Gli autoritratti di Lucian Freud, in mostra a Londra

Nell’era dei social e della sovraesposizione, non sono un’amante del selfie. Al massimo, mi piace catturare la mia immagine riflessa in una vetrina, in uno specchio oppure la mia ombra proiettata su un muro o sulla strada.
Alla riservatezza dell’introversione unisco una certo pudore e preferisco cercare un senso estetico altrove.
Mentre sembra che in media la gente si faccia almeno due selfie al giorno, i miei autoscatti sono sporadici, significativi, affermativi.
Tuttavia, in tempi pre-digitali, mi è piaciuto collezionare foto tessera scattate con una certa regolarità, da un anno all’altro, per almeno due decadi.
Un esperimento analitico su me stessa, per registrare il passare del tempo o la caducità della giovinezza. Chissà…
L’autoritratto nasce forse come espressione del bisogno di rappresentare se stessi, cercando di capire chi siamo e come possiamo realizzarci in un’immagine pubblica. Per gli artisti, si tratta di oggettivare il Sé nello spazio circoscritto di un quadro, fissando le molteplici versioni che il tempo e le circostanze di volta in volta propongono.

E’ affascinante visitare una mostra di autoritratti. Il tema può apparire limitato e ripetitivo, ma il volto è una geografia misteriosa, che cambia alla luce e agli agenti esterni ed interni che la animano.
Così consiglio a chi si trova a passare a Piccadilly, in questi giorni frenetici di compere natalizie, di ritagliarsi un momento introspettivo e visitare la mostra alla Royal Academy, sui self-portraits di Lucian Freud.
Gli inizi sono grafici e immediati, come rapida e scanzonata è la vita di un ventenne. Basta una matita, una penna, un conté crayon. Però già si evince che per Freud ritrarre se stesso è una sfida, un modo per sperimentare mezzi e materiali, più che per scandagliare la propria interiorità. Il viso diviene un oggetto curioso e affascinante, su cui indugiare per riproporne i tratti, i solchi, i capelli, le pupille allargate sul mondo. A volte è un elemento che può infondere vita e profondità al paesaggio, alla stereotipata nitidezza di un muro vittoriano o di una lampada a gas.
Fu l’illustre nonno, Sigmund Freud, a sottolineare l’importanza dello specchio nello sviluppo psicoanalitico infantile. Per il nipote, lo specchio è un dispositivo, irriverente e indifferente, sui cui far danzare il proprio io, sorprendendo lo spettatore, spiandolo e spiandosi da una vecchia poltrona.
Si assapora una materialità tangibile nella mostra: alcuni quadri sono esposti su una superficie di tela chiara, altri emergono prepotenti dalla fisicità delle cornici. Ci sono anche quaderni di schizzi, o lavori interrotti perché contingenti, occasionali, dove il biancume del non finito racconta di interruzioni, disinteresse, o forse, difficoltà a definirsi a fondo. C’è poi la fase più avanzata, quella del colore ad olio, che non viene più steso a pennellate, ma a grumi, con lumeggiature di pesante Chemnitz White, perché, nel frattempo, il volto si è invecchiato, trasformandosi in una mappa di forza e fragilità. E l’artista scompare sotto strati di pittura.
Quantitativamente, sono più gli autoritratti che Freud ha deciso di distruggere, di quelli giunti fino a noi. Forse perché non sempre è stato capace di accettare quello che leggeva nel suo volto, oppure, perché, notoriamente riservato, non sempre gli riusciva di compensare la timidezza con l’esibizionismo.

