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12th Night

12th night

E’ una notte un pò speciale questa, la dodicesima notte dal Natale, che, a seconda delle latitudini, porta dolci, doni, ultime occasioni di festa, tre re magi venuti da lontano a seguire una stella e strane vecchie volanti…
Se da noi si dice che l’Epifania "tutte le feste porta via", beh, in terra angla pare che per la 12th night, tutti gli addobbi natalizi debbano sparire dalla casa, pena una cattiva sorte o l’obbligo di tenersi l’albero e tutto il resto fino al Natale successivo!
In molte parti dell’Italia una calza penzola dal camino (o dal termosifone), in attesa di essere riempita di dolci o carbone da una vecchia brutta, ma buona, personificazione della Befanìa, cioè della festa stessa.
In Inghilterra, da ancor prima che il bardo Shakespeare scrivesse la sua commedia, “Twelfth Night, or What You Will“, la dodicesima notte segna la fine delle celebrazioni invernali e rappresenta un momento speciale, in cui l’ordine del mondo viene sovvertito. All’inizio di questa notte si usava mangiare una torta, con dentro un fagiolo secco. Chi lo avesse trovato poteva diventare The Lord of Misrule, il re della festa, e poteva comandare su tutti gli altri a suo piacimento, ma solo fino a mezzanotte, ora in cui il mondo sarebbe ritornato normale, con le sue regole e gerarchie.
Questa usanza ha radici pre-cristiane, romane. Infatti, dal 17 al 23 dicembre, nell’antica Roma, si celebravano i Saturnalia, feste in cui l’ordine sociale era sovvertito e ci si scambiava dei doni, tra cui, ovviamente, dei dolci.
La Torta del Re, sebbene sia un’invenzione della Francia medievale, ha dunque radici antiche. Sembra addirittura che la ricetta tradisca origini arabe. E’ conosciuta non solo in Inghilterra come 12th night cake, ma anche in Spagna come Rosóa de Reyes, e in Potogallo con il nome di Bolo Rei.
 
12th night cake
12th night cake
 
Ingredienti: 750g di farina, 30g di lievito di birra, 150g di burro, 150g di zucchero, 150g di frutta secca sminuzzata, 150g di canditi, 4 uova, la bucca grattugiata di 1 limone e di 1 arancia, 100ml di Porto, una presa di sale.
 
Procedimento: Mescolare la frutta candita e quella secca col Porto e lasciare riposare per qualche ora. Sciogliere il lievito in 100ml di acqua tiepida alla quale è stato aggiunto un pò di zucchero. Aggiungere 180g di farina, mescolare bene, poi far lievitare al caldo per 15 minuti. Nel frattempo, mescolare in una terrina il burro, lo zucchero rimasto e le scorze di  limone ed arancia. Aggiungere le uova, una alla volta, il lievito, la farina e il sale, mescolando il tutto  fino ad ottenere una pasta liscia ed elastica. Aggiungere la frutta macerata nel porto, formare una palla e lasciare lievitare in un panno per circa 5 ore (dovrebbe raddoppiare di volume).Stendere la pasta e porre in una teglia. Cuocere il tutto in forno caldo, a 180°, per 40 minuti.
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Merry Xmas, anyway

Ecco un assaggio delle luci natalizie tradizionali e controcorrente che potreste ammirare a Londra, se passeggiaste da TrafalgarSquare a South Bank, attraversando il fiume. Ammirereste la tradizionale cartolina natalizia della celebre piazza, con l’albero di natale norvegese e l’imperturbabile Nelson, vi meravigliereste delle insolite installazioni luminose d’artista, firmate da Anya Galliaccio e David Batchelor per il Southbank Centre, e costituite da oggetti d’uso comune o bottiglie e rifiuti riciclati, per terminare con la Ruota illuminata di blu e la giostrina vittoriana, con le musiche dei muppets e i cavallini di legno.

