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Napoleone sulla BBC

Napoleon_(c)LondonSE4Questo mese, la BBC Radio 3 dedica una stagione di programmi a Napoleone, nemico storico, per il quale gli inglesi provano un misto di patriottico odio e segreta fascinazione: si susseguiranno saggi, interviste, approfondimenti, spazi musicali e anche un dramma radiofonico. La stagione parte oggi, 2 dicembre, che è infatti una data significativa nelle vicende che interessano il personaggio. In questo giorno, nel 1804, Napoleone fu incoronato Imperatore dei Francesi; esattamente un anno dopo, esultava vittorioso nella battaglia di Austerlitz. Pochi anni più tardi, però, nel 1812,  dopo una drammatica ritirata, funestata dai rigori dell’inverno russo, l’imperatore redigeva il 29esimo bollettino della Grande Armata, con cui avvisava Parigi dell’esito infelice della campagna militare.
Stasera, Rosamund Bartlett, traduttrice dal russo e biografa di Tolstoy, getterà luce su alcune celebri pagine di Guerra e Pace, quelle che descrivono gli aspetti fondamentali dell’invasione francese, dalla battaglia di Borodino, all’incendio di Mosca. Successivamente, un dramma teatrale inedito, scritto da Anthony Burgess (l’autore di Arancia Meccanica), racconterà, riadattato per la radio, l’ascesa al potere di Bonaparte e il tumultuoso amore per Josephine. Lunedi, invece, Peter Hicks, direttore degli affari internazionali della Fondation Napoléon discuterà con Anne McElvoy su come Napoleone è percepito oggi in Francia. Non mancheranno ovviamente gli approfondimenti musicali, dall’Eroica di Beethoven (sinfonia composta per festeggiare il sovvenire di un grand’uomo), fino all”Ouverture 1812 di Čajkovskij, con la celeberrima sequenza di colpi di cannone.

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Il compleanno di Jimi Hendrix

Jimi Hendrix

Come sarebbe stato il compleanno di Jimi Hendrix, se oggi avesse potuto soffiare sulle sue 70 candeline?

Per i miti della musica, scomparsi troppo giovani, all’apice del successo, con uno o due album alle spalle, tutto si interrompe così bruscamente, che la meteora si tramuta in astro leggendario, e i luoghi dove ha vissuto, diventano mete di pellegrinaggio. Verso la fine degli anni sessanta, Jimi passò molto tempo in Gran Bretagna, suonando in moltissimi club londinesi. Dopo una parentesi di un anno, che lo vide impegnato in un tour attraverso gli Stati Uniti, nel 1969 Jimi tornò a Londra, ed andò ad abitare in un appartamento, arredato dalla fidanzata di allora, Kathy Etchingham, al 23 di Brook Street. Poiché lo stabile a fianco era stato la residenza di George Frideric Handel, il chitarrista rock si era incuriosito, ed aveva comprato dischi di musica classica con le composizioni più celebri. Il flat di Jimi Hendrix era abbastanza ordinario, ravvivato da tende e da tappeti rosso vivo acquistati da John Lewis, a Oxford Street. In questa casa, Jimi beveva tè, guardava la tv, rilasciava interviste, scriveva e suonava musica, approfittando della mancanza di vicini, per alzare il volume degli amplificatori. Inoltre, poteva facilmente recarsi a piedi in tutti i locali della scena musicale del tempo, dal Marquee allo Speakeasy. 

Il soggiorno di Hendrix a Brook Street fu breve, circa tre mesi. Al giorno d’oggi, una placca blu dell’English Heritage ricorda il passaggio del musicista, mentre l’appartamento, mantenuto nei suoi aspetti originali, e visitabile solo in speciali occasioni, è attualmente l’ufficio amministrativo della vicina casa-museo di Handel.

