John Kay e l’Illuminismo scozzese

Autoritratto di John KayJohn Kay (1742 – 1826), figlio di un muratore scozzese, fu avviato giovanissimo alla carriera di barbiere, attività che svolse ad Edimburgo per parecchi anni. Tuttavia, nel tempo libero, senza aver avuto alcun tipo di educazione artistica, si dedicava con maestria e humour, a realizzare ritratti e caricature dei personaggi più in vista della città. Grazie al mecenatismo di William Nisbet of Dirleton, nel 1785 Kay fu in grado di chiudere la bottega di barbiere e iniziare a lavorare come miniaturista e incisore, aprendo un negozio in Parlament Close. Le opere di Kay costituiscono oggi un interessante spaccato della società dell’epoca tardo georgiana. Edimburgo, tra la fine del XVIII e la metà del XIX secolo era detta l’Atene del Nord. Il capoluogo scozzese, costituito da un nucleo medievale densamente popolato a cui si andava aggiungendo un nuovo tessuto urbano, fu uno dei centri più importanti dell’Illuminismo in Gran Bretagna e diede vita a nuove idee, basate sul progresso sociale e l’avanzamento delle scienze.
Si calcola che, in un arco di tempo che va dal 1784 al 1822, Kay abbia inciso circa novecento immagini, raffiguranti scienziati, storici, politici e notabili scozzesi, tra cui l’economista Adam Smith. L’incisione, realizzata nel 1790, è l’unico ritratto di Smith sopravvissuto fino a noi, quando il filosofo era ancora in vita ed il personaggio è raffigurato a fianco di un tavolo, su cui è posta la sua opera fondamentale, quella Ricchezza delle Nazioni, pubblicata nel 1776, che gli valse il titolo di fondatore dell’economia politica liberista.
Forse perché non irregimentato da formazioni accademiche, il tratto di Kay è stranamente fresco e moderno, di un’ironia graffiante. I legami di stima ed amicizia tra Scozia e Francia, accomunate dalla visione dell’Inghilterra quale nemico comune, si alimentano delle letture filosofiche e regalano spunti per insoliti parallelismi ed ironie.
Kay sottolinea divertito la straordinaria somiglianza del postino Mr. Watson, un signor nessuno in quel di Edimburgo, con il grande pensatore Voltaire, le cui fattezze erano note all’incisore solo grazie al coperchio dipinto di una tabacchiera.

Voltaire; Mr Watson

Voltaire; Mr Watson
by John Kay © National Portrait Gallery, London

Kay non ha paura di criticare in senso giocoso le attitudini dei suoi concittadini. Le noiose prediche del leader del partito conservatore, Alexander Webster, trovano come pubblico una massa di atei, agnostici, cattivi fedeli, già noti in città, che, affollando le navate e gli spalti di Tolbooth Church, sono addormentati o volti di spalle o semplicemente non interessati all’evento. Ma l’ironia dell’artista si sofferma anche sui fenomeni di costume, la congerie di nani, giganti, attori, venditori ambulanti, vecchi centenari, benefattori, malviventi e intenditori d’arte, che affollano le vie della città. Un’asta di libri o un combattimento di galli, tutto serve a stimolare l’estro caricaturale, a regalare un frammento di vita.
Kay non risparmia nemmeno a se stesso questo gusto per la satira e il disincanto.
Agli albori della sua carriera ufficiale di artista, nel 1786, l’incisore, non più barbiere e chirurgo, si rappresenta in una posa intellettuale, su una sedia antica, col busto del poeta Omero e gli strumenti del mestiere poggiati sul tavolo. Libri, stampe, gusto antiquario, scienze ed arti sono i simboli che contano nella vita di Kay. Tuttavia, proprio dietro al ritratto del maestro, campeggia, sornione, un enorme gatto acciambellato, forse il più grosso di Scozia. E tanta nobiltà di intenti passa in secondo piano, oscurata dal rapporto più intimo e vero con l’animale domestico preferito.

