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Per un inizio in Technicolor…

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In questo freddo inizio di gennaio londinese, allietato da un sole inaspettato, e costellato, non tanto di concreti propositi per l’anno nuovo, quanto di speranze, mi piacerebbe suggerirvi un piccolo gioiello di arte surrealista, che potete ammirare gratuitamente fino al 31 gennaio nel mezzanine del BFI a Southbank. Per celebrare l’uscita dell’edizione restaurata della celebre pellicola di Powell and Pressburger, “The Red Shoes” [Scarpette Rosse], girata nel 1948, viene proiettato non-stop un breve film di animazione, in cui 130 suggestivi dipinti a olio, realizzati da Hein Heckroth, e montati in sequenza, richiamano la famosa scena del balletto, che nel film occupa ben 17 minuti.

Heckroth, formatosi alla Bauhaus, era emigrato in Inghilterra negli anni ’30 e qui aveva proseguito un’eccellente carriera come disegnatore di scene e costumi per teatro e cinema, collaborando anche ai bozzetti per due altri film di Powell e Pressburger, “A Matter of Life and Death” [Scala al Paradiso] e “The Black Narcissus” [Narciso Nero], entrambi girati nel 1946. Tuttavia, per “The Red Shoes” Heckroth fu nominato da Powell come disegnatore dell’intera produzione del film, il che significa che l’artista tedesco fu unico responsabile dell’ideazione visiva, inclusi i titoli, e perciò realizzò un numero infinito di schizzi e disegni, di cui ben 600 solo per il balletto. La sua vena surrealista e romantica seppe dare al film una grande atmosfera, realizzata spesso in economia e con un uso espressionistico dei colori. Per le scenografie del balletto ricorse all’impiego di materiali diversi, come cartapesta, chiffon e cellophane. Questo lavoro in grande scala non aveva precedenti e fu premiato con un Oscar alla scenografia.
“The Red Shoes” è anche uno dei film preferiti di Martin Scorsese, il quale ha avuto la chance di conoscere personalmente Powell e Pressburger e ha collezionato molte memorabilia nel tempo. Alcuni di questi tesori sono stati prestati dal regista al BFI, per allestire una piccola mostra, al piano superiore. Fino alla fine del mese si possono ammirare locandine originali, sceneggiature, lettere, fotografie e anche le famose scarpette rosse utilizzate nel film, firmate sul retro dagli attori protagonisti: Moira Shearer, Anton Walbrook, Robert Helpmann e Leonid Massine.
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The Year of the Ox

chinatown 2009

Foto: © "China Town"- 26/01/2009

Il capodanno cinese è una delle festività più importanti dell’estremo oriente, e segue il calendario lunare, in cui i mesi iniziano ad ogni novilunio. L’anno del Bue ( Chou) è iniziato da pochi giorni, ma i festeggiamenti si concentrano soprattutto in questo weekend. Come ogni anno, ci sarà una grande, coloratissima festa a Trafalgar Square, coronata da fuochi d’artificio a Leicester Square ed allietata da musiche e danze tradizionali, tra cui quella del leone, in giro per i vicoli di China Town. E, nei giorni a seguire, alcune iniziative in diversi luoghi di Londra, promuoveranno la cultura cinese, in previsione dell’Expo 2010 che si terrà a Shanghai.
Al British Museum, fino al 27 marzo, una piccola mostra esplorerà il significato votivo e rituale di bronzi e giade in prestito dal museo di Shanghai, mentre al Victoria and Albert Museum si ripercorrerà la storia delle Esposizioni Universali.
Il capodanno cinese si celebra anche al Museum of Docklands, l’8 febbraio, con arti marziali, acrobati, racconti, danze e degustazioni. Sempre al Museum of Docklands si terrà un festival di cinema, organizzato dal Centro di Cultura Cinese.
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Bloomsbury 1759