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T.H. Lawrence (o la ricerca dell’Assoluto)

Mezzo secolo fa, i cinema italiani non erano multisala, né vietati ai fumatori. Esistevano le sale di prima, seconda e terza visione. I prezzi calavano in rapporto alla categoria, e, alle poltrone imbottite, si sostuivano quelle di legno (proprio come negli scompartimenti dei treni). C’era un proiezionista che doveva montare e cambiare la pellicola, perciò i film erano divisi in tempi, minimo due, quando la durata non superava l’ora e mezzo. Tra un tempo e l’altro, le luci si accendevano e compariva il venditore di noccioline, popcorn e gelati. Qualcuno approfittava dei bagni, gli altri cominciavano a sgranocchiare o a sgranchirsi, prima che il buio calasse di nuovo in sala. Non c’erano il 3D e il dolby surround, ma il cinemascope era già arrivato. Si poteva entrare a spettacolo già iniziato, si poteva restare a godersi quello successivo. Nel 1962, i cinema britannici non dovevano essere molto diversi da quelli nostrani. Per il pubblico, fuggire dal grigiore umido della città, per vivere sul grande schermo le sabbie dorate e i panorami rosseggianti di Wadi Rumm, sicuramente costituì una magnifica fuga dalla realtà. Possiamo immaginare che gli spettatori del continente restassero altrettanto affascinati, nel seguire le gesta eroiche di Aurans, che, con la veste bianca, la keffia beduina, e gli occhi azzurri e penetranti, attraversava deserti ostili ed attaccava i ponti dello Yarmuk, sconfiggendo i Turchi e cercando invano di realizzare l’indipendenza araba, contro le mire imperialistiche della Conferenza di Pace. 

L’esordio di “Lawrence d’Arabia“, il film diretto da David Lean, con Peter O’ Toole nei panni dell’avventuriero inglese e Omar Sharif in quelli dello sceriffo Alì,  racconta la fine paradossale di T. E. Lawrence, una corsa banale in motocicletta, la morte che lo attende, sulle strade umide del Dorset; poi, le immagini si dispiegano, in un viaggio a ritroso, per raccontarne la leggenda: 219 minuti di scene epiche e una colonna sonora memorabile. Mentre l’eroe riposa lontano dal suo deserto, nel piccolo cimitero di Moreton, e il busto, che lo ritrae, figura tra i grandi della patria, nella cattedrale di St. Paul’s, il film di Lean, in versione restaurata, sarà nuovamente protagonista delle sale britanniche, a partire dal 23 novembre. 

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E.V.Lucas, viandante e viaggiatore

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Edward Verrall Lucas è stato un versatile scrittore ed editore inglese, che, ai suoi tempi, ebbe molto successo, distinguendosi per una prosa leggera ed accattivante. Fu, di volta in volta, saggista, biografo, critico, giornalista, poeta e romanziere, sceneggiatore teatrale e scrittore satirico. Tuttavia, ancora oggi, il suo stile ironico e attento, meglio si apprezza nelle guide di viaggio, in cui rientrano gli interessi personali per l’arte e la letteratura. Nato a Brighton, nel 1868, Lucas iniziò la sua carriera come apprendista in una libreria, per poi approdare a Londra, lavorando da giornalista al The Globe e, in seguito, alla rivista Punch. Nella comunità letteraria della Londra fin de siècle, E.V. Lucas si segnalava, dunque, come figura nota e di tutto rispetto, che ebbe anche successo come editore, per Grant Richards and Methuen, che gli pubblicò molti dei suoi scritti. Le guide apparse nella collana A Wanderer, offrono impressioni di viaggio attraverso l’Inghilterra  ed altri paesi europei, con attenzione all’arte e ai musei di città come Firenze, Parigi, Londra, Amsterdam. Nelle mie peregrinazioni tra scaffali polverosi di librerie antiquarie o negozi di rigattiere, sono riuscita ad accaparrarmi due guide della nota serie:  A Wanderer in Paris (1906) e A Wanderer in London (1910). La prima guida, corredata da belle tavole a colori di Walter Dexter, più altre illustrazioni in bianco e nero, trattandosi di Parigi, non può certo esimersi dall’apprezzamento delle arti, con ben due capitoli dedicati al Louvre. Inoltre, da un tavolo al Cafe de la Paix, tra signore dai larghi cappelli e gentiluomini con bastone da passeggio ai Boulevards, passando per gli zoo cittadini ed il fascino intramontabile del Marais, Lucas ha tempo per degli excursus su personalità come Voltaire, Botticelli e Maria Antonietta. Di simile impostazione, è la guida di Londra, illustrata ad hoc da Nelson Dawson. Nella prefazione al volume, veniamo a sapere che, anche all’inizio del Novecento, Londra era così vasta, varia e ricca di cose interessanti, da rendere difficile la scelta della zona da cui cominciare ad esplorarla, e ancor più difficile, poi, sapere dove interrompere l’avventura. Perché “per un libro su Londra – per migliaia di libri su Londra – non c’è fine.” Allora, come oggi, nonostante le distruzioni, le demolizioni e i cambiamenti di un secolo, Londra è, prima di ogni altra cosa, un alveare di umanità affaccendata, in cui la nebbia è un lontano ricordo, il guidatore di taxi una figura solitaria e romantica. Dopo la Prima Guerra Mondiale, lo stile agile ed impersonale di Lucas non trovò più favori e, in seguito alla sua dipartita, nel 1938, anche l’interesse di critica e pubblico svanì. E’ un vero peccato, dal momento che, le guide di viaggio, possiedono lo sguardo fresco e curioso del flâneur, le descrizioni romantiche di chi sa guardare oltre la facciata e il mero sciorinamento di strade, nomi e date. Con le loro copertine liberty, di tela blu incisa in caratteri dorati, e le belle tavole illustrate, costituiscono un ottimo regalo, e non possono mancare nello scaffale di appassionati londonografi o studiosi del patrimonio storico e sociale delle città d’arte.

