A Londra riemerge il primo teatro di Shakespeare

© Archaeology South-East / UCL

Il Red Lion era un teatro situato a Whitechapel, immediatamente fuori dalle mura della City di Londra.
Fondato dal mercante di spezie John Brayne, questo edificio è ampiamente considerato come il primo teatro costruito appositamente in epoca elisabettiana per ospitare le numerose compagnie in tournée a Londra. L’edificio ebbe vita breve, ma si suppone che proprio qui fossero state messi in scena i primi drammi del giovane Shakespeare, verso il 1590.
Le uniche informazioni conosciute sul Red Lion provengono da due cause legali (una del 1567 e l’altra del 1569) tra il proprietario e i falegnami che avevano lavorato alla costruzione del teatro. La seconda causa verteva sulla qualità dei lavori e includeva una descrizione accurata del palcoscenico, incluse le dimensioni.
Gli studiosi hanno dibattuto a lungo sull’esatta posizione di questo teatro elisabettiano, servendosi di mappe del XVII secolo.
Adesso, i resti del Red Lion, sono stati rinvenuti da Archeology South-East, una branca dell’Istituto di archeologia della UCL.
Nel gennaio 2019, gli scavi archeologici condotti a Whitechapel hanno messo in luce una struttura rettangolare in legno, che corrisponde alle misure del palco menzionate nelle cause legali.
Ulteriori scavi hanno svelato i resti di edifici del XV – XVI secolo, forse le cantine della birra e la locanda. Sono stati rinvenuti vari recipienti di vetro e ceramica, come bicchieri, tazze, bottiglie e boccali, che dimostrano una continuità nell’attività di questa taverna, almeno fino al XVIII secolo.
Le indagini archeologiche, monitorate da Historic England, sono state commissionate dal comune di Tower Hamlets e dal gruppo RPS per conto di Mount Anvil e L&Q, società di costruzioni residenziali, prima che il sito in 85 Stepney Way venga edificato.
Tutti i reperti sono ora in fase di studio ed interpretazione. Historic England prevede di esporli in modo permanente, all’interno della nuova costruzione, in modo da far apprezzare al pubblico la storia del sito.

Cronache da una Londra ancora deserta

Dopo esattamente tre mesi, ho ripreso il treno perché dovevo recarmi in centro.
Munita di mascherina, che dal 15 giugno è obbligatoria sui mezzi pubblici, sono riuscita a garantirmi i due metri di distanza di sicurezza, dato che non c’erano molte persone all’ora in cui mi trovavo a viaggiare.
Il 90% dei passeggeri aveva una qualche copertura facciale, dal fazzoletto, alla mascherina chirurgica, a versioni più hi-tec.
Le stazioni sono piene di adesivi e poster, per marcare le distanze e ricordare le regole ai viaggiatori. Inoltre alcune panchine sono state rese accessibili solo per metà, in modo da separare di almeno un metro chi decide di sedersi.
A Charing Cross, poi, ho trovato un lungo tavolo, dove c’erano varie bottiglie di disinfettante per le mani. C’era anche tanto personale extra, con la visiera protettiva ed un gilet rosa, per indirizzare ed aiutare le persone in entrata ed uscita dalla stazione.
Una volta in strada, mi sono resa conto che non tutti i negozi avevano riaperto e che non c’erano tutte queste persone in giro.
Anzi, sembrava che la zona di Covent Garden e Holborn fosse per lo più animata da operai, addetti alle costruzioni o ai lavori di ampliamento stradale.
Ho approfittato di una farmacia aperta per comperare poche cose di cui avevo bisogno.
Era molto ben organizzata, con entrata ed uscita separata e segnali sul pavimento. Anche qui i commessi avevano la visiera trasparente.
Le casse erano provviste di barriere di plexiglas, ma si poteva anche usare il self service.
Comunque, non mi sono stressata più di tanto, perché ero l’unica cliente.
I rari negozi di abbigliamento che ho visto aperti, stavano praticamente facendo le svendite dei capi che erano avanzati da marzo.
Questo probabilmente spiega le scene di isteria di massa che si sono verificate lunedì scorso, quando alcune celebri catene di sport e abbigliamento di Oxford Street avevano registrato un numero spropositato di avventori, sicuramente attratti dai saldi.
L’unica fila (saranno state meno di dieci persone) che ho visto in tutto il tragitto, è stata quella fuori dal negozio della Apple.
Il mercato di Covent Garden era deserto.
Molti bar e ristoranti non hanno riaperto, nemmeno per il take away.
Un’iniziativa che mi è piaciuta molto, sono stati i dispenser gratuiti di gel disinfettante, posizionati intorno a Seven Dials, per iniziativa dei negozianti locali.

