Al British Museum, gli acquerelli italiani di Francis Towne

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Francis Towne, “The Roman Forum” (1780), Nn,3.15. Credit: The Trustees of The British Museum

‘Grazie per il tuo voto alle elezioni degli associati e per l’amicizia che mi hai dimostrato, ma tu mi chiami un maestro di disegno di provincia! … Non ho mai avuto intenzione di vivere la mia vita, se non professandomi un Pittore di Paesaggio.’
Con queste parole, nel 1803, l’artista inglese Francis Towne si rivolgeva al suo amico Ozias Humphry, dopo aver invano richiesto, alla Royal Academy, di aprirgli le porte come membro associato. Nel 1805, il pittore, ormai sessantaseienne, decideva di allestire una personale in una galleria londinese, nei pressi di Grosvenor Square. Tra le varie opere, figuravano quelle che Towne stesso considerata fondamentali nella sua carriera di paesaggista: gli acquerelli dipinti durante il Grand Tour del 1780-81. Alla sua morte, nel 1816, tutti i disegni e gli acquerelli furono donati, per sua espressa volontà, al British Museum. Ma gli evocativi paesaggi italiani, gli scorci di Roma e della campagna laziale, i panorami inglesi, caddero presto nel dimenticatoio. Dopo l’eccitante espressività di Turner, ai critici vittoriani piacevano di più quegli acquerelli di paesaggio che fossero colorati e drammatici. I vedutisti e ‘topografi’ del XVIII secolo, apparivano loro monotoni e spenti. Fu solo grazie allo studioso Paul Oppé, e ad un suo articolo su Francis Towne, apparso nel 1920, che l’artista, con il suo uso magistrale di tinte profonde, dal bruno, al viola, al marrone brillante, fu improvvisamente riscoperto e rivalutato. Ora, nel bicentenario della morte, una bella mostra gratuita, al British Museum, celebra l’abilità e sensibilità di questo artista, esponendo la serie completa dei suoi acquerelli italiani, che riassumono, con eleganza, il gusto e l’interesse per i viaggi di istruzione. Formatosi a Londra, Towne, nel 1763 si trasferisce ad Exeter, dove si guadagna da vivere insegnando disegno a ricchi e nobili dilettanti. Dopo un breve viaggio in Galles, nel 1777, si specializza in acquerello e, nel 1780, intraprende il Grand Tour, con destinazione Roma. Il soggiorno si rivela altamente produttivo. Towne passa anche un mese a Napoli, nel 1781, assieme al pittore Thomas Jones. Nonostante una febbrile attività, che lo vede lavorare al fianco di altri artisti viaggiatori, come John ‘Warwick’ Smith, e il suo vecchio amico di Londra, William Pars, per Francis Towne il percorso sembra più importante della destinazione. Si sofferma a ritrarre la campagna romana, registrando abilmente rami e fronde, boschi e radici aggrovigliate, fino agli alti pini di Roma, che si stagliano dietro muri screpolati. E poi, naturalmente, c’è Roma, una città sospesa nel tempo, sconosciuta al turismo di massa, con le rovine imponenti del Colosseo, del Foro o delle Terme di Caracalla, testimoni mute e quasi deserte, del disfacimento di un grande Impero, popolate solo da erbacce, un carretto, una tenda, o qualche sparuta figura, profilate contro un cielo quasi piatto. Il viaggio di istruzione è un impegno creativo. A Roma Towne tenne un diario meticoloso, oggi perduto, che trova un’eco nelle iscrizioni, spesso prolisse, aggiunte sul retro dei suoi disegni. A differenza di altri artisti, Towne, pur scoprendo idee compositive, acquistando una monumentalità alla Piranesi, e scambiando esperienze con altri pittori, mal sopporta il soggiorno italiano e decide di tornare in Inghilterra. Qui cercherà di incorporare l’esperienza romana, nella realizzazione dei paesaggi successivi, anche se le committenze, via via, andranno scemando, e, per il resto della sua vita, dovrà inseguire invano il riconoscimento della Royal Academy, e sempre lottare per rivendicare il suo status di artista serio. Nati come studi ed esercizi, gli schizzi italiani sono oggi il suo testamento.

