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London’s Burning


E anche Luglio volge al termine, col suo carico di sogni e inondazioni. Oltre al computerino e al browser, anche la sottoscritta ha avuto un insperato upgrade, passando dalle sale al box office, trasformandosi da mero giocoliere a presentatore del multiforme e multicolorato Victorian Museum Circus
Insomma, ‘me la canto e me la sòno’, come dicesi a Roma, ma in ben 4 lingue e barcamenandomi col multitasking. Che bello! 
Due settimane di training e poi decideranno se servirsi ancora dei miei servigi o rigettarmi nei meandri polverosi del tendone, tra leoni e tigri, donne barbute e mangiaspade.
Agosto, blog mio non ti conosco.
Molti di voi hanno già mollato la stesura quotidiana per raggiungere ameni luoghi di vacanza ai monti o al mare, o semplicemente perché stremati dalla canicola estiva.
L’aggiornamento di SE4 prosegue invece fino alla sagra dell’uva, con notizie, aneddoti e proposte.
Per chi resta a Londra e non ha molte finanze disponibili al sollazzamento, consiglio una visitina al Museum of London, il più grande museo cittadino, totalmente gratuito e al riparo da pioggia e clima infausto. Non lasciatevi scoraggiare da certe linee in cemento tipiche dell’«Architettura brutale» di fine anni ’70, perché la natura degli interni è basata sul concetto moderno di come un museo dovrebbe essere (cioè stimolante, adatto ad un pubblico giovane e ricco di elementi visivi e audiovisivi).
Attualmente, al pian terreno, c’è una bella mostra sul Grande Incendio del 1666, caratterizzata da un allestimento lineare ed accattivante, adatto sia a grandi che piccini, con documenti ed oggetti interessanti e animato dall’intenzione di riportare il visitatore indietro nel tempo senza risultare pedante. 
Se poi vi resta tempo, proseguite nelle sale adiacenti ed esperimenterete in maniera multisensoriale la vita a Londra tra preistoria e rinascimento, attraverso oggetti, ricostruzioni di ambienti, percorsi tattili e suggestioni acustiche.
Il primo giovedì di ogni mese, il museo resta aperto fino alle 21. Per la prossima settimana è previsto un BBQ Medieval style, con tour guidato e hog roast in terrazza.
Sempre che non piova…

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eleventypes

eleventypes
Giorno libero e pioggerellina fina che viene giù intermittente. Per uscire mi metto la magliettina vintage, quella bianca anni sessanta, con le paillettes madreperlate, e la sciarpa di seta svolazzante, da morte del cigno. Pranzo a South Kensington con l’amica americana e quella francese per discutere di un progetto professionale. Siamo ancora in alto mare, la francese finché non vede non crede, l’americana punta ottimisticamente sulla vision, mentre io la butto sul pragmatico. Staremo a vedere, comunque il brunch era molto buono e il padrone della crêperie ci ha anche offerto una sua creazione omaggio, la crespella col cioccolato bianco e le fragole. L’amica americana mi ha poi invitato a casa sua. Ci dovevo restare una mezzoretta, ma chiacchiera chiacchiera si son fatte le 6! Questo non mi ha impedito di recarmi in centro per le commissioni improrogabili che avevo programmato, nonché avventurarmi fino a Old Street per un vernissage.
La galleria straripava di gente e sembrava un vagone della tube nell’ora di punta. Mi sono intrufolata, ma non riuscivo a vedere le opere, solo spalle, mani gesticolanti, visi accaldati e bicchieri di vino sgocciolanti, branditi qua e là mentre si chiacchierava d’altro. Sono uscita quasi subito, per evitare la claustrofobia. Tuttavia non è stato un viaggio a vuoto. Infatti ho incontrato uno dei dieci fotografi internazionali selezionati da Aaron Schuman per Saatchi magazine, felicissimo della recensione che avevo scritto su di lui il mese scorso. E ho anche scoperto che, sul blog d’artista, non solo ha linkato il pezzo, ma lo ha trasformato, sovrapponendo 11 righe ad uno dei suoi bellissimi lavori…