 

Auguri.

 luci di natale

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Off the Beaten Track

"Mrs Joe,’ said Uncle Pumblechook: a large hard-breathing middle-aged alow man, with a mouth like a fish, dull staring eyes, and sandy hair standing upright on his head, so that he looked as if he had just been all but choked, and had that moment come to; `I have brought you, as the compliments of the season  ‘I have brought you, Mum, a bottle of sherry wine and I have brought you, Mum, a bottle of port wine’. Every Christmas Day he presented himself, as a profound novelty, with exactly the same words, and carrying the two bottles like dumb-bells. Every Christmas Day, Mrs Joe replied, as she now replied, `Oh, Un – cle Pum – ble – chook! This IS kind!"

Charles Dickens – "Great Expextations" – Chapter 4

 
great expectations 
 
In Uk il mese dell’Avvento non è solo l’attesa del 25 dicembre, con gli addobbi natalizi, le luci e le corse agli acquisti, ma anche un tour de force, fatto di feste, cene, serate al pub, celebrazioni coronate da mince pies e mulled wine. In pratica ogni scusa è buona per riunirsi, soprattutto per bere, talvolta anche mangiare, prima che il Natale stesso porti ognuno a chiudersi nelle sue quattro mura, con i familiari e il tradizionale banchetto. Negli ultimi 10 giorni ci sono stati: il Xmas party ben riuscito dell’amico francese in quel di Forest Hill, la festicciola per i soci dell’Istituto Botanico, il Xmas dinner con gli ex colleghi, le mince pies al Learning Centre dove dò una mano, i drinks dell’agenzia e, domani sera, sarà la volta del famigerato Xmas party al lavoro: due ore di gozzovigli gratuiti, piani alti e bassi democraticamente mescolati al suono di un quartetto d’archi, camerieri in livrea e sorrisi avvinazzati…(non vedo l’ora!)… 

Stasera, invece, per salutarci tra amici nel quartiere, si è deciso di unire i drinks a qualcosa di culturale e ci siamo visti al The Brockley Jack, il pub più antico di SE4.

the brockley jack

Il Brockley Jack, il cui nome originario era "The Castle", esisteva già come locanda di campagna nel XVIII secolo, quando SE4 veniva citata nelle mappe londinesi semplicemente come arable land. Il nome attuale del pub risale al 1863, mentre l’aspetto architettonico si deve ad un rifacimento, avvenuto nel 1898.
Dietro al bar c’è un piccolo teatro, che occupa lo spazio utilizzato in precedenza come sala banchetti. Si tratta di un palcoscenico di dimensioni ridotte, ma funzionale, con luci, effetti sonori e poltrone rialzate. Un fringe theatre, i cui spettacoli spaziano dalla commedia al varietà, ai classici. Il futuro di questo teatro è al momento incerto, infatti il pub, con il nuovo anno, verrà ristrutturato e non si è capito bene se il management abbia intenzione di lasciare lo spazio sul retro così com’è, o spostare tutto ai piani superiori, ma a quel punto i costi ricadrebbero sulla piccola compagnia teatrale, che non è in grado di sostenerli.

Per tornare al presente, questa sera abbiamo assisitito ad una riuscitissima interpretazione, l’adattamento di Great Expectations di Dickens a cura di Hugh Leonard, recitato da una sintetica compagnia di validi attori, diretti da Kate Bannister.

La scenografia, ridotta al minimo, era flessibile e permetteva alla storia di svolgersi in una vivace varietà di luoghi e situazioni, arricchiti da effetti sonori e luci appropriate. La rappresentazione si avvaleva poi di un doppio registro, in cui Steven Alexander (Pip adulto) e la bravissima Bridget Collins (Pip ragazzino) interagivano a meraviglia sia come protagonisti che come voce narrante.

Lo spettacolo resterà in cartellone fino al 5 gennaio. 

