Martin Lutero e i 500 anni della Riforma protestante

Martin-LutherIl 2017 segna i 500 anni da un gesto che rappresentò l’inizio della Riforma in Europa, segnata da duri anni di conflitto tra le fazioni cattoliche e protestanti.
Il XVI secolo fu un momento di grande fermento intellettuale durante il quale, grazie all’umanesimo e all’invenzione della stampa, in Europa vi fu una grande produzione e diffusione di testi, sia in latino che in volgare. Questo permise con facilità la trasmissione del sapere e delle idee, specialmente tra le nuove classi medie.  Il 31 ottobre 1517, il monaco tedesco Martin Lutero, professore di teologia, affisse 95 tesi in latino sul portale della chiesa del castello di Wittenberg, con l’invito a discutere pubblicamente il valore e l’utilità delle pene e delle indulgenze. Nella città universitaria dove Lutero insegnava, le porte delle chiese erano considerate alla stregua di una bacheca, dove studenti e professori affiggevano annunci in vista di una pubblica assemblea. Quella che, per il monaco agostiniano, era semplice prassi accademica, finì invece per tramutarsi in un gesto rivoluzionario, di rottura. Infatti, alcune delle tesi, sfidavano apertamente la dottrina ed il potere della Chiesa cattolica romana, criticando la vendita delle indulgenze ed il ruolo del Papa, mentre altre, ponevano l’accento sul rapporto tra i fedeli e Dio.
Lutero aveva intuito il potere della stampa, un’invenzione relativamente nuova. Con i suoi opuscoli, seppe diffondere una nuova interpretazione del cristianesimo e creare un movimento per chiedere riforme.
Inoltre, i testi erano scritti in tedesco volgare, invece che in latino, così erano accessibili alle masse e trovarono molti aderenti, anche fuori dalla Germania. Tuttavia, la speranza iniziale di Lutero di poter vedere riformata la Chiesa romana, svanì in fretta, e così la rottura con il Papa fu definitiva. Lutero, volle che le Scritture fossero a disposizione di tutte le persone in una lingua che potessero comprendere e propose una Bibbia in volgare, modellata sul testo greco che era stato pubblicato da Erasmo da Rotterdam.
William_TyndaleIspirato a queste nuove idee, il sacerdote e studioso inglese William Tyndale decise di tradurre il Nuovo Testamento in volgare. Tyndale aveva studiato ad Oxford e Cambridge ed era molto versato nelle lingue. Infatti, parlava correntemente francese, italiano, tedesco, spagnolo, ma anche le lingue morte come greco e latino, nonché l’ebraico. Per Tyndale era molto importante la fede personale, cioè  il rapporto tra il fedele e Dio non mediato dalla Chiesa. E per questo, era fondamentale che la Bibbia fosse tradotta in una lingua accessibile a tutti. Ovviamente, questo era proibito, sia dalla diocesi che dalla Corona inglese, poiché tutti i testi ecclesiastici, e, specialmente la Bibbia, dovevano essere rigorosamente in latino. Infatti, l’arcivescovo di Londra, si rifiutò di autorizzare ufficialmente Tyndale a procedere con la traduzione. Allora lo studioso si trasferì in Germania e, dopo molte vicissitudini, nel 1526, pubblicò a Worms la prima traduzione in inglese del Nuovo Testamento. Il libro fu stampato in tremila esemplari ed introdotto in Inghilterra di contrabbando. L’arcivescovo di Londra, però, riuscì ad intercettare le copie, e ne fece pubblico falò davanti alla Cattedrale di St. Paul.
Fortunatamente, tre stampe di questo piccolo volume, sono sopravvissute fino a noi.
A causa del suo gesto rivoluzionario, Tyndale fu accusato di eresia e pagò con la vita, finendo sul rogo nel 1535. Il suo lavoro ebbe una grande influenza sugli altri riformatori e traduttori biblici, che ne adottarono lessico, locuzioni e stile.
Per celebrare i 500 anni della Riforma protestante, questa settimana, St Paul’s Cathedral ha esposto la sua copia della bibbia di Tyndale, il libro più pericoloso dell’Inghilterra Tudor. Sono andata a vederla in occasione dell’ottima conferenza tenutasi martedì scorso all’interno della cattedrale, con il giornalista della BBC Melvyn Bragg e la teologa Jane Williams.
Bibbia di Tyndale
Questo fine settimana, invece, ci saranno ancora due aperture serali straordinarie, per ammirare il libro, ascoltare musica e partecipare a colloqui ed attività.
Inoltre, due piccole mostre, rispettivamente al British Museum e alla National Portrait Gallery, raccontano per immagini la portata dirompente delle tesi di Lutero e della Riforma in Inghilterra, tramite stampe, incisioni e dipinti.

