“Santo Cielo!” A Londra, la mostra su Charlie Brown

good grief charlie brown

Ebbene sì, sono cresciuta con i Peanuts. La mia infanzia ha risentito dello strascico generazionale degli anni ’60/’70, con la guerra del Vietnam, le lotte femministe, la psicanalisi, i collettivi, il consumismo dilagante. Riviste politicizzate dal titolo Linus, giornalini, gadgets, adesivi… Charlie Brown, Snoopy e amici campeggiavano da poster colorati nelle stanze dei teenagers, tra frasi esistenziali e slogan di protesta. Leggevo avidamente i libri di fumetti collezionati dalle mie cugine più grandi, all’ombra di un abete, nel giardino delle vacanze, e mi piaceva la leggerezza di questa comitiva di bambini americani, spesso alle prese con situazioni più grandi di loro. E anch’io possedevo la mia piccola collezione: l’album natalizio fine anni ’50, qualche tascabile economico, e una statuina di Snoopy, intento ad abbracciare l’uccellino Woodstock, e, sul piedistallo, la scritta ‘Love’. Me la portò mio padre al ritorno da un viaggio di lavoro, e, ancora oggi, è uno degli oggetti a cui tengo di più.
Snoopy & co. continuarono a restare famosi, anche attraverso gli edonistici anni ’80, sebbene sempre più soffocati da personaggi asiatici, coloratissimi e molto poco impegnati, del calibro di Hello Kitty, per intendersi.
Per i seguaci di Charlie Brown, quest’autunno, Somerset House ospita una retrospettiva tutta dedicata ai Peanuts, dal titolo: “Good Grief, Charlie Brown.” La mostra è disposta su due livelli: al piano terra, la nascita dei personaggi e la loro evoluzione, si intrecciano alla biografia del loro autore, Charles M. Schultz. Si evince da subito che non poteva non essere così.
Nelle foto di infanzia, Charles ha la stessa testa tonda e l’aria timida di Charlie, mentre il cane di famiglia diviene lo spunto per la creazione del fedele bracchetto Snoopy, ed il segno da rigido e acerbo si evolve via via, più spigliato e tremolante, popolandosi di bambinetti dai caratteri e dalle idiosincrasie disparati, con l’apparizione lieve e goffa del pennuto Woodstock, e le prodezze di Snoopy, scrittore e aviatore da Grande Guerra.
Al piano superiore della mostra, si illustrano le influenze che il fumetto ha avuto sulla società e il costume e viceversa. Di volta in volta, Charlie Brown è iniziatore di slang (Bonk! Good Grief!), rappresenta un’alternativa politica, racconta con leggerezza e poesia le ansie, le aspirazioni, i dilemmi di una società in cambiamento, fino ad essere preso in prestito da artisti e designer, perché anche i Peanuts, alla fine, sono ‘Pop’.
Si può dunque produrre documenti battendo i tasti di una macchina da scrivere rossa fiammante targata Snoopy, leggere libri di auto-aiuto illustrati ad hoc, perché chi da piccolo non ha mai riversato le proprie ansie su un peluche o una copertina di flanella, chi non ha rifuggito il sapone, chi non ha lottato contro l’albero cannibale, divoratore di aquiloni, chi, infine, non si è mai sentito tanto atterrito all’idea di rivolgere la parola alla ragazzina (o al ragazzino) del cuore?
E, in fondo, lo stesso banchetto da cui Lucy Van Pelt sciorina counseling spicciolo ed elargisce limonata, non è forse simile a quelle bancarelle improvvisate su cui mettevamo in vendita biglie, giornalini usati, sottopentole fatte con le mollette e il vernidas?
Non so cosa penseranno i millennials e i centennials visitando questa mostra londinese, potrebbe rivelarsi comunque un incontro fertile.
Per me, Generation X, è stato ritrovare dei vecchi amici e la parte più innocente di me stessa.

