Oltre il Giardino

oltre il giardinoDa lunedì tutto riapre: musei, teatri, siti storici, fondazioni, cinema, ristoranti,
E’ un segno di speranza, e anche linfa vitale per questo povero blog negletto.
Ho rivisto un paio di amici, che ormai erano diventati degli ologrammi sul mio computer.
Ci siamo trovati a camminare in una città ancora addormentata, sebbene aperta agli avventori e movimentata dal traffico. Abbiamo scoperto di non saper più attraversare la strada.
Mi sono accorta che la mia attenzione nelle conversazioni è divenuta un po’ malferma.
Ogni tanto il cervello si spegne e mi perdo qualche passaggio. Le strade che conoscevo, hanno sensi di marcia diversi, sono pedonalizzate, ciclabili, interrotte dai lavori. Non si può sempre entrare dagli ingressi che davamo per scontati. Bisogna essere attenti e flessibili. Preferisco camminare che prendere i mezzi, prediligo il treno alla metropolitana.
La prossima settimana torno fisicamente al lavoro, da domani ho già due mostre prenotate.
Due mesi fa, subito dopo il mio post dantesco, ho ricevuto la prima dose di vaccino (AZ).
E’ stato rapido, indolore, eppure emozionante. Mi hanno pure dato un’adesivo, come quella medaglia delle elementari che celebrava un dieci in matematica. Qualche linea di febbre in serata, e poi basta. Fra due settimane, il richiamo. Non sarò invincibile, ma, si spera, nemmeno troppo vulnerabile. Meglio che stare rintanati nel guscio, come paguri.
Non dico che tornerò alla normalità, perché è un concetto molto labile.
Tornerò a vivere una nuova prospettiva, facendo le cose di prima in un altro modo (come usare il nuovo editor di WordPress) oppure avendo imparato a farne altre. Soprattutto, essendomi misurata con me stessa, con la mia forza e le mie fragilità.
Poco prima della pandemia avevo letto un bel libro, l’analisi-riflessione di Massimo Venturi Ferriolo, filosofo del paesaggio: Oltre il Giardino.
Ripensare il mondo come un giardino, luogo estetico di contemplazione, in opposizione al consumismo e all’utilitarismo distruttivo.
E proprio il giardino, il parco, l’orto botanico, il cimitero dismesso, l’aiuola di guerrilla gardening, la striscia di terra davanti casa, i vasi sui miei davanzali, i libri di botanica e gli acquerelli per raccontare le piante, le erbe e i fiori, anche quelli cresciuti nelle crepe dei marciapiedi, sono divenuti la mia ancora di salvezza in questo anno complicato.
La connessione, il modo in cui ci relazioniamo con la natura e la sperimentiamo, significa provare una relazione intima o un attaccamento emotivo al nostro ambiente.
In questo anno di separazione, difficoltà e perdite, ho ascoltato attentamente il canto degli uccelli, ho toccato la corteccia degli alberi, ho imparato a riconoscere e disegnare, raccogliendo foglie, petali e bacche, affondando le dita nel terreno per piantate semi e bulbi.
Non è un caso se le ultime ricerche della Mental Health Foundation, hanno individuato nel passare del tempo all’aria aperta uno dei fattori chiave per affrontare lo stress da Covid-19.
Durante la pandemia, il 45% delle persone nel Regno Unito ha affermato che visitare degli spazi verdi,  li ha aiutati a far fronte all’isolamento, alla depressione e all’ansia.
Anche quando tutto sarà aperto, e gli impegni mi porteranno fuori dalle quattro mura di casa, voglio continuare a mantenere questa connessione speciale con la natura.

