Rousseau il botanofilo

Nel panorama intellettuale e filosofico del Settecento, pur condividendo alcune idee dell’Illuminismo, il pensiero di Jean-Jacques Rousseau si distacca in maniera così originale, da essere considerato precursore del Romanticismo. Nato il 28 giugno 1712, Rousseau è attuale ancora oggi, ad esempio quando si oppone al Liberalismo individualistico, denunciando le ineguaglianze e le ingiustizie sociali. Le sue idee gli costarono persecuzioni e condanne da parte delle autorità civili ed ecclesiastiche, e, per diciotto mesi, riparò in Inghilterra, ospite del filosofo scozzese David Hume. A Londra, dove soggiornò per un periodo al numero 10 di Buckingham Street, si fece subito notare per l’abbigliamento “all’Armena”. È così che lo ritrasse Allan Ramsay nel 1766, con cappello e bordure di pelliccia, contro un fondale neutro scuro e la luce (o meglio, l’illuminazione) che piove sul capo illustre. L’inquietudine del filosofo segna una vita che, a dispetto di fama ed ingiurie, non conosce soste o riposo. Peregrinando da una città all’altra, dimorando ospite di discepoli o ammiratori (quando dissidi o manie di persecuzione non ne avvelenano i rapporti), nei suoi ultimi anni Rousseau si dedica alla botanica. Nella nomenclatura di fronde e fiori scopre un ordine meditativo, una consolazione alle incertezze quotidiane, che gli permette di vivere, senza nemici, il vasto mondo vegetale. Rispetto all'”Emile” o al “Contratto Sociale”, il corpus di scritti botanici è meno conosciuto. Al ritorno dall’esilio inglese, Rousseau scrive otto missive di botanica elementare, indirizzandole a Madame Delessert. Scritte a Parigi, dopo il 1771, le lettere verranno pubblicate postume, nel 1782, ed arricchite, nell’edizione del 1805, dalle mirabili tavole di Pierre-Joseph Redouté. È in uno di questi carteggi che Rousseau afferma pioneristicamente l’utilità di osservare la natura, lontano dall’artifizio dei giardini, poiché l’uomo si è allontanato da essa, piegandola e sovvertendola a proprio vantaggio.
Personalmente, mi sento vicina a questo filosofo-botanico, erborista ed educatore, propulsore di una bio-diversità ante litteram, il quale non esita ad elogiare le “erbacce”, convinto che i malesseri della società e dell’individuo siano causati dall’allontanamento da una vita semplice e spontanea, quella per cui originariamente si era stati creati.
Alla Linnean Society di Londra, è conservata una lettera che Rousseau scrisse a Linneo, il 21 settembre 1771. “Ricevete con bontà, Monsieur, l’omaggio di un incompetentissimo, ma zelantissimo discepolo.” All’encomio si associa la confessione che gli scritti di Linneo costituiscono un’oasi di pace e meditazione in mezzo alle persecuzioni, e che la botanica è un balsamo per la mente tormentata ed ossessiva del filosofo. Segue l’umile richiesta di uno scambio di sementi e di libri. E qui, niente di strano. Amici e contatti illustri solevano mandare a Rousseau lettere dai caratteri svolazzanti miste a semi di piante. E, per lenire l’improvvisa perdita di Madame de Malesherbes, morta suicida, Rousseau aveva inviato al suo consorte un erbario, nel quale il destinatario aveva riconosciuto, con piacere, degli esemplari raccolti assieme all’amico, a Meudon.
Piante rifugio, consolazione, distrazione, terapia, ma anche legante di amicizie, richiamo di esperienze.

Jean-Jacques Rousseau morirà ai primi di luglio del 1798, al ritorno da una passeggiata in solitaria, durante la quale aveva erborizzato, come sempre.

