certo il Punk fu una corrente rivoluzionaria, seppur effimera, che diede un impulso molto forte alla società, ed un ruolo da protagonista a tutti coloro che non si sentivano conformi all’establishment medio-borghese, xenofobo e conservatore.
Alla British Library una mostra gratuita celebra il movimento come fenomeno culturale e musicale, attraverso fanzines, copertine di dischi, volantini, tracce audio ed altri interessanti materiali d’archivio. All’esposizione, si aggiungono un negozio ‘punk’ ed un fitto ciclo di conferenze, che prevedono la partecipazione straordinaria di protagonisti della scena dell’epoca, tra cui i rappresentanti di band storiche come i Damned ed i Buzzcocks.
Alla Photographers’ Gallery, dal 23 al 26 giugno, un intero weekend sarà dedicato ad eventi speciali, per mettere in risalto il contesto politico, sociale ed ideologico che portò alla nascita del Punk. Il programma prevede un’installazione digitale con lavori di fotografi indipendenti o tratti dall’archivio della casa discografica EMI, e la mostra di Shirley Baker, con ritratti e scene dell’underground giovanile dei primi anni ’80. Sarà anche proiettato ‘Jubilee’, il film di Derek Jarman, mentre il gruppo post-punk The Raincoats, si riunirà per dare vita ad una speciale performance sia musicale che femminista.

Suffragette a Londra

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Oggi esce nelle sale britanniche Suffragette, film drammatico di Sarah Gavron, che ripercorre i momenti salienti della lotta per l’emancipazione e per il diritto di voto per le donne all’inizio del XX secolo. Nel cast, attrici del calibro di Carey Mulligan, Helena Bonham Carter, e Meryl Streep, quest’ultima nei panni di Emmeline Pankhurst, attivista e guida del movimento suffragista. Agli inizi del XX secolo, solo il 60% dellla popolazione maschile aveva diritto di voto, e questo era stabilito in base al reddito, al salario e alla proprietà. Al voto non avevano accesso i poveri, i malati di mente, gli assassini e le donne. Nel 1906 il Women Social Political Union (WSPU), fondato a Manchester tre anni prima, si trasferì a Londra per essere più visibile. Il quartier generale del WSPU si stabilì ai numeri 3 e 4 di Clement’s Inn, a ovest delle Royal Courts of Justice, una delle corti di giustizia più grandi d’Europa. Il Clement’s Inn non esiste più, fu demolito negli anni Settanta, ma si può prenotare un tour alla Corte d’Appello e al Tribunale, nel vicino e maestoso edificio neo-gotico, per saperne di più sul sistema giudiziario britannico (London@nccl.org.uk).
Il WSPU fu accusato di essere un organizzazione che esisteva per servire le classi medie e alte, ma c’era una filiale nell’East End di Londra, creata appositamente per convincere le donne della classe operaia ad aderire al movimento delle suffragette.
I media, però, non avevano molto interesse nella lotta per i diritti delle donne, quindi il WSPU decise di utilizzare metodi diversi per ottenere visibilità e promuovere il suffragio universale femminile.
Ad esempio, al British Museum, si può osservare un centesimo del 1903 timbrato con lo slogan “suffragette voto alle donne”. Deturpare una moneta non era solo un atto di disobbedienza civile ma un reato grave, per cui si rischiava una pena detentiva. Gli spiccioli diffondevano efficacemente il messaggio ed avevano meno probabilità di essere tolti dalla circolazione rispetto ad altre coniature.
Altri metodi, erano decisamente più cruenti, come rompere le finestre degli edifici governativi. Nell’estate del 1908, alcune suffragette marciarono a Downing Street e cominciarono a lanciare pietre di piccole dimensioni attraverso le finestre della casa del Primo Ministro. Una trentina di donne furono arrestate e inviate alla prigione di Holloway. Nell’ottobre 1908, ci fu una grande manifestazione a Londra, che portò a violenti scontri con la polizia. Al Museo di Londra, è possibile ammirare oggetti curiosi e interessanti, che raccontano la storia e l’evolversi, a volte drammatico, del movimento. Come, ad esempio, la cintura usata proprio nel 1908 per incatenarsi alle inferriate di edifici governativi. O, ancora, le medaglie conferite alle suffragette che avevano fatto lo sciopero della fame in prigione. Nel giugno 1913, in occasione della gara più importante dell’anno, il Derby, Emily Davison invase la pista e ha tentò di afferrare la briglia di Anmer, un cavallo di proprietà di re Giorgio V. Fu colpita mortalmente ed i suoi funerali si svolsero nella storica chiesa di St George Bloomsbury, progettata da Nicholas Hawksmoor, raffigurata da Hogarth nel suo “Gin Lane” e menzionata da Dickens, che viveva poco lontano. Il 26 luglio 1913 giunsero a Londra le delegazioni che prendevano parte al Grande Pellegrinaggio di suffragette organizzato dalla National Union of Women’s Suffrage Society. Le donne marciarono da tutti gli angoli di Inghilterra e Galles, alcune per sei settimane di seguito, fino ad Hyde Park, dove si svolse una manifestazione di massa e in cui, da una ventina di piattaforme diverse, gli oratori chiedevano a gran voce l’affrancamento delle donne. Le immagini scattate a questo raduno da Christina Broom, fotografa autodidatta e prima fotoreporter Britannica, si possono ammirare in una bella mostra gratuita, che resta aperta al Museum of London Docklands, fino al 1 novembre. Si stima che, nell’estate del 1914, oltre un migliaio di suffragette erano finite in carcere a seguito di azioni violente, Queste andavano dalle vetrine infrante ai danni a proprietà ed edifici, fino ad atti vandalici contro opere d’arte. Nel 1914, la Venere Rokeby di Velasquez, conservata alla National Gallery, ricevette almeno cinque fendenti con un tritacarne, brandito dalla suffragetta Mary Richardson, che protestava contro l’arresto di Emmeline Pankhurst.