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Mille papaveri rossi

poppies_©LondonSE4 In Flanders fields the poppies blow

 Between the crosses, row on row…

Come ogni anno, questo è il periodo in cui le giornate sono più corte, si tirano fuori le sciarpe di lana, le vetrine rifulgono di precocissime decorazioni natalizie e qua e là spuntano papaveri rossi di carta. I poppies vengono appuntati sui baveri delle giacche, sulle cravatte, nei taschini delle camicie, su borsette e anche tra i capelli. E’ segno che si avvicina il Remembrance Day, l’equivalente britannnico del nostro 4 novembre, una data che in Italia, almeno un tempo, era addirittura festa nazionale e ci si facevano i temi a scuola. Qui, a certe tradizioni, ci tengono. In Gran Bretagna, la data che segna la fine del I° conflitto mondiale è l’11 novembre, perché fu in questo giorno, e precisamente nel 1918, alle 11, che fu dichiarato l’Armistizio. Due giorni prima, una certa Moina Michael, si trovava a New York per il congresso annuale delle segretarie di guerra. Moina, in segno di ricordo per i caduti, decise di utilizzare il suo compenso di $10 per comprare 25 papaveri di seta (l’unico fiore che cresceva sui campi devastati dal conflitto). Appuntò un papavero sul suo cappotto e distribuì quelli che restavano ai delegati del congresso. Due anni più tardi la National American Legion adottò il fiore come simbolo del Remembrance Day. Uno dei membri della legione era Madame E Guerin, la quale organizzò una vendita di poppies in grande scala per aiutare i bambini nelle zone colpite dalla guerra. Milioni di fiori di seta realizzati dalle vedove francesi furono venduti in America e anche a Londra. Nel 1921 la Royal British Legion organizzò la prima vendita di remembrance poppies. Corone di papaveri di carta sono spesso deposte ai piedi dei monumenti di guerra o delle targhe commemorative. Il fiore è menzionato nelle strofe di apertura del poema In Flanders Fields, scritto dal medico e tenente colonnello canadese, John McRae, e pubblicato sulla rivista Punch, l’8 dicembre 1915. Ciò nonostante, non tutti i papaveri all’occhiello hanno tinte rosso sangue.  Alcune persone, scelgono di indossare papaveri bianchi come alternativa pacifista. Questa opzione è stata introdotta dalla Britain’s Co-operative Women’s Guild, nel 1933.