Dato che le strade erano eccezionalmente vuote, ho notato particolari architettonici che non mi erano mai saltati all’occhio nella quotidianità affollata del pre-covid19.
Ad esempio, le insegne di negozi vittoriani ormai scomparsi da tempo, la targa commemorativa dell’abitazione del botanico ed esploratore Joseph Banks, il fregio art deco del cinema Odeon, e anche dei murales accattivanti. 

La scomparsa di Bob the Cat

Mi ricordo di James e Bob.
Li vedevo sempre, anni fa, a Covent Garden, mentre tornavo a casa dal lavoro.
James suonava oppure vendeva The Big Issue in strada e Bob se ne stava in equilibrio sulla sua spalla.
La gente si fermava, scattava delle foto. Era così inusuale quel flemmatico gatto rosso, così inseparabile dal suo padrone.
Sembrava ammaestrato, e James gli metteva sempre al collo un fazzoletto o una piccola sciarpa. Si erano conosciuti in strada, nel 2007, quando Bob era randagio e ferito. James, un tossicodipendente in via di guarigione, si era preso cura del micio e, grazie a questo amico speciale, aveva trovato un motivo per alzarsi ogni mattina. Erano  davvero inseparabili.
Poi, nel 2012, arrivò il successo.
James scrisse un libro (al quale ne seguirono altri) e dal libro fu tratto un film.
Bob the Cat, assieme al suo padrone, ha cominciato a condurre una vita da star, incontrando i lettori, viaggiando per il mondo e affrontando i fans.
Purtroppo, l’altro ieri, questo felino straordinario è venuto a mancare.
La notizia è stata data dalla casa editrice Hodder & Stoughton tramite Facebook.
Per chi ha posseduto un animale domestico, si sa quanto sia difficile affrontarne la perdita.
In un momento particolare, come quello che stiamo attraversando, deve essere ancora più dura per James perdere il suo inseparabile amico.
L’autore ha dichiarato: “Sento che la luce si è spenta nella mia vita. Non lo dimenticherò mai.”
Paul McNamee, direttore di The Big Issue, ha aggiunto: “Prima Bob ha cambiato la vita di James Bowen, poi ha cambiato il mondo. Ha significato molto per The Big Issue ed è stata una parte enorme della nostra storia, così come The Big Issue è stata la sua storia.

Gessetti colorati al tempo del Coronavirus

La quarantena ci ha confinato tra le quattro mura, sebbene ci sia rimasta la valvola di sfogo dell’ora d’aria consentita per fare esercizio; proprio durante i rituali di allenamento quotidiano, ci si imbatte in soluzioni interessanti.
Approfittando del bel tempo, alcuni residenti stanno reagendo creativamente alla realtà ripetitiva del lockdown e all’ansia da pandemia, sbizzarrendosi con i gessetti colorati.
Grazie a questo materiale economico, facilmente lavabile, che non macchia e non lascia segni permanenti, sono comparsi sui marciapiedi nomi di alberi e piante, fantasiose corse ad ostacoli per stimolare l’attività fisica, ringraziamenti e positività al personale NHS ed ai lavoratori chiave, aforismi e auguri d’incoraggiamento, e, soprattutto, il gioco della campana, che credevo fosse caduto per sempre nel dimenticatoio.
Sono tanti i genitori che, in questi giorni, hanno cercato di rallegrare e distrarre i bambini trasformando per loro l’asfalto davanti casa con arcobaleni, animali e personaggi di fantasia.
Tuttavia, artisti, botanici e bene auguranti al tempo del covid-19 rischiano di dover affrontare una multa e un’azione legale, poiché, nel Regno Unito, è vietato scrivere o disegnare con il gessetto qualsiasi cosa, anche se a fini educativi o edificanti.
Ultimamente, Sarah Webb, che, nella Piazza del Mercato di Wallingford, nell’Oxfordshire, aveva disegnato un albero e aggiunto alle foglie dei messaggi di speranza, amore e ringraziamento, è stata denunciata dal consiglio comunale, in quanto si trattava di un “danno criminale”. Egualmente, Lilly Allen, una bambina di Ramsgate, in Kent, è stata redarguita dalla polizia per aver disegnato una campana sul marciapiede.
Insomma, anche se costituisce un modo semplice, economico e divertente per regalare un sorriso ai propri bimbi e alla gente del quartiere, segnare muri o marciapiedi con il gesso è illegale.
Se non si ha un permesso o una ”scusa lecita”, si può venire multati fino a 2.500 sterline.

