Addio al graphic designer dei Pink Floyd

AMomentaryLapseofReasonUn fascio arcobaleno che si sprigiona da un prisma trasparente, un uomo la cui giacca è in fiamme, un maiale in volo su Battersea Power Station, 765 letti di ferro trascinati su una spiaggia… Queste sono solo alcune delle immagini iconiche e davvero particolari, create da Storm Thorgerson in 40 anni di lavoro. Amico di infanzia dei membri fondatori dei Pink Floyd e graphic designer del gruppo, Thorgerson è morto oggi, dopo una grave malattia. Nato nel 1944, a Potters Bar, nell’Hertfordshire, Thorgerson aveva studiato Inglese e Filosofia presso l’Università di Leicester, e, poi, Cinema & TV al Royal College of Art. Thorgerson ha contribuito moltissimo alla cultura pop musicale grazie alle sue copertine, progettate per una vasta gamma di artisti, non solo i già menzionati Pink Floyd, ma anche gli Hipgnosis, alla fine degli anni ’60, i Genesis e i Led Zeppelin, e band più recenti, come The Mars Volta, Muse e Audioslave. Nel 2011, Roddy Bogaawa aveva girato un documentario sulla vita e le copertine degli album di Storm Thorgerson. Taken by  Storm – The Art of Storm Thorgerson and Hipgnosis (95 min) documenta con efficacia il processo artistico idiosincratico di Thorgerson, sottolineando come l’artista abbia sempre trasceso i vincoli del marketing commerciale, per seguire la sua visione. Grazie ad interviste con Aubrey Powell, David Gilmour e Nick Mason dei Pink Floyd, Robert Plant, Peter Gabriel, Dominic Howard dei Muse, e artisti come Sir Peter Blake e Damien Hirst, il film dimostra come Thorgerson ci abbia lasciato una potente eredità visiva, che, non solo ha segnato le vite di tanti adolescenti, tra poster e copertine di album in vinile, nei decenni scorsi, ma ancora si riflette con veemenza in tutta la cultura contemporanea.
Ricordando l’amico scomparso, David Gilmour, chitarrista e cantante dei Pink Floyd, ha affermato: “E ‘stata una forza costante nella mia vita, sia nel lavoro che nel privato… Le opere che ha creato per i Pink Floyd, dal 1968 ad oggi, sono state una parte inscindibile del nostro lavoro. Mi mancherà.”

Pasolini al BFI

Pasolini

“L’Italia sta marcendo in un benessere che è stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo.”
Pier Paolo Pasolini 1962

Il 2 novembre 1975 ero davvero molto piccola. In un negozio di elettrodomestici, dove mi trovavo con mio padre, un televisore in bianco e nero annunciava la notizia della morte violenta di Pasolini, una notizia che fece scalpore. Guardavo con il naso all’insù, senza capire, chi fosse quell’uomo. E perche’ tutti tacevano allibiti? Negli anni a venire avrei imparato a conoscere il poeta, lo scrittore, il giornalista, il regista, l’uomo geniale e profetico, che aveva saputo vedere i mali del Paese e intuire le conseguenze del consumismo, dell’inquinamento, dell’abuso dei media come strumento di potere e controllo. Dopo oltre trent’anni, ancora non si conoscono le motivazioni e i responsabili dell’omicidio di Pasolini, e non si sa se, a metterlo a tacere per sempre, fu una decisione politica, camuffata dal pretesto di una rissa. A questo riguardo, c’è sempre stato un silenzio scomodo, imbarazzato e imbarazzante, ai limiti del disinteresse. Forse perché la verità “meglio non nominarla, perché appena la nomini non c’è più…” *
Eppure, proprio dopo la sua morte, Pasolini è stato rivalutato come critico e filosofo visionario, una figura importante della letteratura e dell’arte, non solo italiana, ma europea. Tra scandalo e censura, Pasolini girava i suoi film cercando di dar vita ad un ‘cinema di poesia’, ed è proprio la sua carriera di cineasta ad essere ora celebrata al British Film Institute, con una stagione di proiezioni (film, documentari e corti) che durerà dal 1 marzo al 30 aprile.