Un anno di pandemia

Un anno fa, in ritardo di due settimane rispetto all’Italia, il governo britannico decideva per la chiusura, chiedendo alla popolazione di restare a casa (anche se, molti, lo stavano già facendo).
C’erano molta paura e incertezza, non si trovavano le mascherine, il paracetamolo e la carta igienica, il silenzio era costellato di sirene di ambulanze, avevamo un numero di call centre da chiamare in caso di sintomi, ma nulla di più. Le scene in tv erano abbastanza epurate, l’isolamento era piuttosto liberale. Potevamo uscire per fare la spesa e una passeggiata nel parco, mentre in Italia la gente era bloccata sui balconi o in finestra. Nessuno ci ha mai fermato per chiederci l’autocertificazione. All’inizio mettevo una mascherina da muratore, poi una di tessuto. Le mascherine erano pressoché ignorate, in un anno sono rimaste un’appendice, con vaghe raccomandazioni di obbligatorietà su mezzi di trasporto o negozi. Gli slogan del governo erano molto semplici, vagamente infantili, un po’ frasi d’artista. Si è cominciato con Hands. Face. Space. per proseguire con Stay Alert. Control the virus. Save lives. Come se il virus fosse un paracadutista della Seconda Guerra mondiale o un animale da domare. Poi si sono susseguiti errori tattici, comportamenti ignari, tre lockdown, due ondate, numeri da record di vittime e pure una variante da esportare, nonostante la Brexit.
Ed io?
Tra passeggiate nella natura, botanica, spentolamenti in cucina, lezioni online, lavoro virtuale, cassa integrazione, studio, letture, disegno, musei vuoti, strade semideserte, un paio di cene distanziate, un sierologico, quattro antiginenici e due molecolari più tre quarantene e varie peripezie e avversità, mi ritrovo oggi qui, con meno certezze e anche meno energie.
Un anno fa avevo le idee un po’ più chiare, oggi, invece, so di non sapere e, ogni tanto, mi chiedo ancora cosa farò da grande.
Però è arrivata la lettera dell’NHS per fare il vaccino.
In dodici mesi, non si è stati bravi a prevenire e contenere, ma almeno si è riusciti a produrre qualcosa che possa frenare l’irruenza di questa epidemia, e ridare un po’ di speranza, anche se non ne siamo ancora fuori e la terza ondata è già una realtà.

Buon 2021?

 

happy man treeIl primo post dell’anno, e il primo post dell’era Brexit.
Che dire?
Siamo al terzo lockdown, con variante inglese del virus che impazza. 
Un londinese su trenta ce l’ha.
Il sindaco ha dichiarato lo stato di emergenza, bisogna stare a casa il più possibile, perché gli ospedali sono ingolfati. 
Arte, cultura e tutto quello che mi capita a Londra… Difficile mantenere fede al sottotitolo di questo blog.
I musei sono chiusi, la cultura è per lo più digitale, ma non vi si accede dal vivo; l’arte, ormai, la faccio io, prendendo spunto dalla natura e dalle passeggiate al parco e seguendo una classe di disegno in streaming. 
Mi diletto con le effemeridi della storia e le conferenze online, però mi piacerebbe leggere di più quest’anno… Chissà se ci riuscirò. 
Mi mancano i miei giretti da flâneuse, che tanto hanno ispirato i miei post.
Continuo a camminare, esplorando la zona e la serie di parchi, boschi e spazi verdi della Green Chain.
La posta arriva in ritardo, perché i postini sono malati. Le spedizioni dall’Europa idem, perché, adesso, per inviare qualcosa, bisogna compilare una dichiarazione doganale. E molte imprese e corrieri britannici hanno ridotto o sospeso le consegne nell’UE, mentre le aziende sono alle prese con i nuovi controlli alle frontiere e tasse di importazione. Prima di Natale c’è stato un mega-ingorgo a Dover, file di camion bloccati. Gli inglesi si sono fatti prendere dal panico e hanno fatto incetta di lattuga. I porri e le patate, per fortuna, li hanno lasciati.
Un antico platano di Hackney, soprannominato ‘The Happy Man Tree”, che era stato votato albero dell’anno nel 2020, è stato tagliato poco prima della Befana. Dava fastidio al progetto di riqualificazione di Berkeley Homes. Non sono servite proteste e petizioni, ormai era troppo tardi per alterare il progetto di costruzione di nuovi appartamenti ( 58% privati e di lusso e solo 20% popolari) e risparmiare la vita al platano, che aveva la bella età di 150 anni. Anche volendo apporre delle modifiche, si sarebbe verificato un ritardo di quindici mesi sui lavori.
Decisamente troppo, sia per i costruttori che per il municipio.
A Londra il tempo è denaro, anche quando il tempo sembra essere sospeso da una pandemia.  
E, quindi, per qualsiasi lieto fine, bisognerà aspettare ancora…