Quarantena Londinese #3

giardini in SE4“Il giardino, con la sua immagine, è una forma di conoscenza inseguita e indagata fin dall’antichità, in un percorso metaforico, per ogni spazio e tempo fino al nostro mondo.” Massimo Venturi Ferriolo – Oltre il Giardino (Einaudi 2019)

Dopo aver sofferto di un grave caso di coronavirus, il Primo Ministro Boris Johnson è tornato al lavoro e ha detto che il lockdown proseguirà, nonostante l’impazienza e l’ansia dei cittadini (e delle imprese), semplicemente perché siamo ancora in un momento di massimo rischio e nel weekend passato si è superata la soglia di 20.000 decessi, solo negli ospedali
Restare a casa non mi pesa particolarmente, anche se mi mancano alcuni elementi della vita precedente (riabbracciare mia madre, incontrare gli amici per un caffè, esplorare Londra, visitare mostre e collezioni, viaggiare, e il mio lavoro di guida, che non riprenderà tanto presto…); penso tuttavia che, la possibilità di uscire una volta al giorno per una passeggiata regolamentata, abbia contribuito alla mia salute, anche mentale.
La ricerca in un campo scientifico in crescita, chiamato ecoterapia, ha dimostrato che il contatto con la natura non solo fa sentire meglio emotivamente, ma contribuisce al benessere fisico, riducendo la pressione sanguigna, la frequenza cardiaca, la tensione muscolare e la produzione di ormoni dello stress. Non è chiaro esattamente perché le escursioni all’aperto abbiano un effetto mentale così positivo, ma io stessa ne sto sperimentando i benefici durante questa quarantena. Il mio tempo con la natura è molto semplice, ogni mattina esco molto presto (anche per garantirmi al massimo il distanziamento sociale) e faccio una passeggiata in uno degli spazi verdi dietro casa. Sono molto fortunata a vivere in questa zona. Non ho un giardino, ma nel raggio di un chilometro ho tanti parchi e anche il cimitero monumentale di Nunhead, che dal 2004 è in gran parte designato come riserva naturale. All Saints Cemetery, così si chiama, era rimasto chiuso dal 23 marzo, ma è stato riaperto al pubblico questo weekend per decisione del governo, dato che i parchi (e i cimiteri storici iscritti nel Registro dei parchi e giardini) devono essere accessibili per “la salute della nazione”.
Anche se i percorsi sono più o meno gli stessi, la natura lentamente cambia, si evolve e ci dà il senso del tempo che passa: una corolla che lascia posto ad un piccolo frutto, una gemma che si apre e rivela foglie nuove, che presto cresceranno a fare ombra, il coro di piante selvatiche che cambiano colori e strutture, l’aroma delle fioriture e le voci degli uccelli. Sto approfittando di questo periodo di pausa necessaria e imposta, per approfondire le mie conoscenze di botanica, grazie anche ad un corso online. Piano piano è più facile riconoscere una pianta, distinguerne le parti (sperimentando con semi vari e germinazioni), identificare le varie specie, sapere che di denti di leone ce ne sono tantissimi e che non si chiamano tutti, indistintamente, tarassaco officinale. E poi, riuscire anche a dare un nome agli alberi.
Qualche appassionato nel quartiere si è spinto oltre, e, sull’esempio di Rachel Summers, una maestra di Walthamstow, che aveva cominciato a tracciare sul marciapiede, con il gessetto, i nomi degli alberi che incontrava durante la sua passeggiata quotidiana, ha deciso di scrivere le specie di alcune piante di SE4, per aiutare i meno esperti a guardare più attentamente, a riconoscere un noce da un ippocastano, e diventare più consapevoli della natura che si annida nelle strade londinesi.

Quarantena Londinese #2

Sono in quarantena da quasi un mese.

Il tempo vola, anche quando si resta a casa.
E’ vero che siamo tutti un po’ intrappolati in una specie di eterna domenica o, comunque, di ripetitivo ciclo temporale, alla Groundhog Day.
Se non avete visto questo film, uscito in Italia con il titolo Ricomincio da capo, beh, è il momento di farlo, se non altro per come va a finire la storia (e non vi rovino la sorpresa).