La rassegna, la più esaustiva mai organizzata in Gran Bretagna, è stata organizzata in collaborazione con Luce Cinecittà, che ha fornito le pellicole, molte delle quali, restaurate di recente dalla Cineteca di Bologna. I temi della retrospettiva, introdotta da Tony Rayns, spaziano dal mito ai cicli storici, dalla psicoanalisi al confronto con il famigerato De Sade. La ricchezza dei filmati (alcuni dei quali rari) permetterà di esplorare, tanto l’evoluzione dell’arte di Pasolini, quanto i contesti della sua cinematografia.

Cosa sono le nuvole?, regia di Pier Paolo Pasolini, 1967

La metro di Londra compie 150 anni

Lithograph of Baker Street Station

In piena epoca vittoriana, Londra era una città in espansione, ingolfata da un traffico tentacolare di cavalli e pedoni. La capitale aveva bisogno di un sistema di trasporto efficiente, che migliorasse la vita degli abitanti. Fu così che, il 10 gennaio del 1863, nacque la prima metropolitana del mondo.
La Metropolitan Railway era una linea merci e passeggeri che, tra la seconda metà dell’ottocento e i primi anni trenta del novecento, scaturiva dal cuore finanziario della capitale, per spingersi fino alle propaggini del Middlesex. Il tratto iniziale, inaugurato 150 anni fa, misurava circa 4 miglia (6 chilometri) e andava da Paddington a Farringdon Street. Il metodo iniziale di costruzione della Tube, impiegato fino alla fine del XIX secolo, consisteva nello scavare a fondo le strade lungo il percorso della linea;  una volta posti in opera i binari,  questa sorta di trincee venivano coperte da un poderoso tunnel di mattoni; infine, si provvedeva a ripristinare il manto stradale. Le carrozze del viaggio inaugurale erano di legno e illuminate a gas. Venivano trainate da locomotive a vapore, che rimasero in uso fino all’avvento del sistema elettrico, nel 1905.  La metropolitana di Londra è stato un punto di riferimento per investitori finanziari, progressisti sociali, designers, pionieri e riformatori. Ha rimodellato la città, riparato i londinesi durante i pesanti bombardamenti della Luftwaffe, e proseguito, tra alterne fortune economiche, politiche e tecnologiche, fino al complesso sistema di oggi: 249 miglia, oltre quattromila carrozze, un miliardo di passeggeri l’anno e una popolazione di ben cinquecentomila (!) topi, che si aggirano nei tunnel, e, spesso, lungo i binari delle stazioni. Per festeggiare il compleanno della Tube, sono in programma due viaggi d’epoca, nelle serate del 13 e 20 gennaio, organizzati dal London Transport Museum. I titolari dei biglietti (150 sterline per il treno a vapore, 50 per quello elettrico vintage), viaggeranno lungo parte del tratto originale della Metropolitan Railway (oggi Hammersmith & City).

Per chi, invece, può permettersi un biglietto del cinema, da non perdere l’uscita, questo venerdì, di Underground (1928), film diretto da Anthony Asquith. undergroundLa pellicola, restaurata dal BFI e accompagnata dalla colonna sonora, composta da Neil Brand, affascina per le luci e il taglio espressionisti, ed equivale ad una macchina del tempo. La metropolitana è parte integrante della trama e imposta il tono del film, con le sue oscurità e il garbuglio di linee e di tunnel, fungendo da sfondo e metafora alle passioni represse dei protagonisti. Gente comune, che incontrandosi per caso, tra una stazione e l’altra, nella ripetitività dei tragitti quotidiani, finirà per sperimentare amore e violenza.