Keep calm and carry on… 

“L’uomo ha snaturato molte cose per meglio convertirle a proprio uso.” Jean-Jaques Rousseau

Non ho scritto qui da molto tempo. Volevo farlo, avevo alcune idee, non mi mancavano gli spunti. Tuttavia, eventi di varia portata mi hanno, in un certo senso, tolto le parole. Dal lato personale, oltre a combattere una brutta infezione bronchiale, che mi ha praticamente “steso” per alcune settimane, nello spazio di due mesi ho perso tre amici a causa di un male incurabile, percui è stato un susseguirsi di addii più o meno improvvisi, anche se non del tutto inaspettati, con conseguenti lutti, che non credo di aver completamente elaborato. Tra una notizia e l’altra, ho vissuto con apprensione gli ennesimi attentati, così efferati e così insensati, che hanno nuovamente insaguinato la città, di cui uno in un’area a me cara e familiare, dove spesso mi trovo a camminare, incontrare amici, fare una pausa. E come non restare turbati e indignati dal doloroso e incredibile epilogo dell’incendio di un grattacielo popolare, che, in primis, poteva essere evitato o, quantomeno, contenuto, e, che, invece, ha raggiunto dimensioni catastrofiche, reclamando vite e disgregando un’intera comunità? Una cappa pesante aleggia sulla città e, forse, sul resto del Paese. Una coltre di interrogativi, che chiamano in causa ideologie criminali e scenari geopolitici, ed un malessere interno, costellato da evidenti mancanze, da parte di una classe politica, che, pensando al profitto, non si è preoccupata di smantellare istituzioni e professioni, congelare salari per quasi un decennio, stritolare i meno abbienti nella morsa dell’austerity, demonizzare gli immigrati (le cui tasse e il cui lavoro pur servono) e la membership in Europa, subappaltando servizi, tagliando aiuti, ignorando cinicamente i più poveri, i disabili, gli indigenti. Gente che non vive sulla luna, ma in seno a quartieri dove vengono tollerati, fianco a fianco con i ricchi, i benestanti, quelli che si possono comprare una casa per investimento e lasciarla sfitta, che non devono fare trafile perché usufruiscono del dottore o dell’asilo privato, e che non temono il rialzo dei prezzi del mangiare o del riscaldamento. Divisioni ed ineguaglianze da epoca vittoriana, dove lo stato è quasi assente e gli enti benefici faticano a riempire i vuoti. È difficile vivere con leggerezza o noncuranza tempi come questi, che arrivano a colpire il nostro quotidiano, eppure bisogna stoicamente andare avanti. Keep calm and carry on, certo, ma, più di tutto, bisogna restare umani, o re-imparare ad esserlo, perché rinchiudersi nel proprio cortile (o  bunker), alle lunghe, rende sempre più cinici, impauriti, aridi ed alienati.

L’arte di Eduardo Paolozzi a Londra

tottenham court road paolozziUna delle cose che mi colpirono quando venni a Londra per la prima volta, agli inizi degli anni ’90, fu la sinfonia post-modernista dei mosaici della stazione metropolitana di Tottenham Court Road.
I mosaici, realizzati da Eduardo Paolozzi tra il 1982 ed il 1986, si ispiravano alla vita quotidiana in città e ad alcuni dei luoghi in prossimità della stazione. Erano stati pensati per l’interazione con i passeggeri della metropolitana, che, passando rapidamente attraverso la stazione, avrebbero dovuto riconoscere le metafore colorate della vita in superficie, come i sassofoni e le forme robotiche, simbolo dei negozi di musica ed elettronica di Soho, o gli elementi di arte egizia, che rimandavano al British Museum. Le falene svolazzanti, invece, facevano parte di un ricordo personale dell’artista: i bagni turchi aperti tutta la notte, nel vicino Russell Hotel.
Figlio di immigrati italiani, Eduardo Paolozzi si affermò, a partire dagli anni ’50, con sculture rettilinee ed “Art Brut”. Artista versatile, attraverso i collages, si rivelò un precursore della Pop Art. Ma il suo era un pop tutto britannico, che raccontava il mondo moderno, attraverso sculture, serigrafie, collage e tessuti.
I mosaici di Tottenham Court Road, uno degli esempi più spettacolari di arte pubblica a Londra,  riflettevano la visione urbana e meccanicistica di Paolozzi e coprivano interamente l’ingresso della stazione, le pareti lungo le scale mobili, le piattaforme della Northern Line e Central Line, la rotonda e una fitta serie di spazi comunicanti.
In anni recenti, gli ampliamenti a seguito del progetto Crossrail, hanno portato ad importanti cambiamenti. Tra questi, non senza polemiche, la demolizione della vecchia stazione, con una biglietteria sei volte più grande dell’originale e la scomparsa totale degli archi di ingresso. Quando i mosaici di Paolozzi furono smantellati da Crossrail, dopo lunghe consultazioni con la Paolozzi Foundation, gli artisti che avevano collaborato alla realizzazione del design, e la manifattura italiana che aveva prodotto le tessere musive, ci fu una una protesta pubblica e una petizione online venne firmata da oltre 8.000 persone.
Uno degli aspetti più complessi del progetto di riqualificazione è stato il trasferimento dei mosaici che ricoprivano le sezioni degli archi. Poiché sarebbe stato impossibile ricollocarli in loco nella nuova
stazione, si è deciso di donarli all’Edinburgh College of Art, dove Eduardo Paolozzi aveva studiato e, poi, insegnato. Attualmente vengono utilizzati in un nuovo corso di laurea. Invece, il pannello a mosaico che accoglieva i viaggiatori, all’ingresso di Oxford Street, è stato accuratamente rimosso dal muro in un unico pezzo e trasportato in basso, a livello del tunnel della Northern Line. Durante i lavori di rinnovamento della stazione, i mosaici sono stati sottoposti ad un restauro meticoloso ed oggi, il 95% di essi, è stato finalmente ricollocato in situ.
Art on the Underground ha collaborato con la Whitechapel Gallery per creare una mappa delle opere di Paolozzi visibili a Londra (oltre alla stazione di Tottenham Court Road, si annoverano altri lavori di arte pubblica, come la scultura di Newton di fronte alla British Library e la copertura del pozzo di ventilazione della stazione di Pimlico).
Inoltre, dal 16 febbraio al 14 maggio 2017, la Whitechapel Gallery dedicherà all’artista una grande retrospettiva, che ne celebrerà la lunga carriera ed il percorso irriverente ed innovativo.

