Tutto è iniziato stamattina alla stazione di SE4, con la stupida macchinetta che mi poteva fare il return ticket per tutte le destinazioni londinesi, tranne che per il posto dove dovevo andare io, così ho dovuto battere la tecnologia e comprare un biglietto per la fermata prima. La stazione del Palazzo di Cristallo, se non ci siete mai capitati, è strana assai, specie a mezzogiorno di un lunedì di febbraio.
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L’arte di arrangiarsi: in SE4 ci sono un sacco di creativi…
Bright Light, Dark Room


Merry Xmas, anyway
Ecco un assaggio delle luci natalizie tradizionali e controcorrente che potreste ammirare a Londra, se passeggiaste da TrafalgarSquare a South Bank, attraversando il fiume. Ammirereste la tradizionale cartolina natalizia della celebre piazza, con l’albero di natale norvegese e l’imperturbabile Nelson, vi meravigliereste delle insolite installazioni luminose d’artista, firmate da Anya Galliaccio e David Batchelor per il Southbank Centre, e costituite da oggetti d’uso comune o bottiglie e rifiuti riciclati, per terminare con la Ruota illuminata di blu e la giostrina vittoriana, con le musiche dei muppets e i cavallini di legno.
Auguri.

Off the Beaten Track
Charles Dickens – "Great Expextations" – Chapter 4
Stasera, invece, per salutarci tra amici nel quartiere, si è deciso di unire i drinks a qualcosa di culturale e ci siamo visti al The Brockley Jack, il pub più antico di SE4.

Il Brockley Jack, il cui nome originario era "The Castle", esisteva già come locanda di campagna nel XVIII secolo, quando SE4 veniva citata nelle mappe londinesi semplicemente come arable land. Il nome attuale del pub risale al 1863, mentre l’aspetto architettonico si deve ad un rifacimento, avvenuto nel 1898.
Dietro al bar c’è un piccolo teatro, che occupa lo spazio utilizzato in precedenza come sala banchetti. Si tratta di un palcoscenico di dimensioni ridotte, ma funzionale, con luci, effetti sonori e poltrone rialzate. Un fringe theatre, i cui spettacoli spaziano dalla commedia al varietà, ai classici. Il futuro di questo teatro è al momento incerto, infatti il pub, con il nuovo anno, verrà ristrutturato e non si è capito bene se il management abbia intenzione di lasciare lo spazio sul retro così com’è, o spostare tutto ai piani superiori, ma a quel punto i costi ricadrebbero sulla piccola compagnia teatrale, che non è in grado di sostenerli.
Per tornare al presente, questa sera abbiamo assisitito ad una riuscitissima interpretazione, l’adattamento di Great Expectations di Dickens a cura di Hugh Leonard, recitato da una sintetica compagnia di validi attori, diretti da Kate Bannister.
La scenografia, ridotta al minimo, era flessibile e permetteva alla storia di svolgersi in una vivace varietà di luoghi e situazioni, arricchiti da effetti sonori e luci appropriate. La rappresentazione si avvaleva poi di un doppio registro, in cui Steven Alexander (Pip adulto) e la bravissima Bridget Collins (Pip ragazzino) interagivano a meraviglia sia come protagonisti che come voce narrante.
Lo spettacolo resterà in cartellone fino al 5 gennaio.
Info:
Brockley Jack Theatre,
Box Office: 020 8291 6354,
Website: www.brockleyjack.co.uk
Stompin’ at The Savoy
Da quando ha aperto i battenti, nel lontano 1889, ha ospitato personaggi illustri, della politica, dell’arte e dello spettacolo, da Oscar Wilde a Claude Monet, da Humphrey Bogart a Marilyn Monroe, da Enrico Caruso ai Beatles, a Winston Churchill, solo per citarne alcuni.
Il primo direttore dell’albergo fu quel César Ritz, che avrebbe poi fondato l’omonima hotel in Piccadilly. Tra i cuochi che ebbero l’onore e il piacere di lavorare al Savoy , basta citare il celeberrimo Auguste Escoffier, che qui diede vita al dessert Peach Melba.
Sinonimo di lusso e stile, il Savoy conserva un certo fascino fin de siècle mescolato abilmente al rifacimento, più famoso, Art Deco, percepibile nella facciata che si affaccia sullo Strand.
Ora l’albergo chiuderà i battenti per ristrutturazione e ben 3000 pezzi di arredamento andranno all’asta nei prossimi giorni (inclusi 200 letti completi di lenzuola e materassi!).
Si tratta di lotti provenienti dalle camere e suites, ma anche da lobbies, foyers e locali al pian terreno. Tutti di pregiata qualità, alcuni d’epoca, come i divisori intarsiati, i tavolini e le lampade anni Trenta, gli orologi da mensola primi Novecento, le librerie eduardiane, i vassoi in silverplate, il pianoforte a coda del ristorante, un comò Giorgio III e la grande fioriera all’ingresso dell’hotel, stimata tra 400 e le 600 sterline.