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A Londra, una delle migliori collezioni di antichità egizie

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Quando si pensa all’arte egizia, a Londra, inevitabilmente viene in mente la collezione del British Museum, con la celebre Stele di Rosetta, il gigantesco busto di Ramesse II (trasportato da Giovanni Battista Belzoni in riva al Nilo e poi spedito in Inghilterra per conto del console generale Henry Salt), le mummie e gli affreschi della tomba di Nebamon.
Non molti sanno, però, dell’esistenza di un piccolo, ma ricchissimo museo egizio, nel cuore dell’University College London (UCL).
Da poco più di un secolo, il Petrie Museum of Egyptian Archaeology, è il luogo “segreto” dove recarsi per avere un incontro ravvicinato e, in un certo senso, più intimo e profondo, con la cultura egizia.
Nato dal lascito della scrittrice ed egittologa Amelia Edwards, fautrice della conservazione dei beni egiziani e fondatrice dell’Egypt Exploration Fund (oggi Egypt Exploration Society), il nucleo iniziale del museo si andò arricchendo grazie al contributo di William Matthew Flinders Petrie, fondatore della British School of Archaeology in Egypt.
Petrie aveva una passione incommensurabile per l’archeologia e, pur non avendo mai frequentato l’università, fatta eccezione per un corso part time in algebra, divenne il primo insegnante della cattedra di Archeologia e Filologia Egizia alla UCL.
Dal 1880, anno del suo primo viaggio in Egitto, Petrie aveva passato svariate decadi a scavare i principali siti archeologici, come ad esempio Abydos e Amarna, la città di Akhenaton (il faraone eretico) e di Tutankhamon.
Tra i locali, alcuni di loro divenuti scavatori professionisti e preziosi collaboratori, Petrie era conosciuto con il soprannome di “Father of Pots”, perché aveva stabilito un sistema cronologico, basato sugli stili ceramici. Dopo oltre un centinaio di anni di scavi rudimentali, razzie di avventurieri, commerci e acquisti più o meno leciti, finalmente si era giunti ad operato scientifico e responsabile, che includeva la catalogazione sistematica dei reperti e la registrazione dei cantieri.
La metodologia di Petrie veniva trasmessa via via agli studenti che lo seguivano nelle spedizioni archeologiche, tra cui anche T. E. Lawrence (Lawrence d’Arabia). Gli studenti contribuirono anche all’espandersi della collezione, ospitata finalmente in un nuovo museo universitario, inaugurato a UCL nel 1915, nell’ala del dipartimento di Egittologia. Il museo era nato inizialmente solo per servire alle esigenze di studio ed insegnamento di accademici e professori. Sopravvissuto ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, che distrussero gran parte del dipartimento, i tesori del Petrie Museum furono tenuti in deposito fino al 1949, per poi essere alloggiati in alcuni locali temporanei… Quelli che li ospitano tutt’ora!
Il visitatore, però, non deve lasciarsi ingannare dalle apparenze modeste.
Il Petrie Museum, infatti, ospita ben 80.600 oggetti, che vanno dalla preistoria all’era dei Faraoni, dall’Egitto Tolemaico a quello Romano e Copto, dal Delta del Nilo al Sudan.
Il museo è gratuito ed aperto al pubblico. I reperti che non sono esposti (e sono solo un decimo della collezione) possono essere richiesti in visione su appuntamento, e non occorre essere studiosi o luminari egittologi.
Tutto il resto è arrangiato, oserei dire, stipato, in teche di vetro, spesso munite di cassetti apribili, che nascondono tesori. Non c’è angolo o superficie del museo che non sia stato sfruttato a dovere, ci sono addirittura vetrine disposte lungo la scala che porta all’uscita di sicurezza.
Tra le attrazioni principali, si annoverano i manufatti provenienti da Amarna, tra cui il ritratto su lastra di calcare della regina Nefertiti, un rarissimo papiro medico (forse il più antico trattato di ginecologia, scoperto nel 1889), tantissime figurine di gatti (collezione Langton), e begli esempi di ritrattistica funeraria di epoca romana, provenienti da Hawara. Inoltre, più di tremila perline di vetro, ceramica, osso, madreperla, oro e materiali semi preziosi (importati da India, Afganistan e Turchia), arrangiate, assieme ad amuleti e conchiglie, a formare ornamenti vari, come bracciali, cavigliere, diademi, conchiglie ed amuleti. Questi monili venivano portati da donne, uomini e fanciulli, anche cuciti sulle vesti e intessuti tra i capelli, e, assieme ai vividi colori delle suppellettili e dei lacerti di pittura, ci restituiscono un’immagine vibrante dell’identità sociale e dell’artigianato dell’Antico Egitto.
Il Petrie Museum è stato uno dei primissimi a digitalizzare la sua collezione ed ha anche sviluppato dei modelli in 3D che possono essere esplorati in virtuale, senza bisogno di rimuovere gli oggetti dalle teche. Esiste anche una app gratuita per iPad 2/3 e iPad mini, dal titolo: Tour of the Nile.