 

La Cerimonia delle Chiavi alla Torre di Londra

wp-1481051599538.jpgOgni volta che mi aggiro tra gli scaffali di librerie antiquarie o di seconda mano, ma anche quando mi ritrovo a curiosare tra i titoli di bancarellari e bouquinistes, mi capita spesso di non essere io a scegliere il libro, ma che sia quest’ultimo a scegliere me. Chiamatela legge dell’attrazione, destino, colpo di fortuna, eppure è così.
A meno di una settimana dalla mia visita notturna alla Torre di Londra, mentre rimuginavo sul post da scrivere, ecco che mi capita tra le mani un librino dall’anonima copertina blu, una ristampa del 1932 di The Spell of London, scritto da H. V. Morton e pubblicato da Methuen, casa editrice storica, della quale serbo altri titoli.
Henry Canova Vollam Morton era stato un valente giornalista ai tempi d’oro di Fleet Street, quando le rotative dei quotidiani facevano tremare le strade. Nel 1923, in veste di reporter del Daily Express, riuscì ad assistere in esclusiva all’apertura della tomba di Tutankhamon.
Da quel momento, la sua carriera, anche come scrittore di viaggi, era decollata. Il suo primo libro su Londra, The Heart of London, fu pubblicato nel 1925. Si trattava di un’antologia di articoli apparsi sulle colonne del Daily Express, una formula fortunata, seguita da altre due raccolte. Apparso nel 1926, The Spell of London, fu scritto per fare da pendant al primo libro. Lo stile immediato e sincero di H.V.Morton, non risente affatto dei novant’anni passati nel frattempo. L’occhio acuto del reporter, unito ad un certo gusto per le derive metropolitane, ci restituiscono intatte le sensazioni e gli umori della città, per mezzo di aneddoti agili ed infusi di ironia. “The Keys” è uno di questi brevi capitoli, in cui il protagonista ferma un taxi nell’umida notte londinese, nei pressi di Piccadilly, e domanda all’autista di portarlo alla Torre di Londra. Il tassista, sorpreso, chiede al cliente “Right up to the gate, Sir?”
“Si, fino al cancello.” risponde Morton, aggiungendo di aver avuto il permesso di assistere alla Cerimonia delle Chiavi.
wp-1481051612839.jpgUna settimana fa, in una fredda e buia serata londinese, mi sono trovata anch’io al cancello principale della Torre di Londra. La storica fortezza si profilava come una massa scura e silenziosa, dove il tempo sembrava essersi fermato. Il Ravenmaster ci ha dato il benvenuto e ci ha condotto all’interno del maniero, guidandoci in un tour special, attraverso porte, torrette, spiazzi, mura vetuste e percorsi tortuosi, sul cui acciottolato hanno risuonato i passi di re, regine, condannati a morte, soldati in armatura e anche quelli del primo duca di Wellington, Constable della Torre dal 1826 fino al 1852, anno della sua morte. Fu lui ad ordinare di svuotare il vecchio fossato, pieno di liquami e rifiuti malsani, e di constuirne uno asciutto, quello che ancora oggi circonda le mura, Fu sempre lui a far costruire una caserma, a nord della White Tower, quella dove sono esposti i gioielli della corona. Il Ravenmaster con competenza ed ironia ci ha illustrato i vari punti della torre, svelando segreti e curiosità. Ci ha anche portato a vedere i suoi pupilli, i famosi corvi, che però, a quell’ora, dormivano tranquilli nei loro quartieri speciali. Quando eravamo ormai intirizziti ed incapaci di porre altre domande, siamo stati accompagnati allo Yeoman Warder’s Club. Bisogna essere una Guardia della Torre oppure un invitato per entrare in questa esclusiva clubhouse, decorata da distintivi, targhe ed altre onorificenze. Qui non si può accedere in jeans e scarpe da ginnastica, ma ben vestiti, il che ha, in un certo senso, contribuito al semi-congelamento di noi signore, durante la visita alla Torre. Per fortuna abbiamo potuto rifocillarci con un’ottima cena, un buffet servito sotto archi normanni, in una piccola cella suggestiva, e ci siamo riscaldati con un po’ di vino, prima di rimettere i cappotti e seguire il Ravenmaster fino al Traitor’s Gate, per assistere, finalmente, alla tanto attesa Ceremony of the Keys.
Un evento che si ripete ogni sera, da oltre 700 anni. Alle 21:53, il Chief Yeoman Warder, vestito di un’uniforme rossa, in stile Tudor, incontra la scorta militare, con cui deve assicurare le porte principali della Torre. Un soldato prende la sua lanterna ed la Guardia, ben scortata, si reca a chiudere il cancello esterno. Al suo ritorno, lungo Water Lane, l’uomo viene fermato dalla sentinella, nei pressi della Bloody Tower, ed invitato ad identificarsi:

“Altolà! Chi viene?”
“Le Chiavi”
“Quali Chiavi?”
“Le Chiavi della Regina Elisabetta”.
“Passate pure Chiavi della Regina Elisabetta. Tutto a posto”.

Gli uomini con le Chiavi della Regina marciano su per il pendio, attraverso il varco oscuro della Bloody Tower, fino al corpo di guardia disposto sulla terrazza. In cima alle scale, il Chief Yeoman Warder solleva il suo cappello, esclamando: “Dio preservi la regina Elisabetta!”
Le Chiavi della Regina vengono prese in custodia, mentre risuonano le note di “The Last Post”, che, da tempi immemori, segnala che il posto di guardia finale è stato ispezionato, e la Torre è sicura per la notte.
wp-1481051748251.jpgE così, proprio come H.V Morton (che assistette alla Cerimonia delle Chiavi di Re Giorgio V) una volta uscita nello spiazzo vuoto, antistante la Torre, anch’io mi sono sentita di aver fatto parte di un sogno, effimero e senza tempo.

Se volete assistere solo alla Cerimonia delle Chiavi, i biglietti sono gratuiti, con un costo di transazione di una sterlina per le le prenotazioni online. I biglietti sono disponibili in numero limitato (massimo 4), e solo per prenotazioni individuali, dodici mesi in anticipo (ma sono già esauriti per i prossimi nove). Non c’è una lista d’attesa, bisogna arrivare puntualissimi e non si possono scattare fotografie durante la cerimonia.

 