Info:
Brockley Jack Theatre,
Box Office: 020 8291 6354, 
Website: www.brockleyjack.co.uk  

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Stompin’ at The Savoy

Il Savoy è uno degli hotel a cinque stelle più celebri al mondo.
Da quando ha aperto i battenti, nel lontano 1889, ha ospitato personaggi illustri, della politica, dell’arte e dello spettacolo, da Oscar Wilde a Claude Monet, da Humphrey Bogart a Marilyn Monroe, da Enrico Caruso ai Beatles,  a Winston Churchill, solo per citarne alcuni.
Il primo direttore dell’albergo fu quel César Ritz, che avrebbe poi fondato l’omonima hotel in Piccadilly. Tra i cuochi che ebbero l’onore e il piacere di lavorare al Savoy , basta citare il celeberrimo Auguste Escoffier, che qui diede vita al dessert Peach Melba. 
Sinonimo di lusso e stile, il Savoy conserva un certo fascino fin de siècle mescolato abilmente al rifacimento, più famoso, Art Deco, percepibile nella facciata che si affaccia sullo Strand.
Ora l’albergo chiuderà i battenti per ristrutturazione e ben 3000 pezzi di arredamento andranno all’asta nei prossimi giorni (inclusi 200 letti completi di lenzuola e materassi!).
Si tratta di lotti provenienti dalle camere e suites, ma anche da lobbies, foyers e locali al pian terreno. Tutti di pregiata qualità, alcuni d’epoca, come i divisori intarsiati, i tavolini e le lampade anni Trenta,  gli orologi da mensola primi Novecento, le librerie eduardiane, i vassoi in silverplate, il pianoforte a coda del ristorante, un comò Giorgio III e la grande fioriera all’ingresso dell’hotel, stimata tra 400 e le 600 sterline.
specchiera art deco
I lotti non verrano messi in vendita singolarmente, ciò significa che si potranno acquistare, ad esempio, 2 tavolini Art Deco,  3 orologi del nonno, 10 lampade da tavolo, 30 vassoi e così via. 

Oggi il Savoy apriva i battenti al solo pubblico munito di catalogo per una preview degli oggetti.
Io e la Chiarulli, librone alla mano, non ci siamo lasciate sfuggire l’occasione. 
Un’enfilade di camere, di stili e di design, da capogiro. Corridoi infiniti alla Shining e suites enormi, esagerate. I bagni con il bidet (!) che ci si poteva organizzare pure un party, le camere da letto da film dei telefoni bianchi, le plafoniere di alabastro e le cabine armadio sconfinate. Ma, soprattutto, dei panorami mozzafiato sul Tamigi, che, una tantum, erano GRATIS!
a room with a view
Prima di lasciare il Savoy, con i comodi divani e il pianista marpione giù nella hall del ristorante, abbiamo incontrato Kaspar, il gatto scaramantico dell’hotel.
Il felino venne realizzato nel 1926 dal designer Basil Ionides per aggiungere un ospite discreto alle infauste tavole in cui ci fossero solo 13 commensali.
Sembra che il gatto sia trattato proprio come un ospite vero, gli si piazzano davanti le vivande e gli si annoda un tovagliolo al collo.
Winston Churchill fu così entusiasta di Kaspar da volerlo presente non solo a tavola, ma a tutti gli incontri del "The Other Club", e difatti, dal 1927 ad oggi, il micio non ha perso un meeting!

kaspar 

Foto: © Chiarulli’s mobile

Per approfondimenti:

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A Touch of Frost

frosty morning
Foto: © "St. John’s Station" 13/12/2007

Jack Frost è un elfo che nella tradizione inglese rappresenta la personificazione del pungente clima invernale.
Lo si immagina come una creatura dotata di talento artistico, che durante la notte vola attraverso città e campagne a disegnare bellissimi motivi di ghiaccio sulle foglie, i fili d’erba e i vetri delle finestre.

Non si conosce con sicurezza l’etimologia del nome. Alcuni pensano derivi dal folklore nordico, infatti nelle leggende scandinave si menziona un personaggio di nome "Jokul" (ghiacciolo) "Frosti" (gelo). Jack Frost è, insomma, il Gelo, e la sua figura, strettamente associata all’inverno e al Natale, in epoca vittoriana valicò l’Atlantico, grazie ad un’illustrazione di Thomas Nast per Harper’s Weekly (1864), in cui l’elfo compariva circondato di ghiaccioli come simbolo dell’inverno in Central Park.