T.H. Lawrence (o la ricerca dell’Assoluto)

Mezzo secolo fa, i cinema italiani non erano multisala, né vietati ai fumatori. Esistevano le sale di prima, seconda e terza visione. I prezzi calavano in rapporto alla categoria, e, alle poltrone imbottite, si sostuivano quelle di legno (proprio come negli scompartimenti dei treni). C’era un proiezionista che doveva montare e cambiare la pellicola, perciò i film erano divisi in tempi, minimo due, quando la durata non superava l’ora e mezzo. Tra un tempo e l’altro, le luci si accendevano e compariva il venditore di noccioline, popcorn e gelati. Qualcuno approfittava dei bagni, gli altri cominciavano a sgranocchiare o a sgranchirsi, prima che il buio calasse di nuovo in sala. Non c’erano il 3D e il dolby surround, ma il cinemascope era già arrivato. Si poteva entrare a spettacolo già iniziato, si poteva restare a godersi quello successivo. Nel 1962, i cinema britannici non dovevano essere molto diversi da quelli nostrani. Per il pubblico, fuggire dal grigiore umido della città, per vivere sul grande schermo le sabbie dorate e i panorami rosseggianti di Wadi Rumm, sicuramente costituì una magnifica fuga dalla realtà. Possiamo immaginare che gli spettatori del continente restassero altrettanto affascinati, nel seguire le gesta eroiche di Aurans, che, con la veste bianca, la keffia beduina, e gli occhi azzurri e penetranti, attraversava deserti ostili ed attaccava i ponti dello Yarmuk, sconfiggendo i Turchi e cercando invano di realizzare l’indipendenza araba, contro le mire imperialistiche della Conferenza di Pace. 

L’esordio di “Lawrence d’Arabia“, il film diretto da David Lean, con Peter O’ Toole nei panni dell’avventuriero inglese e Omar Sharif in quelli dello sceriffo Alì,  racconta la fine paradossale di T. E. Lawrence, una corsa banale in motocicletta, la morte che lo attende, sulle strade umide del Dorset; poi, le immagini si dispiegano, in un viaggio a ritroso, per raccontarne la leggenda: 219 minuti di scene epiche e una colonna sonora memorabile. Mentre l’eroe riposa lontano dal suo deserto, nel piccolo cimitero di Moreton, e il busto, che lo ritrae, figura tra i grandi della patria, nella cattedrale di St. Paul’s, il film di Lean, in versione restaurata, sarà nuovamente protagonista delle sale britanniche, a partire dal 23 novembre. 

The Beatles at 50

The Beatles fish&chipsQuesta settimana si celebrano i 50 anni dall’uscita del primo singolo dei Beatles. Pubblicato il 5 ottobre 1962 per l’etichetta Parlophone, e salito al diciassettesimo posto in classifica, dopo una promozione quasi nulla e una fugace apparizione televisiva, Love Me Do è un motivetto facile, da cui si venne a scatenare una rivoluzione musicale e culturale senza precedenti.  A Liverpool, città natale del quartetto, ci si appresta dunque a festeggiare per tutto il weekend, con una riunione di massa di fan e amanti della musica dei Beatles, nonché un nutrito programma di eventi, tra cui un mega concerto all’Albert Dock, che vedrà l’alternarsi di gruppi rock e corali. A Londra, invece, si è pensato ad organizzare un musical, “Let it Be“, in cartellone al Prince of Wales theatre. E’ la prima volta che ad un teatro del West End vengono concessi i diritti di esecuzione delle musiche dei Beatles e, tra gli artisti che impersonano i Fab Four, compare anche un italiano, Emanuele Angeletti, nel ruolo di Paul McCartney.  La  BBC2, il 6 ottobre sera, trasmetterà per intero il film “The Magical Mistery Tour” (1967), assieme ad un documentario che ne esalta il valore culturale ed i meriti artistici. Proprio in questi giorni, infatti, circola un filmato inedito, realizzato dietro le quinte, durante una pausa di realizzazione del film. In queste riprese, i Beatles e il cast si concedono uno spuntino da Smedley’s, un negozio di fish & chips situato a Taunton, in Somerset. Le scene ritrovate, ritraggono la band pazientemente in fila per la propria razione di pesce e patatine, e catturano la stessa aria spensierata e vagamente avant garde del film. Il video si può vedere online, sul sito di The Space, contenitore di arte e musica creato dalla BBC e dall’Arts Council. Il progetto prevede l’accesso del pubblico ad un archivio oltre 500 filmati diversi, organizzati secondo i piani di un hotel virtuale.

