Le pietre della gentilezza

Il 2020 è iniziato in maniera a dir poco turbolenta, tra incendi epocali, venti di guerra, principi che scelgono l’esilio, Brexit mini deal o no deal che incombe, e le violette in giardino fiorite con due mesi di anticipo.
herts kindness rockApprofittando degli ultimi scampoli di ferie per visitare mostre prossime alla chiusura, il 6 gennaio mi trovavo alla National Gallery e, mentre scendevo le scale, l’occhio mi è caduto su un plinto nel vestibolo d’ingresso.
C’era un sasso. L’ho preso, era colorato, e anche verniciato. Aveva una faccia. Sul retro, la richiesta di postare una foto nel gruppo Facebook Herts Kindness Rock.
Mi sono imbattuta in uno dei tanti sassi dipinti che le famiglie dell’Hertfordshire si divertono a dipingere e  lasciare all’aperto nei parchi e negli spazi verdi in una grande caccia al tesoro. Una volta nascosti questi sassi, le foto e gli indizi vengono pubblicati su Facebook per aiutare altre famiglie a individuarli. I cacciatori nascondono quindi le rocce da qualche altra parte e spesso ne creano di nuove per aggiungerle al gioco.
I sassi dipinti o Kindness Rocks fanno parte di un fenomeno sociale globale che mira a diffondere un po’ di gentilezza e felicità. L’attività ha anche l’ulteriore vantaggio di incoraggiare i bambini a trascorrere più tempo all’aperto.

Le regole del gioco sono semplici:

  • Dipingere un sasso con un design a scelta: più è rilucente, più facile sarà da individuare. Quindi, bisogna verniciarlo in modo che la vernice non venga lavata via;
  • Scrivere il titolo del gruppo Facebook dietro al sasso;
  • Nascondere il sasso da qualche parte accessibile a persone di tutte le età;
  • Aggiungere un indizio su uno dei gruppi di Facebook per aiutare gli altri a trovarlo;
  • Le persone sono incoraggiate a lasciare un sasso dipinto affinché possa essere trovata da qualcuno, e chi la trova può raccoglierla, portarla via o semplicemente scattare una foto e lasciarla lì per qualcun altro: “If you take one, replace one.”

Ho scoperto, tramite il gruppo Facebook, che l’autrice della pietra l’aveva lasciata due giorni prima nel parco di Forty Hall, a Enfield, una zona a nord di Londra. Da lì è stato facile per il sasso arrivare fino a Westminster.

london kindness rockHo deciso di lasciarlo nel cuore della City, in un giardino brutalista, al centro del Barbican, e ho postato a mia volta foto e istruzioni.

Dove sarà adesso? Chissà se viaggia ancora?

 

 

 

 