Tesori sommersi dell’Antico Egitto in mostra a Londra

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Dopo essere stata presentata a Parigi, una mostra di tesori egizi, alcuni dei quali mai visti prima, approda al British Museum di Londra.
Sunken Cities” cerca di ricostruire la storia di due città sommerse, conosciute, fino al loro recente rinvenimento, solo attraverso gli scritti dell’antichità classica. Canopo e Thonis-Heracleion, sito dal doppio nome, egizio e greco, furono sommerse nell’VIII secolo d.C., in seguito a varie calamità naturali, tra cui un terremoto e dei maremoti.
Gli scavi archaeologici, alla ricerca di un mondo che si credeva perduto, sono stati coordinati da Franck Goddio, un archeologo francese, fondatore capo dell’Istituto Europeo per l’Archeologia Subacquea di Parigi, in collaborazione con i colleghi dell’Università di Oxford, e, ovviamente, in accordo con le autorità egiziane.
Il sito archeologico, da cui gli oggetti in mostra sono stati recuperati, si estende per una superficie di circa 110 km quadrati, e si trova nella baia di Abukir, nei pressi di Alessandria d’Egitto.
Fondata intorno all’VIII secolo a.C., Thonis-Heracleion era una città molto prospera, con una fitta rete di canali ed un porto estremamente importante, da cui transitavano tutte le navi mercantili dei paesi del Mediterraneo che commerciavano con l’Egitto.
Si era pensato, inizialmente, che Thonis-Heracleion fosse una città (o, addirittura due) leggendaria. Lo storico greco Erodoto, nel V secolo a.C., infatti,  l’aveva menzionata in occasione della visita di Elena e del suo amante Paride, prima della guerra di Troia.
Si sa dagli scritti antichi, che Thonis-Heracleion era famosa per un enorme tempio, ed anche per dei santuari, dedicati a Osiride ed altri dei, che erano note mete di pellegrinaggio.
Anche la città di Canopo, che forse derivava il nome dal leggendario timoniere di Menelao, morso da un serpente sulla spiaggia di Thonis, è menzionata da fonti classiche, tra cui un poema del poeta Nicandro, vissuto nel II secolo a.C.
Tra i vari reperti recuperati dai fondali, figura una lampada ad olio, usata durante le cerimonie in onore di Osiris, mentre, tra i manufatti rituali trovati intorno a un punto del tempio e lungo un canale di oltre the chilometri, che collegava Thonis-Heracleion e Canopo, sono stati scoperti anche resti di sacrifici animali. Inoltre, il rinvenimento di centinaia di ancore e di una sessantina di relitti di barche, tra cui una di tipo cerimoniale, risalenti ad un periodo che va dal VI al II secolo a.C., ha confermato l’intensità delle attività maritime dei due antichi centri.
La mostra londinese si avvale di numerosi prestiti dal museo di Alessandria d’Egitto, oltre ad oggetti delle collezioni del British Museum, che aiutano a capire meglio la storia delle città sommerse, specialmente nell’ambito più ampio dei traffici e degli scambi culturali tra Grecia ed Egitto. La scenografia e l’allestimento dello spazio espositivo, avvolgono il visitatore in un’ambiente azzurrino, che tenta di ricreare, attraverso luci e suoni, le profondità marine da cui provengono alcuni dei tesori in mostra.
Questi ultimi, sono indicati da un apposito simbolo grafico e, spesso, affiancati da un breve video del loro ritrovamento. Tra i tesori riaffiorati dalle acque, e pazientemente ripuliti da sali, alghe ed incrostazioni, si possono ammirare una statua colossale della divinità fluviale Hapy, una stele con l’editto del faraone Nectanebo I (gemella di quella scoperta a Naukratis nel 1899), e la statua senza testa di Arsinoe II – figlia maggiore di Tolomeo I – divinizzata dopo la sua morte e venerata sia in Egitto che in Grecia.