Suddividendo il mese in quattro settimane, posso individuare per ciascuna delle fasi distinte:

  1. la fase dell’emergenza, in cui si cerca di organizzare la vita da isolati, cercando di calmare il tumulto interiore, tra pulizie, eliminazione di scartoffie, rinvaso piante, ordini online e brevi escursioni nel quartiere, cercando qua e là di sentire gli amici per sapere come va, e dormendo malissimo la notte;
  1. la fase sperimentale, in cui si provano nuovi percorsi, spesso con l’aiuto del digitale: le lezioni di yoga su laptop, la visita virtuale ad una mostra che avrei dovuto visitare dal vivo, i webinar per reinventarsi il proprio lavoro, che, nella versione reale,non può più sussistere, e le video-conferenze a tre o a cinque, che, per un’introversa (espressiva, come dice Fabio) sono sempre una sfida; e poi eliminare il caffè, così la notte si dorme, magari continuando a fare dei sogni assurdi. Ci si sveglia presto, ma forse, più che l’ansia, adesso sono i ritmi circadiani a farci aprire gli occhi;
  1. quella della routine, perché, per stare meglio, bisogna crearsi delle mini certezze e dei rituali: ecco allora la benefica passeggiata la mattina presto, che mi impone di fare colazione, lavarmi e vestirmi, le ricette dai libri vintage, che ho collezionato nel tempo, per mettersi ai fornelli in maniera rispettosa e creativa, perché mangiare bene, in questo momento, è importante. E poi le piante da annaffiare, quel poco lavoro rimasto da fare in modalità remota, gli appuntamenti fissi qua e là per fare due chiacchiere e, magari, vedersi, tutti un po’ stanchi, spettinati, con la tazza di tè in mano. E l’applauso a dottori e infermieri il giovedì sera alle 8. Perché la gente continua ad ammalarsi, e, purtroppo, a morire. Il silenzio è squarciato dalle sirene delle ambulanze, e il personale sanitario, in questo Paese, combatte con protezioni davvero inadeguate e risorse ridotte al lumicino. Sui vetri delle finestre appaiono qua e là gli arcobaleni disegnati dai bambini inglesi, perché, come quelli italiani, anche loro hanno bisogno di sicurezza, e la promessa dei grandi, che andrà tutto bene;
  1. infine, la fase costruttiva. Perché un giorno questa quarantena finirà, e, timidamente, torneremo a salire su un treno, andremo al lavoro, incontreremo gli amici, e prenderemo un aereo, più costoso del solito, per riabbracciare i genitori, anche a costo di isolarci per altre due settimane (o più). Saremo ancora distanti, forse indosseremo delle mascherine, continueremo a lavarci le mani e ad usare il disinfettante sulle nostre scrivanie. Speriamo che un vaccino arrivi presto. Chi dice che si tornerà alla vita di prima, sbaglia. Io, personalmente, non penso che il prima fosse totalmente giusto. La frenesia, la fretta, le cose fatte, vissute e ingurgitate senza veramente assaporarle, apprezzarle, sentirle. Il tempo libero consumato compulsivamente, mai paghi. Folle di turisti che rubavano un selfie, senza davvero vedere o capire cosa avevano davanti, gente che si lamentava per cose futili, come un evento cancellato, un ritardo del treno, il prezzo di un biglietto. Persone ridotte a vivere per strada, ignorate, così come si trascura una cartaccia o una cicca sui marciapiedi (che ora sono pulitissimi). Ineguaglianze, che restano tali in quarantena. Perché chi è privilegiato e non ha perso il lavoro, può stare a casa, al sicuro, col frigo pieno. Altri, invece, rischiano di non avere più un tetto sulla testa oppure devono continuare ad andare al lavoro, per pulire, guidare mezzi, riempire scaffali, servire alle casse, portare via la spazzatura. Allora sì, bisogna essere grati per quello che abbiamo ogni giorno e cercare di costruire il nostro domani. Reinventarsi il lavoro, portarsi dietro gli insegnamenti di cui abbiamo fatto tesoro, scoprire i nostri talenti, seguire dei corsi online, sistemare la casa, per troppo tempo trascurata, eliminando quello che crea solo confusione e ingombro, essere ancora più attenti a noi stessi e agli altri. 