Numerosi eventi che ebbero luogo nel 1759 concorsero a stabilire Bloomsbury come uno dei piu’ importanti distretti culturali di Londra. In quell’anno, grazie al contributo del collezionista Sir Hans Sloane, il British Museum fu aperto al pubblico. Sempre nel 1759 moriva Georg Friedrich Handel, celebre compositore nonche’ cofondatore del Foundling Hospital.
In questi giorni, una mostra gratuita esplora la vita e i tempi dei residenti piu famosi di Bloomsbury, mediante immagini ed informazioni esaustive. La mostra, aperta fino al 24 gennaio, dalle 11 alle 16, è allestita negli spazi del fu Imago Mundi, uno degli storici negozi di Museum Street che hanno chiuso i battenti negli ultimi dodici mesi (tra essi ricordiamo quello di stampe e libri antichi di Michael Finney, la libreria di Anthony Roe and Deana Moore, il Fine Books Oriental e il pregevole Ulysses Bookshop, scomparso assieme al suo proprietario, il poeta e bibliofilo Peter Joliffe).
La mostra fa parte di una serie di iniziative organizzate tra gennaio e febbraio 2009 dalla Bloomsbury Association, assieme al St Georges Bloomsbury, alla Situation Opera e allo storico Ian Foster, con il supporto del British Museum e dell’University College.
Se la piccola esposizione vi ha affascinato,  basterà attraversare la strada per una visita gratuita al British Museum, dove, nella sala dedicata all’Illuminismo, alcune teche racchiudono oggetti curiosi collezionati da Sir Hans Sloane, tra cui un raccoglitore di esemplari naturali (semi, frutti, cotrtecce, radici e resine) e alcune calzature provenienti dall’oriente (India, Cina, Giappone e Turchia).
Avventurandosi poi verso Brunswick Square, per la modica somma di 5 sterline, potete concedervi una visita al Foundling Museum, dove non solo conoscerete la storia del Foundling Hospital, il primo orfanotrofio londinese, ma potrete anche visitare una mostra speciale dal titolo Handel the Philanthropist.
Handel era un benefattore del Foundling Hospital, dove era solito dare performances del Messia per raccogliere fondi  La mostra si concentra sulle attivita’ caritatevoli del compositore, fornendo anche dei paralleli tra la vita nel XVIII secolo e quella dei nostri giorni. Per finire, il 7 febbraio, nella chiesa di St George, progettata dall’architetto del barocco inglese Nicholas Hawksmoor, la Situation Opera condotta da Nick Newland, riprodurra’ la prima originale del Messia di Handel, cosi come fu presentata a Dublino nel 1742. Il concerto iniziera’ alle 5.30 e nelle 15 sterline di ingresso e’ compreso un piccolo rinfresco.
 
Imago Mundi
40a Museum Street, London WC1A 1LU

 

The British Museum
Great Russell Street, London WC1B 3DG

The Foundling Museum
40 Brunswick Square, London WC1N 1AZ
 
St George’s Bloomsbury
Bloomsbury Way, London WC1A 2HR

 

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5 pound… o anche niente

                                                  £5 or nothing

Perché Londra è la città più cara d’Europa, come si dice. Ma allora, se si è al verde o si fa economia, cosa significa? Che non ci si può divertire, che bisogna restare a casa a guardare la tivvù? Neanche per sogno! Londra offre tantissimo, anche a chi ha scarsi mezzi economici, basta saper cercare. Ad esempio, ci sono un sacco di gallerie private che hanno in programma mostre interessanti e possono regalare un’emozione, a costo zero, tipo le foto surreali stampate diasec di Etienne Clément, con i paesaggi suburbani da thriller e le geishe di plastica colorata. E poi, per sole £5, la musica, quella bella, di qualità, suonata in spazi intimi, pubblicizzata con passaparola, mailing list, volantini o sms di amici. Domenica, al Jamm di Brixton, le note del Seckou Keita Quartet, una felice collaborazione, che mescola assieme melodie e strumenti europei ed africani, tra cui la Kora, arpa-liuto dell’etnia Mandinka. Ieri sera, invece, ruvide note R&B al Cafè Crema di New Cross. I Congregation, un duo che sembra uscito dalle foto bianco e nero degli anni venti, e che ha appena pubblicato il suo primo album, hanno saputo entusiasmare con un live dai suoni furtivi e seducenti, condito dalla struggente presenza vocale di Victoria Yeulet.
 