Una mela al giorno

La maturazione naturale delle mele avviene tra agosto e ottobre.
Non a caso, qui in UK si celebra da oltre un ventennio, Apple Day, una giornata dedicata a mele e frutteti, che si tiene tradizionalmente il 21 ottobre. Quest’anno, però, la National Farmers’ Union ha reso noto che milioni di mele sono state lasciate marcire nei frutteti del Regno Unito, a causa dell’incertezza sulla Brexit e alla conseguente carenza di manodopera dall’Unione Europea.
Al di là di queste notizie spiacevoli, c’è da dire che, il frutteto britannico tradizionale, è ormai divenuto una risorsa preziosa e fragile, dall’importante valore ecologico.
Proprio perché rischia di scomparire del tutto, da circa una decina di anni, il National Trust e Natural England si adoperano a conservare e ripristinare i frutteti tradizionali, caratteristici delle campagne inglesi almeno fin dalle conquiste normanne.
Inoltre, Il gruppo ambientalista Common Ground, fondatore dell’Apple Day, ha dato vita ad un vero e proprio movimento per la salvaguardia dei frutteti.
Si stima che, negli ultimi 50 anni, a causa dell’agricoltura intensiva e degli standard della grande distribuzione, che richiedono sempre più perfezione cosmetica, la superficie coltivata a frutteto tradizionale è andata costantemente diminuendo (addirittura, in Devon, le perdite sono arrivate fino al 90%).
L’intensificazione agricola è stata la principale causa. I frutteti tradizionali sono economicamente insostenibili, poiché i grandi alberi richiedono molta manodopera e producono meno. Inoltre, molti agricoltori, per ricevere i sussidi dell’Unione Europea, hanno abbattuto i frutteti per seminare qualcos’altro.
Da qualche anno, si registra, però, un’inversione di tendenza.
Alberi di mele vengono piantati in orti, giardini e scuole. Molti progetti coinvolgono gruppi di volontari locali nel restauro, conservazione o  creazione di frutteti, e sono nate associazioni benefiche, con l’obiettivo comune di promuovere il patrimonio e la conoscenza dei frutteti tradizionali. E di salvare mele a rischio di estinzione, o che ormai si credevano estinte, come la gialla Bringewood pippin, creata agli inizi del XIX secolo da Thomas Andrew Knight, e riscoperta, fortuitamente, in un frutteto abbandonato dello Shropshire.
Tra le varietà di mele che hanno radici vittoriane, la più famosa la Cox Orange pippin, una piccola mela, ottima da mangiare fresca, ma eccellente anche cotta. E’ una mela da sidro e un ingrediente comune nelle conserve di inglesi. Si trova facilmente nei farmers’ market londinesi, e ve la consiglio.

L’arte come esperienza. La mostra londinese su Lee Krasner.

LeeKrasner_BarbicanArtGalleryLa casa al mare che i miei affittarono per quasi un ventennio, era corredata da qualche relitto del passato, tra cui: una vecchia lavatrice, un tavolo da giardino sgangherato e una lampada cilindrica, di carta spessa, dipinta ad olio, in stile astratto, probabilmente realizzata negli anni ’50 e coeva all’abitazione.
La sera si accendeva, sotto un arco a muro, ed emanava una luce soffusa, frustata e punteggiata da macchie e spruzzi di colore nero, rosso e blu.
Questa lampada, era rimasta sepolta nella mia memoria di bambina, ma si è affacciata alla mia mente oggi, mentre visitavo la retrospettiva di Lee Krasner al Barbican. Oltre alle sgocciolature della lampada, mi sono venuti in mente anche gli astrattismi multicolori di materiali organici e non, della serie “Storie al Microscopio”, riprodotta a colori sgargianti sui pacchetti di cerini Minerva, quelli che comprava mio papà, sempre all’epoca della casa al mare.
Queste associazioni, molto profane, di ricordi lontani e arredamenti mid-century, sono riemerse mentre mi aggiravo nella galleria brutalista del Barbican. Fuori luogo, forse, ma la loro comparsa improvvisa è stata un’emozione viva, pulsante, reale.
LeeKrasnerI dipinti di Krasner sono schermi dinamici che affascinano e respingono, impulsivi ed esplosivi, astratti e organici. Possono essere infinitesimali ricami di strati di olio sulla tela, ritratti enigmatici, corpi cubisti, lacerti di colla e carta, infiorescenze di carne e sangue, brandelli di terra e neve gettati su una tela nelle notti insonni. Astrazioni autobiografiche, che raccontano di fughe, tempeste, plessi solari bloccati, rabbia, ma anche di ritmo, gioco, leggerezza, rinascita, liberazione.
Un’esistenza passata a rivendicare il diritto ad essere se stessa, al di là del sesso, della religione, dello stile e della pesante eredità di essere considerata, almeno per un periodo, semplicemente la signora Pollock.