Al British Museum, gli acquerelli italiani di Francis Towne

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Francis Towne, “The Roman Forum” (1780), Nn,3.15. Credit: The Trustees of The British Museum

‘Grazie per il tuo voto alle elezioni degli associati e per l’amicizia che mi hai dimostrato, ma tu mi chiami un maestro di disegno di provincia! … Non ho mai avuto intenzione di vivere la mia vita, se non professandomi un Pittore di Paesaggio.’
Con queste parole, nel 1803, l’artista inglese Francis Towne si rivolgeva al suo amico Ozias Humphry, dopo aver invano richiesto, alla Royal Academy, di aprirgli le porte come membro associato. Nel 1805, il pittore, ormai sessantaseienne, decideva di allestire una personale in una galleria londinese, nei pressi di Grosvenor Square. Tra le varie opere, figuravano quelle che Towne stesso considerata fondamentali nella sua carriera di paesaggista: gli acquerelli dipinti durante il Grand Tour del 1780-81. Alla sua morte, nel 1816, tutti i disegni e gli acquerelli furono donati, per sua espressa volontà, al British Museum. Ma gli evocativi paesaggi italiani, gli scorci di Roma e della campagna laziale, i panorami inglesi, caddero presto nel dimenticatoio. Dopo l’eccitante espressività di Turner, ai critici vittoriani piacevano di più quegli acquerelli di paesaggio che fossero colorati e drammatici. I vedutisti e ‘topografi’ del XVIII secolo, apparivano loro monotoni e spenti. Fu solo grazie allo studioso Paul Oppé, e ad un suo articolo su Francis Towne, apparso nel 1920, che l’artista, con il suo uso magistrale di tinte profonde, dal bruno, al viola, al marrone brillante, fu improvvisamente riscoperto e rivalutato. Ora, nel bicentenario della morte, una bella mostra gratuita, al British Museum, celebra l’abilità e sensibilità di questo artista, esponendo la serie completa dei suoi acquerelli italiani, che riassumono, con eleganza, il gusto e l’interesse per i viaggi di istruzione. Formatosi a Londra, Towne, nel 1763 si trasferisce ad Exeter, dove si guadagna da vivere insegnando disegno a ricchi e nobili dilettanti. Dopo un breve viaggio in Galles, nel 1777, si specializza in acquerello e, nel 1780, intraprende il Grand Tour, con destinazione Roma. Il soggiorno si rivela altamente produttivo. Towne passa anche un mese a Napoli, nel 1781, assieme al pittore Thomas Jones. Nonostante una febbrile attività, che lo vede lavorare al fianco di altri artisti viaggiatori, come John ‘Warwick’ Smith, e il suo vecchio amico di Londra, William Pars, per Francis Towne il percorso sembra più importante della destinazione. Si sofferma a ritrarre la campagna romana, registrando abilmente rami e fronde, boschi e radici aggrovigliate, fino agli alti pini di Roma, che si stagliano dietro muri screpolati. E poi, naturalmente, c’è Roma, una città sospesa nel tempo, sconosciuta al turismo di massa, con le rovine imponenti del Colosseo, del Foro o delle Terme di Caracalla, testimoni mute e quasi deserte, del disfacimento di un grande Impero, popolate solo da erbacce, un carretto, una tenda, o qualche sparuta figura, profilate contro un cielo quasi piatto. Il viaggio di istruzione è un impegno creativo. A Roma Towne tenne un diario meticoloso, oggi perduto, che trova un’eco nelle iscrizioni, spesso prolisse, aggiunte sul retro dei suoi disegni. A differenza di altri artisti, Towne, pur scoprendo idee compositive, acquistando una monumentalità alla Piranesi, e scambiando esperienze con altri pittori, mal sopporta il soggiorno italiano e decide di tornare in Inghilterra. Qui cercherà di incorporare l’esperienza romana, nella realizzazione dei paesaggi successivi, anche se le committenze, via via, andranno scemando, e, per il resto della sua vita, dovrà inseguire invano il riconoscimento della Royal Academy, e sempre lottare per rivendicare il suo status di artista serio. Nati come studi ed esercizi, gli schizzi italiani sono oggi il suo testamento.