Thomas Nast - Jack Frost (1864)

In queste ultime fredde notti londinesi, Jack si è davvero sbizzarrito in magnifici arabeschi e finissimi gioielli di cristalli di ghiaccio.
E sì, d’accordo con voi che è solo una leggenda e che la brina è il semplice risultato di notti d’inverno, in cui il cielo terso e il calo delle temperature favoriscono il raffreddamento delle superfici…ma la magia, al mattino, è incontestabile.

frosty spiderweb
Foto: © "Ragnatela" 13/12/2007

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Can he swing on a web, no he can’t, he’s a pig

Volano le renne di Babbo Natale, la stella cometa, la Befana, gli angioletti, il folletto Jack Frost, che stanotte ci ha lasciato un bel po’ di brina… ma ieri, tra le colonne della Battersea Power Station volava qualcos’altro…

Battersea non è solo un esempio di architettura industriale, ma un simbolo.
La più grande centrale elettrica del Paese, fu costruita a sud del fiume negli anni Trenta e la sua massiccia struttura in ferro e mattoni, corollata da quattro imponenti ciminiere, a forma di colonne bianche, racchiudeva una potentissima turbina a vapore. Abbandonata e negletta dalla fine degli anni Settanta, Battersea è oggi un’affascinante rovina, dal futuro incerto. Se non è stata demolita come tanti altri edifici, lo si deve anche al fatto che la sue linee moderniste, da cattedrale dell’industria, oltre ad interessare gli studiosi di architettura, da tempo attraggono gli appassionati del rock. E’ proprio Battersea Power Station l’edificio immortalato dai Pink Floyd, nel 1977, come immagine di copertina dell’album "Animals".
Nella suddetta cover, tra le bianche ciminiere, si librava un maiale gonfiabile. 

animals

Durante la sessione fotografica per la realizzazione dell’album, si verificò anche un incidente: il suino pneumatico ruppe il cavo che lo teneva ancorato a terra e si librò nel cielo, fino ad interferire con le rotte aeree per Heatrow e creare il caos!
Da un trentennio Battersea è i Pink Floyd. Qualunque turista utilizzi un treno che passa per Victoria (come il Gatwick Express) non può ignorare le grandiose vestigia di questo edificio e, se vagamente appassionato di rock-progressive, far riferimento al binomio.
Tuttavia ieri, chi passava di là, avrà pensato anche ad un’allucinazione o ad un déjà vu. Infatti, c’era davvero un maiale gonfiabile tra le ciminiere della centrale, proprio come su quella copertina di tanti anni fa. Ma non era un maiale qualsiasi: era Spiderpig, il pork addomesticato, protagonista dell’ultimo film dei Simpsons.

spiderpig

Per l’uscita del DVD, la Fox ha pensato bene di ispirarsi ai Pink Floyd e liberare nel cielo un gigantesco Spiderpig gonfiabile, che ha gongolato nell’aria fredda londinese per tutta la giornata, guardato a vista da un addetto del Special Air Service Regiment, pronto a sparare e abbattere il pupazzo svolazzante, in caso di fuga.

battersea spiderpig 

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What the Victorians did for us

