A Londra arriva il nuovo parco sospeso: The Tide

the tideIl primo parco lineare lungo il fiume di Londra è arrivato nella penisola di Greenwich.
The Tide è un giardino paesaggistico tridimensionale con vista sul fiume e sulla cupola del Millennium Dome (oggi O2). Aiuole, arbusti e piccoli alberi (per lo più betulle e pini) aggiungono consistenza a una serie di passerelle in alabastro. Si può camminare a 9 metri da terra, fra installazioni di arte pubblica e alberi, con percorsi paesaggistici e ponti di legno pensati per correre, camminare e meditare.
La prima fase del progetto di cinque chilometri, è stata realizzata da Diller Scofidio + Renfro, i co-designers della High Line di Manhattan, in collaborazione con Neiheiser Argyros e gli architetti di giardini GROSS.MAX. Il percorso finito collegherà ogni quartiere della penisola man mano che sarà costruito, intrecciandosi tra i nuovi edifici. Un particolare motivo a strisce bianche e nere cercherà di stabilire un’esperienza visiva, riflettendo il movimento del fiume.
Lungo il percorso si trovano dei portali audio, installati da Be Box, che trasformano le aree in luoghi di meditazione. Lungo il fiume sono state installate sedie a sdraio in legno e punti di accesso e socializzazione, corredati da erbe, fiori selvatici e betulle, per creare una zona più soft e rilassata. 

Questo è in assoluto il primo parco sospeso a Londra ed è aperto a tutti.

 

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Il pittoresco geniale di Capability Brown

wp-1472628340780.jpegLancelot Brown, architetto di paesaggio inglese, era nato in Northumberland nel 1716 e fu apprendista giardiniere presso Sir William Lorraine. Brown si trasferì poi nel Buckinghamshire e, nel 1741, fu impiegato da Lord Cobham, in qualità di capo giardiniere a Stowe. Questo impiego, gli diede l’opportunità di lavorare con due affermati architetti: John Vanbrugh e William Kent. Con William Kent, uno dei fondatori del nuovo stile, piu’ naturale, di paesaggio, strinse un forte rapporto di amicizia e stima, cementato anche dal fatto che ne sposò la figlia Bridget, nel 1744.
Successivamente Brown esercitò l’attività di architetto di paesaggio in proprio, progettando sia case che giardini. Nel 1764, fu nominato da re Giorgio III Maestro Giardiniere di Hampton Court. La sua pratica si espanse rapidamente e lo vide spesso in giro per l’Inghilterra.
Il soprannome di ‘Capability‘ gli derivò dalla predilezione di spiegare alla clientela come la loro tenuta di campagna possedesse grandi ‘capacità’ di miglioramento.
I progetti di Capability Brown erano molto di moda, essendo una raffinatissima versione dello stile naturalistico, che aveva spazzato via quasi tutti i resti di precedenti stili formalmente a motivi geometrici.
Secondo i dettami del pittoresco, i giardini di Brown erano eleganti e confortevoli, caratterizzati da prati erbosi, che arrivavano fino alle soglie di casa, e animati da cespugli, bordure, laghetti,  fiumi serpeggianti, e boschi. Lo sguardo poteva perdersi al di là del giardino e spaziare nel paesaggio circostante grazie all’espediente del ha-ha, un confine invisibile costituito da una specie di trincea, posta a sorpresa al limitare della tenuta. Simile risultato si otteneva tramite un sapiente posizionamento di specchi e corsi d’acqua non connessi tra loro, ma percepiti dallo sguardo come un tutt’uno.
La reputazione di Brown diminuì rapidamente dopo la sua morte, perché lo stile pittoresco di paesaggio non trasmetteva quel conflitto drammatico causato dalla potenza della natura selvaggia. L’ideale romantico era in conflitto con l’armonia e la quiete dei paesaggi di Brown, che mancavano dell’emozione sublime.
Criticato aspramente nel XIX secolo, lo stile paesaggistico di Brown fu via via rivalutato nel corso del XX, ed oggi l’architetto è riconosciuto come un genio dello stile di giardino inglese.
A trecento anni dalla nascita, Capability Brown è celebrato con iniziative varie, tra cui mostre, conferenze e visite guidate nei suoi famosi parchi e tenute.
Per un programma dettagliato, potete visitare la pagina: http://www.capabilitybrown.org/events