© R.Cracknell
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“London is drowning/And I live by the river”

Giorni fa è venuta giù tanta acqua, ma tanta, che il cielo era nero e a mezzogiorno sembravano le cinque di un pomeriggio di mezzo inverno. Sabato, invece, il sole splendeva, ma giusto il tempo per un’occhiata a dei kimono d’artista e una bibita a C’est Ici! che io e il Di Garbo siamo rimasti bloccati mezz’ora da un improvviso acquazzone. Pioveva ancora quando in serata mi sono recata al redivivo Millennium Dome, che ora si chiama O2, come la formula dell’ossigeno diatomico, o come un noto operatore di telecomunicazioni, fate vobis. La tenda-mostro con le zeppe ha riaperto i battenti come centro di intrattenimento multifunzione. Un passaggio coperto la connette alla stazione dei taxi, dei bus e della metropolitana. All’interno bar, ristoranti, cinema multisala, uno spazio per le mostre (che prossimamente ospiterà King Tut ) un’area concerti da 2.300 posti e l’Arena stessa, da 20.000. Quest’ultima l’ho testata per voi, assistendo al concerto pop senza chitarre dei Keane, anch’essi redivivi, dopo che lo scorso anno avevano dovuto interrompere il tour perché il cantante si era chiuso in clinica per problemi di droga (e Liam Gallagher, frontman degli Oasis, dall’alto dei suoi abusi criticò la scelta come poco rock’n’roll). Concertino carino, condito da vista spettacolare da vertigini, belle luci, simpatici effetti e acustica di qualità – trattandosi comunque di una tenda. 
Ma, intanto, piove, e la pioggia viene giù, anche ora, mentre vi scrivo, mettendo le mie manacce sulla nuova creatura, un MacBook bianco, con il corpo da giovine e la memoria da vecchio.
Ho deciso che lo chiamerò Mac Senjiro Shiba, come il padre di Hiroshi in Jeeg Robot (non so se siete pratici di cartoni giappi anni ’80), perché costui aveva riversato la sua coscienza in un elaboratore elettronico, e così non era proprio morto.
Come il mio defunto computerino, che non è proprio morto, perché la sua memoria mi parla ancora, da uno schermo più largo.
In terra angla piove ormai da un mese, e tutti si lamentano e un sacco di zone sono alluvionate. 
La mia abbronzaturina italiana si è ormai sbiadita, cammino ingiacchettata come a ottobre e non riesco proprio a credere che a due ore e mezzo di aereo da qui possa esserci della gente sudata, accaldata, avvinghiata al condizionatore, sbragata sul bagnasciuga, colpita dalla sete e dalla calura, che si lamenti del clima e dell’effetto serra. 
Anche qui ci si lamenta, sì, ma perché l’acqua è ormai alle porte di casa e quella del rubinetto bisogna bollirla e pure nel museo ci piove dentro. E l’Evening Standard dice che Londra non è al sicuro, che domani pure il Tamigi strariperà, perciò si salvi chi può.

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Life is Short, Art is Forever


“Ars Longa, Vita Brevis” diceva Ippocrate.
La mia vita a volte sembra abbreviarsi a causa della frenetica vita londinese, che non permette poltritudini gaudenti, ma solo infinite corse e capriole, tra lustrini di vita circense, recite di pronomi diretti ed indiretti, il quiz nàit al pub che siamo arrivati terzi, il fìscendcìps che non c’è tempo di cucinare, la oyster card da ricaricare, un caffè brodaglia sbevazzato per strada, e poi provare a ricaricare le pile seduti su poltrone acriliche nel cinema di zona, tra teneri trifogli al parco di SE4, all’ombra di un melo nel localetto di zona, cullati da musica barocca nella chiesa di St. Alfege.
Si va di fretta in questa città, eppure basta poco per trovare un pò di sollievo, un’oasi di quiete.
Basterebbe solo rallentare il passo e reimparare a guardare. 