CREDITS:
 
© Seckou Keita Quartet – Live @ Jamm, 06/07/2008 
 
© Etienne Clément – Green Geisha (Whitecross Gallery) 
 
© Congregation – Live @ Cafè Crema 12/07/2008 

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Prospettive

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Ultimamente, ho una vita frenetica, piuttosto stancante. Lavoro molto, perché l’arte appaga, ma non paga, e quindi bisogna provvedere alle bollette. Viceversa, dedico all’arte e al nutrimento del mio spirito ogni frazione di tempo libero che mi resta, tra un impegno e l’altro. Così, l’altroieri sono stata alla Serpentine Gallery per vedere la retrospettiva di Derek Jarman, curata da Isaac Julien. Julien è un artista e film-maker che stimo molto e ho avuto la fortuna di incontrare quando ero studente. Mi piacciono i suoi lavori, il modo in cui sa fondere pensieri, voci fuori campo, realtà dislocate, tra fiction e documentario. Nessuno meglio di lui poteva curare le opere di un artista tanto importante e pionieristico come Jarman. La mostra è davvero un’esperienza emotiva, per scoprire o riscoprire rari super-8, dipinti sperimentali e installazioni, attraverso una serie di ambienti ad immersione. Il tutto è tenuto assieme ed arricchito dagli interventi di Julien, come le foto scattate nel giardino del cottage di Dungeness o il film biografico "Derek", presentato qui per la prima volta. Dalle sensazioni amniotiche della Serpentine Gallery, alla luce di Hyde Park, il passo è breve, ma significativo. La morte e la vita, il passato e il presente, labili confini. Il sole che tramonta regala al parco e agli alberi ancora scheletrici delle tonalità da vecchia polaroid, rinnovando il senso di mistero e assenza vissuto poco prima. E oggi mi infilo nel London Review Cake Shop, il mio caffè preferito, per rilassarmi e scrivere. Vengo qui quando ho bisogno di leggere, creare, incontrare qualcuno davanti ad una tazza di tè. Nonostante le dimensioni ridotte, il locale, di solito, è tranquillo, specie in mezzo alla settimana. Qualche volta, però, capita che al tavolo di fianco si siedano due donne angle in carriera, con l’accento posh e l’entusiasmo isterico, tutto risatine e consonanti, gossips e questioni lavorativo-familiari. Figure un pò a metà tra i romanzi porcellane e crinoline di Jane Austen e certi film alla David Lean. Voci capaci di disturbare la quiete triste e pregnante di un breve incontro, per parafrasare, o la concentrazione di una mente fin troppo sollecitata (la mia). Donne che, devo dire, posso ringraziare per la produzione di questo post, e maledire per avermi impedito di recensire la mostra di Jarman. La deadline per l’articolo era oggi, ma per (s)fortuna quest’anno è bisestile…
 
© Photo: Isaac Julien, Derek 2008 – Courtesy of Norman Films & Serpentine Gallery 
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Bright Light, Dark Room

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“Une sorte de lien ombilical relie le corps de la chose photographiée à mon regard: la lumière, quoique impalpable, est bien ici un milieu charnel, une peau que je partage avec celui ou celle qui a été photographié…”
Roland Barthes, “La Chambre claire: Note sur la photographie”
Un inizio dell’anno che si prospetta denso di incombenze e doveri, a volte impegnativi e logoranti, reso ancor più ostico dalle intemperanze climatiche (pioggia, sole e poi ancora vapori acquei misti a vento), nonché dai cronici ritardi dei treni. Tra un impegno e l’altro, e il frenetico correre per le vie della città (le pagine dell’agendina nuova già solcate da numeri e nomi e orari), c’è anche il tempo per rifugiarsi nella quiete amniotica di una galleria, fermarsi un attimo a respirare colori e sensazioni, il tutto senza pagare un pound, che per una delle città più care d’Europa non guasta.
Primo incontro magico, martedì scorso, con le Polaroid scattate da Andrej Tarkovskij, tra Russia e Italia. Una fila di immagini trasfigurate dalla luce e dal ricordo in una delle gallerie della chiesa sconsacrata di St. Peter, in Vere Street. Trasfuse di un dolore sordo che si fa assenza, le inquadrature di paesaggi, architetture, natura e oggetti narrano momenti fugaci, nostalgie evanescenti già catturate sapientemente dal grande regista nei suoi film. Come ebbe a dire Tonino Guerra, le foto di Tarkovskij “ci lasciano con una sensazione poetica e misteriosa, la malinconia che si prova nel vedere le cose per l’ultima volta”.
Tutt’altro feeling, invece, ieri pomeriggio, quando, per ammazzare un’ora di tempo tra un impegno e l’altro, mi sono persa nel paranormale della mostra “Seeing is Believing”, alla Photographers’ Gallery.
Doppio registro: da un lato le invenzioni di artisti contemporanei, che utilizzano la fotografia come mezzo per esplorare e catturare l’insolito e i fenomeni soprannaturali; dall’altro, le foto vintage tratte dall’archivio di Harry Price, celebre parapsicologo britannico, che – oltretutto – studiò e condusse esperimenti e sedute spiritiche proprio qui, in SE4.
Price fondò il National Laboratory of Psychical Research (attivo dal 1925 al 1939) e anche un Ghost Club. La mostra londinese presenta un’interessante raccolta documentaria e le immagini di celebri casi seguiti dal più famoso ghost investigator d’Inghilterra, tra cui la infestatissima Rettoria di Borley, il Crawley Poltergeist e vari medium, tra cui Helen Duncan.
Mancavano, però, elementi relativi agli esperimenti di telegrafia spaziale tra SE14 e SE4, in Hatcham e in Saint Peter, nonché il celebre caso del fantasma della fanciulla Rosalie, con molta probabilità verificatosi a Brockley l’8 dicembre del 1937.
seeing
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Penna e Calamaio