Enjoy the Silence

the lodger

The Lodger è una pellicola del 1927, in cui una Londra notturna, avvolta dalla nebbia, con la fila di lampioni tremolanti lungo l’umido Embankment, le insegne luminose dei teatri, e i cortili e le strade male illuminati di Bloomsbury, altro non è che una mirabile ricostruzione in studio. Il film è il primo diretto da Alfred Hitchcock e fu realizzato nei nuovissimi studi cinematografici Gainsborough, a nord del fiume. Michael Balcon li aveva fondati nel 1924 ed i film girati qui erano di genere melodrammatico o a basso costo, tutti però improntati a pratiche continentali, specialmente derivate dall’espressionismo tedesco, con scenografie oblique, ombre lunghe e puntute, luci taglienti percorsi  claustrofobici, volti pesantemente truccati, tensione psicologica. Realizzato nell’anno in cui il cinema sonoro cominciava a farsi strada, The Lodger racconta una Londra ambigua, dove alla brillantezza di rutilanti teatri e all’eleganza degli atelier di alta moda, si affiancano il buio e la nebbia, un’umanità povera e affaccendata, e il terrore disseminato in tutta la città dal ‘Vendicatore’, un serial killer che ha per obiettivo donne dai capelli biondi. Su questo sfondo si muovono i protagonisti, un Ivor Novello, emaciato, nervoso, e dai comportamenti bizzarri, su cui Hitchcock fa cadere i sospetti, non solo dei personaggi, ma anche del pubblico in sala, e June Tripp, resa bionda dal regista per recitare la parte dell’ingenua Daisy, simbolo di una donna giovane e moderna, sullo sfondo di mobili, quadri e polverose suppellettili tardo vittoriane. The Lodger fu un grande successo, e, a detta dello stesso Hitchcock, il primo film in cui il regista trovò la sua voce, intrattenendo l’audience con tutta una serie di espedienti che diverranno poi il suo marchio di fabbrica, come l’umorismo sottile, che stempera la tensione e aumenta la suspence, i movimenti sulle scale, la drammatica preferenza per le bionde (June Tripp fu solo la prima di una serie di attrici costrette a ossigenarsi), il numero 13 sulla porta, i simboli di morte e feticismo. Fu anche la prima volta che il regista inaugurò la pratica del cameo, facendosi riprendere seduto di spalle alla scrivania di un ufficio stampa. Sembra che la scelta non fosse intenzionale, dato che la comparsa che doveva recitare la parte, quel giorno non si era presentata in studio.

the lodger_cameoThe Lodger è stato meravigliosamente restaurato dal British Film Institute, partendo da una serie di stampe al nitrato, poiché i negativi originali erano perduti. I colori delle tinte originali, dai toni blu e ambrati, sono stati ricostruiti in digitale e il lavoro ha comportato un’estenuante pulizia di macchie, graffi, sporcizia, resi ancor più visibili dalla maggioranza di scene girate nell’oscurità.La nuova colonna sonora è stata affidata a Nitin Sawhney, un giovane musicista, dj, e compositore di avanguardia, che mescola suggestioni asiatiche a note jazz ed elettroniche. Il film è in programma al BFI Southbank fino al 23 agosto.