Al British Museum, gli acquerelli italiani di Francis Towne

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Francis Towne, “The Roman Forum” (1780), Nn,3.15. Credit: The Trustees of The British Museum

‘Grazie per il tuo voto alle elezioni degli associati e per l’amicizia che mi hai dimostrato, ma tu mi chiami un maestro di disegno di provincia! … Non ho mai avuto intenzione di vivere la mia vita, se non professandomi un Pittore di Paesaggio.’
Con queste parole, nel 1803, l’artista inglese Francis Towne si rivolgeva al suo amico Ozias Humphry, dopo aver invano richiesto, alla Royal Academy, di aprirgli le porte come membro associato. Nel 1805, il pittore, ormai sessantaseienne, decideva di allestire una personale in una galleria londinese, nei pressi di Grosvenor Square. Tra le varie opere, figuravano quelle che Towne stesso considerata fondamentali nella sua carriera di paesaggista: gli acquerelli dipinti durante il Grand Tour del 1780-81. Alla sua morte, nel 1816, tutti i disegni e gli acquerelli furono donati, per sua espressa volontà, al British Museum. Ma gli evocativi paesaggi italiani, gli scorci di Roma e della campagna laziale, i panorami inglesi, caddero presto nel dimenticatoio. Dopo l’eccitante espressività di Turner, ai critici vittoriani piacevano di più quegli acquerelli di paesaggio che fossero colorati e drammatici. I vedutisti e ‘topografi’ del XVIII secolo, apparivano loro monotoni e spenti. Fu solo grazie allo studioso Paul Oppé, e ad un suo articolo su Francis Towne, apparso nel 1920, che l’artista, con il suo uso magistrale di tinte profonde, dal bruno, al viola, al marrone brillante, fu improvvisamente riscoperto e rivalutato. Ora, nel bicentenario della morte, una bella mostra gratuita, al British Museum, celebra l’abilità e sensibilità di questo artista, esponendo la serie completa dei suoi acquerelli italiani, che riassumono, con eleganza, il gusto e l’interesse per i viaggi di istruzione. Formatosi a Londra, Towne, nel 1763 si trasferisce ad Exeter, dove si guadagna da vivere insegnando disegno a ricchi e nobili dilettanti. Dopo un breve viaggio in Galles, nel 1777, si specializza in acquerello e, nel 1780, intraprende il Grand Tour, con destinazione Roma. Il soggiorno si rivela altamente produttivo. Towne passa anche un mese a Napoli, nel 1781, assieme al pittore Thomas Jones. Nonostante una febbrile attività, che lo vede lavorare al fianco di altri artisti viaggiatori, come John ‘Warwick’ Smith, e il suo vecchio amico di Londra, William Pars, per Francis Towne il percorso sembra più importante della destinazione. Si sofferma a ritrarre la campagna romana, registrando abilmente rami e fronde, boschi e radici aggrovigliate, fino agli alti pini di Roma, che si stagliano dietro muri screpolati. E poi, naturalmente, c’è Roma, una città sospesa nel tempo, sconosciuta al turismo di massa, con le rovine imponenti del Colosseo, del Foro o delle Terme di Caracalla, testimoni mute e quasi deserte, del disfacimento di un grande Impero, popolate solo da erbacce, un carretto, una tenda, o qualche sparuta figura, profilate contro un cielo quasi piatto. Il viaggio di istruzione è un impegno creativo. A Roma Towne tenne un diario meticoloso, oggi perduto, che trova un’eco nelle iscrizioni, spesso prolisse, aggiunte sul retro dei suoi disegni. A differenza di altri artisti, Towne, pur scoprendo idee compositive, acquistando una monumentalità alla Piranesi, e scambiando esperienze con altri pittori, mal sopporta il soggiorno italiano e decide di tornare in Inghilterra. Qui cercherà di incorporare l’esperienza romana, nella realizzazione dei paesaggi successivi, anche se le committenze, via via, andranno scemando, e, per il resto della sua vita, dovrà inseguire invano il riconoscimento della Royal Academy, e sempre lottare per rivendicare il suo status di artista serio. Nati come studi ed esercizi, gli schizzi italiani sono oggi il suo testamento.