grandtour
John Constable – The Hay Wain – 1821

In questi giorni, il West End si è trasformato in una galleria all’aperto e le strade e i vicoli di Soho, Piccadilly e Covent Garden sono tappezzate da riproduzioni di famosi dipinti, realizzate da Hewlett Packard e i cui originali si trovano alla National Gallery.
L’insolita operazione, denominata The Grand Tour (dal viaggio di cultura in voga tra i nobili e gli artisti nel XVIII secolo) si avvale, per chi ha tempo, anche di un sito internet da cui si possono scaricare una mappa interattiva e anche delle tracce audio da riversare nel lettore mp3.
Charles Saumarez Smith, direttore della National Gallery, spera che l’iniziativa invogli la gente a visitare gallerie e musei londinesi per ammirare i capolavori in essi conservati.
Nel frattempo, qualcuno che non ha avuto problemi a pagare a Christie’s la bella somma di 17.940.000 sterline (26,5 milioni di euro), da oggi potrà sedersi in un lussuoso salotto, magari con un bicchiere di brandy in mano, a rimirare dal comodo divano, le nebbie turchine del Waterloo Bridge dipinto da Monet.

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s-CRAP the Logo


"There are a thousand small design studios
who could have done a better job for much less money."
Stephen Bayley ~ Design Guru

E forse lo sapete già, ben 400 mila sterline sono state spese per creare il simbolo delle prossime Olimpiadi in terra angla.
400 mila pounds per un logo movimentato da cunei puntuti di tipo "futurista", (mi scuso dell’impropria attribuzione del termine, certo FuturBalla & Marinetti avrebbero saputo fare di meglio) o, volendo usare la definizione dei suoi creatori, dalle linee giovanili, più consone all’era dell’internet generation. E insomma, l’ispirazione verrebbe dalla graffiti art… ma anche qui, Keith Haring buonanima avrebbe sicuramente eccelso in un qualsivoglia scarabocchio.
Una petizione online ha dovuto chiudere in soli 3 giorni, dopo che sul sito si sono raccolte ben 50.000 firme di gente indignata e offesa (c’è anche chi dice che il logo olimpico ricordi vagamente la forma di una svastica).
L’immagine è costata non solo denaro, ma anche l’impegno di una pregiata squadra di creativi, e perciò non si cambia.
Continuare a mantenere aperta la petizione avrebbe significato danneggiare ancora di più l’immagine dei giochi olimpici londinesi, già motivo di aspre polemiche, logo a parte (tanto per dirne una, il budget iniziale si è nel frattempo quadruplicato!).
I creativi e il direttore della commissione organizzatrice dei giochi (Locog), da parte loro, si sono affrettati a ribadire che il logo, disponibile nei colori moda blu, fucsia, verde e arancio, è stato concepito per suscitare reazioni forti e che le sue linee zigzaganti sono sinonimo di vibrante dinamismo. 
Jacques Rogge, presidente del Comitato Olimpico Internazionale, considera il marchio un elemento davvero innovativo e attraente per i giovani, mentre Tony Blair spera che il simbolo sia fonte d’ispirazione e induca la gente ad un cambiamento positivo nella loro vita.
Nel frattempo, il coloratissimo spot delle Olimpiadi è stato ritirato dal sito ufficiale perché una particolare sequenza potrebbe provocare attacchi in soggetti predisposti ad epilessia fotosensitiva.

