L’arte come esperienza. La mostra londinese su Lee Krasner.

LeeKrasner_BarbicanArtGalleryLa casa al mare che i miei affittarono per quasi un ventennio, era corredata da qualche relitto del passato, tra cui: una vecchia lavatrice, un tavolo da giardino sgangherato e una lampada cilindrica, di carta spessa, dipinta ad olio, in stile astratto, probabilmente realizzata negli anni ’50 e coeva all’abitazione.
La sera si accendeva, sotto un arco a muro, ed emanava una luce soffusa, frustata e punteggiata da macchie e spruzzi di colore nero, rosso e blu.
Questa lampada, era rimasta sepolta nella mia memoria di bambina, ma si è affacciata alla mia mente oggi, mentre visitavo la retrospettiva di Lee Krasner al Barbican. Oltre alle sgocciolature della lampada, mi sono venuti in mente anche gli astrattismi multicolori di materiali organici e non, della serie “Storie al Microscopio”, riprodotta a colori sgargianti sui pacchetti di cerini Minerva, quelli che comprava mio papà, sempre all’epoca della casa al mare.
Queste associazioni, molto profane, di ricordi lontani e arredamenti mid-century, sono riemerse mentre mi aggiravo nella galleria brutalista del Barbican. Fuori luogo, forse, ma la loro comparsa improvvisa è stata un’emozione viva, pulsante, reale.
LeeKrasnerI dipinti di Krasner sono schermi dinamici che affascinano e respingono, impulsivi ed esplosivi, astratti e organici. Possono essere infinitesimali ricami di strati di olio sulla tela, ritratti enigmatici, corpi cubisti, lacerti di colla e carta, infiorescenze di carne e sangue, brandelli di terra e neve gettati su una tela nelle notti insonni. Astrazioni autobiografiche, che raccontano di fughe, tempeste, plessi solari bloccati, rabbia, ma anche di ritmo, gioco, leggerezza, rinascita, liberazione.
Un’esistenza passata a rivendicare il diritto ad essere se stessa, al di là del sesso, della religione, dello stile e della pesante eredità di essere considerata, almeno per un periodo, semplicemente la signora Pollock.

 

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Caldo da record sull’Europa: a Londra 39°C

hotinthecityDue giorni di caldo eccezionale a Londra, che, da stamattina, sono già un ricordo.
Moltissimi londinesi, complice l’inizio delle vacanze scolastiche, si sono riversati al mare o in piscina, alla ricerca di un po’ di refrigerio. Peccato che abbiano avuto tutti la stessa idea: la spiaggia di Margate era un carnaio, la piscina di Brockwell Lido, presa d’assalto, presentava file chilometriche di aspiranti bagnanti (con tempi di attesa fino a tre ore!) tanto che, alla fine, i gestori hanno dovuto chiamare la polizia per ristabilire l’ordine (il caldo, si sa, rende alcuni molto irascibili, impazienti e proni a menar le mani) e la piscina è stata chiusa. E, a proposito di chiusure di emergenza, anche il nuovissimo stagno di Beckenham Park, ha chiuso i battenti, perché, dato il grande successo all’inaugurazione, si erano creati dei problemi di sicurezza, e il Lewisham council ha già fatto sapere, non senza polemiche, che il pond riaprirà, ma sarà a pagamento, sorvegliato e recintato.
Per chi, come me, doveva restare in città causa lavoro, si trattava di far buon viso a cattivo gioco, (s)vestirsi adeguatamente, cospargersi di crema solare e mantenersi calmi ed idratati, possibilmente all’ombra di una pensilina, dato che treni e overground offrivano un servizio ridotto, per evitare il surriscaldamento dei binari…
Purtroppo, se non c’è aria condizionata o un qualsiasi impianto di ventilazione, usare autobus e metropolitane  con sedili rivestiti di moquette o dover passare il tempo seduti sul sintetico in stantii edifici vittoriani o circondati da vetrate effetto serra, non è il massimo, e a nessuno piace sudare.
Sfortunatamente, queste ondate di caldo estremo si verificano con frequenza ed intensità ormai da qualche anno, e Londra non è mai stata una città attrezzata per convivere con picchi di 37 -39 gradi.
Per fortuna è costellata da tanti parchi e giardini, dove è possibile fuggire nel tempo libero, e provare a dimenticare la calura. Inoltre, sono arrivate le prime 50 fontanelle pubbliche volute dal sindaco Sadiq Khan, per fornire acqua potabile ai londinesi e turisti assetati.
Invece, ieri, nella City, proprio all’ora di punta, quando si svuotavano gli uffici ed il caldo era ancora pesante, dato che non c’erano fontanelle in vista, è arrivata la distribuzione gratuita di bottigliette d’acqua e gelati.
A me è capitato un parente britannico dell’amato “fior di fragola” nostrano (una mia vecchia consuetudine per il ritorno a casa dalla spiaggia). Me lo sono finito di gustare sul London Bridge, mentre ammiravo il panorama, da entrambi i lati. 

