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No Logo?

museum of brands

Oggi sono reduce da escursione pomeridiana in quel di Notting Hill. A Carnevale finito, quando le stradine del quartiere, con i caffè e gli immancabili negozi di antiquario, erano animate solo dalla presenza di pochi turisti sparsi, qualche residente e un operatore ecologico che spazzava i vialetti davanti alle case color pastello, ecco che la nostra inviata si fermava a prendere la guida A-Z tascabilissima per cercare Colville Mews,W11 2AR, subito dietro Portobello Rd. Al numero 2 di questa anonima stradina, la aspettava un luogo alquanto singolare: The Museum of Brands. Nato grazie alla cospicua collezione dello storico Robert Opie, il museo contiene oltre 500.000 oggetti ed è il più grande del mondo.  Attraverso un percorso labirintico, si può rivivere un secolo di consumismo e costume, dall’era vittoriana ai nostri giorni. Una specie di macchina del tempo in cui la storia si rivive attraverso scatole di latta, involucri di cartone, foto, cartoline, etichette, bottiglie di vetro, contenitori dalle forme più svariate, in ceramica, celluloide o plastica, lattine e barattoli. A ciò si aggiunge una mescolanza infinita di oggetti di culto o di uso comune, dalla radio all’aspirapolvere, dai dischi dei Beatles al Muppet Show, da Felix The Cat a Topolino, dalle maschere antigas al televisore portatile. Nel tunnel del tempo si affollano ricordi d’infanzia e nostalgie del passato, e semplici oggetti d’uso quotidiano come una saponetta o una scatola di caramelle narrano una storia che è allo stesso tempo particolarismo e universalismo, evoluzione sociale e rivoluzione dei consumi.
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Anch’io mi son data alla cucina…

Piove e fa freddo in Albione. 
E’ fine agosto, ma sembra novembre. 
Chi si lamenta, chi, infischiandosene dell’”impronta al carbonio”, prende un aereo e scappa al caldo del Mediterraneo, chi si veste a strati, chi accende il riscaldamento, chi si rassegna, chi non si dà per vinto, chi, in SE4, si cimenta nell’antica arte delle marmellate, come da manuale anglo del 1934. 
Le quantità delle ricette sono in lb. e oz. e
per 1 lb di frutta, ci vogliono circa 14 oz. di zucchero.
Io ho fatto a occhio, perchè mia mamma mi ha insegnato così.
Voi, fatevi pure la conversione da misure angle a continentali.

Marmellata di Lamponi e Ribes
(il libro dice che la raspberry jam is much improved by the addition of red currant)

Prima di tutto, fate una passeggiata sotto la pioggia per andare al farmers’market o al seinsburi a comprare la frutta che necessita.
Poi piazzate due o tre barattoli e relativi coperchi a sterilizzare in una pentola piena d’acqua (il tutto deve bollire per almeno mezz’ora). Mentre i barattoli borbottano nella pentola, voi laverete i frutti rossi et rimuoverete eventuali rametti o picciuoli. Metterete poi i lamponi, il ribes e una mela a pezzetti in una pentola e, a fuoco basso, rimesterete per un pò. Aggiungete infine lo zucchero e cuocete la marmellata, la quale deve bollire fino al disfacimento dei frutti di bosco e al raggiungimento di una giusta consistenza [vedi test del cucchiaio di legno e del piatto di ceramica].
Mentre la marmellata ribolle diabolica come lava del Vesuvio o dell’Etna, i barattoli tintinnanti dovrebbero esser pronti. 
Datevi da fare con l’operazione “travaso”. Aiutandovi con un mestolo, cercate di non spiattellare marmellata in giro, ma di accomodarla negli appositi barattoli. Chiudete e capovolgete i vasetti, lasciandoli così fino a quando non si siano freddati e possano essere presi in considerazione per il tocco finale.
Incollate dunque una bella etichetta esplicativa, e, se siete in vena creativa, fate pure il vestitino al tappo, aiutandovi con un disco di stoffa ed un elastico.
Conservare in luogo asciutto, al riparo dalla luce.