Spostarsi a Londra

londonbybus_ShootTVAvventurarsi nel tessuto metropolitano significa infilarsi in un organismo pulsante, dove il tempo fugge e non è mai abbastanza. La tube assomiglia ad un sistema sanguigno isterico, si va giù, sottoterra, e si corre nello spazio confinato di un tunnel, faccia a faccia con una multitudine di individui variopinti, pensosi, stressati, dormienti, persi nella sinfonia di un auricolare, tagliati fuori da internet e linee telefoniche, le mani infilate in un sacchetto di patatine, un caffè nel bicchiere di cartone, da sorseggiare la mattina. Il treno metropolitano sfila invece tra periferie sbriciolate, palazzi nuovi senza carattere, vestigia di ingegneria ed architettura vittoriana, parchi ritagliati qua e là. Si siede comodi e si guarda la città sfilare al ritmo ondeggiante delle rotaie, qualcuno parla animatamente al cellulare, una donna si rifà il trucco, i bambini della scuola vanno in gita coi maestri. A Londra si va di fretta, ovunque. Spesso camminare è un po’ come guidare, certi giorni la densità di pedoni raggiunge livelli esorbitanti. I turisti non conoscono corsie preferenziali, destra o sinistra, il loro ritmo lento e stupefatto irrita i professionisti in ritardo per l’appuntamento di lavoro. Prendere un autobus, se si ha tempo e non si teme il traffico che rallenta il viaggio, è come entrare in una specie di capsula, con un micromondo all’interno ed uno scenario affascinante, fuori dal finestrino. Come nell’antica Roma, dove insulae e ville patrizie convivevano fianco a fianco, qui si passa dal quartiere decadente e decaduto, alla zona trendy, alle strade larghe e ben tenute, sinonimo di vite più agiate. Si viaggia in mondi e culture paralleli, dalle Indie occidentali al Bangladesh,  dal Medio Oriente alla Cina. I marciapiedi si animano di esseri umani abbigliati nei modi più svariati: vestito grigio, tailleur, tuta sportiva, minigonna, jeans, sari, burka… L’autobus trotta a nord e a sud del fiume, tra palazzi di cemento, cottages del secolo scorso, chiese barocche, e immerge il passeggero in una cacofonia di suoni e colori, che punteggiano ritmici il grigiume quotidiano. Il video del regista Bruno Palma, dal titolo “London by bus“, racconta bene l’esperienza singolare, a tratti distopica, di chi decide di affidarsi ad un tragitto in autobus. Buon viaggio.

Il film di San Valentino 2012

accadde una notte di Frank Capra

Per restare in tema di baffetti impomatati e tirabaci del post precedente, oggi, San Valentino, la tradizione di proiettare un classico del cinema sulla flytower del  National Theatre sarà rispettata, a dispetto del clima, e la scelta quest’anno è caduta sulla commedia romantica ‘Accadde una notte‘ (1934), di Frank Capra, con Clark Gable e Claudette Colbert. Il National Theatre consiglia ai partecipanti di portare una coperta e qualcosa di morbido su cui sedere (il cemento gelato non è proprio il massimo). Lo show è all’aperto ed è gratuito, e si vede meglio dal secondo piano della Baylis Terrace. Il bar vicino alla terrazza sarà aperto e servirà prosecco, cioccolata e dolcetti turchi. Il film, vincitore di cinque premi oscar, narra le vicende in chiave ironica di  Ellie Andrews (Claudette Colbert), una viziata ereditiera in fuga, costretta a toccare con mano le miserie della Depressione in un rocambolesco viaggio in pullman e finalmente vittima del fascino burbero del giornalista Peter Warne (Clark Gable).