I lotti non verrano messi in vendita singolarmente, ciò significa che si potranno acquistare, ad esempio, 2 tavolini Art Deco, 3 orologi del nonno, 10 lampade da tavolo, 30 vassoi e così via.
Oggi il Savoy apriva i battenti al solo pubblico munito di catalogo per una preview degli oggetti.
Io e la Chiarulli, librone alla mano, non ci siamo lasciate sfuggire l’occasione.
Un’enfilade di camere, di stili e di design, da capogiro. Corridoi infiniti alla Shining e suites enormi, esagerate. I bagni con il bidet (!) che ci si poteva organizzare pure un party, le camere da letto da film dei telefoni bianchi, le plafoniere di alabastro e le cabine armadio sconfinate. Ma, soprattutto, dei panorami mozzafiato sul Tamigi, che, una tantum, erano GRATIS!

Prima di lasciare il Savoy, con i comodi divani e il pianista marpione giù nella hall del ristorante, abbiamo incontrato Kaspar, il gatto scaramantico dell’hotel.
Il felino venne realizzato nel 1926 dal designer Basil Ionides per aggiungere un ospite discreto alle infauste tavole in cui ci fossero solo 13 commensali.
Sembra che il gatto sia trattato proprio come un ospite vero, gli si piazzano davanti le vivande e gli si annoda un tovagliolo al collo.
Winston Churchill fu così entusiasta di Kaspar da volerlo presente non solo a tavola, ma a tutti gli incontri del "The Other Club", e difatti, dal 1927 ad oggi, il micio non ha perso un meeting!
Foto: © Chiarulli’s mobile
Per approfondimenti:
A Touch of Frost

Foto: © "St. John’s Station" 13/12/2007
Lo si immagina come una creatura dotata di talento artistico, che durante la notte vola attraverso città e campagne a disegnare bellissimi motivi di ghiaccio sulle foglie, i fili d’erba e i vetri delle finestre.
Non si conosce con sicurezza l’etimologia del nome. Alcuni pensano derivi dal folklore nordico, infatti nelle leggende scandinave si menziona un personaggio di nome "Jokul" (ghiacciolo) "Frosti" (gelo). Jack Frost è, insomma, il Gelo, e la sua figura, strettamente associata all’inverno e al Natale, in epoca vittoriana valicò l’Atlantico, grazie ad un’illustrazione di Thomas Nast per Harper’s Weekly (1864), in cui l’elfo compariva circondato di ghiaccioli come simbolo dell’inverno in Central Park.
In queste ultime fredde notti londinesi, Jack si è davvero sbizzarrito in magnifici arabeschi e finissimi gioielli di cristalli di ghiaccio.
E sì, d’accordo con voi che è solo una leggenda e che la brina è il semplice risultato di notti d’inverno, in cui il cielo terso e il calo delle temperature favoriscono il raffreddamento delle superfici…ma la magia, al mattino, è incontestabile.