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A Londra, “Poppy Day” e il Centenario dell’Armistizio 1918-2018

PoppyDal 1921, indossare un papavero di carta è un modo per ricordare i caduti della Grande Guerra e raccogliere fondi grazie al Poppy Appeal. Dal 25 ottobre fino all’11 novembre, giorno dell’Armistizio, si acquista un papavero e il denaro raccolto va ad aiutare tutti i veterani ed il personale militare in attività. La tradizione è ancora viva in Gran Bretagna e la raccolta di fondi è organizzata dalla Legione Reale Britannica. Il papavero è un fiore simbolico, che si ispira al famoso poema, scritto dall’ufficiale medico canadese John McRae, dal titolo ‘In Flanders Fields’. McRae lo compose di getto dopo la morte di un suo compagno di trincea ed il componimento venne pubblicato per la prima volta sulla rivista Punch, nel 1915.
Tre anni dopo, il papavero di carta, da indossare in segno di ricordo, venne creato da Moina Michael, un’insegnante americana, e divenne popolare in Canada e Gran Bretagna, dopo essere stato utilizzato come mezzo per raccogliere fondi per gli orfani di guerra. Ogni anno i papaveri, di carta o di plastica, vengono venduti per le strade da volontari, nelle settimane che precedono il Remembrance Day (Giorno della Commemorazione), l’11 novembre.
Quest’anno segna il centenario dall’Armistizio, che fu siglato all’undicesima ora dell’undicesimo giorno del mese di novembre 2018. Per celebrare questa ricorrenza sono molte le iniziative.

IWM_Weeping_Window Una delle più toccanti, è l’installazione che si può ammirare gratuitamente all’Imperial War Museum. “Weeping Window” è una cascata di migliaia di papaveri di ceramica fatti a mano. La scultura è stata realizzata dall’artista Paul Cummins e dal designer Tom Piper e i papaveri provengono dall’installazione originaria “Blood Swept Lands e Seas of Red” che fu allestita nella Torre di Londra nell’estate e nell’autunno del 2014, per ricordare il centenario dall’inizio del Primo Conflitto Mondiale.
Un’altra iniziativa, è quella di Danny Boyle, dal titolo “Pages of the Sea”. Il pubblico è invitato a riunirsi sulle spiagge di tutto il Regno Unito per dire addio (e grazie) ai milioni di uomini e donne che si imbarcarono per il fronte, di cui molti non tornarono mai più.
Infine, il giorno dell’Armistizio, la BBC trasmetterà “They Shall not Grow Old”, il documentario di Peter Jackson, regista de Il Signore degli Anelli, il quale ha realizzato una nuova pellicola, utilizzando filmati originali dall’archivio dell’Imperial War Museum, colorizzandoli, invertendoli in 3D e trasformandoli con tecniche di produzione all’avanguardia.