A Londra, la Stationers’ Hall apre al pubblico

Stationers'HallLe Livery Companies della City, chiamate cosi a causa della livrea indossata dai loro membri, possiedono tutte una loro sala per le riunioni e per lo svolgimento di differenti funzioni e cerimonie. Nate un tempo come gilde, cioè associazioni di arti e mestieri, per il monopolio del  commercio, in tempi moderni le Società di Livrea rivestono soprattutto funzioni benefiche. La maggior parte delle sale di livrea (Livery Halls) furono ricostruite dopo il Grande Incendio del 1666.
Alcune, distrutte o danneggiate dalle bombe della Seconda Guerra Mondiale, furono riedificate o restaurate negli anni 50. Le sale di livrea dovevano riflettere sia il successo delle gilde sia l’identità municipale. La forma classica è spesso quella di una sala riunioni, di solito al primo piano, perché nel medioevo l’edificio incorporava un portico con un mercato aperto al piano terra.
E’ sempre interessante visitare queste sale, raramente aperte al pubblico, se non in occasioni speciali, come, ad esempio, Open House Weekend in settembre.
Adesso, però, la Stationers’ Hall, a pochi passi da St Paul’s, apre le sue porte ai visitatori, per una serie di date selezionate.
Nonostante le successive alterazioni e restauri, la gilda dei cartolai offre un bell’esempio di sala di livrea del tardo XVII secolo.. Per secoli, l’area intorno a St Paul’s fu il cuore della stampa e dell’editoria.
La gilda dei cartolai, chiamati Stationers per distinguersi dal fatto che erano stanziali, invece che itineranti, e che possedevano dei banchi nel sagrato della Cattedrale, fu fondata nel 1403, pre-datando l’avvento della stampa. Inizialmente, si trattava di miniatori, rilegatori, librai e fornitori di pergamena, inchiostro e carta.
Dal 1557, quando Mary Tudor concesse loro un Royal Charter, e per i successivi 300 anni, i membri della gilda ebbero il monopolio su tutte le pubblicazioni e, la frase ‘Entered at Stationers’ Hall’,  fino al 1695 (ed oltre), costituiva una garanzia di copyright, dato che la società aveva stabilito un registro, che consentiva agli editori di documentare il loro diritto a produrre una particolare opera stampata. Lo statuto degli Stationers conferiva loro molto potere, ed anche il diritto di sequestrare edizioni illecite e vietare la pubblicazione di libri non autorizzati.
Costruita nel 1674, la grande sala dei cartolai fu decorata da bei rivestimenti lignei, realizzati dal falegname Stephen College (in uno stile barocco alla Girling Gibbons), che costarono 300 sterline. Nel 1748 fu aggiunta una Court Room, in stile rococò. Poi, nel 1800, fu rimaneggiata la facciata, in stile neoclassico, su disegno dell’architetto Robert Mylne. Fu costruita in pietra di Portland con quattro finestre ad arco rotondo e degli eleganti cornicioni. L’ala est, di epoca vittoriana, ricorda invece l’architettura rinascimentale dei castelli francesi.
Nonostante i danni del Blitz, la Hall ha mantenuto il suo aspetto originale, ed il lato sud del quadrilatero è occupato dalla chiesa della gilda, St Martin-within-Ludgate, che, a sua volta, ingloba le mura di epoca romana.