 

Cucina terapeutica

Mince pies al limoneSono passati alcuni mesi dal mio ultimo post, quasi due stagioni, e,  fra meno di due settimane, è Natale.
Non sto a dilungarmi sui motivi dell’assenza, comunque, come da disclaimer, “questo blog  viene aggiornato senza alcuna periodicità.”
Mi capita, ogni tanto, di lasciarlo galleggiare, come quando si chiude casa per un viaggio. Non sto mai via troppo tempo, ma sicuro quello che basta per perdere i miei pochi lettori.
Poi, per fortuna, torno: riordino le idee, tolgo qualche ragnatela, ricomincio a scrivere. Quest’anno, tra un lockdown e l’altro, ho fatto molte cose, come: camminare, seminare e raccogliere piante, leggere, studiare, disegnare, scattare fotografie, cucinare. Scrivere, invece, poco. E me ne dispiace.
Tuttavia, questo 2020 è un anno atipico, e alla fine è già tanto se sono ancora qui, a pigiare tasti nel flusso di coscienza.
Quanto a cucinare, sono passata dai libri, alle video ricette sui siti di gastronomia ad una fantastica classe in diretta su zoom, dove, grazie a The Regency Cook, ho imparato, assieme ad altre persone da tutto il mondo, a fare le mince pies al limone, secondo una ricetta originale del 1830, opportunamente adattata.

Il 1830, che decade fu quella!
Scampoli di periodo Regency, ormai in dissolvenza, alla morte dell’ultimo re di nome George e a poco più di un lustro di distanza dall’era Vittoriana.
L’ultimo pirata veniva impiccato a Wapping, il duca di Wellington perdeva il seggio di Primo Ministro, e si inaugurava la prima ferrovia al mondo percorsa esclusivamente da locomotive a vapore.
In Europa dissenso e tentativi di insurrezione animavano gli animi e le piazze, e Delacroix dipingeva “La libertà che guida il popolo.”
Nel frattempo, una pandemia di colera si diffondeva dalla Russia alla Polonia, e poi, arrivava, subdola e spietata, fino a Newcastle, Londra, Parigi, provocando centinaia di migliaia di vittime.
In tutto questo, qualcuno vergava, in bella calligrafia, un taccuino di ricette, lasciandoci, a pagina 99, quella per le tortine ripiene di limone candito:

Una libbra di ribes, una libbra di sugna e tre limoni, spremete il succo, quindi lessate i limoni in acqua e cambiate l’acqua per togliere l’amaro, quando saranno bolliti abbastanza teneri passateli al colino, quindi mescolate il succo e il tutto insieme a quasi tre quarti di libbra di zucchero, quando fate le vostre tortine metteteci dentro arancia e cedro e qualche mandorla…”