 

A Londra, una mostra sul paesaggio romantico

FohrTra la fine del XVIII e la prima metà del XIX secolo, cambiano sostanzialmente le modalità di rappresentazione del paesaggio. Se prima ci si affidava alla memoria per ricostruire delle quinte sceniche idilliache o delle vedute di fantasia, adesso, la prima generazione di pittori romantici, inizia ad affidarsi ad un’attenta osservazione della natura, dipingendo all’aperto. E’ uno slittamento lento, graduale, parallelo ad una nuova estetica del paesaggio, che promuove la rappresentazione di una natura intrisa di immaginario poetico. Un paesaggio romantico, che alterna la quiete del pittoresco alle turbolenze del sublime, e che viene riassunto mirabilmente in una piccola, ma esauriente mostra, allestita alla Courtauld Gallery.
A Dialogue with Nature, in programma fino al 27 aprile, nasce in collaborazione con la Morgan Library & Museum di New York e passa in rassegna 26 lavori di artisti inglesi e tedeschi, attivi tra il 1760 e il 1840.
L’esposizione ci rivela come, in Germania e Gran Bretagna, il dialogo con la natura si sia sviluppato in direzioni convergenti, seppur caratterialmente dissimili: una forte attenzione per i dettagli nei pittori tedeschi, una propensione al pittorico negli inglesi.
Verso la fine del Settecento coesistono ancora due scuole di pensiero: Thomas Gainsborough e Alexander Cozens prediligono la composizione dettata dalla memoria e realizzata in atelier; John Robert Cozens e Jacob Philipp Hackert sono, invece, tra i pionieri del lavoro en plein air. Questi sono anche gli anni del “Grand Tour”, il viaggio d’istruzione in Europa, e John Robert Cozens si reca in Italia, grazie al mecenatismo del collezionista Richard Payne, per il quale realizza vedute romantiche, come il tempio di Cecilia Metella (1778) o le rovine di Salerno (1782).
A volte, come nel caso di Paul Sandby, è la formazione di topografo militare a spingere verso una visione realistica del paesaggio. In Old Windsor Green (1762), si ammirano il meticoloso disegno a matita, che traspare attraverso mani leggere di acquerello, e larghe pennellate di grigio, che delineano le ombre.
L’osservazione della natura si spinge oltre, alle caratteristiche transienti di luce e atmosfera, come nelle nuvole. Tra il 1810 e il 1822 John Constable produce numerosi schizzi in olio e grafite, che tradiscono non solo immediatezza, ma anche uno studio del fenomeno, con meticolose annotazioni a penna. Sullo stesso piano, si attestano i 150 studi, realizzati con gesso bianco su carta blu, dal tedesco Johann Georg Von Dillis.
Quest’ultimo, davvero un pioniere della pittura ad olio en plein air, produce un piccolo, bellissimo quadro,  che esplora le linee di un faggio, nei giardini all’inglese di Monaco (1811).
Nella decade successiva, l’evocazione di una risposta emotiva da parte dello spettatore, si accentua nella rappresentazione antropomorfica degli alberi, come in Samuel Palmer o Karl Friedrich Lessing; oppure nei paesaggi notturni di Caspar David Friedrich.
Nel dipingere il lago di Lucerna, nel 1841, William Turner dà prova di essere ormai più interessato a catturare i mutevoli effetti di luce e i fenomeni atmosferici, che soffermarsi sui dettagli.
Alla fine del primo trentennio dell’Ottocento, gli schizzi del noto musicista Felix Mendelssohn Bartholdy , che, nel tempo libero, si diletta con profitto nel disegno, dimostrano come la rappresentazione del paesaggio, secondo i dettami dell’immaginario romantico, sia ormai codificata e assorbita.
Sarà il punto di partenza per nuove avventure, dalle istanze realistiche della scuola di Barbizon alle percezioni cromatiche degli Impressionisti.

