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s-CRAP the Logo


"There are a thousand small design studios
who could have done a better job for much less money."
Stephen Bayley ~ Design Guru

E forse lo sapete già, ben 400 mila sterline sono state spese per creare il simbolo delle prossime Olimpiadi in terra angla.
400 mila pounds per un logo movimentato da cunei puntuti di tipo "futurista", (mi scuso dell’impropria attribuzione del termine, certo FuturBalla & Marinetti avrebbero saputo fare di meglio) o, volendo usare la definizione dei suoi creatori, dalle linee giovanili, più consone all’era dell’internet generation. E insomma, l’ispirazione verrebbe dalla graffiti art… ma anche qui, Keith Haring buonanima avrebbe sicuramente eccelso in un qualsivoglia scarabocchio.
Una petizione online ha dovuto chiudere in soli 3 giorni, dopo che sul sito si sono raccolte ben 50.000 firme di gente indignata e offesa (c’è anche chi dice che il logo olimpico ricordi vagamente la forma di una svastica).
L’immagine è costata non solo denaro, ma anche l’impegno di una pregiata squadra di creativi, e perciò non si cambia.
Continuare a mantenere aperta la petizione avrebbe significato danneggiare ancora di più l’immagine dei giochi olimpici londinesi, già motivo di aspre polemiche, logo a parte (tanto per dirne una, il budget iniziale si è nel frattempo quadruplicato!).
I creativi e il direttore della commissione organizzatrice dei giochi (Locog), da parte loro, si sono affrettati a ribadire che il logo, disponibile nei colori moda blu, fucsia, verde e arancio, è stato concepito per suscitare reazioni forti e che le sue linee zigzaganti sono sinonimo di vibrante dinamismo. 
Jacques Rogge, presidente del Comitato Olimpico Internazionale, considera il marchio un elemento davvero innovativo e attraente per i giovani, mentre Tony Blair spera che il simbolo sia fonte d’ispirazione e induca la gente ad un cambiamento positivo nella loro vita.
Nel frattempo, il coloratissimo spot delle Olimpiadi è stato ritirato dal sito ufficiale perché una particolare sequenza potrebbe provocare attacchi in soggetti predisposti ad epilessia fotosensitiva.

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Cavallo non stare a morire, che l’erba ha da venire

A Londra fa caldo e si suda, la ciccia dei londinesi è in vista, perché ci si abbiglia da spiaggia e niente è lasciato all’immaginazione.
Lo zozzone davanti al museo continua a friggere in litri di grasso svariate salsicce e cipolle ogm da infilare in antigienici panini; davanti al parco passa il camioncino dei gelati sintetici, con quella musichetta da carillon vittoriano che a me immalinconisce.
Nugoli di zanzarine e moscerini turbinanti si avventano sulle teste dei pendolari, alla fermata del bus, e quando rientro in SE4, sul far della sera, le narici s’empiono di aromi di barbecue e diavolina. 
E’ stata una settimana di calura e incendi. 
Prima l’antico veliero in secca, in quel di Greenwich, poi un’officina a Bermondsey. Ieri le linee ferroviarie tra London Bridge e Victoria erano tutte in tilt, e decine di migliaia di malcapitati, inclusa la sottoscritta, hanno impiegato ore per tornare a casa.
E’ stata una settimana di progetti e risoluzioni, castelli di carte da fare e disfare, strategie da attuare, cattive abitudini da eliminare.
Una di quelle settimane, insomma…