Cronache da una Londra ancora deserta

Dopo esattamente tre mesi, ho ripreso il treno perché dovevo recarmi in centro.
Munita di mascherina, che dal 15 giugno è obbligatoria sui mezzi pubblici, sono riuscita a garantirmi i due metri di distanza di sicurezza, dato che non c’erano molte persone all’ora in cui mi trovavo a viaggiare.
Il 90% dei passeggeri aveva una qualche copertura facciale, dal fazzoletto, alla mascherina chirurgica, a versioni più hi-tec.
Le stazioni sono piene di adesivi e poster, per marcare le distanze e ricordare le regole ai viaggiatori. Inoltre alcune panchine sono state rese accessibili solo per metà, in modo da separare di almeno un metro chi decide di sedersi.
A Charing Cross, poi, ho trovato un lungo tavolo, dove c’erano varie bottiglie di disinfettante per le mani. C’era anche tanto personale extra, con la visiera protettiva ed un gilet rosa, per indirizzare ed aiutare le persone in entrata ed uscita dalla stazione.
Una volta in strada, mi sono resa conto che non tutti i negozi avevano riaperto e che non c’erano tutte queste persone in giro.
Anzi, sembrava che la zona di Covent Garden e Holborn fosse per lo più animata da operai, addetti alle costruzioni o ai lavori di ampliamento stradale.
Ho approfittato di una farmacia aperta per comperare poche cose di cui avevo bisogno.
Era molto ben organizzata, con entrata ed uscita separata e segnali sul pavimento. Anche qui i commessi avevano la visiera trasparente.
Le casse erano provviste di barriere di plexiglas, ma si poteva anche usare il self service.
Comunque, non mi sono stressata più di tanto, perché ero l’unica cliente.
I rari negozi di abbigliamento che ho visto aperti, stavano praticamente facendo le svendite dei capi che erano avanzati da marzo.
Questo probabilmente spiega le scene di isteria di massa che si sono verificate lunedì scorso, quando alcune celebri catene di sport e abbigliamento di Oxford Street avevano registrato un numero spropositato di avventori, sicuramente attratti dai saldi.
L’unica fila (saranno state meno di dieci persone) che ho visto in tutto il tragitto, è stata quella fuori dal negozio della Apple.
Il mercato di Covent Garden era deserto.
Molti bar e ristoranti non hanno riaperto, nemmeno per il take away.
Un’iniziativa che mi è piaciuta molto, sono stati i dispenser gratuiti di gel disinfettante, posizionati intorno a Seven Dials, per iniziativa dei negozianti locali.

Dato che le strade erano eccezionalmente vuote, ho notato particolari architettonici che non mi erano mai saltati all’occhio nella quotidianità affollata del pre-covid19.
Ad esempio, le insegne di negozi vittoriani ormai scomparsi da tempo, la targa commemorativa dell’abitazione del botanico ed esploratore Joseph Banks, il fregio art deco del cinema Odeon, e anche dei murales accattivanti. 

Quarantena Londinese #6

 

tarassaco rucolaNon ho scritto da un po’ per varie ragioni. 

La prima è che è esploso il boiler (!) e meno male che eravamo in casa, altrimenti, tra alluvione e corto circuito elettrico, forse adesso non avrei avuto un tetto sulla testa. Invece, ho un boiler nuovo, il pavimento sollevato, la porta del ripostiglio che non si apre più bene, ciarpame disseminato qua e là e un armadio ikea che assomiglia alla Torre di Pisa.

Seconda ragione: non volevo che gli eventi riguardanti il covid-19, mi spingessero a scrivere un post ripetitivo e polemico.
Vi basti sapere che il governo britannico continua a fare poco, in ritardo e male.
Inoltre, avevo quasi sperato che, questa pausa di riflessione forzata, potesse rendere le persone più responsabili ed altruiste, verso la natura e nei confronti degli altri. Purtroppo, da quando il lockdown è stato allentato, i parchi sono sempre più strabordanti di spazzatura e fiale di protossido di azoto, i prati si risvegliano bruciacchiati dai barbecue portatili, le spiagge vengono prese d’assalto, le distanze sono ormai azzerate, il traffico è impazzito…

Tutto mi appare approssimativo e confuso, ed io proseguo, finché è possibile, con la mia vita semi-eremitica, scandita dallo studio, da quel poco lavoro che posso svolgere da casa, dalle passeggiate mattutine nel verde (che si sono estese, sia nei chilometri che nella durata), da fugaci missioni al supermercato, rigorosamente mascherata, e da sessioni digitali a cui partecipo per lavoro, istruzione e diletto (ci si incontra su uno schermo, con tante facce più o meno sorridenti, in altrettanti riquadri, che mostrano, alle spalle di ognuno, lacerti di tende, librerie, mobili di cucina, quadri appesi ai muri, testate del letto, soffitti sghembi…).

Nel frattempo, ho imparato a fare delle cose. 

Per esempio, a registrare un podcast per un programma di storia, e a girare e montare video, anche e soprattutto con me dentro (!), per dei progetti di storytelling.
Ho disegnato prospettive da uno a più punti di fuga, ritratto fiori di papavero e foglie di tarassaco, rinvasato piante, germinato semi, accolto nuovi fiori.
Ho il davanzale che è un vivaio di piantine di solanum, viola, borago ed oxalis e, quando vado a passeggiare, so riconoscere le erbe spontanee, quelle buone da usare in cucina. Come, ad esempio, la rucola selvatica, che, coi suoi fiorellini gialli ed il sapore intenso, regala una nota piccante alle insalate, va forte con i formaggi, ed è un’alternativa piena di vitamine e sali minerali, al solito pesto di basilico. 