L’Arte del Campari, alla Estorick Collection di Londra

The Art of CampariNel panorama culturale londinese, la Estorick Collection of Modern Italian Art si segnala per essere l’unico museo dedicato all’arte italiana del ventesimo secolo, con particolare attenzione al Futurismo. La galleria è stata ufficialmente inaugurata nel 1998 ed è ospitata in un bell’edificio di stile georgiano, nel cuore di Islington.
Nel tempo la Estorick Collection, con il suo giardino e il caffè, è diventata un punto di riferimento per la gente del quartiere. I punti di forza del museo risiedono nella particolarità della collezione permanente e nell’attenzione prestata all’arte italiana moderna in tutti i suoi aspetti: arti visive, architettura e design, fotografia, cinema, ecc.
La Estorick Collection ospita anche una biblioteca d’arte, che annovera oltre 2.000 volumi specializzati in arte italiana del primo Novecento, con molte edizioni rare e libri ormai fuori commercio. Il nucleo principale proviene dalla biblioteca personale di Eric Estorick, donata dagli eredi nel 1994, poi ci sono le acquisizioni fatte dal museo negli ultimi anni.
Il programma della galleria si basa essenzialmente sull’organizzazione di mostre relative alla prima metà del Novecento in Italia, connesse dunque con il periodo storico-culturale di cui fa parte la collezione permanente.
Fino al 16 settembre, è possibile visitare una mostra interamente dedicata al marchio Campari, con opere (manifesti e volantini pubblicitari, etichette, bottiglie, bicchieri, packaging e gadgets) provenienti dalla Galleria Campari di Milano.
L’esposizione si concentra sul periodo che va dai primi del ‘900, alle campagne rivoluzionarie e innovative degli anni Venti fino agli eleganti design degli anni Sessanta e mira a riflettere i mutamenti del gusto e, indirettamente, della società, nell’Italia del XX secolo, grazie ad un prodotto reso celebre in tutto il mondo .
La prima galleria si concentra sugli albori delle campagne pubblicitarie del Campari.
Il bitter era stato prodotto per la prima volta nel 1860, a Novara, e consisteva in una miscela di acqua, alcool, ed estratti botanici. In questo caso, l’estratto di scorza d’arancia. Dal 1904, la bevanda digestiva dall’inconfondibile color rosso carminio, era proposta anche all’estero. Era allora importante promuovere il marchio, assumendo un profilo più dinamico, grazie ai poster pubblicitari.
Nella prima sala della mostra, nella carrellata di manifesti della Belle Époque, spicca quello, famosissimo, di Leonetto Cappiello (1921), in cui lo spirito del Bitter Campari appare come una figura dinamica e brillante, che spicca sullo sfondo nero, mentre saltella fuori dalla scorza di un’arancia, stringendo la bottiglia in mano.
Un poster accattivante, dalla grafica immediata, ideale per per catturare l’attenzione nella vita frenetica della città. Una vita frenetica in cui il bitter divenne l’attributo necessario della pausa elegante e sofisticata.
DePero_CampariNella seconda sala, il dinamismo si fa più accentuato. Sono gli anni del Secondo Futurismo e Fortunato Depero, che aveva scritto il manifesto “Ricostruzione futurista dell’universo” assieme Giacomo Balla, produceva disegni geometrici e suggestivi.  Nelle pubblicità di Depero i personaggi appaiono quasi fumettistici, la grafica non è cosi immediata come negli esempi degli inizi del secolo, ma è sicuramente pionieristica e si rifà all’ideale di “ricostruire l’universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente.”
Campari notò la forza creativa e dirompente del Futurismo e lasciò a Depero carta bianca su come realizzare l’estetica del marchio. La collaborazione diede i suoi frutti, perché, nel 1932, Depero progettava anche la forma conica della bottiglia di Campari Soda, che ha resistito invariata fino ad oggi.
Nel secondo dopoguerra, sopratutto negli anni ’60, i manifesti tornano ad essere un po’ più convenzionali, con la tipica grafica che vede il marchio prominente ed il prodotto in bella vista, aspirazione delle classi borghesi. Ancora una volta, Campari ha identificato le tendenze visive dei suoi tempi, coinvolgendo designer ed artisti per creare qualcosa di iconico. Una parete è completamente ricoperta da versioni diverse del logo Campari – ed è un’opera originale di Bruno Munari.
‘The Art of Campari’ è sicuramente la riprova di come l’azienda abbia saputo mantenere in auge il proprio marchio, abbracciando continuamente le correnti estetiche del momento. Durante il periodo della mostra, la Estorick Collection resterà aperta fino alle 21.00 tutti i giovedì, e si potrà gustare un Campari Gin and Tonic oppure un Negroni nell’Estorick Cafe.

Una nuova partnership di scambio botanico tra Londra e Roma

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I giardinieri del South London Botanical Institute (SLBI) di Tulse Hill in questi giorni stanno visitando l’Orto Botanico di Roma grazie ad una nuova partnership di scambio botanico tra le due organizzazioni. La partnership è finanziata da Botanic Gardens Conservation International (BGCI) in collaborazione con la Interactive Community di Arboreta (ArbNet), nell’ambito di un nuovo schema per condividere conoscenze, abilità e risorse all’interno della comunità internazionale di orti botanici. L’obiettivo finale è quello di migliorare la conservazione delle piante in tutto il mondo.