Il 4 agosto 1914 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania, ed ogni attività politica delle suffragette fu sospesa, per aiutare lo sforzo bellico. In cambio, il governo britannico cominciò a rilasciare le suffragette ancora in carcere. La legge che diede alle donne gli stessi diritti di voto degli uomini fu finalmente approvata nel 1928.

Gli albori della fotografia, in mostra a Londra

talbotSono andata alla Tate Britain a vedere Salt and Silver, una mostra in programma fino al 7 giugno. Organizzata in collaborazione con il Wilson Centre of Photography, l’esposizione si svolge in quattro sale tematiche, permettendo al visitatore di ammirare una serie di delicatissime e, a volte, poco conosciute, foto ai sali d’argento, realizzate alla metà del XIX secolo.
I primi esempi di fotografie stampate su carta trattata con sali d’argento furono prodotti da William Henry Fox Talbot, mentre si trovava in viaggio di nozze a Lacock Abbey, e, assieme alla moglie, si dilettava disegnando il paesaggio, mediante l’uso di una camera oscura. Talbot pensò che sarebbe stato interessante poter imprimere realisticamente la scena che aveva davanti, in modo permanente. Spalmando la carta con una soluzione di sale da cucina, e nitrato d’argento, che alla luce del sole si sarebbe scurita, mantenendo invariate le zone d’ombra, egli inventò un negativo, che, poggiato su un altro foglio bagnato di sali d’argento e nuovamente esposto alla luce, gli permise di otttenere la prima stampa fotografica. Era il 1839. Oltremanica, in Francia, Louis Daguerre aveva già ottenuto risultati simili, utilizzando però una lastra di rame, su cui aveva applicato una foglia d’argento, che veniva sensibilizzata alla luce per mezzo di vapori di iodio. I due metodi convissero parallelamente, sotto il nome di Calotipo e Dagherrotipo.
Tuttavia, le stampe di Talbot, incontrarono i favori di chi cercava un effetto più delicato e artistico, che potesse rivaleggiare con le stampe tradizionali.
Questi effetti particolari si evincono immediatamente dalle fotografie in mostra, eseguite tra il 1843 ed il 1845. Un grande olmo viene immortalato da Talbot alla stregua di un ritratto illustre, ma la sovraesposizione tradisce l’incapacità del nuovo mezzo di fissare le nuvole in cielo, che appare vagamente chiazzato, ma non per questo meno affascinante.
Nei suoi esperimenti, Talbot si era reso conto che, gli oggetti scuri o di colore blu, influenzavano la carta sensibile proprio come quelli bianchi. Invece, gli oggetti tendenti al verde, lasciavano un’impronta meno definita. Questo, aveva ovviamente delle chiare implicazioni nell’applicazione della fotografia al paesaggio.
È interessante notare come, trent’anni prima dell’Impressionismo, i pionieri della fotografia, si cimentassero en plein air, negoziando luci e geometrie.
Uno dei primi studi fotografici di successo fu quello di David Octavius Hill e Robert Adamson, aperto ad Edinburgo a metà degli anni quaranta. Di loro, ci restano circa trecento fotografie di uomini e donne del villaggio di pescatori di Newhaven, che catturano poeticamente il duro lavoro quotidiano ed una certa fierezza dei costumi.
Nel 1851, di nuovo in Francia, Louis Désiré Blanquart-Evrard, inventò la stampa all’albume. Uno strato trasparente di chiara d’uovo bastava a fissare i sali d’argento, permettendo così una produzione “di massa” delle stampe fotografiche ed il lancio di pubblicazioni illustrate. La fotografia allora si diversificò ancora di più, documentando paesaggi esotici, rinvenimenti archeologici, guerre, monumenti, nudi artistici e ritratti, questi ultimi nel popolare formato carte de visite. È a questo punto che si chiude la rassegna londinese, prima che il calotipo e l’albumina spariscano, soppiantati dalla stampa al collodio e l’avvento del primo genere di istantanee.