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The Edwardians in Colour

Il mondo moderno. Siamo abituati a pensare che si sia colorato con il boom economico, dopo la Seconda Guerra Mondiale, e che tutto quello che c’è stato prima si fosse svolto in toni più o meno drammatici, tra contrasti di bianco e nero, seppia o scale di grigio.
Invece, i colori c’erano già, li avevano inventati i Fratelli Lumière, nel 1903, grazie ad un procedimento all’amido di patate, chiamato autochrome.
Quando la nuova tecnica fu rivelata pubblicamente, il banchiere Albert Kahn, allora l’uomo più ricco d’Europa, fu così entusiasta di ciò che vide, da voler creare un inventario fotografico di tutte le meraviglie del pianeta.
A sue spese, Kahn inviò 14 fotografi in giro per il mondo. Furono scattate più di 72.000 foto e oltre 100 ore di filmati autochrome. L’uomo morì in miseria, nel 1940, dopo essere stato colpito dalla crisi del ’29 e aver dichiarato bancarotta nel 1934. Fortunatamente, il suo Archivio del Pianeta fu acquisito dallo stato francese e preservato in un museo. Proprio in questi giorni, il quarto canale della BBC dedica una serie di cinque puntate all’inestimabile lascito. 
E’ incredibile come le foto a colori riescano a rendere tutto più vivido e vicino. Sembra che 100 anni non siano passati, che i soggetti immortalati siano ancora tra noi, che sia ancora possibile camminare in una Piccadilly deserta, stringere la mano al venditore serbo di limonata, parlare a quella donna irlandese, che sorride da sotto lo scialle, udire il fruscio dei variopinti abiti di seta indossati dagli attori di Hanoi. Stesse emozioni sorprendenti, anche se stavolta i colori sono stati sapientemente e pazientemente aggiunti a mano, ci vengono regalate da una serie di diapositive da lanterna, conservate all’Horniman Museum, a sud di Londra.
Il fortuito ritrovamento del diario di una ragazzina inglese, Marjorie Bell, che, assieme alla madre e la zia, ebbe la fortuna di visitare il Giappone nel 1903, è il punto di partenza della mostra "Journey through Japan", un viaggio romantico e affascinante, in cui parole e immagini sanno rievocare realtà altrimenti perdute e lontane.

edwardians in colour

Credits:
Roger Dumas – Piccadilly Circus © Musée Albert Kahn
Anonimo – Monte Fuji © The Horniman Museum

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À Rebours

Non avrei mai pensato che la mia giovinezza fosse ormai datata…magari un pochino vintage, ma certo non da museo o retrospettiva. Eppure, in soli 2 giorni, mi son rivissuta infanzia e adolescenza, tuffi al cuore e mille ricordi provocati da brandelli di storia esibiti in una vetrina o appesi al muro con una targhetta vicino!
Ieri, ad esempio, sono stata con una mia amica al V&A Museum of Childhood. Il pretesto era quello di vedere la mostra di incisioni di Picasso, poi però abbiamo passato ben 2 ore ad entusiasmarci tra giochi e giocattoli di altri tempi.
C’era un pò di tutto, bambole del settecento, orsetti di pezza vittoriani… ma anche cose più recenti, come i playmobil, il meccano, il piccolo chimico, i pupazzetti della fisherprice, il mastermind e… 

kermit
Kermit!
Oggi, invece, sono uscita da lavoro che c’era il sole ed ho pensato che era un peccato tornarsene subito a casa, perciò mi son fatta una passeggiata fino all’ICA, per andare a vedere una mostra sull’Inghilterra Tatcheriana dal titolo: The Secret Public (The Last Days of the British Underground 1978 – 1988).
Girovagando tra grafica, fotografie, installazioni e video, ho trovato e ritrovato alcune chicche, come le lastre incise da Peter Saville per la stampa della copertina del disco dei Joy Division (quando il binomio vinile/arte era ancora possibile), un filmato dei Duvet Brothers con la colonna sonora dei New Order [che mi son vista 2 volte con cuffie premute sui timpani] e un video documento di Hey! Luciani: The Life and Codex of John Paul I, opera teatrale con testi e musiche dei The Fall messa in scena nel 1986 (ho ancora il 45 giri di quella canzone).
E a vedere il video ho pensato che sì, anche se non ho mai suonanto la chitarra, a 18 anni ero proprio come Brix Smith, acerba, platinata, nera e borchiata!
Prima di lasciare la galleria, mi sono fermata a leggere i frammenti di vita narrati nella ormai polverosa installazione di Stephen Willats, Living like a Goya (1983). Quelle facce gothic nelle foto potrebbero essere degli amici perduti, quei pizzi e quelle collane sono gli stessi che vorrei ancora portare, che comunque non riesco a buttare. Perchè se il guardaroba si è colorato nel tempo, il nero è ancora una dominante, un lascito difficile da ignorare, un’impronta nel cuore.
Il succo di anni vissuti contro, arte e vita confusi assieme, come in un gioco, l’ho scoperto in questa frase:
"I look a lot better if I’m really dressed up and you can become more outrageous in every way and you seem to be able to get away with doing more things when you’re dressed up as well…"