Il cibo e l’arte e il nuovo decennio…

Finisce un anno e ne comincia un altro e io mi sento come Giano bifronte, che guarda in due direzioni, molto diverse, e si sente ancora immerso nel decennio appena concluso, mentre una faccia è già orientata al futuro.
Del resto, la pausa natalizio-mangereccia non del tutto passata, ha radici molto antiche, precristiane. Dai Saturnalia ai riti propiziatori delle culture agricole del mondo antico.
Il tempo per quegli uomini aveva un andamento ciclico, di morte e rinascita, e seguiva il percorso del sole, le stagioni e le fasi lunari. Questa fine-inizio, con le sue implicazioni profonde, arriva fino a noi, menti moderne, a creare un po’ di ansia e aspettativa.
Allora, io vi propongo un doppio appuntamento con il passato, tra Italia e UK, per esplorare il rapporto dell’uomo con il cibo, le abitudini sociali e la ritualità.
A Roma, la mostra Pompei e Santorini – L’eternità in un giorno (fino al 6 gennaio), presenta oltre trecento oggetti, e ripercorre un arco di tempo che va dall’età del bronzo ai nostri giorni, attraverso il Mediterraneo.
A Oxford, Last Supper in Pompeii (fino al 12 gennaio) mostra un analogo numero di reperti, tra cui utensili da cucina, mosaici e resti di cibo, ed esamina il rapporto degli antichi romani (da Pompei a Londinium) con il cibo e l’agricoltura
Comune denominatore delle narrazioni è la catastrofe, che, tacita, incombe e muta il corso delle società umane.
scheletro carpe diemGli antichi Romani non avevano timore di evocare la morte, che, anzi, era un modo per ricordarsi di godere del momento e dei suoi piaceri terreni.
La filosofia epicurea del carpe diem ha sicuramente ispirato i padroni della Casa delle Vestali ad adornare il pavimento della sala da pranzo con uno scheletro coppiere (in prestito ad Oxford dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli) e farne così uno strano, quanto umoristico, fulcro dei loro banchetti, le cui tavole erano allietate da pietanze e bevande servite in magnifici servizi d’argento.
Pompei era rinomata per la sua produzione di argenteria.
Tazze d’argento dorate, decorate con la tecnica del repoussé, abbellite da rilievi di piante sacre (olivo, vite e mirto) sono in mostra all’Ashmolean Museum. Alle Scuderie del Quirinale, invece, si può ammirare il magnifico servizio da tavola rinvenuto a Moregine, che include sia l’argento da portata (escarium) che quello per i liquidi (potorium).
Mangiare, bere e produrre cibo erano attività consuete anche ad Akrotiri, nell’isola di Santorini.
L’antica città fu distrutta da un’eruzione vulcanica nel secondo millennio a.C., ma è probabile che la popolazione sia riuscita a mettersi in salvo e portare con sé gioielli e oggetti preziosi.
Restano, tuttavia, tazze e vasellame di terracotta di estrema vivacità e bellezza, decorate con motivi geometrici a spirale o elementi naturalistici ispirati all’ambiente dell’isola, come delfini, uccelli, bovini, fiori di croco, racemi, conchiglie.
vaso croco da akrotiriLa natura, incontaminata o modellata dall’uomo, era un elemento importante.
Si stima che un terzo delle case pompeiane disponesse di un giardino privato.
Lo spazio poteva avere funzione utilitaria, ad esempio per coltivare ortaggi o erbe medicinali, ma serviva anche come estensione della casa, per mangiare, socializzare o purificarsi.
I cittadini più ricchi potevano installare fontane ornamentali, decorate con mosaici e statue.
A Oxford si può ammirare un pescatore di bronzo, proveniente dalla Casa della Piccola Fontana; a Roma, il bel ninfeo della Casa del Bracciale d’Oro, rivestito da mosaici policromi in pasta vitrea, conchiglie e schiuma di lava.
La Casa del Bracciale d’Oro era una delle abitazioni più lussuose di Pompei. Qui, i banchetti estivi avvenivano in un triclinio aperto sul giardino, di cui il ninfeo costituiva il fulcro.
affresco giardino pompeiQuesta sala di rappresentanza era abbellita con le più accurate scene di giardino di III stile (anch’esse esposte a Roma), così realistiche da consentire il riconoscimento di diverse specie di piante e uccelli dell’epoca.
Dimore affrescate esistevano anche nell’antica Akrotiri, da cui provengono meravigliose e suggestive immagini.
La Casa Occidentale era decorata con storie di viaggi per mare, giovani pescatori e bellissime sacerdotesse occupate in rituali misteriosi.
Tra l’Egeo e il Tirreno predominava infine quella dieta mediterranea consumata ancora oggi, fatta in maggioranza di olive, noci, grano e legumi, frutta, pesce e molluschi. Ce la testimoniano resti di conchiglie, olio solidificato nel suo vaso di vetro, pani e fichi carbonizzati, anfore per il garum e per i datteri, modelli di dolci e melograni.
Sia la mostra di Oxford che quella di Roma guardano oltre l’orrore dell’improvvisa distruzione, per celebrare l’esistenza degli abitanti di Akrotiri e Pompei.
Il banchetto, per gli antichi come per noi, è l’epitome della vita (degli amici, della famiglia, dei contatti di lavoro).
Una festa che ci conduce, ebbri e sazi, alla fine e all’inizio di tutte le cose, all’avvio di una nuova gestazione.