Proseguono con gusto e passione le mie visite a dimore storiche nonché le mie ricerche sull’arte e la storia sociale dell’era vittoriana.  Oggi mi sono recata a Leighton House, che, nel consueto giorno di chiusura settimanale, apriva i battenti solo per una ventina di "eletti", in occasione del seminario dal titolo: The Victorian Christmas.
Non mi dilungo a raccontarvi le bellezze della casa, certo potete immaginare da voi cosa voglia dire poter sorseggiare un tè o un caffè, accompagnati da biscotti e mince pies, in una sala da pranzo in stile come questa.
leighton house
In tale suggestiva cornice, tra mattina e pomeriggio, sei studiosi ed esperti si sono avvicendati con interessanti interventi riguardanti usi e costumi gastronomici del Natale Vittoriano. Sono venuta così a scoprire che le tradizioni natalizie britanniche, nel nostro immaginario vetuste e consolidate ormai da secoli, sono in realtà una creazione tutta ottocentesca e borghese. 
Il gusto romantico per il medioevo e la semplicità del passato, in reazione alla frenetica e progressiva industrializzazione, e certa letteratura del tempo, da George Eliot a Emily Bronte a Charles Dickens, hanno contribuito a creare alcuni miti e identificazioni con il Natale che sopravvivono fino a noi.
Sicuramente l’invenzione più illustre è stata il Christmas Pudding.
xmas plum pud 
Derivato da un antenato del XVIII secolo, il plum pudding, questo dolce di natale sembra riprendere anche gli ingredienti e le particolarità di un’antica torta inglese, la 12th Night Cake.  La 12th cake sembra sia stata creata nella Francia medievale per celebrare l’Epifania e che sia giunta poi in Inghilterra per essere gustata nel periodo compreso tra il 6 gennaio (la dodicesima notte dal Natale) e il mercoledi delle ceneri. Questo dolce prevedeva l’inserimento di un fagiolo e di un pisello secchi nella base dell’impasto. Chi avesse trovato i legumi nella sua fetta di torta, sarebbe divenuto rispettivamente il re o la regina della serata e avrebbe potuto dirigere il resto della compagnia in frizzi e lazzi o penitenze. La tradizione fu trasferita dai vittoriani nel Christmas Pudding con l’inserimento di vari oggetti,  tra cui uno scellino d’oro, un bottone di gilet da scapolo, un ditale d’argento da zitella e cosi via.
A rendere il Christmas Pudding il dolce natalizio per eccellenza hanno sicuramente contribuito due illustri personaggi: Charles Dickens e Mrs Beeton.
Memorabili restano le pagine del racconto "Canto di Natale", in cui Dickens descrive il pudding della signora Cratchit come un dolce fermo e pieno come una palla di cannone, che, appena tolto dal panno, profuma di dolce e di bucato e appare in tavola fiammeggiante, per la gioia di tutta la famiglia. 
D’altro canto, Isabella Beeton, autrice nel 1859 di un manuale di cucina ed economia domestica, ristampato, in versione più o meno anastatica, fino ai nostri giorni e considerato una bibbia della gastronomia (un pò come il nostro Artusi), cita il Christmas Plum Pudding quale dolce delle festività, e, nell’indicazione della stagione, lo ascrive proprio al 25 dicembre.
 
Il Christmas Pudding della Signora Beeton
 
Modo.—Togliere i semi e sminuzzare le uvette; lavare e asciugare i mirtilli, e battere finemente il grasso di rognone. Tagliare le bucce candite in fettine sottili e grattugiare il pane raffermo. Quando tutti questi ingredienti saranno pronti, mescolarli in una terrina con due uova sbattute e il brandy. Amalgamare bene e pressare il pudding in uno stampo imburrato; legare il tutto fermamente con un panno infarinato e bollire per 5 o 6 ore. Il pudding può essere bollito in un panno senza lo stampo e richiederà lo stesso tempo di cottura. Poiché il Christmas pudding è preparato con alcuni giorni di anticipo, quando sarà ora di portarlo in tavola andrà tuffato in acqua bollente e bollito per 2 ore; poi adrà servito con una salsa al brandy. Un rametto di agrifoglio è posto di solito al centro del dolce e un bicchiere di brandy viene versato sul pudding e infiammato al momento di servire.

In stagione:  il  25 di dicembre ed in varie occasioni festive, fino a marzo.

(The Book of Household Management, cap. 27, 1861)