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The Da Vinci Gate

da_vinci_cod_arundelLa British Library ha pubblicato online una versione digitale dei taccuini di Leonardo, nello specifico il Codice Arundel e il Codice Leicester.

Ma… la suddetta versione è accessibile solo ed esclusivamente agli utenti della nuova piattaforma Microsoft Vista.
L’impopolare scelta è dovuta al fatto che, mentre il Codice Arundel è di proprietà della British Library, quello Leicester è stato acquistato nel 1994 da Bill Gates, co-fondatore e chairman di Microsoft.
Gates ha acconsentito alla pubblicazione digitale del Codice Leicester, ma solo per una durata di 6 mesi e in cambio della possibilità da parte di Microsoft di utilizzare gli spazi della British Library per il lancio della nuova piattaforma di Windows.
Da ciò ne consegue che entrambi i manoscritti sono ora accessibili online dagli utenti di Vista, tramite un software sviluppato dal museo e sponsorizzato da Microsoft.
Molte le polemiche, come potete immaginare.
Martin Kemp, professore di storia dell’arte alla Oxford Unversity, si è dichiarato sorpreso nell’apprendere che anche il Codice Arundel è disponibile online solo per chi possiede le versioni più avanzate del sistema operativo Microsoft.
Impedire l’accessibilità dei contenuti non solo agli utenti Mac, come me, ma anche agli stessi user di Windows 2000 e Windows Xp, non mi sembra una mossa etica, trattandosi oltretutto di un’iniziativa culturale di portata mondiale e rivolta – in teoria – ad un largo pubblico.
Il bello è che nel comunicato stampa della British Library si annunciava l’iniziativa elogiando Microsoft quale “worldwide leader in software, services and solutions that help people and businesses realize their full potential”…

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E guardo il mondo da un oblò, mi annoio un pò…

luna

Art thou pale for weariness
Of climbing heaven and gazing on the earth,
Wandering companionless
Among the stars that have a different birth, –
And ever changing, like a joyless eye
That finds no object worth its constancy?

To the Moon – Percy Bysshe Shelley

Si ha un’eclisse di luna piena quando la terra si frappone fra il sole e la luna, proiettando così la sua ombra su quest’ultima e interrompendo il flusso della luce e delle energie.
Sarà un caso, ma sembra che le eclissi di luna capitino sempre quando la mia vita attraversa fasi ingarbugliate, segnate sia da dubbi sul futuro che da impazienti scalpitamenti di incosciente gioventù.
La prima volta che vidi un’eclissi di luna ero a Roma e me la ricordo bene, come se fosse oggi: 16 settembre 1997.
Faceva ancora caldo, avevo addosso la mia maglietta preferita e registravo il concerto dei Radiohead a Glastonbury su una cassetta da 90, quando l’artista, con cui avevo una contorta relazione e che di lì a poco sarebbe partito per l’America, mi diede una punta improvvisata, giù all’incrocio delle vecchie case, per vedere assieme l’insolito spettacolo. Mi ricordo questa luna tonda, grande, incredibilmente vicina, offuscarsi e diventare violacea, a poco a poco.
Seguirono altre eclissi. Quella del 9 gennaio 2001 la vidi dalla finestra della cucina. L’artista era uscito dalla mia vita, le vecchie case erano state demolite e io ora abitavo in una casa nuova, con nuove aspirazioni e prospettive.
La terza eclissi, invece, non la potei vedere, perché il 28 ottobre 2004 ero già da un anno emigrata in terra angla e il cielo quella sera era tutto una nube (in quel momento anche la mia vita, haha).
Stasera, invece, il cielo è insolitamente pulito e così ho potuto vedere la luna divenire, da bianca e metallica, distante e annerita, come se l’avessero ricoperta di fuliggine.
E a Londra la luna è a destra, mentre a Roma appare a sinistra, perché la latitudine e la curvatura del cielo sono differenti.
Ora ho circa 4 lustri di tempo per vederci chiaro e darmi una calmata.
Prossima eclissi: 2026.