 

Napoleone e gli Inglesi, in mostra a Londra

IMG_1114Nell’ambito delle celebrazioni per il bicentenario della Battaglia di Waterloo, che vide la sconfitta di Napoleone e la fine di un ventennio di guerre e conquiste, una mostra gratuita, al British Museum, concentra l’attenzione sul modo in cui Napoleone era visto in Gran Bretagna. Le opere si situano cronologicamente tra l’ascesa di Bonaparte come generale dell’esercito francese, nel 1790, e la sua morte, in esilio, sull’isola atlantica di Sant’Elena, nel 1821. Tra il 1797 ed il 1815, il clima politico della Gran Bretagna, con le tasse, il fallimento delle negoziazioni con  la Francia e il rinnovarsi delle ostilità (dal 1803), si rivelò assolutamente favorevole allo sviluppo e alla diffusione della caricatura, mentre al Paese restava un’unica opzione: quella di combattere il nemico fino alla fine, e con ogni mezzo. Il lato interessante dell’epoca napoleonica, risiede probabilmente nel fatto che la forza straordinaria di un solo uomo riunì i destini di tutte le nazioni europee, in una maniera mai esperimentata prima. Le opere esposte, provengono per la maggior parte dalle collezioni del British Museum, ma sono completate da importanti e generosi prestiti, come l’anello e il ritratto provenienti dalla casa-museo di Sir John Soane, gli stendardi francesi catturati a Waterloo, e di norma conservati ad Apsley House, e alcuni pezzi provenienti da collezionisti privati. Tra questi, il busto bronzeo dell’imperatore, realizzato da Antonio Canova.