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Per il nuovo anno niente inutili risoluzioni e propositi: mi condurrebbero solo nelle sabbie mobili del procrastinare, attività in cui, modestamente, so indulgere molto bene. Ho deciso di agire, per quanto possibile, secondo l’estro del momento, l’occasione da afferrare al volo, la to-do-list giornaliera, come il viaggiatore nel deserto mette un passo davanti all’altro, per raggiungere un’oasi di sosta e poi ripartire, e vento, sole e sabbia non lo sconfiggono.
Tre giorni fa ho comprato un quaderno di carta riciclata azzurrina e poi delle punte e degli inchiostri di china nuovi. Ho deciso di ricominciare ad usare il pennino in bachelite verde che comprai nella Ville Lumière, qualche anno fa.
Ieri sono andata al cinema Renoir a vedere la nuova (beh, almeno qui, lontano dal continente) pellicola di Jaques Rivette, "Ne touchez pas la Hache" (o "La duchessa di Langeais"). Un film ben riuscito, non solo grazie alla bravura dell’autore, ma anche al talento del cast, tra cui un figlio d’arte, Guillaume Depardieu, che niente ha da invidiare a suo padre.
Confesso di avere un debole per vestiti stile impero, indossati leggeri attraverso stanze dagli stucchi dorati, e conversazioni appropriate, recitate davanti ad un servizio di porcellana di Sèvres. Tuttavia, sono solita non fidarmi delle trasposizioni cinematografiche di romanzi che ho letto, perché, salvo rarissime eccezioni, tendono a deludermi. Eppure stavolta credo che anche il signor Balzac avrebbe approvato l’esperimento. Come è stato scritto su Le Monde, "’Ne touchez pas la Hache’ est un film brûlant sur l’amour douloureux, la passion qui aliène." Una passione di altri tempi, consumata tra ipocrisie e lusso, ma solo nel gioco di crudeli strategie mentali… Nemmeno lo sfiorarsi di due labbra in 137 minuti, eppure quanta suggestione e tormento in quei silenzi fatti di camere fisse e piani sequenza!
Ed ecco che oggi il cerchio si chiude, fuori programma, in un pomeriggio di sole inaspettato, con una mostra capace di stupire. "The Age of Enchantment", alla Dulwich Picture Gallery, segna il punto in cui gli artisti rinunciano alle restrizioni vittoriane per abbandonarsi ad una nuova estetica, dominata dal gusto per il fantastico. In uno dei più tumultuosi periodi della storia europea, la ricca società poteva permettersi di ignorare il caos e concedersi il lusso di raffinatezze esotiche, carte da parati dai racemi intricati, la monocromia delle illustrazioni di Beardsley e le ambientazioni oniriche di Edmund Dulac. Mondi infinitesimali, ricamati ad inchiostro nero india, fatti di bolle, petali, gemme e occhi di pavone, frammenti di stelle, donne fatali, creature infernali, favole e nursery rhymes. Miracoli di bellezza che solo la pazienza e un pennino intriso di china hanno saputo inventare.
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La finestra sul cortile