Foto: © "Ragnatela" 13/12/2007
Can he swing on a web, no he can’t, he’s a pig
Volano le renne di Babbo Natale, la stella cometa, la Befana, gli angioletti, il folletto Jack Frost, che stanotte ci ha lasciato un bel po’ di brina… ma ieri, tra le colonne della Battersea Power Station volava qualcos’altro…
Battersea non è solo un esempio di architettura industriale, ma un simbolo.
La più grande centrale elettrica del Paese, fu costruita a sud del fiume negli anni Trenta e la sua massiccia struttura in ferro e mattoni, corollata da quattro imponenti ciminiere, a forma di colonne bianche, racchiudeva una potentissima turbina a vapore. Abbandonata e negletta dalla fine degli anni Settanta, Battersea è oggi un’affascinante rovina, dal futuro incerto. Se non è stata demolita come tanti altri edifici, lo si deve anche al fatto che la sue linee moderniste, da cattedrale dell’industria, oltre ad interessare gli studiosi di architettura, da tempo attraggono gli appassionati del rock. E’ proprio Battersea Power Station l’edificio immortalato dai Pink Floyd, nel 1977, come immagine di copertina dell’album "Animals".
Nella suddetta cover, tra le bianche ciminiere, si librava un maiale gonfiabile.

Durante la sessione fotografica per la realizzazione dell’album, si verificò anche un incidente: il suino pneumatico ruppe il cavo che lo teneva ancorato a terra e si librò nel cielo, fino ad interferire con le rotte aeree per Heatrow e creare il caos!
Da un trentennio Battersea è i Pink Floyd. Qualunque turista utilizzi un treno che passa per Victoria (come il Gatwick Express) non può ignorare le grandiose vestigia di questo edificio e, se vagamente appassionato di rock-progressive, far riferimento al binomio.
Tuttavia ieri, chi passava di là, avrà pensato anche ad un’allucinazione o ad un déjà vu. Infatti, c’era davvero un maiale gonfiabile tra le ciminiere della centrale, proprio come su quella copertina di tanti anni fa. Ma non era un maiale qualsiasi: era Spiderpig, il pork addomesticato, protagonista dell’ultimo film dei Simpsons.

Per l’uscita del DVD, la Fox ha pensato bene di ispirarsi ai Pink Floyd e liberare nel cielo un gigantesco Spiderpig gonfiabile, che ha gongolato nell’aria fredda londinese per tutta la giornata, guardato a vista da un addetto del Special Air Service Regiment, pronto a sparare e abbattere il pupazzo svolazzante, in caso di fuga.
What the Victorians did for us

In stagione: il 25 di dicembre ed in varie occasioni festive, fino a marzo.
(The Book of Household Management, cap. 27, 1861)
1^ Domenica d’Avvento

E anche dicembre è arrivato, con la pioggia, il buio alle 4 del pomeriggio, i mercatini di Natale, le cene e i drinks, lo shopping frenetico, i dolcetti ipercalorici, le luci colorate…Ho tirato fuori gli addobbi e l’alberino dell’anno scorso e poi ho comprato un calendarietto dell’Avvento che mi piace tanto, perché con i suoi colori vivaci e i numerini scritti piccolissimi mi dà più gusto nel cercare la finestrella da aprire. Per il resto, come dicevo, piove e tira un ventaccio freddo, condizioni meteo che rendono quasi stoico l’andare in giro per mercatini e simili. Col berretto calcato in testa e la sciarpona di pura lana nepalese comperata al negozietto vintage di fiducia, mi sono avventurata fino in SE10 per dare un’occhiata alle bancarelle e, soprattutto, godermi al calduccio un tradizionale Sunday Roast (visto che non mi capita spesso di non lavorare di domenica). La scelta è caduta su The Plume of Feathers, uno dei pochi pub tradizionali rimasti nella zona (negli ultimi anni ci sono state molte chiusure e/o pessime ristrutturazioni, senza un minimo di rispetto storico-architettonico, basti vedere cosa hanno fatto recentemente al pub davanti alla stazione di Greenwich). The Plume of Feathers, al numero 19 di Park Vista, è un dignitoso locale a ridosso del parco, che pare risalga al 1691, anche se la veste è per lo più vittoriana, come si evince dall’esterno in tipiche piastrelle verdi. C’è un bel caminetto, l’arredamento d’epoca, una pendola, i quadri con i velieri, i vetri colorati alle finestre con l’insegna di San Giorgio, la musica non è troppo alta, e il confortevole spazio attira una congerie di clienti abituali ed occasionali, conditi a volte dalla presenza di qualche turista. Il lauto pranzo domenicale consisteva in Roast Loin of Pork with Apple Sauce and cracklin (incluse le immancabili verdure, lo yorkshire pudding e il gravy) e per dessert un bel Bread and Butter Pudding with Custard.