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The Edwardians in Colour

Il mondo moderno. Siamo abituati a pensare che si sia colorato con il boom economico, dopo la Seconda Guerra Mondiale, e che tutto quello che c’è stato prima si fosse svolto in toni più o meno drammatici, tra contrasti di bianco e nero, seppia o scale di grigio.
Invece, i colori c’erano già, li avevano inventati i Fratelli Lumière, nel 1903, grazie ad un procedimento all’amido di patate, chiamato autochrome.
Quando la nuova tecnica fu rivelata pubblicamente, il banchiere Albert Kahn, allora l’uomo più ricco d’Europa, fu così entusiasta di ciò che vide, da voler creare un inventario fotografico di tutte le meraviglie del pianeta.
A sue spese, Kahn inviò 14 fotografi in giro per il mondo. Furono scattate più di 72.000 foto e oltre 100 ore di filmati autochrome. L’uomo morì in miseria, nel 1940, dopo essere stato colpito dalla crisi del ’29 e aver dichiarato bancarotta nel 1934. Fortunatamente, il suo Archivio del Pianeta fu acquisito dallo stato francese e preservato in un museo. Proprio in questi giorni, il quarto canale della BBC dedica una serie di cinque puntate all’inestimabile lascito. 
E’ incredibile come le foto a colori riescano a rendere tutto più vivido e vicino. Sembra che 100 anni non siano passati, che i soggetti immortalati siano ancora tra noi, che sia ancora possibile camminare in una Piccadilly deserta, stringere la mano al venditore serbo di limonata, parlare a quella donna irlandese, che sorride da sotto lo scialle, udire il fruscio dei variopinti abiti di seta indossati dagli attori di Hanoi. Stesse emozioni sorprendenti, anche se stavolta i colori sono stati sapientemente e pazientemente aggiunti a mano, ci vengono regalate da una serie di diapositive da lanterna, conservate all’Horniman Museum, a sud di Londra.
Il fortuito ritrovamento del diario di una ragazzina inglese, Marjorie Bell, che, assieme alla madre e la zia, ebbe la fortuna di visitare il Giappone nel 1903, è il punto di partenza della mostra "Journey through Japan", un viaggio romantico e affascinante, in cui parole e immagini sanno rievocare realtà altrimenti perdute e lontane.

edwardians in colour

Credits:
Roger Dumas – Piccadilly Circus © Musée Albert Kahn
Anonimo – Monte Fuji © The Horniman Museum

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PMS

Ritorno a Londra e piombo nella sindrome degli ormoni, che, spietati, non mi fanno godere del sole, dei parchetti in fiore, del giorno di San Giorgio, e invece mi fanno dormire, poltrire, agonizzare, pensare di sparire. 
E’ normale: le donne, si sa, hanno questo umore altilenante, che le rende affascinanti. Io però, di questo su e giù emotivo, farei benissimo a meno. Poi penso ai massimi sistemi e mi convinco che, se alla fine non siamo contenti, è tutta colpa dello stress metropolitano e dell’iperbenessere della civiltà dei consumi. C’è molto, troppo in offerta e non ce ne accorgiamo, o comunque, non ci accontentiamo. Io no che non mi accontento! 
E la maionese impazzisce, i capelli non tengono la piega e le piante si seccano…
Cammino col broncio e mi fermo davanti alla vetrina del librivendolo. Siamo noi a trovare i libri o sono loro a trovare noi? 
Che importa? Per sole £3.50 la copia anastatica del diario vittoriano di Adelaide Pountney è mia. 
Nel diarietto, datato 1864/65, ogni giorno dell’anno è illustrato da vividi schizzi, l’immediatezza dei disegni di Adelaide, corredata da poche parole di commento, ci riporta ad un mondo e ad un’epoca lontani, in cui non esistevano il femminismo e gli antibiotici, le gonne ampie, limitando i movimenti, si inzaccheravano di pioggia e fango e un raffreddore banale poteva trasformarsi in una malattia invalidante.
Come viveva Adelaide, una ventitreenne di buona famiglia? Niente ipod, internet, discoteche o palestra. I pomeriggi piovosi si passavano in casa a dipingere, leggere, scrivere, fare marmellate o ricevere ospiti per il tè. Le pubbliche uscite erano dedicate ai corsi di disegno, tedesco e greco (!) e alle infinite visite ad amici, vicini, conoscenti e vecchie zie. Ogni tanto qualche festa, qualche concerto d’organo o pianoforte, un salto in città per un taglio di capelli (giusto le punte), una visita dal dentista o dal dottore per farsi sentire i polmoni, l’acquisto di nuovo cappellino, un libro in prestito dalla biblioteca o una lettera da imbucare. Quotidianamente, salvo maltempo, Adelaide faceva una passeggiata, dopo pranzo o dopo cena, al mare, nei boschi, in campagna oppure fino al parco, per sentire la banda suonare. E, qualche volta, lei o le sue sorelle, prendevano un treno sferragliante, da sole, per andare ospiti da qualche amica. Una specie di avventura: lo scompartimento scomodo ed angusto e il giro dei saluti a chi restava, come se si andasse lontanissimo.
Infine, di domenica, la nostra eroina andava in chiesa, anche due volte, con la stesso entusiasmo con cui oggi si va allo stadio o ad un concerto, perché, per i vittoriani, ascoltare sermoni di oltre 40 minuti era non solo un dovere per l’anima, ma anche un piacere per le orecchie, specie quando l’oratore era carismatico e capace. E per godersi meglio lo spettacolo si pagava una quota, riservando il proprio banco, o il proprio palchetto, come a teatro.
Giornate di altri tempi, che con il nostro metro di valutazione moderno si potrebbero definire lente, ripetitive e monotone, ma in cui forse si apprezzavano di più le cose di ogni giorno che noi diamo per scontate. E magari, una tisana di melissa bastava a calmare il malumore.