La borsa di partenariato sosterrà una visita di scambio in ciascun giardino. I giardinieri dell’Orto Botanico di Roma visiteranno il South London Botanical Institute a giugno.

L’Orto Botanico di Roma (BGR) è una struttura didattica e scientifica dell’Università Sapienza di Roma, e occupa un’area di 11 ettari nel centro storico di Roma. Si trova nell’ex giardino del palazzo cinquecentesco della famiglia Corsini, una famiglia aristocratica fiorentina. Il palazzo, ora sede dell ‘”Accademia Nazionale dei Lincei”, e il suo giardino furono trasferiti allo stato italiano alla fine del XIX secolo. La posizione e l’origine del giardino botanico ne fanno un luogo unico, in quanto è un esempio di giardino storico con un importante patrimonio artistico. Oggi conta circa 2000 specie, tra cui il palmeto (con 24 specie), il boschetto di bambù (con oltre 76 specie), il roseto, il “Giardino dei Semplici” (contenente specie vegetali coltivate ad uso medicinale), il Giardino giapponese e la serra Corsini, con piante succulente.

Il South London Botanical Institute (SLBI) fu fondato nel 1910 dal riformatore sociale Allan Octavian Hume, con lo scopo di diffondere la botanica tra i lavoratori della zona sud di Londra. Hume fu al servizio del Raj britannico, membro fondatore del Congresso nazionale indiano nel 1885, e comprò la casa vittoriana, sede dell’Istituto, nel 1860, trasformandola ad hoc, con una biblioteca, un erbario ed un vasto giardino. Gli armadi dell’erbario progettati da Hume sono ancora in uso e contengono esemplari di piante risalenti al 1802. Il giardino si è evoluto e ora ha uno stagno fiorente, particolarmente popolare tra i bambini in visita.

L’obiettivo di Hume prosegue ancora oggi: lo SLBI apre le porte a persone provenienti da varie parti della città, permettendo loro di esplorare il mondo vegetale, godere del giardino botanico, della biblioteca e dell’erbario e partecipare a una vasta gamma di attività per tutte le età ed abilità.

I giardinieri romani sono particolarmente interessati a conoscere gli eventi educativi organizzati dallo SLBI: visite scolastiche, laboratori botanici, conferenze e altre attività, che si rivolgono alla comunità più ampia di Londra – questo è quello che vorrebbero incentivare a Roma.

Entrambe le organizzazioni non vedono l’ora di imparare dai rispettivi giardini, ad esempio quali nuove piante potrebbero essere aggiunte alle loro collezioni. Roma vuole conoscere meglio le piante acquatiche, i cactus, le piante grasse e le piante carnivore coltivate allo SLBI, mentre lo SLBI è particolarmente interessato alle piante mediterranee. Entrambi i giardini condivideranno la conoscenza delle loro collezioni di felci, oltre a discutere sulle modalità di seed banking, sui database e sulla gestione delle raccolte di piante (inclusi gli erbari con piante essiccate).

Commentando la partnership, Sarah Davey, Capo Giardiniere di SLBI, ha dichiarato: “Siamo lieti di avere la meravigliosa opportunità di visitare il prestigioso Orto Botanico di Roma e di imparare dalle loro collezioni botaniche. Non vediamo l’ora di accogliere i giardinieri italiani allo SLBI anche a giugno, per mostrare loro il nostro giardino e la nostra vasta gamma di attività “.

Il South London Botanical Institute è aperto per eventi e attività, ed in generale, il giovedì dalle 10.00 alle 16.00. Per maggiori dettagli si può inviare una email a info@slbi.org.uk.