“Elle est retrovèe/Quoi? L’eternité”

Gli autoritratti di Lucian Freud, in mostra a Londra

Nell’era dei social e della sovraesposizione, non sono un’amante del selfie. Al massimo, mi piace catturare la mia immagine riflessa in una vetrina, in uno specchio oppure la mia ombra proiettata su un muro o sulla strada.
Alla riservatezza dell’introversione unisco una certo pudore e preferisco cercare un senso estetico altrove.
Mentre sembra che in media la gente si faccia almeno due selfie al giorno, i miei autoscatti sono sporadici, significativi, affermativi.
Tuttavia, in tempi pre-digitali, mi è piaciuto collezionare foto tessera scattate con una certa regolarità, da un anno all’altro, per almeno due decadi.
Un esperimento analitico su me stessa, per registrare il passare del tempo o la caducità della giovinezza. Chissà…
L’autoritratto nasce forse come espressione del bisogno di rappresentare se stessi, cercando di capire chi siamo e come possiamo realizzarci in un’immagine pubblica. Per gli artisti, si tratta di oggettivare il Sé nello spazio circoscritto di un quadro, fissando le molteplici versioni che il tempo e le circostanze di volta in volta propongono.

E’ affascinante visitare una mostra di autoritratti. Il tema può apparire limitato e ripetitivo, ma il volto è una geografia misteriosa, che cambia alla luce e agli agenti esterni ed interni che la animano.
Così consiglio a chi si trova a passare a Piccadilly, in questi giorni frenetici di compere natalizie, di ritagliarsi un momento introspettivo e visitare la mostra alla Royal Academy, sui self-portraits di Lucian Freud.
Gli inizi sono grafici e immediati, come rapida e scanzonata è la vita di un ventenne. Basta una matita, una penna, un conté crayon. Però già si evince che per Freud ritrarre se stesso è una sfida, un modo per sperimentare mezzi e materiali, più che per scandagliare la propria interiorità. Il viso diviene un oggetto curioso e affascinante, su cui indugiare per riproporne i tratti, i solchi, i capelli, le pupille allargate sul mondo. A volte è un elemento che può infondere vita e profondità al paesaggio, alla stereotipata nitidezza di un muro vittoriano o di una lampada a gas.
Fu l’illustre nonno, Sigmund Freud, a sottolineare l’importanza dello specchio nello sviluppo psicoanalitico infantile. Per il nipote, lo specchio è un dispositivo, irriverente e indifferente, sui cui far danzare il proprio io, sorprendendo lo spettatore, spiandolo e spiandosi da una vecchia poltrona.
Si assapora una materialità tangibile nella mostra: alcuni quadri sono esposti su una superficie di tela chiara, altri emergono prepotenti dalla fisicità delle cornici. Ci sono anche quaderni di schizzi, o lavori interrotti perché contingenti, occasionali, dove il biancume del non finito racconta di interruzioni, disinteresse, o forse, difficoltà a definirsi a fondo. C’è poi la fase più avanzata, quella del colore ad olio, che non viene più steso a pennellate, ma a grumi, con lumeggiature di pesante Chemnitz White, perché, nel frattempo, il volto si è invecchiato, trasformandosi in una mappa di forza e fragilità. E l’artista scompare sotto strati di pittura.
Quantitativamente, sono più gli autoritratti che Freud ha deciso di distruggere, di quelli giunti fino a noi. Forse perché non sempre è stato capace di accettare quello che leggeva nel suo volto, oppure, perché, notoriamente riservato, non sempre gli riusciva di compensare la timidezza con l’esibizionismo.