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Sconfinamenti

teaIn una metropoli come Londra, esistono molte frontiere. Quella più antica, tra la riva nord e quella sud del Tamigi, e poi i confini tra Est e Ovest, e quelli tra la City of London e Westminster.
La città si è talmente espansa, che ci sono luoghi lungo le linee metropolitane in cui difficilmente ci si avventura.
I confini londinesi rappresentano uno spazio identitario, che spesso si confonde e si stempera, tra fessure e smagliature, in cui flussi in movimento penetrano e modificano la percezione dell’altro da sé, dell’oltre frontiera.  Ogni volta che mi reco ai margini occidentali della città, provo un senso di avventura, di curiosità e dislocamento, che solo l’andare oltre i soliti  scenari può dare.

L’occasione per l’ennesimo sconfinamento, mi è stato offerto da un invito della Gatta, food blogger in London TW7, la quale mi ha proposto una merenda da lei. Isleworth, che non avevo mai visitato, ha conservato l’atmosfera del villaggio rurale, con i giardini chiusi da muretti, dritti filari di alberi vetusti e piccole botteghe d’altri tempi: quella del macellaio, il forno, ed un surreale negozio di petardi. La zona è davvero molto antica, corrisponde infatti ad un insediamento sassone (ancor prima romano), menzionato nel Domesday Book (1086) con il nome di Gistelesworde. Nei secoli Isleworth fu, di volta in volta, baronia normanna, ducato di Cornovaglia, possedimento del monastero di Syon ed infine, dopo la dissoluzione degli ordini, patrimonio del duca di Somerset. Passò poi ad altre nobili casate, fino al XVIII secolo, quando venne trasformata in frutteti e giardini, per il rifornimento dei mercati londinesi. Caratteristica di questo periodo fu la costruzione di molte dimore e case di grandi dimensioni, principalmente destinate ad aristocratici e ceti alti. Tra gli agiati residenti, spiccano alcuni personaggi illustri.
Nel 1779, Joseph Banks, naturalista e botanico inglese, stipulò un contratto di locazione, e poi acquistò, una bella casa con 34 acri di terra, lungo il lato settentrionale di quella che ora è la London Road. Questa residenza, Spring Grove House, esiste ancora. Banks si dedicò alla realizzazione di un giardino botanico nella sua tenuta, grazie alla grande varietà di piante esotiche, raccolte nei suoi viaggi intorno al mondo, in particolare durante le spedizioni in Australia e nei mari del sud, al seguito del capitano Cook.  Alla morte di Banks, la casa passò ad altri proprietari, mentre, gran parte delle piante, venne trasferita a Kew Gardens.
Anche il pittore William Turner visse a Isleworth per un breve periodo. Nel 1804, lo troviamo a Syon Ferry House, luogo pittoresco, che gli fu d’ispirazione per la veduta di Hampton Court dal Tamigi. Persino Vincent Van Gogh soggiornò a Isleworth, lavorando per un breve periodo (1876) come supplente di studi biblici, in un collegio, gestito dal reverendo Slade-Jones.
Per tornare al presente, vi interesserà forse sapere che, la merenda a casa della Gatta, consisteva in una sfornata di meravigliose crostatine di farro alla nutella, realizzate seguendo la ricetta della crostata di marmellata di arance della zia, con l’accorgimento, però, di lasciare uno spessore di pasta di almeno mezzo centimetro, perché non si seccasse troppo. L’impasto, può essere preparato in largo anticipo e congelato, così da essere disponibile all’occorrenza.
Alle crostatine, abbiamo anche unito, con successo, direi, le tonalità calde e distinte di un tè alla violetta di Tolosa.