Quarantena Londinese #5

spazzatura

Si prevedeva che il bel tempo questo weekend avrebbe attirato molte persone verso riserve ed aree naturali, dopo che il governo del Regno Unito ha autorizzato viaggi illimitati per attività fisica all’aperto o per prendere il sole.
Secondo le previsioni, 15 milioni di persone avrebbero dovuto mettersi in viaggio, ma il traffico è aumentato solo del 3% rispetto allo scorso weekend, non si sa se perché ci si è attenuti alle indicazioni o perché  affetti da quella che è stata definita Coronafobia, la paura di tornare alla normalità. Una normalità che non esiste per tutti.
Mentre in Inghilterra le regole sono cambiate, nelle altre nazioni del Regno Unito (Galles, Scozia e Irlanda del Nord) il messaggio alla popolazione è rimasto sostanzialmente invariato: restate a casa.
Così, le comunità che vivono nelle aree rurali e le autorità delle nazioni che non hanno aderito alla fase due, hanno cercato di scoraggiare la gente di città a mettersi in viaggio, per paura di nuovi focolai di infezione.
Alcuni parchi, incluso il Lake District, hanno ripetutamente sollecitato i visitatori a stare alla larga, mentre il Peak District National Park ha twittato che “i parcheggi sono già pieni”. Ma anche Brighton, località balneare molto popolare tra i londinesi, aveva chiesto alle persone di stare lontane dal suo lungomare. La polizia ha istituito dei posti di blocco per impedire ai gitanti di accorrere a frotte nelle località off limits.
Per quelli che non hanno la macchina, la soluzione più accessibile e logica, sono rimasti i parchi e le attrazioni dietro casa.
Il Regno Unito attualmente è al secondo posto nel mondo per numero di morti per coronavirus. Che non accennano a diminuire.

Mentre scrivo, ad Hyde Park si sta svolgendo una protesta (un assembramento di gente e di polizia senza mascherine e guanti) contro il lockdown, le restrizioni e la soppressione dei diritti civili a causa di un virus, che i manifestanti considerano falso.
In tutto questo, io ho proseguito la mia quarantena, concedendomi le solite passeggiate di mattina presto.
Generalmente è più facile mantenere il distanziamento sociale prima delle nove, anche se c’è stato un lieve incremento nel numero di persone che camminano o corrono di buon ora. Non so come sia la situazione nella tarda mattinata e nel pomeriggio, perché io, fuori dal coro, resto a casa. Suppongo, dai resti di lattine di birra, cartoni di pizza e take away, che ci siano tante persone che si incontrano al parco per socializzare e prendere il sole. Non sono veramente convinta che mantengano le distanze sociali. Le mascherine sono praticamente delle perfette sconosciute, e, quando vado a fare la spesa, sono di solito l’unica ad indossarla.
Molti avventori non hanno la minima cognizione di che cosa sia il distanziamento sociale, nonostante i segni in terra e i messaggi all’ingresso del negozio. Il personale non dà indicazioni particolari e non controlla il corretto comportamento dei clienti. Non vedo mai un’offerta di salviette monouso per le mani e per carrelli e cestini all’ingresso, come succede in Italia.
Sembra, comunque, che sia stato molto più difficile trasmettere un messaggio chiaro su cosa si può o non si può fare in questa fase di allentamento, rispetto al lockdown di prima (che, comunque, al confronto di altri paesi, era già rilassato).
Boris Johnson ha chiesto ai Britannici, specialmente quelli che da mercoledì sono dovuti tornare al lavoro, di evitare di prendere i mezzi pubblici, e di andare invece a piedi, in bicicletta o in automobile.
Per molti, questi consigli sono impossibili da seguire.
C’è chi non ha la macchina, chi abita troppo lontano dal luogo di lavoro per poterci andare con mezzi alternativi e chi ha una disabilità o condizioni fisiche particolari, che ne limitano i movimenti.
Per chi è costretto ad usare bus, treno o metropolitana, il consiglio è quello di indossare la mascherina, tenersi a distanza dai compagni di viaggio e cercare di evitare l’ora di punta.
Purtroppo, le cose non hanno funzionato come previsto.
Mercoledì mattina gli autobus e i vagoni delle metropolitane erano pieni zeppi e non tutti i viaggiatori indossavano protezioni adeguate. Sembra poi del tutto irrealistico pensare che chi lavora con tempi e impegni definiti, possa permettersi il lusso di viaggiare fuori orario, cosa che, magari, riuscirebbe meglio ad un libero professionista.