L’accesso alla Stationers’ Hall avviene tramite visite guidate di 75 minuti, per un massimo di 30 partecipanti, in giorni ed orari prestabiliti.
I tour iniziano nella chiesa di St. Martin-within-Ludgate e comprendono il giardino, la sala di livrea e  l’archivio. Alla fine del tour si ritorna nella chiesa, dove verranno serviti tè, caffè e biscotti.
Il costo della visita è di £ 10.00 a persona (£ 5,00 per i minori di 25 anni) ed il ricavato delle vendite andrà alla Stationers’ Hall Charity.

Per prenotare il tour, bisogna scrivere a: events@stationers.org

A Londra, una gara di frittelle per il Martedì Grasso

Inter livery pancake race

Inter livery pancake race
© calendarcustoms.com

In Inghilterra, Shrove Tuesday, cioè il nostro Martedì Grasso, è noto anche il giorno del pancake. Infatti, proprio come in Italia si usa mangiare particolari dolci carnevalizi (chiacchiere, frappe o castagnole), qui, il martedì precedente l’inizio della quaresima e del digiuno, è permesso rimpinzarsi di leccornie, tra cui delle tradizionali frittelle dolci o salate (pancake), che somigliano alle crêpes, ma sono più spesse.
Non ci si accontenta solo di cucinarle e mangiarle, ma esistono delle vere e proprie gare a staffetta tra squadre, ognuna  equipaggiata con una padella con un pancake. Ogni membro della squadra deve percorrere una certa lunghezza, lanciando il pancake in aria, e poi consegnare la padella al compagno di squadra, fino al completamento della corsa.
A Londra ci sono molte pancake races, ma dal 2004 la gara più caratteristica,  si corre nel cortile della Guildhall. Si tratta di una singolare staffetta, a cui partecipano le Compagnie di Livrea, in qualche modo associate alla realizzazione di pancakes, ed è stata inaugurata da una delle più antiche Compagnie di livrea della City di Londra, The Worshipful Company of Poulters, cioè i Pollivendoli, che dal 1368, regolava la vendita di pollame, cigni, piccioni, conigli e selvaggina, e che oggi sopravvive come istituzione benefica.
L’evento, molto divertente da guardare, ha inizio a mezzogiorno, e la correttezza della gara è assicurata da un rappresentante dei Clockmakers, gli orologiai. Le squadre comprendono quattro concorrenti, tutti vestiti in livrea, e decisi ad aggiudicarsi il premio (una padella commemorativa). I Poulters forniscono le uova, i Fruiterers (fruttivendoli) i limoni e i Cutlers (coltellinai) le forchette di plastica!