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Bonfire Night

guyNel 1605 tredici uomini progettarono di far saltare in aria the House of Parliament. La notte del 5 novembre, un certo Guy Fawkes fu trovato in possesso di ben 36 barili di polvere da sparo e condotto in prigione. Il complotto fu così sventato e, per celebrare l’occasione, da allora, la notte tra il 4 e il 5 novembre viene rischiarata da falò e spettacolari fuochi d’artificio. La preparazione della festa avviene nel seguente modo. Si procede alla costruzione del “GUY”, un fantoccio che riprende le fattezze del traditore. Per tradizione i bambini percorrono le strade con il fantoccio, chiedendo soldi (secondo la formula “a penny for the guy”) con i quali provvedono a comperare i fuochi d’artificio per la sera. Il fantoccio viene poi bruciato sul grande falò, mentre i fuochi d’artificio risplendono nell’oscurità. La città inglese rinomata per le feste della notte di Bonfire è Lewes, nel sud-est dell’Inghilterra, ma la festa si svolge anche in posti lontani come la Nuova Zelanda e Newfoundland in Canada. Una curiosità: poiché tra i cospiratori, simpatizzanti cattolici, vennero erroneamente incriminati anche due Gesuiti Inglesi, la festa assunse dei toni molto polemici, tanto che, in tempi antichi, si usava bruciare un fantoccio del Papa insieme a quello di Guy Fawkes. Inoltre, dato che la festa era approdata nelle Colonie, sembra che, nel XVIII secolo, la notte di Bonfire fosse celebrata nel New England come “Pope Day”.

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The Big Botanical Draw

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Dal 2005, sono iscritta al South London Botanical Institute.

Nel corso degli anni, grazie a questo ente di beneficenza, ho potuto partecipare a lezioni di disegno botanico, corsi di identificazione e di storia, escursioni e visite guidate, mercatini di libri e piante, conferenze.

L’istituto si trova a Tulse Hill ed è stato fondato nel 1910 da Allan Octavian Hume, un funzionario dell’India Britannica, riformatore politico e tra i fondatori del National Congress, un partito che avrebbe in seguito appoggiato il movimento indiano di indipendenza. Hume fu anche uno stimato ornitologo, nonché orticoltore dilettante. Tornato in Inghilterra, nel 1894, si trasferì a vivere a sud del Tamigi, in Upper Norwood. La sua attenzione per l’orticultura, lo indusse ad acquistare una grande casa vittoriana, al numero 323 di Norwood Road, ristrutturandone alcuni ambienti, in modo da ricavare un herbarium ed una biblioteca. La casa divenne la sede del South London Botanical Institute, un organismo che doveva promuovere lo studio della botanica e permettere l’incontro tra dilettanti e professionisti. A oltre cento anni dalla nascita, l’Istituto possiede una vasta collezione di libri, monografie e riviste. L’erbario consiste di circa centomila piante essiccate, originarie della Gran Bretagna e dell’Europa, mentre, il piccolo giardino sul retro, comprende esempi di oltre 500 specie. La sede è rimasta pressoché invariata dall’epoca eduardiana, perciò, all’interessante offerta di attività didattiche, quali conferenze, corsi pratici ed escursioni, si aggiunge il fascino discreto e vetusto degli ambienti, il senso quieto e familiare di una casa di altri tempi. Durante l’anno, oltre ad offrire corsi e workshop per le scuole elementari e medie, il South London Botanical Institute apre le sue porte al pubblico, in occasione di eventi come Open House e Open Square Gardens weekend. A ottobre, invece, non si può mancare l’appuntamento con The Big Draw, il più grande festival di disegno al mondo. Tutti i materiali sono forniti gratuitamente per disegnare alcune delle piante provenienti dal giardino e dalla serra (dai cactus agli esemplari carnivori, alle felci, incluse foglie, frutti e baccelli autunnali). Inoltre, dei bellissimi libri di pittura e disegno botanici sono sono consultabili nella suggestiva biblioteca, mentre, esemplari diversi di piante, semi e fiori, possono essere esplorati al microscopio. Per l’occasione, nella cucina di stampo vittoriano, viene anche allestito un caffè, che offre bevande calde, cordiali, succhi di frutta, nonche’ meravigliose crepes, galettes, pancakes, panini e torte fatte in casa.