Grafico a cura del CBRE

Esistono anche delle differenze sostanziali tra Londra e il resto dell’Inghilterra. Nella capitale, la rete di trasporti pubblici è capillare ed il servizio abbastanza buono, perciò, prima del coronavirus, tanti ne facevano uso. Al contrario, la maggior parte delle città inglesi, non dispone di altrettanti servizi di qualità, e quindi moltissime persone usano la macchina. Io stessa, se volessi camminare fino a London Bridge, che è a poco più di 7 km dalla mia abitazione, impiegherei un’ora e mezza (sola andata); disponendo di una bicicletta, mezz’ora (ma dovrei affrontare un paio di arterie molto trafficate e pericolose)…

Quarantena Londinese #4

Quella appena passata, è stata una settimana molto particolare.

Mercoledì il totale delle morti in UK per coronavirus ha superato quello dell’Italia e con le attuali 31.855 il Regno Unito è il paese europeo con il più alto numero di decessi.
Tuttavia, sulle prime pagine dei tabloid britannici, si sono visti dei titoli surreali: è tempo di picnic, viva la libertà, fine della quarantena, tana libera tutti. Questo in previsione del discorso del premier Boris Johnson, in programma la domenica sera.
tabloids uk coronavirusMolta gente, evidentemente, non ha minimamente esercitato prudenza e, invece di aspettare, ha cominciato ad uscire, come se nulla fosse.
Durante la mia passeggiata mattutina, giovedì alle 7:30, c’era un traffico di macchine mai visto ed erano esponenzialmente aumentati i pedoni e quelli che correvano.
Venerdì e sabato il tempo era quasi estivo, ma io sono rimasta a casa bloccata dalla sciatica.
L’8 maggio si celebrava il VEDay75, i 75 anni della vittoria in Europa nella Seconda Guerra Mondiale, e, anche se le raccomandazioni ufficiali erano ancora quelle di far festa in casa, o sulla soglia di casa, ma comunque nei limiti della quarantena, le strade si sono riempite di gente e di festaioli, che, complice l’alcool, non hanno nemmeno aderito alle regole di distanziamento sociale.
Molto scalpore ha suscitato il filmato di un gruppo di abitanti di Warrington, impegnati allegramente a ballare la conga, una line dance cubana, molto in voga in America tra il 1930 e il 1950.
E le feste sono proseguite il giorno dopo, con persone in tenuta estiva che si sono riversate nei parchi a fare grigliate, picnic e a prendere il sole, senza che la polizia locale potesse o volesse fare qualcosa. Senza menzionare altri, che hanno organizzato cene e feste a casa propria.
Alla fine, ci ha pensato il clima a mettere una specie di freno a questo delirio, con un abbassamento repentino di 10 gradi, nuvole e vento forte.
Poi, ieri sera, l’atteso discorso di Boris, che, francamente, mi è sembrato abbastanza azzardato e contraddittorio.
Innanzitutto il cambio di slogan, da State a Casa a State all’Erta, come se questo virus si potesse vedere, sentire, annusare, toccare.
Inoltre, varie e vaghe indicazioni: state a casa, ma anche no; uscite a lungo, uscite più volte al giorno, però per la maggior parte state a casa; incontrate gli amici, ma anche i genitori, due alla volta, uno per volta, basta che restiate a due metri di distanza; vi potete sedere al parco e sulle panchine (che nessuno disinfetta da illo tempore); potete andare al lavoro, ma se siete in grado di lavorare da casa, state a casa; però, se andate al lavoro, dovreste andare in macchina, a piedi o in bicicletta (si aspetta di sapere, a parte lavoratori edili e manifatturieri, chi altro rientri nelle categorie di quelli che possono tornare al lavoro, e, soprattutto, come farlo in modo sicuro per tutti) e così via.
Ci ha anche mostrato una formuletta e dei grafici, che sono stati subito trasformati e fatti circolare, in versione esilarante, sui social.