xmas pudding 

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1^ Domenica d’Avvento

advent calendar
E anche dicembre è arrivato, con la pioggia, il buio alle 4 del pomeriggio, i mercatini di Natale, le cene e i drinks, lo shopping frenetico, i dolcetti ipercalorici, le luci colorate…Ho tirato fuori gli addobbi e l’alberino dell’anno scorso e poi ho comprato un calendarietto dell’Avvento che mi piace tanto, perché con i suoi colori vivaci e i numerini scritti piccolissimi mi dà più gusto nel cercare la finestrella da aprire. Per il resto, come dicevo, piove e tira un ventaccio freddo, condizioni meteo che rendono quasi stoico l’andare in giro per mercatini e simili. Col berretto calcato in testa e la sciarpona di pura lana nepalese comperata al negozietto vintage di fiducia, mi sono avventurata fino in SE10 per dare un’occhiata alle bancarelle e, soprattutto, godermi al calduccio un tradizionale Sunday Roast (visto che non mi capita spesso di non lavorare di domenica). La scelta è caduta su The Plume of Feathers, uno dei pochi pub tradizionali rimasti nella zona (negli ultimi anni ci sono state molte chiusure e/o pessime ristrutturazioni, senza un minimo di rispetto storico-architettonico, basti vedere cosa hanno fatto recentemente al pub davanti alla stazione di Greenwich). The Plume of Feathers, al numero 19 di Park Vista, è un dignitoso locale a ridosso del parco, che pare risalga al 1691, anche se la veste è per lo più vittoriana, come si evince dall’esterno in tipiche piastrelle verdi. C’è un bel caminetto, l’arredamento d’epoca, una pendola, i quadri con i velieri, i vetri colorati alle finestre con l’insegna di San Giorgio, la musica non è troppo alta, e il confortevole spazio attira una congerie di clienti abituali ed occasionali, conditi a volte dalla presenza di qualche turista. Il lauto pranzo domenicale consisteva in Roast Loin of Pork with Apple Sauce and cracklin (incluse le immancabili verdure, lo yorkshire pudding e il gravy) e per dessert un bel Bread and Butter Pudding with Custard.
Una giusta zavorra per non volare via ^_^ e abbastanza carburante per permettermi di ritornare in SE4 a piedi, gustarmi un italico e casalingo espresso e poi poltrire beatamente sul divano, al riparo dalle intemperie, con i giornali e la musica.
sciarpa nepaleseplume of feathers
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18 Stafford Terrace, W8

Linley Sambourne House

Oggi pomeriggio io e la Chiarulli di Londinium ci siamo viste a High Street Kensington, ma non era nostra intenzione andare a fare lo shopping natalizio. Alle spalle del traffico e degli spintonamenti da consumisti della domenica, ci attendeva la pace aristocratica di una strada vittoriana e un appuntamento molto speciale con il passato. Al numero 18 di Stafford Terrace, dopo aver bussato al portone, siamo state accolte, assieme ad altri 5 o 6 curiosi come noi, da una gentile signora in costume ottocentesco, che, confidando nella nostra capacità di stare al gioco, ci ha introdotto in un viaggio speciale alla scoperta di una vera casa vittoriana, la dimora dell’illustratore e disegnatore satirico Edward Linley Sambourne.
Una casa estremamente affascinante, traboccante di cose belle, alcune un pò particolari ed eccentriche, come i posacenere ricavati da zoccoli equini, le foto delle modelle nude sulle pareti del bagno, la cui vasca in marmo era usata da Sambourne non solo per abluzioni gelide, ma anche per lavare le stampe fotografiche del nitrato d’argento in eccesso, la fontanella con le conchiglie, le felci e le piume di struzzo e i fili collegati ai campanelli della servitù penzolanti un pò dovunque. Ma ci sono anche miriadi di schizzi e disegni realizzati da Edward per le pagine di Punch, i libri illustrati, i vetri d’arte, le ceramiche italiane, i ricordi di famiglia, memorie di amici e conoscenti. Mentre si gira fra capolavori dell’Arts & Crafts e opulenze "fin de siècle", sembra davvero che cento anni siano stati solo un battito di ciglia: la realtà del presente è solo vagamente accennata dai vestiti moderni dei visitatori o dai lontani rumori post-industriali che giungono dalla strada.
Sambourne fu cartoonist  della rivista Punch dal 1867 al 1910, anno della sua morte, tuttavia si cimentò anche nell’illustrazione di libri per l’infanzia (famosi restano i suoi lavori per The Water Babies di Charles Kingsley e le Favole di Andersen) e nella fotografia amatoriale, di cui spesso si serviva come base per le sue illustrazioni umoristiche (dal 1893 entrò anche a far parte del Camera Club di Charing Cross). Linley Sambourne visse nella casa di Stafford Terrace per 36 anni assieme a sua moglie Marion e ai figli Roy e Maud. La coppia arredò gli interni secondo i dettami dell’allora in voga movimento estetico, capitanato da William Morris. A Morris vanno ascritti moltissimi particolari decorativi della casa, dalle carte da parati in stile floreale, famosa quella con i melograni, al tappeto a racemi che ricopre le scale.  La casa, che alla morte di Sambourne passò ai figli e poi alla nipote Anne Messel, fu mantenuta intatta nello stile e nei contenuti, a dispetto di mode, guerre mondiali e cambiamenti culturali. Nel 1957, Anne propose la costituzione della Victorian Society, per preservare e apprezzare lo stile dell’architettura e del design vittoriano ed eduardiano. In seguito, nel 1980, vendette la casa al Greater London Council, a condizione che la proprietà fosse gestita dalla Victorian Society come museo.