marmellata di lamponi

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The Sound of Silence


big ben from old uk photos

Da sabato il Big Ben è stato messo a tacere per poter procedere ad un intenso mese di lavori di manutenzione, non solo sui meccanismi del vetusto orologio, ma anche sulla famosa campana, da cui esso prende nome. 
I celebri rintocchi si potranno udire nuovamente fra sei settimane, una volta che gli ingegneri avranno sistemato gli ingranaggi e restaurato le campane. 
Era dal 1956 che l’orologio del Parlamento non veniva zittito, e certo questo evento priva Londra di uno dei suoni più caratteristici. 
La torre dell’orologio, progettata da Charles Barry in stile neo-gotico, è alta 106 metri e presenta su ogni lato un quadrante di 8 metri di diametro. 
La Great Bell, che scandisce le ore, pesa 13 tonnellate e mezzo e fu realizzata nella Whitechapel Foundry, a Est di Londra, nel 1858. Il Parlamento organizzò una seduta speciale per trovarle un nome appropriato. Si decise alfine di chiamarla "Big Ben" dal soprannome di Sir Benjamin Hall, responsabile dei lavori di installazione.
Due mesi dopo l’inaugurazione, avvenuta nel luglio del 1859,la grande campana si crepò. 
Ma, con flemma tutta britannica, venne deciso semplicemente di voltarla, così che il martello non andasse a colpire la parte danneggiata. 
E per quasi 150 anni la campana, con crepa e leggende al seguito, è rimasta perfettamente attiva, sottolineando con la sua voce inconfondibile e l’assoluta precisione il fluire inesorabile del tempo.
In attesa di poterla riascoltare di nuovo, è possibile scaricare un file audio dal sito della BBC, con i rintocchi delle ore registrati sia dal piano stradale che dalla torre. 

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Life is a Laugh

Quando approdai a Londra per la prima volta, molti anni fa, rimasi affascinata dalla Tube, così caratteristica, elaborata e allo stesso tempo facile da seguire nel suo reticolato multicolore. Come in un video-game, tre fermate di linea rossa e tàc, mi ritrovavo a Bank, travolta da miriadi di impiegati in nero con la ventiquattrore. Altre 5 fermate di linea verde o gialla e riemergevo all’aria aperta, accolta dai rintocchi del Big Ben e un volo di piccioni.
Non so cosa ci fosse tra un posto e l’altro, che linee avessero i tetti, i muri delle case, gli alberi, le strade in superficie, e probabilmente la maggior parte dei turisti torna a casa con le stesse sensazioni visive, gli stessi scenari interrotti.
Ora che sono una londoner di adozione, ho sviluppato una specie di idiosincrasia per la metropolitana. Me ne servo solo se costretta, altrimenti mi affido ai treni, agli autobus e ai miei piedi.
Londra è come un enorme stagno, pullulante di attività frenetiche. Come tanti gerridi, quegli insettini dalle lunghe zampe che pattinano scattanti a pelo dell’acqua, migliaia di persone si rincorrono da un capo all’altro della città, senza sosta, con le cuffie nelle orecchie, la gomma in bocca, una cuppa di caffè in mano, sempre con quell’aria di chi non può perdere tempo.
Ed è proprio nella tube che, forse per lo spazio ridotto dei vagoni, l’oscurità deumanizzante che avvolge i finestrini, la calura, la calca e lo stress dell’ora di punta, a volte sembra più facile imbattersi in un prossimo scortese e poco socievole, da chi ti spintona per accaparrarsi il posto a chi si asserraglia davanti alla porta, impedendoti di scendere.
Ma la tube può rivelarsi un interessante luogo di passaggio, in cui l’arte interviene a mitigare le pene da girone infernale di tanti pendolari. Coloratissimi manifesti annunciano le ultimissime novità in fatto di mostre, cinema, teatro e uscite librarie. In alcune stazioni, ad esempio quella di Green Park, c’è sempre musica dal vivo di buona qualità, dal rock, al folk a Vivaldi. Mille metri quadri di stazione a Tottenham Court Road sono rivestiti di coloratissimi mosaici, realizzati da Eduardo Paolozzi negli anni ottanta.
Adesso, grazie a Platform For Art, iniziativa di London Underground volta a promuovere pubblicamente l’arte e la cultura e rendere più piacevole l’esperienza di viaggio tanti londinesi, per chi si avventura fino a Gloucester Road, sarà possibile ammirare una grande installazione di Brian Griffith.
L’opera, dal titolo emblematico di LIFE IS A LAUGH, resterà in situ fino a maggio 2008 ed è composta da vari relitti metropolitani, tra cui la testa di un panda, larga 7 metri e mezzo, un caravan anni ’70, un lampione recuperato dalla M42, una bicicletta e una pila di materassi usati.