The Artist sbanca ai Bafta

the artist

Non è una sorpresa che in questo inizio 2012 segnato da recessione e pessimismi, un’idea brillante come The Artist continui a mietere premi e consensi. Il film, piacevole e leggero, per certi tratti irresistibile, elogio di un cinema monocromo e silenzioso nell’era del surround sound e del 3D, continua a guadagnare inesorabilmente terreno verso gli Academy Awards. Ieri, la pellicola di Michel Hazanavicius si è portata a casa ben sette premi Bafta, l’equivalente britannico degli oscar, come miglior film, miglior regista, miglior sceneggiatura originale,  miglior musica, miglior cinematografia e migliori costumi, nonché miglior attore protagonista. E’ innegabile che Jean Dujardin, assieme al fedele cagnolino Uggie, abbia regalato una performance impeccabile, nei panni del divo del muto caduto in disgrazia e salvato dall’amore. Merito del baffetto retrò, di un sorriso e di una mimica eloquenti, di galanterie fin de siecle, ma anche di una spalla canina, che  priva di voce, assurge a ruolo di grande attore co-protagonista. Il film ammalia il pubblico, nonostante l’obsoleto formato Academy standard, rifacendosi alla leggerezza di ruoli e trame in voga negli anni trenta. Un periodo, quello dell’avvento del sonoro, segnato da povertà, crolli di borse, recessioni e delinquenza e, per questo, emotivamente vicino al nostro. Non è un caso che i cappellini a cloche e gli abitini flapper di Bérénice Bejo-Peppy Miller non si rivelino molto dissimili da quelli che oggi ammiccano qua e là dalle vetrine di King’s Road o di altri templi dello shopping nel vecchio continente. Mi ha divertito molto la chiave ironica con cui The Artist affronta quello che deve essere stato un vero dramma per tanti artisti del cinema muto, incapaci di riciclarsi nel sonoro. L’avvento dei primi talkies, con il successo incredibile di The Jazz Singer (1927), diede vita ad un fenomeno globale, su le cui ali volarono alte ed audaci, persino in Europa, le trovate geniali e acusmatiche di tanti pionieri, come Fritz Lang o René Clair. Tuttavia, la lista di divi e dive uccisi dal sonoro è più lunga di quello che si crede. Basti pensare a Douglas Fairbanks, a cui Dujardin rifà il verso, o alla divina Louise Brooks. Hazanavicius ha studiato il cinema degli anni venti e trenta e si gioca molto bene le sue carte, tentando la ricostruzione di un mondo che non esiste più.  Impresa non facile, nonostante la cura maniacale dei particolari, dalle acconciature, ai vestiti, dalle automobili, agli arredi. Malgrado le citazioni di cui il film è intessuto qua e là, e che faranno la gioia del cinefilo, anche se è impossibile ricreare la magia e la vibrante carica espressiva di un mondo in cui, tra il bianco e il nero, esisteva una ricca gamma di mezzitoni, la storia di The Artist, lieve e nostalgica, mai volgare, risponde ad un desiderio del pubblico che è sempre attuale: quello di evadere per un paio d’ore dalla realtà e dagli affanni del quotidiano. Riuscire a farlo attraverso un mondo di  celluloide stilisticamente asincrono, scevro di effetti speciali e di comunicazione verbale, è meritevole di attenzione e, come nel caso dei Bafta, di premi.

Per un inizio in Technicolor…

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In questo freddo inizio di gennaio londinese, allietato da un sole inaspettato, e costellato, non tanto di concreti propositi per l’anno nuovo, quanto di speranze, mi piacerebbe suggerirvi un piccolo gioiello di arte surrealista, che potete ammirare gratuitamente fino al 31 gennaio nel mezzanine del BFI a Southbank. Per celebrare l’uscita dell’edizione restaurata della celebre pellicola di Powell and Pressburger, “The Red Shoes” [Scarpette Rosse], girata nel 1948, viene proiettato non-stop un breve film di animazione, in cui 130 suggestivi dipinti a olio, realizzati da Hein Heckroth, e montati in sequenza, richiamano la famosa scena del balletto, che nel film occupa ben 17 minuti.

Heckroth, formatosi alla Bauhaus, era emigrato in Inghilterra negli anni ’30 e qui aveva proseguito un’eccellente carriera come disegnatore di scene e costumi per teatro e cinema, collaborando anche ai bozzetti per due altri film di Powell e Pressburger, “A Matter of Life and Death” [Scala al Paradiso] e “The Black Narcissus” [Narciso Nero], entrambi girati nel 1946. Tuttavia, per “The Red Shoes” Heckroth fu nominato da Powell come disegnatore dell’intera produzione del film, il che significa che l’artista tedesco fu unico responsabile dell’ideazione visiva, inclusi i titoli, e perciò realizzò un numero infinito di schizzi e disegni, di cui ben 600 solo per il balletto. La sua vena surrealista e romantica seppe dare al film una grande atmosfera, realizzata spesso in economia e con un uso espressionistico dei colori. Per le scenografie del balletto ricorse all’impiego di materiali diversi, come cartapesta, chiffon e cellophane. Questo lavoro in grande scala non aveva precedenti e fu premiato con un Oscar alla scenografia.
“The Red Shoes” è anche uno dei film preferiti di Martin Scorsese, il quale ha avuto la chance di conoscere personalmente Powell e Pressburger e ha collezionato molte memorabilia nel tempo. Alcuni di questi tesori sono stati prestati dal regista al BFI, per allestire una piccola mostra, al piano superiore. Fino alla fine del mese si possono ammirare locandine originali, sceneggiature, lettere, fotografie e anche le famose scarpette rosse utilizzate nel film, firmate sul retro dagli attori protagonisti: Moira Shearer, Anton Walbrook, Robert Helpmann e Leonid Massine.