La raccolta delle caricature di John Kay è accessibile online a questi indirizzi:

Kay’s Originals v.1
Kay’s Originals v.2

Inoltre, 287 ritratti e caricature, sono nella collezione della National Portrait Gallery.

Annunci

Rousseau il botanofilo

Nel panorama intellettuale e filosofico del Settecento, pur condividendo alcune idee dell’Illuminismo, il pensiero di Jean-Jacques Rousseau si distacca in maniera così originale, da essere considerato precursore del Romanticismo. Nato il 28 giugno 1712, Rousseau è attuale ancora oggi, ad esempio quando si oppone al Liberalismo individualistico, denunciando le ineguaglianze e le ingiustizie sociali. Le sue idee gli costarono persecuzioni e condanne da parte delle autorità civili ed ecclesiastiche, e, per diciotto mesi, riparò in Inghilterra, ospite del filosofo scozzese David Hume. A Londra, dove soggiornò per un periodo al numero 10 di Buckingham Street, si fece subito notare per l’abbigliamento “all’Armena”. È così che lo ritrasse Allan Ramsay nel 1766, con cappello e bordure di pelliccia, contro un fondale neutro scuro e la luce (o meglio, l’illuminazione) che piove sul capo illustre. L’inquietudine del filosofo segna una vita che, a dispetto di fama ed ingiurie, non conosce soste o riposo. Peregrinando da una città all’altra, dimorando ospite di discepoli o ammiratori (quando dissidi o manie di persecuzione non ne avvelenano i rapporti), nei suoi ultimi anni Rousseau si dedica alla botanica. Nella nomenclatura di fronde e fiori scopre un ordine meditativo, una consolazione alle incertezze quotidiane, che gli permette di vivere, senza nemici, il vasto mondo vegetale. Rispetto all'”Emile” o al “Contratto Sociale”, il corpus di scritti botanici è meno conosciuto. Al ritorno dall’esilio inglese, Rousseau scrive otto missive di botanica elementare, indirizzandole a Madame Delessert. Scritte a Parigi, dopo il 1771, le lettere verranno pubblicate postume, nel 1782, ed arricchite, nell’edizione del 1805, dalle mirabili tavole di Pierre-Joseph Redouté. È in uno di questi carteggi che Rousseau afferma pioneristicamente l’utilità di osservare la natura, lontano dall’artifizio dei giardini, poiché l’uomo si è allontanato da essa, piegandola e sovvertendola a proprio vantaggio.
Personalmente, mi sento vicina a questo filosofo-botanico, erborista ed educatore, propulsore di una bio-diversità ante litteram, il quale non esita ad elogiare le “erbacce”, convinto che i malesseri della società e dell’individuo siano causati dall’allontanamento da una vita semplice e spontanea, quella per cui originariamente si era stati creati.
Alla Linnean Society di Londra, è conservata una lettera che Rousseau scrisse a Linneo, il 21 settembre 1771. “Ricevete con bontà, Monsieur, l’omaggio di un incompetentissimo, ma zelantissimo discepolo.” All’encomio si associa la confessione che gli scritti di Linneo costituiscono un’oasi di pace e meditazione in mezzo alle persecuzioni, e che la botanica è un balsamo per la mente tormentata ed ossessiva del filosofo. Segue l’umile richiesta di uno scambio di sementi e di libri. E qui, niente di strano. Amici e contatti illustri solevano mandare a Rousseau lettere dai caratteri svolazzanti miste a semi di piante. E, per lenire l’improvvisa perdita di Madame de Malesherbes, morta suicida, Rousseau aveva inviato al suo consorte un erbario, nel quale il destinatario aveva riconosciuto, con piacere, degli esemplari raccolti assieme all’amico, a Meudon.
Piante rifugio, consolazione, distrazione, terapia, ma anche legante di amicizie, richiamo di esperienze.

Jean-Jacques Rousseau morirà ai primi di luglio del 1798, al ritorno da una passeggiata in solitaria, durante la quale aveva erborizzato, come sempre.