Addio al graphic designer dei Pink Floyd

AMomentaryLapseofReasonUn fascio arcobaleno che si sprigiona da un prisma trasparente, un uomo la cui giacca è in fiamme, un maiale in volo su Battersea Power Station, 765 letti di ferro trascinati su una spiaggia… Queste sono solo alcune delle immagini iconiche e davvero particolari, create da Storm Thorgerson in 40 anni di lavoro. Amico di infanzia dei membri fondatori dei Pink Floyd e graphic designer del gruppo, Thorgerson è morto oggi, dopo una grave malattia. Nato nel 1944, a Potters Bar, nell’Hertfordshire, Thorgerson aveva studiato Inglese e Filosofia presso l’Università di Leicester, e, poi, Cinema & TV al Royal College of Art. Thorgerson ha contribuito moltissimo alla cultura pop musicale grazie alle sue copertine, progettate per una vasta gamma di artisti, non solo i già menzionati Pink Floyd, ma anche gli Hipgnosis, alla fine degli anni ’60, i Genesis e i Led Zeppelin, e band più recenti, come The Mars Volta, Muse e Audioslave. Nel 2011, Roddy Bogaawa aveva girato un documentario sulla vita e le copertine degli album di Storm Thorgerson. Taken by  Storm – The Art of Storm Thorgerson and Hipgnosis (95 min) documenta con efficacia il processo artistico idiosincratico di Thorgerson, sottolineando come l’artista abbia sempre trasceso i vincoli del marketing commerciale, per seguire la sua visione. Grazie ad interviste con Aubrey Powell, David Gilmour e Nick Mason dei Pink Floyd, Robert Plant, Peter Gabriel, Dominic Howard dei Muse, e artisti come Sir Peter Blake e Damien Hirst, il film dimostra come Thorgerson ci abbia lasciato una potente eredità visiva, che, non solo ha segnato le vite di tanti adolescenti, tra poster e copertine di album in vinile, nei decenni scorsi, ma ancora si riflette con veemenza in tutta la cultura contemporanea.
Ricordando l’amico scomparso, David Gilmour, chitarrista e cantante dei Pink Floyd, ha affermato: “E ‘stata una forza costante nella mia vita, sia nel lavoro che nel privato… Le opere che ha creato per i Pink Floyd, dal 1968 ad oggi, sono state una parte inscindibile del nostro lavoro. Mi mancherà.”

A Londra, è di scena la morte

gravedeathSt Pancras Parish Church è una chiesa neoclassica, costruita tra il 1819 e il 1822, sul lato sud di Euston Road. Progettato da William Inwood, con l’ausilio del figlio Henry, l’edificio è  uno dei più importanti del XIX secolo e fu realizzato in mattoni, terracotta e pietra di Portland.  Per la trabeazione, e gran parte della decorazione, gli Inwood si  ispirarono  all’Eretteo di Atene, cariatidi incluse.  La chiesa di St Pancras è, dunque, in pieno stile  greco. La cripta fu utilizzata per le sepolture dei ceti abbienti della zona, fino al 1854, quando  tutte le chiese di Londra furono interdette alle funzioni cimiteriali. Il luogo è ancora l’ultima dimora di 557 persone e, in  entrambe le guerre mondiali, fu utilizzato come un rifugio antiaereo.
Dal 2002 la cripta di St Pancras è diventata una galleria d’arte, che  ospita un programma annuale di mostre e fornisce uno scenario suggestivo per promuovere una grande varietà di opere.
Da non perdere, fino al 3 febbraio, Graveland, un’esposizione collettiva che, spaziando tra disegno, scultura, installazione, film, performance, artigianato e scrittura, esplora i cimiteri di tutto il mondo e il modo in cui si ricordano i defunti. La mostra, a carattere partecipativo, invita il visitatore a contribuire alla riflessione su un tema che, scaramanticamente, viene spesso ignorato o respinto, e che qui si affronta in uno spazio suggestivo, accogliente, e rispettoso.

Ma che cosa c’è da dire sulla morte? Sappiamo che accadrà, ma, ovviamente, preferiamo non pensarci, almeno finché non è necessario. In verità, la morte permea tutta l’arte perché, come nella vita, è sempre con noi. Lo sa bene Richard Harris, ex mercante d’arte di Chicago, che ha passato gli ultimi 12 anni della sua esistenza a raccogliere oggetti legati al sonno eterno. Tutto ha avuto inizio con l’acquisto di una bella natura morta olandese, raffigurante un teschio, cinto da una corona d’alloro, e circondato da gioielli, articoli di lusso, calici, e un vaso di fiori lussureggianti. Da questo acquisto, scaturisce la passione di Harris per i memento mori, le scene di vanitas, e tutta un’iconografia, a volte ripetitiva,  che, tra ossa e apparati funebri, cerca di dare un volto alla morte. Ma a che cosa somiglia quest’ultima?
Una signora elegante, un teschio avvolto da un mantello nero e con una falce in mano, un’ombra alla finestra, una clessidra…? Tutti gli artisti presenti in Death: A Self Portrait, mostra in programma alla Wellcome Collection, sembrano decisi a darle un volto. La morte, tuttavia, ha orbite vuote e manca di personalità. Che pesi le anime con una bilancia o che livelli, indifferente, i destini di ricchi e poveri, essa costituisce l’unico evento certo nel ciclo della vita. Come scrisse Oscar Wilde, ‘il più grande messaggio dell’artista è farci comprendere la bellezza della disfatta’.