 

Caldo da record sull’Europa: a Londra 39°C

hotinthecityDue giorni di caldo eccezionale a Londra, che, da stamattina, sono già un ricordo.
Moltissimi londinesi, complice l’inizio delle vacanze scolastiche, si sono riversati al mare o in piscina, alla ricerca di un po’ di refrigerio. Peccato che abbiano avuto tutti la stessa idea: la spiaggia di Margate era un carnaio, la piscina di Brockwell Lido, presa d’assalto, presentava file chilometriche di aspiranti bagnanti (con tempi di attesa fino a tre ore!) tanto che, alla fine, i gestori hanno dovuto chiamare la polizia per ristabilire l’ordine (il caldo, si sa, rende alcuni molto irascibili, impazienti e proni a menar le mani) e la piscina è stata chiusa. E, a proposito di chiusure di emergenza, anche il nuovissimo stagno di Beckenham Park, ha chiuso i battenti, perché, dato il grande successo all’inaugurazione, si erano creati dei problemi di sicurezza, e il Lewisham council ha già fatto sapere, non senza polemiche, che il pond riaprirà, ma sarà a pagamento, sorvegliato e recintato.
Per chi, come me, doveva restare in città causa lavoro, si trattava di far buon viso a cattivo gioco, (s)vestirsi adeguatamente, cospargersi di crema solare e mantenersi calmi ed idratati, possibilmente all’ombra di una pensilina, dato che treni e overground offrivano un servizio ridotto, per evitare il surriscaldamento dei binari…
Purtroppo, se non c’è aria condizionata o un qualsiasi impianto di ventilazione, usare autobus e metropolitane  con sedili rivestiti di moquette o dover passare il tempo seduti sul sintetico in stantii edifici vittoriani o circondati da vetrate effetto serra, non è il massimo, e a nessuno piace sudare.
Sfortunatamente, queste ondate di caldo estremo si verificano con frequenza ed intensità ormai da qualche anno, e Londra non è mai stata una città attrezzata per convivere con picchi di 37 -39 gradi.
Per fortuna è costellata da tanti parchi e giardini, dove è possibile fuggire nel tempo libero, e provare a dimenticare la calura. Inoltre, sono arrivate le prime 50 fontanelle pubbliche volute dal sindaco Sadiq Khan, per fornire acqua potabile ai londinesi e turisti assetati.
Invece, ieri, nella City, proprio all’ora di punta, quando si svuotavano gli uffici ed il caldo era ancora pesante, dato che non c’erano fontanelle in vista, è arrivata la distribuzione gratuita di bottigliette d’acqua e gelati.
A me è capitato un parente britannico dell’amato “fior di fragola” nostrano (una mia vecchia consuetudine per il ritorno a casa dalla spiaggia). Me lo sono finito di gustare sul London Bridge, mentre ammiravo il panorama, da entrambi i lati. 

Sulla Luna…

Questo è stato il weekend della luna. Cinquant’anni fa l’allunaggio sul nostro satellite, uno sbarco che avrebbe reso tangibile un luogo mitico, celebrato da poeti, raccontato da scrittori di fantasia, mappato da astronomi e conquistato in celluloide, da registi proiettati nel futuro.
Dedicherò un altro post agli eventi londinesi a cui ho partecipato per festeggiare questa ricorrenza. Oggi, 21 luglio, ripubblico un post di 12 anni fa.

London SE4

in the shadow of the moon

“Un piccolo passo per l’uomo… un grande passo per l’umanit”, un falso clamoroso, un evento epocale… Sullo sbarco sulla luna e le varie missioni ad esso collegate si son sprecati fiumi di inchiostro e di parole. Comunque la si pensi, il bellissimo film – documentario che ho visto stasera, ?In the Shadow of the Moon?, mira a regalare emozioni con la sola forza evocativa delle immagini (gli affascinanti filmati originali delle missioni Apollo, tratti dagli archivi della Nasa,) e delle testimonianze di chi ha vissuto in prima persona l’avventura nello spazio e l’incontro con la Luna. Grazie al ritrovamento delle bobine audio originali, il film stato arricchito anche da voci e suoni privati, quelli degli astronauti e dello staff al centro di controllo di Houston. All’ombra della luna si svolta in un certo senso la mia esistenza. Anche se non ero davanti allo schermo quando Tito Stagno esclamava “Ha…