adelaide pountney

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In gratiam regressa sum

roma 2007

Tornata alla vita frenetica londinese, la parentesi assolata e spensierata nella Città Eterna si perde già in nebulosi frammenti, dagli spazi temporali incerti.
Come in una medaglia rinascimentale, ci sono un recto e un verso: la poesia di una fontanella davanti ad un muro scrostato e le anomalie di un vivere sacrificato alla disorganizzazione, la bellezza della rude saggezza popolare, e la barbarità vacua e volgare di inutili saccenti. C’è stato l’incontro col Pacomino fotografo, su cui molti hanno ricamato e insinuato nei giorni scorsi, suggellato da un bel piatto di bucatini, per la gioia e l’invidia dei mancati partecipanti.
In 5 giorni non sono mancate primaverili visioni da cartolina, come le azalee a Trinità dei Monti, l’oculo della cupola delle Terme di Diocleziano, l’erma all’Isola Tiberina e la scalinata del Campidoglio, quella che c’ha tarmente tante scale che quanno ce se va a sposà c’è sta tempo pe’ aripenzacce!
E poi… il rovescio della medaglia.
Ad esempio, martedì sera sono finita in un vernissage terrificante, dove una nutrita selezione di nobili, presenzialisti, vips, attorucoli e attricette, presentatori tivvu’, vecchie signore tirate a lifting, supponenti critici e tronfi artisti, si aggiravano in stanze liberty arraffando drinks e cibarie e sorridendo senza imbarazzo all’inviato di CAFONAL, senza curarsi minimamente delle foto vintage appese al muro. Eravamo solo in 4 comuni mortali, vestiti casual (molto casual) e in fuga dopo qualche lillipuziana tartina annaffiata da prosecco. Roma sembra dunque restare provinciale e decadente, legata al passato. L’arte coraggiosa c’è, ma non scuote minimamente quella da salotto, le teorie son fatte da vecchi, coi paraocchi, e l’ignoranza dilaga, a discapito del senso civico.
Alla mostra di Albrecht Dürer l’onorevole se ne fregava di spegnere il cellulare, perché aveva il Presidente in linea, mentre due sbarbatelli, che d’intellettuale avevano solo gli occhiali, liquidavano ad alta voce il Bacchino di Caravaggio [autoritratto dell’artista, reduce dall’Ospedale della Consolazione] come l’effige di "uno di quei teste di cazzo che si scopava lui" sìc
Alla fine torno in terra angla e che vi devo dire, da un lato (testa) mi dispiace, ma dall’altro (croce) provo un certo sollievo…

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Storia di un Felino Viaggiatore

Un micio bianco è stato visto utilizzare regolarmente la linea bus n. 331, da Walsall a Wolverhampton, per diverse mattine a settimana. 
Il felino, che ha un collarino rosso, sale alla solita fermata di Walsall e scende circa 400 metri piu’ avanti, vicino ad un negozio di fish and chips. 
Il gatto è stato soprannominato dagli autisti Macavity dal nome del mystery catdel poema di T.S Elliot. 
E’ da gennaio che il micio prende regolarmente l’autobus 331, almeno due o tre volte a settimana, e sale e scende sempre alle stesse fermate. 
Bill Khunkhun, l’autista di 49 anni che per primo ha avvistato Macavity tra i passeggeri del bus, ha raccontato:"Mi ero fermato in Churchill Road per far salire un paio di passeggeri. Appena ho aperto le porte, ho visto il gatto correre verso l’autobus, salire su e correre a rifugiarsi sotto uno dei sedili. Non so perché sia salito, ma l’esperienza sembrava piacergli. Ho raccontato l’episodio ad altri autisti di questa linea e anche loro mi hanno confermato di aver visto il gatto." 