Courtyard at the Rubenhuis

Questa è una storia a lieto fine, un buon esempio da seguire e un’occasione per passare un pò di tempo in mezzo a delle cose belle, lontani dalla pioggia e dal rumore, e, cosa che non guasta, senza pagare un penny.  Dopo secoli di oblio in cantine umide, oscuri ripostigli, angoli polverosi e mal frequentati, nonché sotterranei e depositi di musei di provincia, grazie a tre anni di ricerche e agli sforzi di 25 art detective, sono stati localizzati ben 8000 dipinti perduti. Otto di essi sono ora esposti alla National Gallery, in una mostra dal titolo: Discoveries: New Research into British Collections. Si tratta di icone medioevali, capolavori del Rinascimento, e meraviglie dell’Illuminismo, lavori di alta qualità artistica e grande importanza storica, finalmente salvati dal dimenticatoio e da secoli di indifferenza. Sarebbe bello se anche in Italia ci fossero i mezzi e la volontà di fare qualcosa di simile per tutti quei quadri sepolti nei depositi (che sono tantissimi), per tutti quei dipinti ignorati, trafugati, offesi dal tempo e dall’incuria, che magari si stanno scrostando lentamente in sale polverose e vuote…

Il progetto presentato alla National Gallery è stato avviato dall’Università di Glasgow e il Birkbeck College di Londra perché molti musei regionali in Gran Bretagna non dispongono di fondi sufficienti ad investigare le proprie collezioni. Inoltre, le ricerche effettuate in questi anni sono confluite in un database, The Visual Arts Data Service (VADS), che raccoglie circa 22000 opere della pittura Europea, realizzate tra il XIII e XX secolo. Uno dei pezzi forti in mostra a Londra è un olio del XVII secolo, proveniente dalle collezioni del Buckinghamshire County Museum, che raffigura la casa del pittore Rubens. L’incredibile storia di questo quadro, dipinto molto probabilmente dal fiammingo Anton Gunther Gheringh (1620–1668), risiede nel fatto che per molti anni era rimasto appeso alle pareti di un riformatorio e i detenuti lo avevano utilizzato nientemeno come bersaglio per freccette (!!!) riducendolo ad un colabrodo. Negli anni ’80 il dipinto fu rinchiuso in un deposito del comune e là rimase fino alla recente riscoperta e al meticoloso restauro che lo ha riportato al suo originario splendore. Vale la pena riservargli una visita tra un impegno e l’altro, e poi, se vi spingete fino alla stanza 38, potrete anche ammirare una nuova acquisizione della Galleria, un quadro di Giovanni Paolo Panini raffigurante la piazza di Montecitorio nel 1743-4.

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Squared up

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Mi sono svegliata, fuori il cielo era grigio biancastro ed il prato era ricoperto di brina. 

A Somerset House hanno già montato la pista del ghiaccio e l’albero di natale. Siamo stati in giro a disegnare prospettive di colonnati e scaloni. Io assistevo l’insegnante, con matite, gomme da cancellare e suggerimenti. Non avevo mai lavorato prima con S. Un tipo buffo… Prendete la sagoma di Richard Ashcroft dei Verve e scecheratela con i lineamenti di Manu Chao. Poi calcategli in testa un berretto da pescatore di tonni e mettetegli dei jeans a vita bassa, molto bassa. Infine fategli uscire dalla bocca un idioma da inglese north of the river il cui mantra, ad ogni linea di matita ben eseguita, è "jolly good" ed otterrete un’idea del personaggio con cui ho passato 3 ore, circondata di bimbi e genitori, come nella favola del pifferaio magico. Bravo S., magari la prossima volta suggerirei un pò più di eye contact e qualche spiegazione supplementare, che non è che tutti sanno cos’è un punto di fuga.