Alla scoperta della Londra Romana

RomanLondonLa nostra conoscenza della Londra romana, deve moltissimo prima al lavoro di storici ed antiquari dell’ottocento, poi all’infaticabile operato degli archeologi, che, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, sono intervenuti in numerosissimi siti della città, portando alla luce manufatti e strutture che dimostrarono la sopravvivenza di vaste parti di Londinium, a circa sette od otto metri sotto le moderne strade della City. La figura più importante del XIX secolo fu Charles Roach Smith, antiquario, numismatico ed archeologo, che per vivere svolgeva l’attività di chimico. In anni molto frenetici per l’edilizia della City di Londra, dalla costruzione del Royal Exchange a quella del London Bridge, passando per la demolizione di vecchi edifici e case fatiscenti, Roach Smith riuscì ad essere molto presente, ritrovando ed acquistando notevoli antichità romane. Negli stessi anni, la City Corporation stava diventando sempre più interessata a mostrare artefatti relativi alla storia di Londra. Nel 1826 fu istituito il Guildhall Museum, precursore del moderno Museum of London. Roach Smith divenne una vera autorità su Londinium e svolse la prima vera campagna di indagini archeologiche in Gran Bretagna, ipotizzando l’esistenza di un ponte romano sul Tamigi e fornendo delle preziose illustrazioni, rimaste pressoché insuperate per almeno mezzo secolo. Roach Smith pubblicò anche un fortunato volume, nel 1854, dal titolo: “Catalogue of the Museum of London Antiquities”.
Fino al 5 gennaio 2018, una piccola, ma esaustiva mostra alla Guidhall Library, esamina l’operato dei primi pionieri dell’archeologia romana e la scoperta di Londinium tra il Grande Incendio e la Prima Guerra Mondiale. La mostra si avvale di elementi d’archivio e straordinarie illustrazioni del XIX secolo, provenienti dalle collezioni della biblioteca, e di manufatti archeologici in prestito dal Museum of London.

Poco lontano dalla Guildhall, nei pressi di Cannon Street, è stato finalmente completato il quartier generale europeo di Bloomberg, in un suggestivo edificio, progettato da Norman Foster. Al suo interno, si trova il London Mithraeum, uno speciale spazio espositivo, gratuito (ma esclusivamente su prenotazione), in cui sono preservati, sette metri al di sotto del livello stradale, i resti del tempio di Mitra, una struttura di età imperiale, rinvenuta nel 1954. Il London Mithraeum, che ha aperto al pubblico il 14 novembre scorso, presenta anche un’interessante selezione di reperti rinvenuti negli scavi (2013) che precedettero la costruzione del moderno edificio, in uno dei più importanti siti di epoca romana nel Regno Unito, indicato dagli studiosi come la Pompei del Nord.

La penna d’oca di John Stow

John Stow, storico ed antiquario, nacque nel 1525, nella parrocchia di St Michael, a Cornhill, nel cuore della City. Suo padre, Thomas Stow, era un fabbricatore di candele di sego. John, però, non seguì le orme paterne, ma decise di fare apprendistato altrove, divenendo freeman della Società di Livrea dei Sarti, nel 1547. Essendo appassionato di storia, Stow si dedicò principalmente alla scrittura ed allo studio, attività a lui piu congeniali, sebbene molto meno remunerative. La sua opera più famosa è Survey of London, pubblicata nel 1598 e ristampata nel 1603. Ancora oggi, costituisce un’ammirevole guida alla Londra Elisabettiana.
Dopo discussioni introduttive su fiumi, ponti, abitudini ed altri temi generali, Stow fornisce una descrizione dettagliata di ogni zona nella città,  strada per strada, e talvolta quasi casa per casa!
Ristampata fino ai nostri giorni, Survey of London è una risorsa importante per chi studia la Londra dei Tudor. Le descrizioni degli edifici, le notizie sulle condizioni sociali, ed i traffici doganali, sono molto dettagliate e precise. L’opera è di valore unico, non solo per le preziose informazioni, ma anche per i suoi aneddoti affascinanti.
Quando John Stow mori, nel 1605, la sua vedova commissionò un monumento speciale, in marmo ed alabastro, per ricordarlo ai posteri. Il monumento, nella chiesa di St Andrew Undershaft (raramente aperta al pubblico), raffigura Stow, intento al suo lavoro di storico e scrittore, con una penna d’oca in mano. La penna è vera, e viene cambiata regolarmente durante una breve cerimonia, organizzata dalla Società di Livrea dei Sarti, responsabile anche del restauro del monumento, nel 1905.
Dopo il servizio, officiato dal rettore ecclesiastico di St Helen Bishopsgate, il capomastro della Società provvede a sostituire la penna d’oca con una nuova, fornita dalla Società dei Cartolai.
Alla cerimonia, a cui prendono parte anche i membri del LAMAS (London and Middlesex Archaeological Society), si celebrano la vita e l’opera di Stow. Al termine dell’evento, ci si reca, per un breve tragitto, alla Merchant Taylors’ Hall, dove viene offerto un bicchiere di vino e si può assistere gratuitamente ad una conferenza di archeologia.
The John Stow’s Quill Pen Ceremony avviene ogni tre anni, intorno al 5 aprile, data della morte dell’antiquario londinese.