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Scrivere un blog nel 2019

haunsensoscrivereblog?L’estate a Londra rappresenta per me una pausa di riflessione. Lontana, ormai, nel tempo, la sua lunga versione italiana, col solleone, la calura, il sudore e la crema solare, il mare, con il tormentone fino alla nausea e le file del rientro, le cicale chiassose, i pomeriggi sonnecchianti, le punture di zanzara, i film all’aperto…
Ormai le parentesi mediterranee sono diventate brevi scampoli, passati un po’ a fare i turisti, un po’ a riappropriarsi del passato, ravvivato da fugaci riunioni con gli amici di sempre, che, mentre le vivo, mi sembro Philippe Noiret alias Perozzi, in vena di reminiscenze. Poi ci sono luglio e agosto a Londra, che si svuota in parte della consueta fauna dinamica e nervosa, per riempirsi di turisti confusionari e distratti.
Anche l’estate londinese ha i suoi corsi e ricorsi: la spiaggia prefabbricata sul Tamigi, le sdraio a Hyde Park, i drink in terrazza, l’odore di barbecue, le finali di Wimbledon, i Proms e Shakespeare all’aperto, con l’acquazzone che ti guasta l’atmosfera.
Ogni estate, per sopravvivere all’estate, intraprendo qualche progetto intellettuale, personale e solitario. Cerco di riparare la mia bussola interiore, per darmi nuovi impulsi e direzioni, provando a lasciar cadere le cattive abitudini. Ritaglio spazi, complice qualche ora di luce in più, qualche impegno in meno. 

Mi sono accorta che tanti miei link corrispondevano ormai a domini in vendita, server irraggiungibili o pagine ferme a più di un anno fa. Molti blog sono caduti in disuso, perché la gente in questi giorni ha meno tempo o voglia di scrivere e si diverte di più su Facebook o Twitter. E’ cambiato anche il modo di utilizzare queste piattaforme, perché sui social media si interagisce prima e basta una foto. Molti blog odierni sono divenuti siti personali col punto com o spazi commerciali, per chi ancora ha voglia di impegnarsi in una strategia di web marketing dai risultati a lungo termine. Quello che mi piaceva della comunità di bloggers di una decade fa era l’uso aggraziato dei commenti, la possibilità di confronto e conoscenza. In parte questo sopravvive anche oggi, sebbene la maggior parte dei commenti sia finita sui social, e i toni di chi interagisce non sempre siano caratterizzati da pacatezza e cognizione di causa.  Molti blog, tipo questo, hanno visto la luce su piattaforme gratuite o domini di secondo livello, e il nome del dominio non sempre si è rivelato strategico (il mio è praticamente l’indirizzo di casa). Chi pensava al marketing? Credo pochi o nessuno di quelli che hanno aperto un blog oltre dieci anni fa, avessero un’idea editoriale, delle strategie, la consapevolezza di dove sarebbero andati a finire in un lustro o due. Anche chi ha cominciato con le idee ben chiare, si è aperto una pagina Facebook, perché con due foto, tre righe di contenuto e vari hashtags si ottiene un risultato immediato.
Ci vuole dedizione, attenzione e affetto per curare una micro nicchia, che sia un blog o un sito – contenitore ad hoc. E, comunque, più tempo di un post sul social di turno. Senza l’engagement di una volta, senza nemmeno una strategia di marketing, svanisce l’entusiasmo e la pagina resta ferma a galleggiare, come un messaggio in bottiglia alla deriva nel mare del 3.0. 

Questo spazio mi definisce, nel bene, nel male e nei suoi limiti.
Ci posso scrivere quello che voglio, quando voglio. Non sono schiava del calendario editoriale, non devo scendere a compromessi. Non ci faccio soldi, non influenzo nessuno. Quei pochi seguaci, qualche volta li lascio in attesa per un mese o due, perché, come recita l’adagio, “questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità.”
Dunque, non un prodotto editoriale, ma una mera estensione del mio mondo, che, nonostante recessioni, Brexit, dilemmi e problematiche varie, cerco ancora di riempire con mostre da visitare, eventi curiosi a cui partecipare, effimere bellezze da cogliere al volo e flaneries spensierate, perché il viaggio è più importante della destinazione. 