 

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Del doman non v’è certezza

In terra angla vige la regola del carpe diem, specialmente per quanto riguarda le condizioni meteo.
Quest’estate, si sa, il tempo non è stato generoso, e le alluvioni e gli allagamenti delle settimane scorse si commentano da soli. 
Ecco perché non si può proprio rifiutare un weekend di sole e temperature davvero estivi, l’occasione insperata di utilizzare quel tubo di crema protettiva nuovo nuovo, levarsi quel pallore da malata, sentire l’erba fresca del parchetto sotto i piedi, godersi lo sbrago fino alle otto, il dolce far niente, la gonnellina senza calze, un tavolino all’aperto, lo sciame di impiegati in maniche di camicia davanti al pub, gli amici e le occasioni mondane. 
Come un venerdì sera alla Tate, un late evening di arte, BBQ, incontri e insolite avventure, specie quella in una galleria minima ed itinerante, colorati scatti di Gran Bretagna assiepati sulle pareti di una roulotte anni ’60.
Oppure una domenica assolata e pigra, lungo il fiume, dopo aver visitato salepiene di porcellane dorate, gemme antiche, ricami preziosi, tutti oggetti appartenuti alla bella creola che, accaldata dalle danze, vestita di veli leggeri, per onorare ai suoi doveri di padrona di casa, accompagnò lo Zar a passeggiare nel parco, e la fredda aria della sera, più che il ripudio e gli anni di gloria e imprecazioni a fianco dell’imperatore, le risultò fatale.
Pare siano state le giornate più calde del 2007 in UK (28 gradi), ma già le nuvole si addensano su questa breve parentesi estiva, la gente torna alle occupazioni di sempre e io, sognando granite all’orzata, fette di anguria e pomodori al riso, ritorno a postare sul blog. 
Scusate il ritardo.

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London’s Burning


E anche Luglio volge al termine, col suo carico di sogni e inondazioni. Oltre al computerino e al browser, anche la sottoscritta ha avuto un insperato upgrade, passando dalle sale al box office, trasformandosi da mero giocoliere a presentatore del multiforme e multicolorato Victorian Museum Circus
Insomma, ‘me la canto e me la sòno’, come dicesi a Roma, ma in ben 4 lingue e barcamenandomi col multitasking. Che bello! 
Due settimane di training e poi decideranno se servirsi ancora dei miei servigi o rigettarmi nei meandri polverosi del tendone, tra leoni e tigri, donne barbute e mangiaspade.
Agosto, blog mio non ti conosco.
Molti di voi hanno già mollato la stesura quotidiana per raggiungere ameni luoghi di vacanza ai monti o al mare, o semplicemente perché stremati dalla canicola estiva.
L’aggiornamento di SE4 prosegue invece fino alla sagra dell’uva, con notizie, aneddoti e proposte.
Per chi resta a Londra e non ha molte finanze disponibili al sollazzamento, consiglio una visitina al Museum of London, il più grande museo cittadino, totalmente gratuito e al riparo da pioggia e clima infausto. Non lasciatevi scoraggiare da certe linee in cemento tipiche dell’«Architettura brutale» di fine anni ’70, perché la natura degli interni è basata sul concetto moderno di come un museo dovrebbe essere (cioè stimolante, adatto ad un pubblico giovane e ricco di elementi visivi e audiovisivi).
Attualmente, al pian terreno, c’è una bella mostra sul Grande Incendio del 1666, caratterizzata da un allestimento lineare ed accattivante, adatto sia a grandi che piccini, con documenti ed oggetti interessanti e animato dall’intenzione di riportare il visitatore indietro nel tempo senza risultare pedante. 
Se poi vi resta tempo, proseguite nelle sale adiacenti ed esperimenterete in maniera multisensoriale la vita a Londra tra preistoria e rinascimento, attraverso oggetti, ricostruzioni di ambienti, percorsi tattili e suggestioni acustiche.
Il primo giovedì di ogni mese, il museo resta aperto fino alle 21. Per la prossima settimana è previsto un BBQ Medieval style, con tour guidato e hog roast in terrazza.
Sempre che non piova…