Quarantena Londinese #1

telegraph hill parkE’ passato più di un mese dal mio ultimo post e le cose sono decisamente andate peggiorando.
L’epidemia si è trasformata in pandemia e Samuel Pepys è diventato virale sui social media, anche con aforismi falsi coniati ad hoc.
In Italia, la popolazione è in quarantena da molto più tempo di noi, che, in terra angla, siamo ad appena 16 giorni di confinamento.
Il Governo avrebbe potuto prendere esempio da quei paesi, che già fronteggiavano l’emergenza con misure restrittive e di prevenzione, ed attuare una strategia efficace, o, almeno, una strategia; invece, si è tergiversato, per almeno due settimane.
Boris Johnson, che, inizialmente, paventava un’immunità di gregge, avvisando che bisognava abituarsi a perdere molte persone care, ha poi deciso di seguire il trend dell’auto-isolamento obbligatorio, specialmente dopo che un weekend di sole e tepore primaverile, aveva fatto assembrare miriadi di incoscienti al mare, nei parchi e nelle riserve naturali fuori città. Suddetto premier pro-Brexit, che era andato in giro spavaldo, anche per ospedali, a stringere mani infette, pensando di lasciare tutto com’era e far girare l’economia, ha finito per contrarre lui stesso il virus, ed ora è ricoverato in terapia intensiva, probabilmente curato da medici, infermieri e personale con passaporto europeo, in gran parte lavoratori che il suo governo ha indicato come poco qualificati, in base al nuovo permesso di soggiorno a punti.
Peccato che proprio questi lavoratori low skilled siano quelli che stanno mandano avanti il Regno Unito, tra ospedali, trasporti, uffici postali, supermercati, pulizie, eccetera…
Mentre il premier si trova al St Thomas Hospital, seduto sul letto e “impegnato positivamente” con il team dell’ospedale, a me oggi è arrivata la sua lettera, dove, tra le altre cose, afferma (profetico): “sappiamo che le cose peggioreranno prima di migliorare…”
Prima che le cose peggiorassero, avevo cominciato a praticare distanziamento sociale e cancellare impegni, anche lavorativi, già da quando l’Italia era stata dichiarata zona rossa.
Nel frattempo, nei supermercati cominciavano a sparire la carta igienica, la pasta, i disinfettanti, il paracetamolo, le uova, la farina… Le aziende private avevano già lasciato a casa la maggior parte degli impiegati a fare telelavoro, mentre le persone sopra i 70 anni si erano chiuse in casa. Dato che non potevo fare smart working, avevo optato per viaggiare solo 10 minuti in treno, per fortuna abbastanza vuoto, e proseguire a piedi, attraversando una città deserta e surreale. Finalmente, il 23 marzo, è stato dichiarato il lockdown e alla popolazione è stato ordinato di restare a casa.
E’ permesso andare una volta a settimana a fare la spesa, in zona, ma si consiglia soprattutto di fare acquisti online. Impossibile ordinare la spesa ai supermercati, ma praticabile rivolgersi ai negozianti locali, che, essendo indipendenti, hanno bisogno di supporto in questo momento così particolare.
Una mano lava l’altra, il servizio è cordiale e la spesa mi arriva a casa in meno di 24 ore, oppure, ogni sabato mattina, dal contadino del Kent, che non posso più incontrare di persona al mercatino di zona.
A differenza di altri paesi, qui si può anche uscire una volta al giorno, per massimo un’ora, per fare esercizio fisico, cioè camminare, correre o andare in bicicletta. Fortunatamente, queste attività sono ancora consentite nel raggio di uno o due chilometri, una salvezza per chi ha un appartamento piccolo e non ha un giardino.
La mia passeggiata ha luogo ogni giorno, la mattina presto, verso le 7:30. E’ un’ottima routine.
Riesco a dormire abbastanza bene, ma alle 6 mi sveglio, di solito alla fine di un sogno complicato e assurdo, con un po’ di ansia. Invece di restare stesa a guardare il soffitto, mi alzo, mi vesto, faccio colazione ed esco. Non devo preoccuparmi troppo delle distanze sociali di sicurezza, perché non c’è quasi nessuno.
I corridori e i padroni dei cani arrivano verso le 8, ed io, a quell’ora, finisco il giro e torno indietro.
Ho un parco vicino casa, che mi permette di vedere un po’ di natura e di primavera, e anche i grattacieli della City all’orizzonte. Ogni tanto incontro qualcuno che, come me, fa la sua passeggiata solitaria. Ci si saluta, a oltre due metri di distanza, anche se non ci si conosce. Ci si sorride quando le strade divergono e ci si evita cordialmente.
Prima non capitava, ma adesso ci (ri)conosciamo tutti: isolati/insonni/mattinieri, in cerca di normalità.
Il parco è pieno di uccelli e scoiattoli, e, talvolta, nello stagno, si possono vedere le anatre e persino un airone!
Il verde ed il silenzio fanno da sfondo a questa specie di meditazione camminata, inframezzata dal canto dei merli o dal ronzio degli insetti.
A differenza dell’Italia, non è ancora vietato sedere sulle panchine, ma si consiglia di disinfettarle con delle salviette. Però non vedo nessuno farlo. Io evito accuratamente di sedermi e toccare superfici varie.
Giochi per bambini, campetti da basket o tennis e skateparks sono stati chiusi, anche se poi c’è chi scavalca, sconfina, divelle barriere.
Prima della quarantena obbligata, abbiamo avuto settimane di pioggia, tempeste, vento.
Da quando dobbiamo stare a casa, sole fisso, cielo blu, temperature sui venti gradi.
Perciò, questo weekend passato, parecchi hanno infranto le regole, e, invece di camminare, si sono stesi sui prati a prendere la tintarella, portando il pallone, le racchette o le vivande per un picnic.
Così, il comune di Southwark, uno dei più colpiti dal coronavirus, ha deciso di chiudere Brockwell Park, un polmone verde di quasi 51 ettari, perché era stato invaso da 3000 persone, che, invece di sparpagliarsi a distanza di sicurezza, bivaccavano tutti assieme, senza rispettare le norme.
Anche in SE4 non mancano gli indisciplinati.
Ogni mattina, quando arrivo al parco dietro casa, spero ancora di trovare il cancello aperto…