10947443_10204965379588522_5729936310396433224_oIl ‘Napoleone di Notting Hill, che apre la mostra londinese, dal 1818 si trovava nel parco di Holland House, a Kensington. Sulla base, Lord e Lady Holland avevano fatto inscrivere una frase dall’Odissea di Omero, che si riferiva ad Ulisse, naufragato sull’isola greca di Ogigia, e che rimandava all’eroe esiliato nell’Atlantico (Lasso! che da’ suoi lontano Giorni conduce di rammarco in quella Isola, che del mar giace nel cuore…). Napoleone fu raffigurato nelle caricature del periodo più di ogni altro, superando persino i suoi illustri oppositori, come re Giorgio III e il duca di Wellington. Ecco allora personalità del calibro di James Gillray, William Rowlandson e George Cruikshank, dare vita ad uno stile caricaturale immediato, potente ed espressivo, in cui Bonaparte finisce per rappresentare la Francia stessa, mentre il fisico minuto e magro del generale corso ben si presta al contrasto ridicolo con la corporatura robusta del monarca Giorgio III e, ancor di più, del mitico John Bull, personificazione dell’Inghilterra. I francesi, additati spesso come ‘frogs’, sono rappresentati in una bella caricatura del 1799, dove il coccodrillo corso scioglie il consiglio delle rane, nel famoso colpo di Stato del 18 brumaio (9 novembre). Napoleone, per quello che lo concerneva direttamente, considerava la caricatura dal punto di vista politico, come un mezzo per influenzare l’opinione pubblica. Egli stesso suggeri dei soggetti per  delle caricature al suo ministro della polizia, come testimonia una lettera inviata dall’Imperatore a M. Fouchet il 30 maggio 1805. Da questa missiva, si evince che Napoleone intendeva colpire gli Inglesi ed influenzare i Francesi per mezzo della stampa, ravvivando cosi le ostilità. Tra tutte le caricature prodotte nei vari paesi europei, quelle inglesi sono le piu famose.
crocodileGli artisti britannici conoscevano i gusti dei contemporanei e i loro disegni contengono ancora oggi un alto valore storico. Tra la fine del XVIII secolo e la metà del XIX, le caricature venivano prodotte su un foglio di formato oblungo, con un disegno in bianco e nero, a volte colorato a mano, raramente abbellito con la tecnica dell’acquatinta o della mezzatinta. I disegni venivano acquistati da individui di tutte le classi sociali, per il prezzo di uno scellino o di sei pence. Quando venivano esposte nelle vetrine dei più noti editori (Fores a Piccadilly, Humphrey a St James o Tegg a Cheapside), le caricature attraevano enormi folle, che spesso bloccavano i marciapiedi ed interferivano seriamente con il traffico. La stella della mostra al British Museum, è, senza dubbio, James Gillray, che raffigurò Bonaparte come nessun altro e che introdusse il soprannome di “Little Boney”, con il quale Napoleone divenne conosciuto fino alla sua morte (in realtà, Bonaparte era alto un metro e sessantotto, un’altezza media per l’epoca). La caricatura era solo una delle tante forme in cui Bonaparte venne raffigurato e deriso in Gran Bretagna. Larghissima fu la diffusione di banconote di imitazione, carte fa gioco, cartine per il tabacco, bastoni da passeggio, giocattoli, tazze, brocche e persino vasi da notte! Dopo la famosa sconfitta di Waterloo, nel giugno 1815, il cui campo di battaglia, disseminato di cadaveri, ci viene mostrato nei rari acquerelli di John Heaviside Clark, Napoleone fu esiliato a Sant’Elena. Mentre era detenuto a bordo della HMS Bellerophon, migliaia di inglesi si spinsero fino a Plymouth, per vederlo. Tra loro c’era il pittore Charles Eastlake, che ritrasse Napoleone sul ponte della nave, in posa serena e contemplativa. Paradossalmente, se da un lato il 1815 vide dilagare il trionfalismo, dall’altro si moltiplicarono i sostenitori dell’imperatore decaduto. Del resto, Bonaparte aveva da sempre comandato l’ammirazione dei suoi nemici ed alcune stampe riflettono proprio questa visione ambigua. La mostra si chiude con il calco della maschera funeraria, nella versione del medico Antommarchi, ed altri cimeli interessanti, collezionati dai piu strenui ammiratori inglesi, tra cui Lord Byron e Sir John Soane.

Al British Museum di Londra per “Notte al Museo 3”

night at the museum

In questi giorni, nelle sale italiane, si proietta il terzo capitolo della popolarissima saga “Notte al Museo”, in cui Larry Daley, interpretato da Ben Stiller, è il guardiano avventuroso, che, per permettere alla magia notturna di continuare a fluire e dar vita ai tanti personaggi del Museo, si reca in missione oltreoceano, approdando al British Museum. Per realizzare il film, inizialmente la troupe ha lavorato nel museo londinese per tre notti. Il resto delle scene sono state girate in Canada, in un set appositamente costruito a Vancouver. A parte gli oggetti della collezione, e le maniglie di ottone, che distinguono l’istituzione londinese, il layout e lo stile del museo sono stati quasi del tutto sovvertiti, in modo da mantenere l’estetica delle pellicole precedenti. Così, solo la sala del Partenone e la Great Court corrispondono alla realtà. I film makers hanno trascorso parecchio tempo a fare scansioni 3D di oggetti della collezione del British Musuem, che hanno in seguito ricolorato e ridimensionato, per farli risaltare sul grande schermo.