 

Londra celebra i 100 anni del voto alle donne

Suffragette

Suffragette protestano ad Essex Hall, Londra

Oggi si celebrano i 100 anni dal Representation of the People Act , una legge che diede alle donne britanniche (solo quelle maggiori di 30 anni e sposate con uomini in possesso di proprietà) il diritto di voto. Questa legge fu un passo significativo per il raggiungimento del suffragio universale. Nel 1928, con l’Equal Franchise Act, le donne nel Regno Unito ricevettero diritti di voto uguali agli uomini, aumentando il numero di elettori femminili eleggibili da 8 milioni a 15 milioni.
Questi importanti risultati si dovettero anche alle campagne delle suffragette, un gruppo di donne, prevalentemente di classe media, che protestavano utilizzando varie forme di dissenso, inizialmente con tattiche pacifiche e manifestazioni  nella legalità. Successivamente, le suffragette più militanti, assunsero un approccio estremo, che includeva scioperi della fame, atti di vandalismo ed attacchi incendiari.
Sebbene sia passato un secolo da quando le donne hanno ottenuto il voto, oggi meno di 1/3 dei parlamentari in Gran Bretagna sono donne, ed oltre il 90% dei direttori esecutivi di Società Pubbliche a responsabilità Limitata (PLC) sono uomini.
Tuttavia, bisogna essere ottimisti. Le parlamentari britanniche raramente si trovano da sole a far valere la propria voce ed un disegno di legge per affrontare la violenza contro le donne è stato appena presentato dal governo in questa sessione parlamentare.
Per commemorare il centenario del voto alle donne, Londra offre una serie di eventi interessanti, tra cui mostre, colloqui, visite guidate.

Al Museum of London una mostra racconta le storie delle donne che presero parte al movimento per il voto, e che lottarono instancabilmente per oltre 50 anni. Votes for Women, in programma fino al 6 gennaio 2019, presenta alcuni oggetti iconici delle suffragette e anche un documentario commissionato per l’occasione.

A Westminster Hall,  tra il 27 giugno e il 6 ottobre 2018, una mostra interattiva racconterà la campagna per il voto e la rappresentazione delle donne nella camera dei Comuni e la camera dei Lord.

Bisogna anche ricordare l’esistenza dell’East London Federation of the Suffragette, un gruppo radicale che si era separato dal WSPU nel 1914 e combatteva per i diritti delle donne durante la prima guerra mondiale. La sala delle donne a Ford Road (Bow) fu il loro quartier generale fino al 1924 e comprendeva un centro sociale femminile.
Grazie all’East End Women Museum, in collaborazione con la biblioteca e gli archivi della storia locale di Tower Hamlets, The Women’s Hall Project esplorerà le  storie di  alcune suffragette meno conosciute, attraverso due grandi mostre, una serie di eventi, e un progetto di fotografia partecipativa.