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Yujiro

still life
Forse mi sbaglio, ma ho come la certezza che la primavera angla sia vicina, lo sento nell’aria, lo percepisco da quell’ora e mezza di luce in più, lo noto dal fatto che le commesse si mettono ad insaponare le vetrine dei negozi, lo leggo nei mazzi di daffodeli in vendita da Marco & Spensiero…
La bimba coreana parte, torna in Corea, per lo meno fino a giugno. Per salutarci degnamente, la bimba mi ha portato in una galleria giappa, ai confini della realtà.
Non so se siete mai stati a Bermondsey… su wikipedia la paragonano ad un sobborgo di Lagos. Non mi sento di essere altrettanto spietata, certo è che i casermoni popolari e un certo abbandono intorno alla vecchia zona industriale rendono il tutto abbastanza desolato, specialmente di sera. Infatti, l’unico posto decente per prendere qualcosa da bere, alla fine era un fast food di infima categoria, altrimenti la scelta si riduceva al take away deserto o al kebabbaro volante.
Cammina, cammina, dopo la sosta onion rings e ketchup, siamo arrivate alla galleria giappa, che trovasi al 5° piano di una vecchia fabbrica, dotata di ascensore d’epoca, di quelli con le porte a serranda, tipo anni ’30.
Stasera si inaugurava la mostra di un’artista coreana, tale Seunghee Kang, la quale ha un modo molto originale di dipingere e di raccontare le sue esperienze in terra angla. Poi, in un angolo, c’era una porta che immetteva in una finta stanza, con una poltrona e un altoparlante che ci gracchiava dentro voci e suoni. Un’installazione sonora di John Hughes, che mi ha un pò deluso, perché so che lui sa far di meglio e ‘sta stanzetta sbilenca, con le tendine e la carta da parati anni ’50, francamente, mi sembrava una cosa banale, già vista. Ma i vernissages, si sa, sono l’occasione per socializzare, incontrare o re-incontrare gente, scambiarsi indirizzi email, che non si sa mai, magari c’è un’altra mostra, magari ci si prende un caffè, magari…
E poi i vernissages sono anche posti dove la gente va per bere e mangiare, e questo mi ha sempre dato un pò sui nervi, perché forse il bicchierino di vino in mano mentre ci si immerge nello spazio di un quadro ci sta pure, ma lo scofanamento del buffet modello assalto delle cavallette è di pessimo gusto. Stavolta però, surprise-surprise, il buffet era giappo e tutto a base diumeshu (prugne) sia dolci che salate, molto zen a vederle sul vassoio di pietra nera, ma poco affini ai miei gusti e al mio palato.
Invece abbiam gradito il Choya, vino giappo alle umeshu molto buono e dolcino, 15 %vol. però… La bimba coreana ha bevuto appena due sorsi e sulla metro mi continuava a chiedere se era rossa in faccia, che si sentiva ubriaca. Hahahaha! Mi mancherà.

Image: ©Seunghee Kang – Still Life 2006 
Drawing with shining crushed rock on canvas 
150cm x 100cm