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À Rebours

Non avrei mai pensato che la mia giovinezza fosse ormai datata…magari un pochino vintage, ma certo non da museo o retrospettiva. Eppure, in soli 2 giorni, mi son rivissuta infanzia e adolescenza, tuffi al cuore e mille ricordi provocati da brandelli di storia esibiti in una vetrina o appesi al muro con una targhetta vicino!
Ieri, ad esempio, sono stata con una mia amica al V&A Museum of Childhood. Il pretesto era quello di vedere la mostra di incisioni di Picasso, poi però abbiamo passato ben 2 ore ad entusiasmarci tra giochi e giocattoli di altri tempi.
C’era un pò di tutto, bambole del settecento, orsetti di pezza vittoriani… ma anche cose più recenti, come i playmobil, il meccano, il piccolo chimico, i pupazzetti della fisherprice, il mastermind e… 

kermit
Kermit!
Oggi, invece, sono uscita da lavoro che c’era il sole ed ho pensato che era un peccato tornarsene subito a casa, perciò mi son fatta una passeggiata fino all’ICA, per andare a vedere una mostra sull’Inghilterra Tatcheriana dal titolo: The Secret Public (The Last Days of the British Underground 1978 – 1988).
Girovagando tra grafica, fotografie, installazioni e video, ho trovato e ritrovato alcune chicche, come le lastre incise da Peter Saville per la stampa della copertina del disco dei Joy Division (quando il binomio vinile/arte era ancora possibile), un filmato dei Duvet Brothers con la colonna sonora dei New Order [che mi son vista 2 volte con cuffie premute sui timpani] e un video documento di Hey! Luciani: The Life and Codex of John Paul I, opera teatrale con testi e musiche dei The Fall messa in scena nel 1986 (ho ancora il 45 giri di quella canzone).
E a vedere il video ho pensato che sì, anche se non ho mai suonanto la chitarra, a 18 anni ero proprio come Brix Smith, acerba, platinata, nera e borchiata!
Prima di lasciare la galleria, mi sono fermata a leggere i frammenti di vita narrati nella ormai polverosa installazione di Stephen Willats, Living like a Goya (1983). Quelle facce gothic nelle foto potrebbero essere degli amici perduti, quei pizzi e quelle collane sono gli stessi che vorrei ancora portare, che comunque non riesco a buttare. Perchè se il guardaroba si è colorato nel tempo, il nero è ancora una dominante, un lascito difficile da ignorare, un’impronta nel cuore.
Il succo di anni vissuti contro, arte e vita confusi assieme, come in un gioco, l’ho scoperto in questa frase:
"I look a lot better if I’m really dressed up and you can become more outrageous in every way and you seem to be able to get away with doing more things when you’re dressed up as well…"

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W/E in Logoborro


Come alcuni affezionati lettori han forse intuito, ho trascorso il weekend in quel di Logoborro, in compagnia della Mawiapia, la quale mi ha ufficialmente affidato il compito di riassumere la nostra intensa due giorni evitando sputtanamenti e anche la pubblicazione di foto compromettenti che tanto piacerebbero al Guro.
Ora, l’esperienza, come dicevo, è stata intensa.
Pensate ad un’umanista londinese che lascia il caos frenetico della metropoli per tuffarsi nella calma a misura d’uomo (e di donna) della campagna angla e per due giorni ha a che fare con gente interessante, che usa il cervello, che ha lauree in biologia, chimica, matematica, ingegneria, insomma tutto quello che per me è ostrogoto, ma che non ha nulla del secchione, e anzi vive brillantemente e fino in fondo questo microcosmo multiculturale di cittadina universitaria,Sfelicità a momenti e futuro incerto.