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eleventypes

eleventypes
Giorno libero e pioggerellina fina che viene giù intermittente. Per uscire mi metto la magliettina vintage, quella bianca anni sessanta, con le paillettes madreperlate, e la sciarpa di seta svolazzante, da morte del cigno. Pranzo a South Kensington con l’amica americana e quella francese per discutere di un progetto professionale. Siamo ancora in alto mare, la francese finché non vede non crede, l’americana punta ottimisticamente sulla vision, mentre io la butto sul pragmatico. Staremo a vedere, comunque il brunch era molto buono e il padrone della crêperie ci ha anche offerto una sua creazione omaggio, la crespella col cioccolato bianco e le fragole. L’amica americana mi ha poi invitato a casa sua. Ci dovevo restare una mezzoretta, ma chiacchiera chiacchiera si son fatte le 6! Questo non mi ha impedito di recarmi in centro per le commissioni improrogabili che avevo programmato, nonché avventurarmi fino a Old Street per un vernissage.
La galleria straripava di gente e sembrava un vagone della tube nell’ora di punta. Mi sono intrufolata, ma non riuscivo a vedere le opere, solo spalle, mani gesticolanti, visi accaldati e bicchieri di vino sgocciolanti, branditi qua e là mentre si chiacchierava d’altro. Sono uscita quasi subito, per evitare la claustrofobia. Tuttavia non è stato un viaggio a vuoto. Infatti ho incontrato uno dei dieci fotografi internazionali selezionati da Aaron Schuman per Saatchi magazine, felicissimo della recensione che avevo scritto su di lui il mese scorso. E ho anche scoperto che, sul blog d’artista, non solo ha linkato il pezzo, ma lo ha trasformato, sovrapponendo 11 righe ad uno dei suoi bellissimi lavori…

© R.Cracknell
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“London is drowning/And I live by the river”

Giorni fa è venuta giù tanta acqua, ma tanta, che il cielo era nero e a mezzogiorno sembravano le cinque di un pomeriggio di mezzo inverno. Sabato, invece, il sole splendeva, ma giusto il tempo per un’occhiata a dei kimono d’artista e una bibita a C’est Ici! che io e il Di Garbo siamo rimasti bloccati mezz’ora da un improvviso acquazzone. Pioveva ancora quando in serata mi sono recata al redivivo Millennium Dome, che ora si chiama O2, come la formula dell’ossigeno diatomico, o come un noto operatore di telecomunicazioni, fate vobis. La tenda-mostro con le zeppe ha riaperto i battenti come centro di intrattenimento multifunzione. Un passaggio coperto la connette alla stazione dei taxi, dei bus e della metropolitana. All’interno bar, ristoranti, cinema multisala, uno spazio per le mostre (che prossimamente ospiterà King Tut ) un’area concerti da 2.300 posti e l’Arena stessa, da 20.000. Quest’ultima l’ho testata per voi, assistendo al concerto pop senza chitarre dei Keane, anch’essi redivivi, dopo che lo scorso anno avevano dovuto interrompere il tour perché il cantante si era chiuso in clinica per problemi di droga (e Liam Gallagher, frontman degli Oasis, dall’alto dei suoi abusi criticò la scelta come poco rock’n’roll). Concertino carino, condito da vista spettacolare da vertigini, belle luci, simpatici effetti e acustica di qualità – trattandosi comunque di una tenda. 
Ma, intanto, piove, e la pioggia viene giù, anche ora, mentre vi scrivo, mettendo le mie manacce sulla nuova creatura, un MacBook bianco, con il corpo da giovine e la memoria da vecchio.
Ho deciso che lo chiamerò Mac Senjiro Shiba, come il padre di Hiroshi in Jeeg Robot (non so se siete pratici di cartoni giappi anni ’80), perché costui aveva riversato la sua coscienza in un elaboratore elettronico, e così non era proprio morto.
Come il mio defunto computerino, che non è proprio morto, perché la sua memoria mi parla ancora, da uno schermo più largo.
In terra angla piove ormai da un mese, e tutti si lamentano e un sacco di zone sono alluvionate. 
La mia abbronzaturina italiana si è ormai sbiadita, cammino ingiacchettata come a ottobre e non riesco proprio a credere che a due ore e mezzo di aereo da qui possa esserci della gente sudata, accaldata, avvinghiata al condizionatore, sbragata sul bagnasciuga, colpita dalla sete e dalla calura, che si lamenti del clima e dell’effetto serra. 
Anche qui ci si lamenta, sì, ma perché l’acqua è ormai alle porte di casa e quella del rubinetto bisogna bollirla e pure nel museo ci piove dentro. E l’Evening Standard dice che Londra non è al sicuro, che domani pure il Tamigi strariperà, perciò si salvi chi può.