And So To Bed

Samuel Pepys CoronavirusNon so bene cosa dire di questo 2020.

Il tempo atmosferico è alquanto anomalo, con primavera nettamente anticipata (il viali di SE4 sono tutti in fiore). Al tempo stesso, ho perso il conto di quante tempeste con nomi astrusi ho avuto a che fare nelle ultime settimane. Pioggia, vento e ombrelli rotti.

E poi c’è un virus nuovo, CODIV 19, che viene dalla Cina e terrorizza l’Europa. 

Abbiamo avuto il primo caso ufficiale londinese proprio qui vicino. La paziente non è rimasta a casa, non ha telefonato al numero 111, ma ha chiamato un Uber e si è fatta portare al pronto soccorso! 

C’è stato anche un “super-untore” (o super-diffusore, come lo etichettano gli italiani), sopravvissuto al virus, che lo ha sparpagliato, ignaro, qua e là, anche nelle alpi francesi, fino a Maiorca. La sua faccia è finita in prima pagina: unica colpa, quella di essere andato ad una conferenza a Singapore ed essere tornato in patria con nuove idee ed il contagio.

In questi momenti di panico, paranoia e ansia collettiva, mi vengono in mente le pagine del diario di Samuel Pepys, che, nel 1665, scriveva:

Da qualche giorno non andavo in città, che è deserta, e tutti quelli che si incontrano hanno l’aria di essersi già congedati dalla vita. Penso di dare un addio, oggi, alle strade di Londra… Però, che viso travolto hanno tutte le persone che si incontrano per la strada! E tutti parlano di peste e di morte e tutta la città sembra abbandonata.”

Ai tempi di Pepys, la globalizzazione era agli albori, le condizioni igienico-sanitarie pessime, e Londra era ancora un agglomerato labirintico di vicoli malsani ed edifici vetusti, per lo più di legno.
Chi aveva i soldi, si spostava via fiume, e, in caso di epidemie, si rifugiava in campagna. Gli altri, potevano solo affidarsi alla Provvidenza, come gli sposi di Manzoniana memoria.
Il nostro eroe non girava per Londra coi flaconi di gel disinfettante in tasca, ma si preoccupava della dubbia provenienza di certi prodotti:

“Mi sono alzato presto, per indossare il mio abito nuovo di seta colorata. Ho anche messo la parrucca nuova, che ho già da tempo, ma che non osavo mettere perché a Westminster c’era la peste quando l’ho comprata. Chi sa che specie di moda vi sarà quando l’epidemia sarà finita. Nessuno vorrà portare parrucche per paura dell’infezione, perché i capelli potrebbero essere stati tagliati dalle teste degli appestati.”