Londra celebra il suo passato romano

La prima volta che vidi “Il Gladiatore” di Ridley Scott fu nell’ambito dell’Estate Romana del 2000. Lo schermo era stato montato nella suggestiva cornice di via dei Fori Imperiali, pedonalizzati per l’occasione, con il Colosseo alle spalle. Quando il pubblico vide sullo schermo la ricostruzione dell’Anfiteatro Flavio, scattò in un applauso fragoroso, trasudante orgoglio.
Il film è uno di quei colossal del filone mitologico “Sword and Sandals”, di cui l’Italia fu prolifica negli anni d’oro di Cinecittà, quando gli attori americani venivano a girare le imprese di Maciste, Ercole, Spartaco ed altri eroi del mondo antico. Non erano pellicole storicamente accurate allora, e nemmeno al giorno d’oggi: nonostante la meticolosa ricostruzione di ambienti e costumi, molte scene peccano di ingenuità ed inesattezze. Ma, in fondo, quello che conta, sono la trama, l’azione e le gesta di un personaggio con cui il pubblico possa identificarsi o simpatizzare. Dopo quell’epica proiezione romana, non avevo più rivisto il film.
Tuttavia, si creano occasioni per cui, in un certo senso, il cerchio si chiude. Così, in una serata di ferragosto, graziata da temperature miti ed un cielo stellato, eccomi di nuovo sul luogo di un anfiteatro romano, questa volta la più modesta arena di Londinium (che, ai suoi tempi, era comunque una delle più grandi città della provincia più occidentale dell’Impero Romano), per la proiezione del colossal con Russell Crowe.
Atmosfera giocosa da evento all’aperto delle estati londinesi, con birra, pop corn, prelibatezze di street food italiano e greco (gnocchi e souvlaki), gladiatori, a suo tempo comparse del film (nelle scene di battaglia girate a Farnham),  in tenuta da traex britannico, disponibili sia a pose ironiche da selfie, sia a brevi schermaglie dimostrative. L’unica ad esultare, quando il Colosseo è apparso sullo schermo, sono stata io, ma l’applauso corale è scattato comunque alla fine del film, più che altro per la soddisfazione di aver passato alcune ore in un’atmosfera piacevole e protetta. La proiezione all’aperto, nel suggestivo cortile della Guildhall, un tempo sede dell’anfiteatro romano (rinvenuto solo nel 1988), si inserisce in un ampio programma di eventi (visite guidate, rappresentazioni teatrali, conferenze, degustazioni, giochi gladiatori, mostre…), che anticipano l’imminente apertura al pubblico del Mithraeum.
Il tempio romano dedicato al dio Mitra, fu scoperto fortuitamente in due riprese: la prima, nel 1954, durante il lavori di scavo in un sito bombardato; la seconda, nello stesso luogo, quando furono scavate le fondazioni per il nuovo quartier generale di Bloomberg.
Londinium, fondata dai romani nel 43 d.C., corrisponde oggi al cuore della City e, le sue rovine, seppur non evidenti allo sguardo, come  avviene per altre città antiche (Roma, Nimes, Treviri, Merida…), sono tuttavia ben preservate e, per la maggior parte, accessibili ai visitatori. Molti di questi resti (mosaici raffinati, ricche sepolture, impianti termali, mura del circuito cittadino) cominciarono a venire alla luce durante le demolizioni vittoriane, ma, per la maggior parte, furono scoperti solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, durante la ricostruzione di aree distrutte dalle bombe. Questo periodo vide la nascita del Roman and Medieval Excavation Council, che, tra il 1946 e il 1968, sotto la guida del professor W F Grimes, eseguì scavi archeologici in ben 25 siti bombardati.

Il programma completo degli eventi, che si concluderanno il 29 ottobre, è pubblicato online sul sito di Visit London. Il London Mithraeum Bloomberg SPACE aprirà in autunno.