Glass Therapy: la fiera dei maestri vetrai a Londra

wp-1477559022482.jpgContinuano le mie visite ai palazzi delle gilde di mestiere della City di Londra. Questa volta, è toccato a Glaziers’ Hall, in occasione della seconda edizione della Glaziers’ Art Fair, una mostra sull’arte del vetro, a cui hanno partecipato oltre 50 espositori. La Worshipful Company of  Glaziers and Painters of Glass esiste dal 1328. La Hall originale di questa gilda fu distrutta dal Grande Incendio del 1666 e, dopo quasi due secoli di peregrinazioni, si trasferì nella sede attuale, un edificio regency, costruito nel 1808 sul lato meridionale del London Bridge. La gilda, che è l’unica ad avere una sede a sud del Tamigi, si occupa ancora della  conservazione delle vetrate d’arte e promuove le competenze necessarie per la produzione di vetro colorato o dipinto. Visitando la mostra per puro interesse e piacere personale, ho avuto occasione di conoscere valenti artisti, che mi hanno spiegato il loro lavoro, ed illustrato i loro progetti passati e futuri. In mostra c’erano maestri vetrai affermati, come Adam Aaronson, artefice, assieme a Mary Branson, della scultura in vetro “New Dawn“, che umilmente ci ha mostrato i segreti della sua arte. Le motivazioni per avvicinarsi a quest’arte affascinante, sono molteplici. C’è chi è vetraio da generazioni, e da padre in figlio cambia lo stile, ma non la bravura e la ricerca costante, o chi si è formato, invece, da autodidatta, come Louise Truslow, e realizza bellissimi manufatti riutilizzando e riciclando materiali di scarto. Nathalie Hildegarde Liege, designer e artista di vetrate architettoniche, esegue bellissimi lavori per chiese, ospedali ed edifici privati. Carolyn Barlow, mi ha raccontato di aver avuto una folgorazione durante il proprio percorso artistico, scoprendo, tramite un workshop di un paio di giorni, le potenzialità del colore e la luminosità e trasparenza del vetro. E’ stato l’inizio di una passione fortissima, con cui quest’artista racconta la natura della campagna scozzese, tra vetrate e pezzi di vetro fuso.
La fiera non si incentrava esclusivamente sul vetro, ma c’erano anche maestri ceramisti e artisti specializzati in altri media. Hitomi Sugimoto, dal Giappone, artista ed insegnante di ceramica, insieme ad altri ha ricevuto il supporto della Great Britain Sasakawa Foundation e nelle sue creazioni, delicate ed ironiche, vuol regalare momenti di felicità ed allegria.
Per finire, il pezzo forte, forse, di quest’edizione: il progetto Roots of Knowledge, di Holdman Studios. Si tratta di un’operazione artistica e culturale che ha preso lo spazio di ben dodici anni e che, nel 2018, andrà a collocarsi nella biblioteca della Utah Valley University. Il capolavoro consta di 80 pannelli, che raccontano, mediante 60.000 pezzi tra vetro fuso o dipinto, con inserti di corallo, legno fossile e monete, la storia dell’evoluzione spirituale e culturale del genere umano e del progresso della conoscenza, dalla preistoria ai nostri giorni. Una cappella sistina di vetro, si potrebbe dire, che ha visto la partecipazione di numerosi artisti e in cui, ogni pezzo di vetro, è stato lavorato individualmente, e, per questo, possiede una sua rilevanza estetica e simbolica.

Al di là delle apparenze: Caravaggio e seguaci in mostra a Londra

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Caravaggio: Cattura di Cristo, 1602. The National Gallery of Ireland, Dublin.

Se, nelle prossime settimane, andrete alla National Gallery solo per Caravaggio, resterete delusi. Non bisogna infatti farsi trarre in inganno da una frettolosa occhiata al titolo della mostra di quest’autunno: ‘Beyond Caravaggio’. L’esposizione londinese, tramite opere della collezione, unite a prestiti tutti da musei britannici, con qualche tela proveniente dagli Stati Uniti,  vuole mettere in luce l’eredità caravaggesca e l’effetto che i quadri del maestro ebbero su contemporanei e seguaci.
Le tele di Caravaggio qui sono poche, ma significative, e, come astri brillanti, aiutano a navigare attraverso l’esposizione, indicando i punti salienti del nuovo stile: il chiaroscuro altamente drammatico, l’alternanza del rosso e del nero, il realismo dei soggetti, spesso ritratti dal vero, il taglio della composizione, gli agganci sensuali (nature morte, stoffe, monili…), con cui attrarre lo sguardo dello spettatore fino al centro della storia.
L’arte di Caravaggio suscitò un’impressione immediata. Ne scorgiamo il riverbero sul circolo di pittori e amici che gli gravitavano intorno e che popolavano e dipingevano negli nella Roma del primo Seicento: Francesco ‘Cecco’ Boneri, Giovanni Antonio Galli detto ‘lo Spadarino’, ed Orazio Gentileschi. La figlia di quest’ultimo, Artemisia, durante il processo per stupro intentato ad un altro pittore della cerchia romana, il paesaggista Agostino Tassi, ricorderà la consuetudine con cui il padre e Caravaggio si frequentavano, prestandosi spesso strumenti di bottega. Artemisia Gentileschi berrà il caravaggismo dal calice dell’insegnamento paterno, ma le sue storie saranno più realiste ed impetuose.
Una Roma di contraddizioni trasuda dalle pennellate di questi artisti: una città opulenta, ricca di commissioni importanti, ma anche un tessuto urbano popolato da straccioni, mendicanti, pellegrini dai piedi sporchi, e uomini violenti, dediti al gioco d’azzardo, alle ruberie, al coltello facile, ai bagordi in osteria.