Una mela al giorno

La maturazione naturale delle mele avviene tra agosto e ottobre.
Non a caso, qui in UK si celebra da oltre un ventennio, Apple Day, una giornata dedicata a mele e frutteti, che si tiene tradizionalmente il 21 ottobre. Quest’anno, però, la National Farmers’ Union ha reso noto che milioni di mele sono state lasciate marcire nei frutteti del Regno Unito, a causa dell’incertezza sulla Brexit e alla conseguente carenza di manodopera dall’Unione Europea.
Al di là di queste notizie spiacevoli, c’è da dire che, il frutteto britannico tradizionale, è ormai divenuto una risorsa preziosa e fragile, dall’importante valore ecologico.
Proprio perché rischia di scomparire del tutto, da circa una decina di anni, il National Trust e Natural England si adoperano a conservare e ripristinare i frutteti tradizionali, caratteristici delle campagne inglesi almeno fin dalle conquiste normanne.
Inoltre, Il gruppo ambientalista Common Ground, fondatore dell’Apple Day, ha dato vita ad un vero e proprio movimento per la salvaguardia dei frutteti.
Si stima che, negli ultimi 50 anni, a causa dell’agricoltura intensiva e degli standard della grande distribuzione, che richiedono sempre più perfezione cosmetica, la superficie coltivata a frutteto tradizionale è andata costantemente diminuendo (addirittura, in Devon, le perdite sono arrivate fino al 90%).
L’intensificazione agricola è stata la principale causa. I frutteti tradizionali sono economicamente insostenibili, poiché i grandi alberi richiedono molta manodopera e producono meno. Inoltre, molti agricoltori, per ricevere i sussidi dell’Unione Europea, hanno abbattuto i frutteti per seminare qualcos’altro.
Da qualche anno, si registra, però, un’inversione di tendenza.
Alberi di mele vengono piantati in orti, giardini e scuole. Molti progetti coinvolgono gruppi di volontari locali nel restauro, conservazione o  creazione di frutteti, e sono nate associazioni benefiche, con l’obiettivo comune di promuovere il patrimonio e la conoscenza dei frutteti tradizionali. E di salvare mele a rischio di estinzione, o che ormai si credevano estinte, come la gialla Bringewood pippin, creata agli inizi del XIX secolo da Thomas Andrew Knight, e riscoperta, fortuitamente, in un frutteto abbandonato dello Shropshire.
Tra le varietà di mele che hanno radici vittoriane, la più famosa la Cox Orange pippin, una piccola mela, ottima da mangiare fresca, ma eccellente anche cotta. E’ una mela da sidro e un ingrediente comune nelle conserve di inglesi. Si trova facilmente nei farmers’ market londinesi, e ve la consiglio.

L’arte come esperienza. La mostra londinese su Lee Krasner.

LeeKrasner_BarbicanArtGalleryLa casa al mare che i miei affittarono per quasi un ventennio, era corredata da qualche relitto del passato, tra cui: una vecchia lavatrice, un tavolo da giardino sgangherato e una lampada cilindrica, di carta spessa, dipinta ad olio, in stile astratto, probabilmente realizzata negli anni ’50 e coeva all’abitazione.
La sera si accendeva, sotto un arco a muro, ed emanava una luce soffusa, frustata e punteggiata da macchie e spruzzi di colore nero, rosso e blu.
Questa lampada, era rimasta sepolta nella mia memoria di bambina, ma si è affacciata alla mia mente oggi, mentre visitavo la retrospettiva di Lee Krasner al Barbican. Oltre alle sgocciolature della lampada, mi sono venuti in mente anche gli astrattismi multicolori di materiali organici e non, della serie “Storie al Microscopio”, riprodotta a colori sgargianti sui pacchetti di cerini Minerva, quelli che comprava mio papà, sempre all’epoca della casa al mare.
Queste associazioni, molto profane, di ricordi lontani e arredamenti mid-century, sono riemerse mentre mi aggiravo nella galleria brutalista del Barbican. Fuori luogo, forse, ma la loro comparsa improvvisa è stata un’emozione viva, pulsante, reale.
LeeKrasnerI dipinti di Krasner sono schermi dinamici che affascinano e respingono, impulsivi ed esplosivi, astratti e organici. Possono essere infinitesimali ricami di strati di olio sulla tela, ritratti enigmatici, corpi cubisti, lacerti di colla e carta, infiorescenze di carne e sangue, brandelli di terra e neve gettati su una tela nelle notti insonni. Astrazioni autobiografiche, che raccontano di fughe, tempeste, plessi solari bloccati, rabbia, ma anche di ritmo, gioco, leggerezza, rinascita, liberazione.
Un’esistenza passata a rivendicare il diritto ad essere se stessa, al di là del sesso, della religione, dello stile e della pesante eredità di essere considerata, almeno per un periodo, semplicemente la signora Pollock.