Prendete questa manciata di gente e mettetela su un treno per Nottingham, fatela girovagare per strade ventose, pub vetusti, vetrine in serie, selciati di cemento, camioncini dei gelati, arceri di bronzo.
Poi seguite questo gruppo di persone fino alla casa del basilico, spiate le mosse degli italiani che cucinano 4 tipi di pasta, il torinese che vuole mettere il parmigiano ovunque, la sarda che lo vuole nell’insalata, ma senza le noci, e la romana che decide di cimentarsi in una puttanesca per 11 persone. E siccome a Roma “na bòna magnata va a braccetto co’ na bona risata e na’ cantata tutti ‘nsieme”, la tradizione la si esporta a Logoborro, e agli angli basiti abbiam fatto fare il coro sulle canzonacce delle Osterie. E sì, avremmo le foto, e anche il filmino, ma questi sono ricordi solo nostri, io al massimo vi passo la ricetta per la puttanesca x 6:

– 500 gr di pomodorini freschi
– 3 spicchi d’aglio
– 1 dl e 1/2 di olio d’oliva
– un pezzetto di peperoncino forte
– 50 g di capperi
– 100 g di olive snocciolate
– sale, solo se occorre
– 600 g di linguine sottili

Esecuzione:
Fate soffriggere l’aglio e il peperoncino nell’olio, aggiungere i capperi, le olive snocciolate e i pomodori pelati tagliati a pezzettini.
Lasciate cuocere a fuoco basso fino a quando i pomodori appaiono ben cotti. Scolare la pasta e condirla con il sugo.

P.S.
Comunicazione di servizio:
Pietta, ho scoperto che la Brush non fabbrica spazzole ma…
locomotive et similia!!!

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fin de semana madrileño…and cold snaps in London

madrid

W/E a Madrid:
tre giorni di sole, cultura, gastronomia, movida, comida, paella, calor, vino tinto, café con leche e la cuenta por favor. Tre giorni per perdersi in infinite sale, una tela di Miro, la luce accecante che filtra dalle persiane, l’oscurità rivelatrice de L’âge d’or, il clamore della Guernica di Picasso, le copertine ingiallite della guerra civile, le grida di ragazzini abbronzati che giocano a pallone. E poi, cedere volentieri all’invito di un tavolino inondato di sole, ai colori del giardino botanico, e… all’empanada de alcachofa!

Ritorno a Londra:
vento, nevischio, freddo pungente, svariati strati di vestiti, guanti di lana, sciarpa e berretto, facce assorte sul solito treno, mind the gap, pranzo insipido, collega spagnolo a cui parlare della Spagna, autobus rossi a due piani, turisti spaesati, non mi va di parlare anglo, please go to cashier one, vetri imperlati di pioggia, west end final ed io che dipingo fiori inglesi intirizziti, sorseggiando un herbal tea e pensando che forse ho sognato, che forse emigro di nuovo…o forse no.

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The Da Vinci Gate

da_vinci_cod_arundelLa British Library ha pubblicato online una versione digitale dei taccuini di Leonardo, nello specifico il Codice Arundel e il Codice Leicester.

Ma… la suddetta versione è accessibile solo ed esclusivamente agli utenti della nuova piattaforma Microsoft Vista.
L’impopolare scelta è dovuta al fatto che, mentre il Codice Arundel è di proprietà della British Library, quello Leicester è stato acquistato nel 1994 da Bill Gates, co-fondatore e chairman di Microsoft.
Gates ha acconsentito alla pubblicazione digitale del Codice Leicester, ma solo per una durata di 6 mesi e in cambio della possibilità da parte di Microsoft di utilizzare gli spazi della British Library per il lancio della nuova piattaforma di Windows.
Da ciò ne consegue che entrambi i manoscritti sono ora accessibili online dagli utenti di Vista, tramite un software sviluppato dal museo e sponsorizzato da Microsoft.
Molte le polemiche, come potete immaginare.
Martin Kemp, professore di storia dell’arte alla Oxford Unversity, si è dichiarato sorpreso nell’apprendere che anche il Codice Arundel è disponibile online solo per chi possiede le versioni più avanzate del sistema operativo Microsoft.
Impedire l’accessibilità dei contenuti non solo agli utenti Mac, come me, ma anche agli stessi user di Windows 2000 e Windows Xp, non mi sembra una mossa etica, trattandosi oltretutto di un’iniziativa culturale di portata mondiale e rivolta – in teoria – ad un largo pubblico.
Il bello è che nel comunicato stampa della British Library si annunciava l’iniziativa elogiando Microsoft quale “worldwide leader in software, services and solutions that help people and businesses realize their full potential”…