Glass Therapy: la fiera dei maestri vetrai a Londra

wp-1477559022482.jpgContinuano le mie visite ai palazzi delle gilde di mestiere della City di Londra. Questa volta, è toccato a Glaziers’ Hall, in occasione della seconda edizione della Glaziers’ Art Fair, una mostra sull’arte del vetro, a cui hanno partecipato oltre 50 espositori. La Worshipful Company of  Glaziers and Painters of Glass esiste dal 1328. La Hall originale di questa gilda fu distrutta dal Grande Incendio del 1666 e, dopo quasi due secoli di peregrinazioni, si trasferì nella sede attuale, un edificio regency, costruito nel 1808 sul lato meridionale del London Bridge. La gilda, che è l’unica ad avere una sede a sud del Tamigi, si occupa ancora della  conservazione delle vetrate d’arte e promuove le competenze necessarie per la produzione di vetro colorato o dipinto. Visitando la mostra per puro interesse e piacere personale, ho avuto occasione di conoscere valenti artisti, che mi hanno spiegato il loro lavoro, ed illustrato i loro progetti passati e futuri. In mostra c’erano maestri vetrai affermati, come Adam Aaronson, artefice, assieme a Mary Branson, della scultura in vetro “New Dawn“, che umilmente ci ha mostrato i segreti della sua arte. Le motivazioni per avvicinarsi a quest’arte affascinante, sono molteplici. C’è chi è vetraio da generazioni, e da padre in figlio cambia lo stile, ma non la bravura e la ricerca costante, o chi si è formato, invece, da autodidatta, come Louise Truslow, e realizza bellissimi manufatti riutilizzando e riciclando materiali di scarto. Nathalie Hildegarde Liege, designer e artista di vetrate architettoniche, esegue bellissimi lavori per chiese, ospedali ed edifici privati. Carolyn Barlow, mi ha raccontato di aver avuto una folgorazione durante il proprio percorso artistico, scoprendo, tramite un workshop di un paio di giorni, le potenzialità del colore e la luminosità e trasparenza del vetro. E’ stato l’inizio di una passione fortissima, con cui quest’artista racconta la natura della campagna scozzese, tra vetrate e pezzi di vetro fuso.
La fiera non si incentrava esclusivamente sul vetro, ma c’erano anche maestri ceramisti e artisti specializzati in altri media. Hitomi Sugimoto, dal Giappone, artista ed insegnante di ceramica, insieme ad altri ha ricevuto il supporto della Great Britain Sasakawa Foundation e nelle sue creazioni, delicate ed ironiche, vuol regalare momenti di felicità ed allegria.
Per finire, il pezzo forte, forse, di quest’edizione: il progetto Roots of Knowledge, di Holdman Studios. Si tratta di un’operazione artistica e culturale che ha preso lo spazio di ben dodici anni e che, nel 2018, andrà a collocarsi nella biblioteca della Utah Valley University. Il capolavoro consta di 80 pannelli, che raccontano, mediante 60.000 pezzi tra vetro fuso o dipinto, con inserti di corallo, legno fossile e monete, la storia dell’evoluzione spirituale e culturale del genere umano e del progresso della conoscenza, dalla preistoria ai nostri giorni. Una cappella sistina di vetro, si potrebbe dire, che ha visto la partecipazione di numerosi artisti e in cui, ogni pezzo di vetro, è stato lavorato individualmente, e, per questo, possiede una sua rilevanza estetica e simbolica.