Finito il workshop e tracannato un cappuccino brodaglia, già che c’ero, sono andata a vedere una piccola grande mostra al Courtauld Institute, dal titolo: "Walter Sickert – The Camden Town Nudes." Tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 Camden non era proprio la zona trendy dei nostri giorni, anche se la musica costituiva già l’attrazione principale e l’area pullulava di music halls, bar e teatrini. Vi abitavano per lo più attricette, prostitute, immigrati irlandesi, famiglie povere (persino il Bob Cratchit di Dickensiana memoria) e furfanti di varia natura. Questo sordido e vivace ambiente esercitava un certo fascino su gentiluomini a caccia di avventure o artisti in cerca d’ispirazione. Sickert fu un prolifico disegnatore, oltre che valente pittore. Le prostitute e i cabaret facevano parte del suo mondo e per un periodo ebbe un’atelier a Mornigton Crescent. Sickert dipingeva interni desolati e nudi caratterizzati da un crudo realismo, scandaloso e scomodo per l’epoca. Donne dai fianchi generosi, seni flaccidi, pose scomposte, prospettive sbilenche, povere cose disseminate in stanze dalle pareti annerite, la carta da parati a losanghe, un pitale sotto il letto e la luce fredda sui corpi inermi. Nel 1907 una giovane prostituta, Emily Dimmock, fu ritrovata morta, con la gola tagliata. Ancora vivido era nelle menti il ricordo di Jack The Ripper, e, come 19 anni prima, l’assassino di Emily non venne mai preso. Sickert si interessò al caso, e nacquero una serie di nudi, dall’impasto spesso, quasi fangoso, e dai titoli ambivalenti. Una Londra torbida, povera, fatta di nebbia, stracci e alcohol. Altro che il folklore delle bancarelle e le notti brave della Amy Winehouse!

Per restare in tema di alcohol, un mio collega festeggiava il compleanno in un pub scalcinato di Bloomsbury, la cui saletta al piano superiore altro non era che l’originale living-room dell’esercizio vittoriano. Un arredamento molto evocativo: tendaggi pesanti, poltrone spelacchiate, un caminetto con le mattonelle floreali e una pittura pesante alle pareti. Ci mancava solo un nudo in penombra, accasciato sul divanetto… Haha! Nel suddetto pub sono rimasta solo 2 ore, finché tutti erano ancora sobri, dato che alle feste angle si beve a raffica, ma non c’è mai niente da mangiare e bevendo a stomaco vuoto si sa come va a finire… 

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London’s Burning


E anche Luglio volge al termine, col suo carico di sogni e inondazioni. Oltre al computerino e al browser, anche la sottoscritta ha avuto un insperato upgrade, passando dalle sale al box office, trasformandosi da mero giocoliere a presentatore del multiforme e multicolorato Victorian Museum Circus
Insomma, ‘me la canto e me la sòno’, come dicesi a Roma, ma in ben 4 lingue e barcamenandomi col multitasking. Che bello! 
Due settimane di training e poi decideranno se servirsi ancora dei miei servigi o rigettarmi nei meandri polverosi del tendone, tra leoni e tigri, donne barbute e mangiaspade.
Agosto, blog mio non ti conosco.
Molti di voi hanno già mollato la stesura quotidiana per raggiungere ameni luoghi di vacanza ai monti o al mare, o semplicemente perché stremati dalla canicola estiva.
L’aggiornamento di SE4 prosegue invece fino alla sagra dell’uva, con notizie, aneddoti e proposte.
Per chi resta a Londra e non ha molte finanze disponibili al sollazzamento, consiglio una visitina al Museum of London, il più grande museo cittadino, totalmente gratuito e al riparo da pioggia e clima infausto. Non lasciatevi scoraggiare da certe linee in cemento tipiche dell’«Architettura brutale» di fine anni ’70, perché la natura degli interni è basata sul concetto moderno di come un museo dovrebbe essere (cioè stimolante, adatto ad un pubblico giovane e ricco di elementi visivi e audiovisivi).
Attualmente, al pian terreno, c’è una bella mostra sul Grande Incendio del 1666, caratterizzata da un allestimento lineare ed accattivante, adatto sia a grandi che piccini, con documenti ed oggetti interessanti e animato dall’intenzione di riportare il visitatore indietro nel tempo senza risultare pedante. 
Se poi vi resta tempo, proseguite nelle sale adiacenti ed esperimenterete in maniera multisensoriale la vita a Londra tra preistoria e rinascimento, attraverso oggetti, ricostruzioni di ambienti, percorsi tattili e suggestioni acustiche.
Il primo giovedì di ogni mese, il museo resta aperto fino alle 21. Per la prossima settimana è previsto un BBQ Medieval style, con tour guidato e hog roast in terrazza.
Sempre che non piova…