Tra i vari rimedi improvvisati per far fronte al morbo e alla paura, si ammazzavano i gatti, ignorando che la peste fosse arrivata via mare con i topi e le pulci, assieme alle merci più in voga.
In seguito, dopo l’epidemia, nel 1666 arrivò il fuoco: un Grande Incendio che distrusse i quattro quinti della città, in meno di cinque giorni. Causato da una scintilla scappata da un forno, poi propagatosi velocemente, a causa di un vento molto forte. Alimentato da legno, pece e case ammassate l’una sull’altra, l’Incendio divenne quasi subito l’incarnazione di tutte le paure. Quella di Dio, che puniva gli uomini per l’ingordigia ed i peccati, togliendo loro, non tanto la vita, ma il sostentamento e un tetto e gli affari. Anche la paura del diverso, dell’altro da sé, trovò nuovo slancio e si finì per accusare gli “alieni”, cioè gli stranieri (per la maggior parte immigrati europei, soprattutto francesi) ed i cattolici, di aver ordito un complotto ai danni della comunità e di aver appiccato il fuoco di proposito.

La teoria dei corsi e ricorsi storici ha un certo fondamento, anche se, lo svolgimento della storia, ha più un andamento elicoidale che circolare, quindi simile non significa necessariamente uguale. Ergo, nonostante le similitudini, specialmente in questi momenti di isteria collettiva, non siamo nell’Inghilterra del 1665 né nella Milano del 1630 né tantomeno nella Firenze del 1348.
Però siamo umani, e la Storia è maestra di vita.
Solo conoscenza, cultura e senso critico possono aiutarci a districarci lungo il percorso.

Mentre mi lavo le mani e disinfetto lo smartphone, pensando ai casi miei, continuo, volente o nolente, la mia vita, come faceva il buon Samuel Pepys.
Sono certa che, a
nche lui, avrà avuto paura della malattia, della sventura e della morte, mentre seppelliva una forma di parmigiano in giardino, per salvarla dalla distruzione del fuoco, e continuava ad andare in ufficio o su e giù per la città, suonando la tiorba alla sera, bevendo con gli amici, passando notti insonni con le coliche, tastando occasionalmente il didietro della cameriera o il décolleté dell’attrice di teatro, per poi farsi perdonare dalla moglie.

Quanto alla peste:

Per conto mio non ho mai vissuto più allegramente e non ho mai guadagnato tanto denaro come in questo tempo di epidemia, in compagnia del capitano Cocke. Soltanto la mia vecchia zia Bell
e dei figlioli da parte di mia cugina Sarah sono morti di peste, il resto della mia famiglia vive tutta in buona salute. La città, con nostra grande gioia, si va ripopolando giorno per giorno e i negozi si riaprono. Dio voglia che l’epidemia termini al più presto, perché ha tenuto finora lontano la Corte dal lavoro e tutto va come può
.”

Le pietre della gentilezza

Il 2020 è iniziato in maniera a dir poco turbolenta, tra incendi epocali, venti di guerra, principi che scelgono l’esilio, Brexit mini deal o no deal che incombe, e le violette in giardino fiorite con due mesi di anticipo.
herts kindness rockApprofittando degli ultimi scampoli di ferie per visitare mostre prossime alla chiusura, il 6 gennaio mi trovavo alla National Gallery e, mentre scendevo le scale, l’occhio mi è caduto su un plinto nel vestibolo d’ingresso.
C’era un sasso. L’ho preso, era colorato, e anche verniciato. Aveva una faccia. Sul retro, la richiesta di postare una foto nel gruppo Facebook Herts Kindness Rock.
Mi sono imbattuta in uno dei tanti sassi dipinti che le famiglie dell’Hertfordshire si divertono a dipingere e  lasciare all’aperto nei parchi e negli spazi verdi in una grande caccia al tesoro. Una volta nascosti questi sassi, le foto e gli indizi vengono pubblicati su Facebook per aiutare altre famiglie a individuarli. I cacciatori nascondono quindi le rocce da qualche altra parte e spesso ne creano di nuove per aggiungerle al gioco.
I sassi dipinti o Kindness Rocks fanno parte di un fenomeno sociale globale che mira a diffondere un po’ di gentilezza e felicità. L’attività ha anche l’ulteriore vantaggio di incoraggiare i bambini a trascorrere più tempo all’aperto.