Il segreto della luce

J. M. W. Turner_Keelmen Heaving in Coals by Moonlight

J. M. W. Turner - Keelmen Heaving in Coals by Moonlight (1835)
© Board of Trustees, National Gallery of Art, Washington, D.C. Widener Collection 1942.9.86

L’accesso informatizzato ad archivi e immagini facilita immensamente le ricerche di studiosi e appassionati d’arte. Sebbene internet non possa di fatto sostituirsi all’esperienza de visu con l’opera o il documento originali, tuttavia ne costituisce un preludio efficiente. Andando indietro di oltre due secoli, all’artista, letterato o gentiluomo che potesse permetterselo, rimaneva la scelta di imbarcarsi in un viaggio di istruzione, che lo avrebbe tenuto lontano dei mesi. Si trattava di quel Grand Tour che, dalle brume del nord Europa, conduceva per mare e per terra alla Francia, alla Germania, alla Svizzera e, valicate le Alpi, alla meta finale: l’Italia. Gli artisti riempivano taccuini con studi e schizzi di paesaggi e rovine, che avrebbero poi utilizzato per progetti ambiziosi, una volta tornati in patria; e, mentre i letterati spargevano fiumi di inchiostro, vergando qua e là resoconti ed impressioni di quello che sperimentavano lungo il cammino, i nobili, tra un vaso etrusco e un capitello romano, elargivano denaro per portarsi a casa voluminosi souvenir del loro soggiorno istruttivo, dalle antichità, alle tele di pittori di grido, ai micromosaici. Tra i maestri del passato, il secentesco Claude Lorrain veniva additato a modello, per la resa del paesaggio nostalgica e grandiosa, classica e pittoresca assieme, con quel sole basso sempre al centro della composizione, a diffondere bagliori mattutini o calde note crepuscolari. Però, non sempre era possibile viaggiare, e, per un giovane pittore ambizioso e dotato, restavano le stampe e i disegni distribuiti nelle accademie o le collezioni private, celate in palazzi e dimore nobiliari, accessibili solo tramite mecenatismo, conoscenze o valide raccomandazioni. Quando William Turner, giovanissimo, entrò alla Royal Academy of Arts, i suoi maestri gli suggerirono, tra le altre cose, di studiarsi Claude. E lui lo fece, anche molto bene, sebbene non avesse ancora avuto modo di viaggiare e visitare l’Italia, a causa delle guerre napoleoniche. Per fortuna, le opere del maestro circolavano ampiamente, grazie a collezionisti che seppero trarre vantaggio dal caos della Rivoluzione Francese. Quel sole basso delle tele di Lorrain era per Turner uno spunto irresistibile, e, copiare un paesaggio classicheggiante, epurandolo dalle figure mitologiche, sembrava funzionare altrettanto bene. Tuttavia, là dove il lavoro del maestro appare rifinito, pulito, serenamente arcadico, qui la pittura dell’allievo si fa via via più febbrile, pastosa, sperimentale. La natura perde la serenità classica, per velarsi dei fumi del progresso industriale, mentre il paesaggio trasuda tutti gli umori, l’incostanza e i vapori del clima britannico. Quando Turner riesce a compiere il suo primo viaggio al di là della Manica, per andare in Francia, è alla soglia dei trent’anni. Va al Louvre a studiare Poussin e Tiziano. Raggiungerà l’Italia solo più tardi, quarantaquattrenne. Qui, l’artista catturerà con immediatezza e mano febbrile, in una miriade di schizzi e di acquerelli, il mutare della luce e delle cose, a volte da uno stesso punto di vista. Tutti questi studi, così vivaci e attuali, gli serviranno poi per le opere di grandi dimensioni, quelle a olio, in cui Venezia è ancora la città dei fasti e del mito, e la campagna di Roma, scenario di glorie passate, costellato da imponenti rovine. Turner non può più restare immune agli effetti della luce del sud; tornato in patria, si allontana completamente dal pittoresco, fino a sacrificare la materia, che si disgrega in un sublime di nubi, acqua e aria.

La mostra “Turner Inspired in the Light of Claude” è alla National Gallery, fino al 5 giugno 2012.