Covid Graph

Johnson’s Covid Graph in full © Happy Toast

La mia sciatica è in via di risoluzione, perciò da domani cercherò di riprendere le mie passeggiate mattutine e si vedrà quante persone incontrerò sulla mia strada e se le distanze di sicurezza saranno rispettate.
Seguo con affetto e apprensione i timidi tentativi dell’Italia di tornare ad una normalità, riaprendo negozi, parchi, musei, col terrore di una seconda ondata di infezioni e decessi. Qui non abbiamo nemmeno ancora assistito ad un calo significativo dei numeri di malati o dei morti, e però si parla già di fase 2.
Per quanto mi riguarda, credo che continuerò a stare a casa, salvo l’ora d’aria del mattino. Non penso di essere affetta dalla sindrome della capanna, mi è capitato un decennio fa di dover restare tappata in casa per oltre due mesi a causa di un’operazione. Psicologicamente e fisicamente, mi sentivo molto più vulnerabile allora, quando sono dovuta uscire fuori e mi è toccato lavorare in un evento affollatissimo, tenendo a bada comprensibili attacchi di panico. No, non ho paura di riprendere i ritmi di prima (che come prima, non saranno) e di girare per la città.
Solo che non è possibile farlo senza delle regole chiare, perché il virus è ancora qui, invisibile, inodore e insapore, proprio come i sintomi che lascia a quelli più fortunati, che lo superano senza andare a finire in terapia intensiva o, peggio, al cimitero.

La Cultura in Quarantena

MuseumofCroydonFin dalla chiusura forzata, a causa della pandemia di Covid-19, i musei hanno lavorato dietro le quinte per definire strategie e per coinvolgere il pubblico attraverso il digitale. In pochi giorni, è comparso un hashtag sui social: #MuseumFromHome.  Questo hashtag ha rappresentato la volontà e la necessità di continuare ad educare, stimolare ed ispirare la gente durante un periodo difficile come quello della quarantena.

Senza che questo fosse pianificato, mi sono trovata coinvolta anch’io nel progetto di fare ed offrire qualcosa di diverso in risposta ad una situazione senza precedenti.
A novembre 2019, stavo cercando un’opportunità di volontariato, possibilmente in un museo locale, sia per  rendere le collezioni più accessibili, sia per migliorare le mie capacità nell’interpretazione degli oggetti.
Quando ho visto che il Museo di Croydon stava cercando qualcuno che potesse lavorare con la loro collezione e  curare una selezione di oggetti da impiegare in esperienze sensoriali tattili, ho fatto subito domanda!
Il Museo possiede un’interessante collezione di circa 300 oggetti (dal periodo vittoriano in poi) che avevano  bisogno di essere raggruppati e organizzati in scatole a tema, per offrire sessioni in gallerie o prestiti alle scuole. Ho iniziato il mio volontariato a gennaio, ed è stata un’esperienza appagante. Ho svolto ricerche sulla collezione, e, durante lo sviluppo del database, ho collegato gli oggetti a temi specifici. Tutte le scatole a tema che ho creato (e creerò in futuro), contengono una selezione di oggetti e schede informative, con un’immagine dell’oggetto, il numero di catalogo e un breve contenuto.
Ero molto entusiasta alla prospettiva di inaugurare la mia prima valigetta a tema in un evento speciale che doveva tenersi il 27 marzo. Purtroppo, questa serata non ha potuto aver luogo, a causa dell’emergenza Covid-19. Tuttavia, mentre il Museo è chiuso al pubblico, questa selezione di oggetti è ora disponibile in forma digitale, così come la mostra a cui sono legati.
Fortunatamente, posso continuare a svolgere il mio volontariato da casa e creare altre scatole virtuali, fino a quando il Museo non riaprirà e i visitatori avranno l’opportunità di manipolare gli oggetti che ho selezionato. Questa esperienza virtuale ovviamente non può sostituire quella tattile sensoriale, ma è comunque un modo intelligente per esplorare il ricco patrimonio di Croydon, coinvolgendo il pubblico da casa, che può anche contribuire con storie e riflessioni personali.