Potete restare aggiornati su Twitter utilizzando l’hashtag  #Vote100

A Londra la retrospettiva su Modigliani

modigliani-nude-1917Era il 1906, quando Amedeo Modigliani lasciò Livorno per stabilirsi a Parigi, dove poté fare suoi gli insegnamenti di Cezanne e Gauguin, studiare da vicino gli enigmatici esempi d’arte primitiva e venire a contatto con le diverse personalità che animavano il panorama artistico di quel momento, come Picasso e Constantin Brancusi. Alla Tate Modern, fino al 2 aprile, un’ampia retrospettiva mette in risalto la parabola artistica di Modigliani, sottolineando come gli incontri e le relazioni intrecciate a Parigi, furono determinanti per lo sviluppo dello stile unico ed inconfondibile del pittore. L’artista livornese perseguì con una frenesia assoluta la propria personale poetica, in maniera libera da vincoli ed estranea a qualsiasi movimento artistico.
Per un breve, ma intenso periodo, tra il 1911 e il 1913, Modigliani si concentrò quasi esclusivamente sulla scultura.
Le teste esposte alla Tate Modern facevano parte di un gruppo di sette, che fu incluso in un’importante mostra annuale d’arte, il Salon d’Automne, tenutosi tra l’ottobre e il novembre del 1912. Questa fu l’unica mostra di scultura a cui Modigliani prese parte nella sua vita. Infatti, nel 1913, dovette abbandonare questa tecnica sia per motivi economici che per l’aggravarsi delle sue condizioni fisiche. Vittima degli affronti di una salute da sempre cagionevole, minato dalla tubercolosi, l’artista dissipò la sua breve vita tra donne, alcool, droghe e stenti, senza mai raggiungere la consacrazione definitiva a cui aspirava.
Se infatti Modigliani è ora riconosciuto come uno dei più famosi artisti del ventesimo secolo, pochissimi dei suoi contemporanei seppero indovinare la grandezza del suo genio.
La sua vita turbolenta da bohemien conobbe solo brevi parentesi di serenità, rese possibili dall’aiuto incondizionato offertogli dai mercanti Paul GuillaumeLeopold Zborowski, e dall’amore della giovane artista Jeanne Hébuterne, la quale morì suicida due giorni dopo la prematura scomparsa del suo compagno.
La mostra di Londra vuole confermare al largo pubblico la grandezza della figura di Modigliani agli albori del Modernismo. L’arte di Modì si ispirava ad un’ampia varietà di spunti, dalla tradizione figurativa Europea alle ieratiche forme dell’arte egizia fino ad approdare agli elementi caratteristici dell’arte greca ed africana. L’artista restrinse il campo della sua azione ai temi tradizionali della ritrattistica e del nudo, ed inventò un linguaggio visivo unico e risconoscibile, allo stesso tempo seduttivo e controllato. Figura nota nella stretta comunità artistica di Montparnasse, Modigliani strinse amicizia con artisti, poeti, attori, musicisti e scrittori, catturandone le personalità sulla tela.
Grazie al supporto del mercante d’arte Léopold Zborowski, nel 1916 Modigliani tornò a concentrarsi anche sul nudo femminile. I suoi nudi scioccavano ed offendevano l’opinione pubblica e, nel 1917, alcuni di essi furono rimossi dalla personale dell’artista, per motivi di indecenza.
La mostra londinese richiama l’attenzione sul fascino che la forma e la fisionomia umane seppero esercitare su Modigliani. In mostra si possono ammirare diversi ritratti, sia quelli degli artisti e conoscenti di Montparnasse, sia quelli di anonimi contadini e giovani operai, dipinti tra il 1918 e il 1919, durante quel soggiorno nel Sud della Francia che avrebbe dovuto ridare a Modì un poco della salute ormai compromessa. Tornato a Parigi, Modigliani, assieme alla compagna, Jeanne Hébuterne, si sistemò in uno studio a rue de la Grand Chaumière, vicino ai caffè ed ai luoghi di ritrovo di Montparnasse.
I visitatori possono immergersi in una ricreazione virtuale di questo atelier, così come sarebbe apparso quando il pittore vi viveva e lavorava.
I ritratti realizzati negli ultimi anni di vita del pittore, che si spegnerà nel 1920, sono quelli dagli inconfondibili ovali disegnati su lunghi colli, appena animati dalle forme oblique degli occhi e sigillati da piccole bocche chiuse. E poi ci sono i famosi nudi, sensuali e audaci, tradizionali e originali, finalmente moderni. Quelli in mostra, 12 in tutto, sono il più grande gruppo mai riunito in una mostra nel Regno Unito.