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Giovanni Antonio Galli, detto ‘lo Spadarino’: Cristo mostra le sue ferite, 1625-35. Perth Museum & Art Gallery

E’ in questo mondo di contrasti che si muove Caravaggio, figlio di un’epoca che offre paradisi sensuali ed inferni senza redenzione. Si attraversano le sale della mostra come se si percorressero quei vicoli, dove i musici rallegravano gli avventori di taverne spoglie, punteggiate di tavolacci apparecchiati da forme di pane e coltelli affilati, bicchieri di vino e sudicie carte da gioco. Le vanitas sono fatte di lucernari che illuminano frutti ammaccati, formaggi, strumenti musicali e fiasche svuotate.
Il Paradiso è meno lontano, per quest’umanità dei bassifondi, se Cristo è un giovane popolano, che dischiude il costato, in un bagno di luce bianca, terrena e divina insieme. Il male è triviale, e passa per il bacio accennato di un Giuda gradasso, le lumeggiature fredde di un cimiero, lo sguardo del pittore che si autoritrae, testimone dell’ennesima infamia.
Poi Caravaggio muore, solo, braccato, tormentato e febbricitante, sulle rive di un villaggio di pescatori, e si moltiplicano le imitazioni della sua arte, fino a valicare i confini dell’Italia.

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Georges de La Tour: Il Baro dell’Asso di fiori (dettaglio), 1630-34. Kimbell Art Museum, Forth Worth, Texas

Al nord, i dipinti di francesi e fiamminghi sono meno drammatici, meno sanguigni, più meditativi. Le candele rischiarano le fredde notti, in cui dame e cavalieri barano al gioco, letterati tengono lezioni di filosofia, vecchie serve rugose si fanno strada nell’oscurità. L’esempio del maestro viene assimilato e reinterpretato in chiave meno ispirata, tramutandosi in affascinante esercizio di stile.
La vena si prosciugherà presto, cedendo il passo a nuove scuole e nuovi modelli.
Una mostra da vedere, senza preconcetti e senza aspettative, lasciandosi catturare dai contrasti, immaginandosi viandanti nelle ombre e visioni effimere di un Seicento verace ed emozionale.

Fish Harvest Festival

wp-1476029734405.jpgNel folklore inglese, feste e cerimonie di ringraziamento per il raccolto andato a buon fine, si celebrano fin dai tempi pagani. L’Harvest Festival, divenuto una festa cristiana, si svolge tradizionalmente nella domenica di luna piena più vicina all’equinozio d’autunno. Di solito le celebrazioni, oltre a prevedere inni e preghiere, includono meravigliose composizioni di frutta e cibo. A Londra, nella chiesa di St-Mary-at-Hill, il Festival del Ringraziamento, celebra la raccolta dei frutti del mare ed il lavoro di facchini e pescivendoli del mercato di Billingsgate, che fu al centro del commercio del pesce per secoli. Il mercato, dal 1982, si è trasferito in una struttura più moderna e funzionale, ad Isle of Dogs, vicino Canary Wharf, mentre la vecchia sede è stata trasformata in un centro per conferenze, mostre e congressi. Ogni anno, però, la seconda domenica di ottobre, i facchini ed i pescivendoli tornano a St-Mary-at-Hill per celebrare il tradizionale “Harvest of the Sea”. E’ uno spettacolo unico: l’atrio della bella chiesa, progettata da Sir Christopher Wren, viene decorato con reti da pesca, conchiglie ed un quantitativo spettacolare di pesci e frutti di mare, freschissimi e sistemati ad arte su un letto di ghiaccio. La composizione resta in mostra per tutta la durata del servizio, in cui alle preghiere della congregazione, si mescolano poesie, musiche tradizionali dedicate alla pesca, ed effluvi di salsedine. Alla fine della festa, il pesce viene raccolto e donato al Queen Victoria Seamen Rest, un’istituzione benefica che offre alloggio ad ex marinai mercantili, membri della Royal Navy e uomini senza fissa dimora di diversa estrazione sociale.