Quarantena Londinese #3

giardini in SE4“Il giardino, con la sua immagine, è una forma di conoscenza inseguita e indagata fin dall’antichità, in un percorso metaforico, per ogni spazio e tempo fino al nostro mondo.” Massimo Venturi Ferriolo – Oltre il Giardino (Einaudi 2019)

Dopo aver sofferto di un grave caso di coronavirus, il Primo Ministro Boris Johnson è tornato al lavoro e ha detto che il lockdown proseguirà, nonostante l’impazienza e l’ansia dei cittadini (e delle imprese), semplicemente perché siamo ancora in un momento di massimo rischio e nel weekend passato si è superata la soglia di 20.000 decessi, solo negli ospedali
Restare a casa non mi pesa particolarmente, anche se mi mancano alcuni elementi della vita precedente (riabbracciare mia madre, incontrare gli amici per un caffè, esplorare Londra, visitare mostre e collezioni, viaggiare, e il mio lavoro di guida, che non riprenderà tanto presto…); penso tuttavia che, la possibilità di uscire una volta al giorno per una passeggiata regolamentata, abbia contribuito alla mia salute, anche mentale.
La ricerca in un campo scientifico in crescita, chiamato ecoterapia, ha dimostrato che il contatto con la natura non solo fa sentire meglio emotivamente, ma contribuisce al benessere fisico, riducendo la pressione sanguigna, la frequenza cardiaca, la tensione muscolare e la produzione di ormoni dello stress. Non è chiaro esattamente perché le escursioni all’aperto abbiano un effetto mentale così positivo, ma io stessa ne sto sperimentando i benefici durante questa quarantena. Il mio tempo con la natura è molto semplice, ogni mattina esco molto presto (anche per garantirmi al massimo il distanziamento sociale) e faccio una passeggiata in uno degli spazi verdi dietro casa. Sono molto fortunata a vivere in questa zona. Non ho un giardino, ma nel raggio di un chilometro ho tanti parchi e anche il cimitero monumentale di Nunhead, che dal 2004 è in gran parte designato come riserva naturale. All Saints Cemetery, così si chiama, era rimasto chiuso dal 23 marzo, ma è stato riaperto al pubblico questo weekend per decisione del governo, dato che i parchi (e i cimiteri storici iscritti nel Registro dei parchi e giardini) devono essere accessibili per “la salute della nazione”.
Anche se i percorsi sono più o meno gli stessi, la natura lentamente cambia, si evolve e ci dà il senso del tempo che passa: una corolla che lascia posto ad un piccolo frutto, una gemma che si apre e rivela foglie nuove, che presto cresceranno a fare ombra, il coro di piante selvatiche che cambiano colori e strutture, l’aroma delle fioriture e le voci degli uccelli. Sto approfittando di questo periodo di pausa necessaria e imposta, per approfondire le mie conoscenze di botanica, grazie anche ad un corso online. Piano piano è più facile riconoscere una pianta, distinguerne le parti (sperimentando con semi vari e germinazioni), identificare le varie specie, sapere che di denti di leone ce ne sono tantissimi e che non si chiamano tutti, indistintamente, tarassaco officinale. E poi, riuscire anche a dare un nome agli alberi.
Qualche appassionato nel quartiere si è spinto oltre, e, sull’esempio di Rachel Summers, una maestra di Walthamstow, che aveva cominciato a tracciare sul marciapiede, con il gessetto, i nomi degli alberi che incontrava durante la sua passeggiata quotidiana, ha deciso di scrivere le specie di alcune piante di SE4, per aiutare i meno esperti a guardare più attentamente, a riconoscere un noce da un ippocastano, e diventare più consapevoli della natura che si annida nelle strade londinesi.