Album

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Demolizioni

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Holborn Circus è un grande slargo rotondeggiante, punto di raccordo di sei strade, al confine tra Holborn e Smithfield.
Questa zona, storico crocevia di mercanti di diamanti, viaggiatori, poeti, rivoluzionari (come il Conte di Mirabeau) ed esuli (come il nostro Giuseppe Mazzini), fu pesantemente bombardata durante il Blitz. Conserva ancora, su un lato, la chiesa di S. Andrew, un antico edificio, sopravvissuto al grande incendio di Londra, poi rielaborato da Christopher Wren nel 1686, ed, infine, restaurato, dopo i bombardamenti che ne distrussero la navata. Al centro di Holborn Circus, invece, si trova la statua equestre del principe Alberto, realizzata da Charles Bacon, nel 1874. Quest’area fu descritta, da Charles  Dickens, come “forse .. il più bell’esempio di architettura urbana” [Dictionary of London – 1879]. Purtroppo, a seguito della Seconda Guerra Mondiale, molti degli edifici che costeggiavano lo slargo, sono stati demoliti. La City of London intende ora cancellare del tutto, quello che resta dell’assetto vittoriano, spostando il monumento equestre su un lato, e obliterando una delle strade. Questo intervento drastico, darebbe luogo ad una vasta area asfaltata, priva di un centro di convergenza. Secondo la Victorian Society, che ha incluso Holborn Circus, nella classifica dei 10 edifici in pericolo, la statua dovrebbe rimanere al centro di un’area riqualificata, rispettando le linee storiche del paesaggio urbano.
Come se non bastasse, questa settimana, Henderson Global Investors, ha presentato un progetto di demolizione dello storico mercato coperto di Smithfield, altra gloria vittoriana, progettata da Horace Jones, nella seconda metà dell’Ottocento, in un’area utilizzata da oltre mille anni. Il mercato è ancora funzionante, ma si pensa di demolirne una larga parte, per ricavare uffici e spazi commerciali. Il progetto, pur rappresentando un miglioramento rispetto a precedenti e inquietanti megaliti di vetro e acciaio (Kohn Pedersen Fox), non rappresenta,  tuttavia, un vero salto di qualità. Le demolizioni lasceranno solo un fragile pittoresco, guscio vittoriano, a celare l’anonima struttura, comune a tanti centri commerciali.

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The Beatles at 50

The Beatles fish&chipsQuesta settimana si celebrano i 50 anni dall’uscita del primo singolo dei Beatles. Pubblicato il 5 ottobre 1962 per l’etichetta Parlophone, e salito al diciassettesimo posto in classifica, dopo una promozione quasi nulla e una fugace apparizione televisiva, Love Me Do è un motivetto facile, da cui si venne a scatenare una rivoluzione musicale e culturale senza precedenti.  A Liverpool, città natale del quartetto, ci si appresta dunque a festeggiare per tutto il weekend, con una riunione di massa di fan e amanti della musica dei Beatles, nonché un nutrito programma di eventi, tra cui un mega concerto all’Albert Dock, che vedrà l’alternarsi di gruppi rock e corali. A Londra, invece, si è pensato ad organizzare un musical, “Let it Be“, in cartellone al Prince of Wales theatre. E’ la prima volta che ad un teatro del West End vengono concessi i diritti di esecuzione delle musiche dei Beatles e, tra gli artisti che impersonano i Fab Four, compare anche un italiano, Emanuele Angeletti, nel ruolo di Paul McCartney.  La  BBC2, il 6 ottobre sera, trasmetterà per intero il film “The Magical Mistery Tour” (1967), assieme ad un documentario che ne esalta il valore culturale ed i meriti artistici. Proprio in questi giorni, infatti, circola un filmato inedito, realizzato dietro le quinte, durante una pausa di realizzazione del film. In queste riprese, i Beatles e il cast si concedono uno spuntino da Smedley’s, un negozio di fish & chips situato a Taunton, in Somerset. Le scene ritrovate, ritraggono la band pazientemente in fila per la propria razione di pesce e patatine, e catturano la stessa aria spensierata e vagamente avant garde del film. Il video si può vedere online, sul sito di The Space, contenitore di arte e musica creato dalla BBC e dall’Arts Council. Il progetto prevede l’accesso del pubblico ad un archivio oltre 500 filmati diversi, organizzati secondo i piani di un hotel virtuale.