Ovviamente, ci sono differenze significative tra il museo vero e quello del film. Per esempio, dal 1899 non ci sono più scheletri di dinosauri, perché le collezioni furono trasferite al Museo di Storia Naturale di South Kensington. Tuttavia, nella sala dedicata all’Illuminismo, il British Museum conserva ancora un teschio di Ictiosauro, raccolto dalla celebre paleontologa Mary Anning.
Gli elefanti Kakiemon, che, nel film, scorrazzano nella Great Court, sono stati ingigantiti. Li potete ritrovare nei loro più rassicuranti 35 centimetri di altezza, nella sala 33 del celebre museo londinese. Nella stessa sala, sono custoditi anche gli uccelli dorati, i Garuda della fede induista, che nel film aiutano i protagonisti a combattere il mostro a nove teste Xiangliu.
Non si può esplorare la tomba di Ankhmenrah, tuttavia, il museo è famoso per la cospicua collezione egizia, che include molti sarcofagi e centinaia di mummie.
Nel film compaiono elementi di pura finzione, come il demone serpente, un corridoio medievale e nientemeno che il mitico Sir Lancillotto!
Ma questo è il bello del cinema, che permette di dare vita a sogni e leggende. Il bello dei musei, invece, è che gli oggetti ci fanno rivivere un passato lontano e ci fanno conoscere civiltà ed esperienze lontane.

Se vi recate a Londra, scaricate l’applicazione gratuita basata sul film per aiutarvi a esplorare il British Museum, potrete anche partecipare ad un concorso per vincere una vera notte al museo!

Canada House

canadahouseAgli inizi del XIX secolo, il gusto per il Neoclassicismo e, soprattutto, l’apprezzamento per l’architettura della Grecia antica, diede vita nel Regno Unito al cosiddetto Greek Revival. Uno dei leader del movimento fu Robert Smirke, architetto inglese, celebre per l’uso innovativo del cemento e della ghisa e per aver disegnato, tra i vari edifici londinesi, l’imponente facciata del British Museum. In occasione dell’annuale Open House London, evento che, nello spazio di un fine settimana, apre gratuitamente al pubblico un migliaio di edifici, alcuni difficilmente visitabili, abbiamo esplorato un’altra celebre creazione di Smirke: Canada House.
L’edificio, che si affaccia su Trafalgar Square, fu realizzato tra il 1824 ed il 1827. Originariamente, ospitava il Royal College of Physicians e The Union Club, uno dei primi circoli per gentiluomini, fondato nel 1805, e di cui fecero parte il Duca di Wellington e Charles Dickens. Oggi, il doppio edificio ospita gli uffici dell’Alta Commissione per il Canada, insediatisi qui a partire dal 1925.
Gli interni neoclassici di Canada House sono sobri ed opulenti allo stesso tempo. Alle decorazioni originali, furono aggiunti nel tempo alcuni dettagli, come le foglie dorate di acero (simbolo del Canada). La bella scala conduce a quella che in origine era la stanza utilizzata dai membri dell’Union Club per il gioco d’azzardo. Il simbolo del club è ancora visibile sul caminetto. La stanza, è riccamente decorata da specchi e stucchi dorati sul soffitto, da cui pende anche un magnifico lampadario di cristallo. L’arredamento è completato da mobili antichi, un dipinto raffigurante re Giorgio III e un tappeto di imponenti dimensioni. Incomparabile, poi, la vista su Trafalgar Square.
Dal piano terra, invece, si raggiungono i locali del Royal College of Physicians, ottenuti dall’Alta Commissione nel 1963, per espandere i suoi uffici sul lato ovest di Trafalgar Square. L’unione dei due blocchi ha permesso la creazione di una vasta sala per conferenze ed eventi, con il conseguente spostamento di uno dei caminetti dell’Union Club nell’ala originariamente occupata dal RCP.
Canada House è un edificio di rappresentanza, utilizzato per eventi speciali, convegni, ricevimenti, conferenze e pranzi. La Canada House Gallery mette in scena mostre di arte contemporanea e così, alla fine della visita, abbiamo potuto ammirare una piacevole rassegna di opere realizzate da artisti inuit.