 

Caldo da record sull’Europa: a Londra 39°C

hotinthecityDue giorni di caldo eccezionale a Londra, che, da stamattina, sono già un ricordo.
Moltissimi londinesi, complice l’inizio delle vacanze scolastiche, si sono riversati al mare o in piscina, alla ricerca di un po’ di refrigerio. Peccato che abbiano avuto tutti la stessa idea: la spiaggia di Margate era un carnaio, la piscina di Brockwell Lido, presa d’assalto, presentava file chilometriche di aspiranti bagnanti (con tempi di attesa fino a tre ore!) tanto che, alla fine, i gestori hanno dovuto chiamare la polizia per ristabilire l’ordine (il caldo, si sa, rende alcuni molto irascibili, impazienti e proni a menar le mani) e la piscina è stata chiusa. E, a proposito di chiusure di emergenza, anche il nuovissimo stagno di Beckenham Park, ha chiuso i battenti, perché, dato il grande successo all’inaugurazione, si erano creati dei problemi di sicurezza, e il Lewisham council ha già fatto sapere, non senza polemiche, che il pond riaprirà, ma sarà a pagamento, sorvegliato e recintato.
Per chi, come me, doveva restare in città causa lavoro, si trattava di far buon viso a cattivo gioco, (s)vestirsi adeguatamente, cospargersi di crema solare e mantenersi calmi ed idratati, possibilmente all’ombra di una pensilina, dato che treni e overground offrivano un servizio ridotto, per evitare il surriscaldamento dei binari…
Purtroppo, se non c’è aria condizionata o un qualsiasi impianto di ventilazione, usare autobus e metropolitane  con sedili rivestiti di moquette o dover passare il tempo seduti sul sintetico in stantii edifici vittoriani o circondati da vetrate effetto serra, non è il massimo, e a nessuno piace sudare.
Sfortunatamente, queste ondate di caldo estremo si verificano con frequenza ed intensità ormai da qualche anno, e Londra non è mai stata una città attrezzata per convivere con picchi di 37 -39 gradi.
Per fortuna è costellata da tanti parchi e giardini, dove è possibile fuggire nel tempo libero, e provare a dimenticare la calura. Inoltre, sono arrivate le prime 50 fontanelle pubbliche volute dal sindaco Sadiq Khan, per fornire acqua potabile ai londinesi e turisti assetati.
Invece, ieri, nella City, proprio all’ora di punta, quando si svuotavano gli uffici ed il caldo era ancora pesante, dato che non c’erano fontanelle in vista, è arrivata la distribuzione gratuita di bottigliette d’acqua e gelati.
A me è capitato un parente britannico dell’amato “fior di fragola” nostrano (una mia vecchia consuetudine per il ritorno a casa dalla spiaggia). Me lo sono finito di gustare sul London Bridge, mentre ammiravo il panorama, da entrambi i lati. 

Sulla Luna…

Questo è stato il weekend della luna. Cinquant’anni fa l’allunaggio sul nostro satellite, uno sbarco che avrebbe reso tangibile un luogo mitico, celebrato da poeti, raccontato da scrittori di fantasia, mappato da astronomi e conquistato in celluloide, da registi proiettati nel futuro.
Dedicherò un altro post agli eventi londinesi a cui ho partecipato per festeggiare questa ricorrenza. Oggi, 21 luglio, ripubblico un post di 12 anni fa.

London SE4

in the shadow of the moon

“Un piccolo passo per l’uomo… un grande passo per l’umanit”, un falso clamoroso, un evento epocale… Sullo sbarco sulla luna e le varie missioni ad esso collegate si son sprecati fiumi di inchiostro e di parole. Comunque la si pensi, il bellissimo film – documentario che ho visto stasera, ?In the Shadow of the Moon?, mira a regalare emozioni con la sola forza evocativa delle immagini (gli affascinanti filmati originali delle missioni Apollo, tratti dagli archivi della Nasa,) e delle testimonianze di chi ha vissuto in prima persona l’avventura nello spazio e l’incontro con la Luna. Grazie al ritrovamento delle bobine audio originali, il film stato arricchito anche da voci e suoni privati, quelli degli astronauti e dello staff al centro di controllo di Houston. All’ombra della luna si svolta in un certo senso la mia esistenza. Anche se non ero davanti allo schermo quando Tito Stagno esclamava “Ha…

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