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Sospesa fra due mondi


Sarà il vento caldo dell’estate, ma quando torno in patria i sentimenti si fanno ambivalenti. A volte penso che con l’esilio questi confini siano divenuti sterile luogo comune, quasi depliant turistico decantante bellezze e gastronomie di un’entità geografica che un tempo per me era casa. Gli amici veri restano, comunque vada e dovunque io sia, ma le nostre vite hanno preso direzioni diverse. Quando sono qui mi sembra sempre di essere un fiore o un animale esotico, un’attrazione da serraglio. Così la ragazza "che ormai è diventata proprio un’inglese, eh?!" colora di novità il quotidiano di chi è rimasto, ascoltando paziente gli sfoghi di chi crede io non abbia mai dubbi o difficoltà. Sento un sapore strano nell’aria rovente, la certezza ineluttabile che non si può tornare indietro: vivessi nuovamente qui, tutto sarebbe anacronistico e complicato, come rientrare nelle forme sgualcite di una veste che non calza più.
Ancora vegeta e incredula, mi tocca dunque assistere alle suggestioni da caro estinto: come in un sogno, mi aggiro, pallido essere, in stanze ricolme di oggetti che ho amato, tra foto incorniciate da mia madre, altarini di una vita che ho trascinato via da qui, in un lontano pomeriggio di settembre.
Il tempo vola ed io tornerò presto a raccontare di SE4, ma non prima di aver assaporato fino in fondo i colori, i sapori e le forme della mia città natale e delle antiche colline toscane, che raggiungerò domani.

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Life is Short, Art is Forever


“Ars Longa, Vita Brevis” diceva Ippocrate.
La mia vita a volte sembra abbreviarsi a causa della frenetica vita londinese, che non permette poltritudini gaudenti, ma solo infinite corse e capriole, tra lustrini di vita circense, recite di pronomi diretti ed indiretti, il quiz nàit al pub che siamo arrivati terzi, il fìscendcìps che non c’è tempo di cucinare, la oyster card da ricaricare, un caffè brodaglia sbevazzato per strada, e poi provare a ricaricare le pile seduti su poltrone acriliche nel cinema di zona, tra teneri trifogli al parco di SE4, all’ombra di un melo nel localetto di zona, cullati da musica barocca nella chiesa di St. Alfege.
Si va di fretta in questa città, eppure basta poco per trovare un pò di sollievo, un’oasi di quiete.
Basterebbe solo rallentare il passo e reimparare a guardare. 

grandtour
John Constable – The Hay Wain – 1821

In questi giorni, il West End si è trasformato in una galleria all’aperto e le strade e i vicoli di Soho, Piccadilly e Covent Garden sono tappezzate da riproduzioni di famosi dipinti, realizzate da Hewlett Packard e i cui originali si trovano alla National Gallery.
L’insolita operazione, denominata The Grand Tour (dal viaggio di cultura in voga tra i nobili e gli artisti nel XVIII secolo) si avvale, per chi ha tempo, anche di un sito internet da cui si possono scaricare una mappa interattiva e anche delle tracce audio da riversare nel lettore mp3.
Charles Saumarez Smith, direttore della National Gallery, spera che l’iniziativa invogli la gente a visitare gallerie e musei londinesi per ammirare i capolavori in essi conservati.
Nel frattempo, qualcuno che non ha avuto problemi a pagare a Christie’s la bella somma di 17.940.000 sterline (26,5 milioni di euro), da oggi potrà sedersi in un lussuoso salotto, magari con un bicchiere di brandy in mano, a rimirare dal comodo divano, le nebbie turchine del Waterloo Bridge dipinto da Monet.