La casa è ora in possesso del Royal Borough of Kensington and Chelsea e si può visitare solo con tour guidato (nel weekend da attori in costume) per gruppi ristretti di visitatori, da marzo a dicembre. E’ consigliabile la prenotazione.

Info: http://www.rbkc.gov.uk/linleysambournehouse/

linley stamboune house - guided tour

© Photo: Linley Sambourne House/ The Hill

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Cold Wind

brmc

Fa freddino nella notte londinese, ma nulla passa attraverso il giubbotto di pelle e il berretto di lana. Un’impercettibile ronzio nelle orecchie, voglia di raccontare qui, prima che le impressioni si perdano. Sono reduce dal concerto dei Black Rebel Motorcycle Club alla Roundhouse ed è stata una bella performance, superiore alle mie aspettative e protrattasi per oltre due ore.Più di un centinaio di minuti elettrizzanti, l’acustica tagliente e la coreografia scarna, lo shoegazing e i giri di basso sporchi, da cantina. Qua e là suggestioni che ricordano i Jesus & Mary Chain, sebbene più rock’n’roll…ma in fondo, che male c’è?Tra un brano e l’altro mi sono soffermata a guardare l’architettura particolarissima della Roundhouse, con le 24 colonne di ferro e gli archetti svettanti a sostenere il tetto rotondo, un capolavoro dell’ingegneria civile vittoriana. L’edificio ne ha viste delle belle in 161 anni di storia. Utilizzato in origine come rimessa per locomotive, nel 1869 divenne un deposito di gin, per la ditta W S Gilbey. Successivamente, verso il 1940, cadde in disuso e infatti, quando Geoffrey Fletcher ne scrisse, nel 1962, nel libro "The London Knobody Knows", la Roundhouse era ormai un vuoto scheletro, malinconica testimonianza dei fasti delle ferrovie fin de siècle. Tuttavia, sul finire degli anni sessanta e la prima metà degli anni settanta, lo spazio venne reimpiegato come sala da concerti e laboratorio artistico. Vi suonarono Otis Redding, Jimi Hendrix, i Doors, i Led Zeppelin e i Pink Floyd. Vi furono rappresentate tragedie di Shakespeare e opere liriche, vi lavorarono anche Julien Beck con il Living Theatre e attori del calibro di Vanessa Redgrave ed Helen Mirren. Dopo oltre due decenni di decadenza e abbandono, nonché numerosi tentativi di acquisto e restauro mai concretizzati, finalmente l’edificio è stato ristrutturato e convertito in centro multiculturale. Un esperimento felicemente riuscito.Mentre i B.R.M.C. si esibivano in schitarramenti e distorsioni amplificate, pensavo a tutto quello che è passato sotto al tetto conico della Roundhouse, dalle locomotive ai barili di gin, dai figli dei fiori agli amanti del teatro, e mi sembrava di vedere emergere dalla nebbia quegli ingegneri vittoriani, col cilindro e i basettoni, e quegli operai accaldati nelle fonderie del nord, intenti a forgiare colonnine e volute, tutti fieri di far parte della rivoluzione industriale e del progresso. 

roundhouse