Martin Lutero e i 500 anni della Riforma protestante

Martin-LutherIl 2017 segna i 500 anni da un gesto che rappresentò l’inizio della Riforma in Europa, segnata da duri anni di conflitto tra le fazioni cattoliche e protestanti.
Il XVI secolo fu un momento di grande fermento intellettuale durante il quale, grazie all’umanesimo e all’invenzione della stampa, in Europa vi fu una grande produzione e diffusione di testi, sia in latino che in volgare. Questo permise con facilità la trasmissione del sapere e delle idee, specialmente tra le nuove classi medie.  Il 31 ottobre 1517, il monaco tedesco Martin Lutero, professore di teologia, affisse 95 tesi in latino sul portale della chiesa del castello di Wittenberg, con l’invito a discutere pubblicamente il valore e l’utilità delle pene e delle indulgenze. Nella città universitaria dove Lutero insegnava, le porte delle chiese erano considerate alla stregua di una bacheca, dove studenti e professori affiggevano annunci in vista di una pubblica assemblea. Quella che, per il monaco agostiniano, era semplice prassi accademica, finì invece per tramutarsi in un gesto rivoluzionario, di rottura. Infatti, alcune delle tesi, sfidavano apertamente la dottrina ed il potere della Chiesa cattolica romana, criticando la vendita delle indulgenze ed il ruolo del Papa, mentre altre, ponevano l’accento sul rapporto tra i fedeli e Dio.
Lutero aveva intuito il potere della stampa, un’invenzione relativamente nuova. Con i suoi opuscoli, seppe diffondere una nuova interpretazione del cristianesimo e creare un movimento per chiedere riforme.
Inoltre, i testi erano scritti in tedesco volgare, invece che in latino, così erano accessibili alle masse e trovarono molti aderenti, anche fuori dalla Germania. Tuttavia, la speranza iniziale di Lutero di poter vedere riformata la Chiesa romana, svanì in fretta, e così la rottura con il Papa fu definitiva. Lutero, volle che le Scritture fossero a disposizione di tutte le persone in una lingua che potessero comprendere e propose una Bibbia in volgare, modellata sul testo greco che era stato pubblicato da Erasmo da Rotterdam.
William_TyndaleIspirato a queste nuove idee, il sacerdote e studioso inglese William Tyndale decise di tradurre il Nuovo Testamento in volgare. Tyndale aveva studiato ad Oxford e Cambridge ed era molto versato nelle lingue. Infatti, parlava correntemente francese, italiano, tedesco, spagnolo, ma anche le lingue morte come greco e latino, nonché l’ebraico. Per Tyndale era molto importante la fede personale, cioè  il rapporto tra il fedele e Dio non mediato dalla Chiesa. E per questo, era fondamentale che la Bibbia fosse tradotta in una lingua accessibile a tutti. Ovviamente, questo era proibito, sia dalla diocesi che dalla Corona inglese, poiché tutti i testi ecclesiastici, e, specialmente la Bibbia, dovevano essere rigorosamente in latino. Infatti, l’arcivescovo di Londra, si rifiutò di autorizzare ufficialmente Tyndale a procedere con la traduzione. Allora lo studioso si trasferì in Germania e, dopo molte vicissitudini, nel 1526, pubblicò a Worms la prima traduzione in inglese del Nuovo Testamento. Il libro fu stampato in tremila esemplari ed introdotto in Inghilterra di contrabbando. L’arcivescovo di Londra, però, riuscì ad intercettare le copie, e ne fece pubblico falò davanti alla Cattedrale di St. Paul.
Fortunatamente, tre stampe di questo piccolo volume, sono sopravvissute fino a noi.
A causa del suo gesto rivoluzionario, Tyndale fu accusato di eresia e pagò con la vita, finendo sul rogo nel 1535. Il suo lavoro ebbe una grande influenza sugli altri riformatori e traduttori biblici, che ne adottarono lessico, locuzioni e stile.
Per celebrare i 500 anni della Riforma protestante, questa settimana, St Paul’s Cathedral ha esposto la sua copia della bibbia di Tyndale, il libro più pericoloso dell’Inghilterra Tudor. Sono andata a vederla in occasione dell’ottima conferenza tenutasi martedì scorso all’interno della cattedrale, con il giornalista della BBC Melvyn Bragg e la teologa Jane Williams.
Bibbia di Tyndale
Questo fine settimana, invece, ci saranno ancora due aperture serali straordinarie, per ammirare il libro, ascoltare musica e partecipare a colloqui ed attività.
Inoltre, due piccole mostre, rispettivamente al British Museum e alla National Portrait Gallery, raccontano per immagini la portata dirompente delle tesi di Lutero e della Riforma in Inghilterra, tramite stampe, incisioni e dipinti.