Le regole del gioco sono semplici:

  • Dipingere un sasso con un design a scelta: più è rilucente, più facile sarà da individuare. Quindi, bisogna verniciarlo in modo che la vernice non venga lavata via;
  • Scrivere il titolo del gruppo Facebook dietro al sasso;
  • Nascondere il sasso da qualche parte accessibile a persone di tutte le età;
  • Aggiungere un indizio su uno dei gruppi di Facebook per aiutare gli altri a trovarlo;
  • Le persone sono incoraggiate a lasciare un sasso dipinto affinché possa essere trovata da qualcuno, e chi la trova può raccoglierla, portarla via o semplicemente scattare una foto e lasciarla lì per qualcun altro: “If you take one, replace one.”

Ho scoperto, tramite il gruppo Facebook, che l’autrice della pietra l’aveva lasciata due giorni prima nel parco di Forty Hall, a Enfield, una zona a nord di Londra. Da lì è stato facile per il sasso arrivare fino a Westminster.

london kindness rockHo deciso di lasciarlo nel cuore della City, in un giardino brutalista, al centro del Barbican, e ho postato a mia volta foto e istruzioni.

Dove sarà adesso? Chissà se viaggia ancora?

 

 

 

 

A Londra, la mostra sul mito della città di Troia

Troy, vaso grecoDalla notte dei tempi, la mela è un frutto controverso, simbolo di bellezza, trasgressione, duplicità, maleficio, peccato. La si ritrova puntualmente in miti, leggende, fiabe, narrazioni sacre. Dalla mela di Eva a quella di Biancaneve, dai pomi d’oro delle Esperidi alla mela di Newton.
Anche la nostra storia inizia con una mela.
Eris, dea del conflitto, ne getta una d’oro per creare scompiglio nel banchetto a cui non è stata invitata.
Una triade di dee se la contende e Zeus, seccato, propone a Paride, bel principe troiano, di scegliere la fortunata vincitrice.
Era, Atena e Afrodite promettono potere, onori e beltà al giovane, ma non saranno le offerte di fortune materiali a convincerlo, bensì l’amore. Afrodite vincitrice si aggiudica la mela d’oro e, in cambio, fa incontrare a Paride la donna più bella del mondo. Peccato che quest’ultima sia Elena, la moglie del re di Sparta, Menelao. Il mito e le sue rappresentazioni si dividono tra seduzione e rapimento. In ogni caso, l’affronto subito è troppo grande e si scatena una guerra tra Greci e Troiani. Quando Omero canta le gesta degli eroi, dell’una e dell’altra parte, la guerra di Troia imperversa già da un decennio e sta per volgere al tragico epilogo, con l’inganno del cavallo, la disfatta dei troiani e la diaspora che ne seguirà: la fuga di Enea e le peregrinazioni di Odisseo.
L’Iliade, l’Odissea e poi l’Eneide, sono sopravvissute alla caduta dei regni antichi, i versi trascritti nel silenzio dei conventi, le gesta miniate nei volumi del Rinascimento, i contenuti imitati ed ammirati come modello di classicità, fino a riproporli nella bianchezza dei marmi e nella levità delle forme del revival neoclassico. I versi di Omero (e poi di Virgilio) ci raccontano la storia degli uomini, fatta di coraggio e arroganza, mettendoci in contatto con le radici più profonde della nostra umanità.
Alla fine dell’ottocento, Heinrich Schliemann, guidato dal sogno di gioventù di ritrovare la città cantata da Omero, scava nei pressi di una collina di pietre cadute a Hisarlık nella Turchia occidentale, vicino alla foce dei Dardanelli. Il mercante, improvvisatosi archeologo, nel 1873, rinviene una città antica, costituita da molti strati, e, da allora, il sito è generalmente accettato come quello della Troia omerica.
Tra i dissepolti resti, emerge anche un tesoro, quello detto di Priamo, conservato per la maggior parte al museo Pushkin di Mosca. Ancora vive ed irrisolte restano le controversie sul tesoro troiano, preso dall’Armata Russa, al tempo della sconfitta nazista, nel 1945, e tutt’ora oggetto di negoziati tesi e infruttuosi tra Berlino e Mosca. La dea Eris aleggia ancora sul bottino di guerra.
I versi di Omero ci parlano di ire funeste, abusi di potere, conflitti mortali, vulnerabilità e bisogno di empatia. Storie che si ripetono e che rendono il mito attuale.

Troy: mith and reality, è in mostra al British Museum, fino all’8 marzo 2020.