 

Il segreto della luce

J. M. W. Turner_Keelmen Heaving in Coals by Moonlight

J. M. W. Turner - Keelmen Heaving in Coals by Moonlight (1835)
© Board of Trustees, National Gallery of Art, Washington, D.C. Widener Collection 1942.9.86

L’accesso informatizzato ad archivi e immagini facilita immensamente le ricerche di studiosi e appassionati d’arte. Sebbene internet non possa di fatto sostituirsi all’esperienza de visu con l’opera o il documento originali, tuttavia ne costituisce un preludio efficiente. Andando indietro di oltre due secoli, all’artista, letterato o gentiluomo che potesse permetterselo, rimaneva la scelta di imbarcarsi in un viaggio di istruzione, che lo avrebbe tenuto lontano dei mesi. Si trattava di quel Grand Tour che, dalle brume del nord Europa, conduceva per mare e per terra alla Francia, alla Germania, alla Svizzera e, valicate le Alpi, alla meta finale: l’Italia. Gli artisti riempivano taccuini con studi e schizzi di paesaggi e rovine, che avrebbero poi utilizzato per progetti ambiziosi, una volta tornati in patria; e, mentre i letterati spargevano fiumi di inchiostro, vergando qua e là resoconti ed impressioni di quello che sperimentavano lungo il cammino, i nobili, tra un vaso etrusco e un capitello romano, elargivano denaro per portarsi a casa voluminosi souvenir del loro soggiorno istruttivo, dalle antichità, alle tele di pittori di grido, ai micromosaici. Tra i maestri del passato, il secentesco Claude Lorrain veniva additato a modello, per la resa del paesaggio nostalgica e grandiosa, classica e pittoresca assieme, con quel sole basso sempre al centro della composizione, a diffondere bagliori mattutini o calde note crepuscolari. Però, non sempre era possibile viaggiare, e, per un giovane pittore ambizioso e dotato, restavano le stampe e i disegni distribuiti nelle accademie o le collezioni private, celate in palazzi e dimore nobiliari, accessibili solo tramite mecenatismo, conoscenze o valide raccomandazioni. Quando William Turner, giovanissimo, entrò alla Royal Academy of Arts, i suoi maestri gli suggerirono, tra le altre cose, di studiarsi Claude. E lui lo fece, anche molto bene, sebbene non avesse ancora avuto modo di viaggiare e visitare l’Italia, a causa delle guerre napoleoniche. Per fortuna, le opere del maestro circolavano ampiamente, grazie a collezionisti che seppero trarre vantaggio dal caos della Rivoluzione Francese. Quel sole basso delle tele di Lorrain era per Turner uno spunto irresistibile, e, copiare un paesaggio classicheggiante, epurandolo dalle figure mitologiche, sembrava funzionare altrettanto bene. Tuttavia, là dove il lavoro del maestro appare rifinito, pulito, serenamente arcadico, qui la pittura dell’allievo si fa via via più febbrile, pastosa, sperimentale. La natura perde la serenità classica, per velarsi dei fumi del progresso industriale, mentre il paesaggio trasuda tutti gli umori, l’incostanza e i vapori del clima britannico. Quando Turner riesce a compiere il suo primo viaggio al di là della Manica, per andare in Francia, è alla soglia dei trent’anni. Va al Louvre a studiare Poussin e Tiziano. Raggiungerà l’Italia solo più tardi, quarantaquattrenne. Qui, l’artista catturerà con immediatezza e mano febbrile, in una miriade di schizzi e di acquerelli, il mutare della luce e delle cose, a volte da uno stesso punto di vista. Tutti questi studi, così vivaci e attuali, gli serviranno poi per le opere di grandi dimensioni, quelle a olio, in cui Venezia è ancora la città dei fasti e del mito, e la campagna di Roma, scenario di glorie passate, costellato da imponenti rovine. Turner non può più restare immune agli effetti della luce del sud; tornato in patria, si allontana completamente dal pittoresco, fino a sacrificare la materia, che si disgrega in un sublime di nubi, acqua e aria.

La mostra “Turner Inspired in the Light of Claude” è alla National Gallery, fino al 5 giugno 2012.