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Il van Dyck ritrovato

olivia_botelerNegli ultimi anni della sua vita alla corte d’Inghilterra, l’anziano Marcus Gheeraerts il Giovane, già pittore di Elisabetta I, vide la sua fama offuscarsi, all’arrivo di un altro ritrattista fiammingo, ricco di talento, allievo di Rubens e seguace di Tiziano: Antoon Van Dyck. Il talentuoso pittore, dopo un breve soggiorno sotto il regno di Giacomo I, si trasferì stabilmente in Inghilterra, su insistenza del re Carlo I, che lo nominò baronetto e primo pittore di corte.
Van Dyck ritrasse il re e numerosi membri dell’aristocrazia, in una magnificenza di sete, perle, incarnati luminosi e fondali drammatici. Essendo cattolico, come la regina Enrichetta Maria, Van Dyck entrò a far parte di un folto gruppo di cortigiani, tutti nell’entourage della sovrana. Il pittore fu sempre benevolo nei confronti della monarca, che ritrasse moltissime volte, migliorandone i tratti e la luce del viso, grazie all’arte dei suoi pennelli. Le tele inglesi di Van Dyck sono per la maggior parte conservate alla Royal Collection e alla National Portrait Gallery, ma ve ne sono altre, pregevolissime, alla Frith Collection di New York,  con  ritratti di nobili e notabili. Tra gli amici di Van Dyck si annovera Endymion Porter, diplomatico e leale monarchico, il quale, durante la guerra civile, rimase fedele a re Carlo I, fino all’esecuzione, avvenuta nel 1645. Endymion era sposato con Olivia Boteler, figlia del Barone di Bramfield e nipote del Duca di Buckingham. Olivia era una fervente cattolica, e fu dama di compagnia della regina Enrichetta Maria.
E’ di questi giorni la notizia di un “nuovo” ritratto di Van Dyck, raffigurante proprio Olivia Boteler Porter, e rinvenuto, per caso, nei depositi del Bowes Museum, nella Contea di Durham. Considerato per lungo tempo una copia, eseguita nel XIX secolo, una volta pulito e restaurato, il dipinto è risultato, invece, essere un Van Dyck originale. Il quadro, in cui lady Olivia appare ritratta con una rosa rossa nei capelli e degli orecchini con delle grandi perle barocche, fu probabilmente dipinto poco prima della sua morte (1633) ed è stato valutato un milione di sterline.  La conferma dell’autenticità del dipinto è stata fatta sulla base dei pigmenti utilizzati e grazie all’occhio competente di uno dei massimi esperti di Van Dyck, il direttore dell’Ashmolean Museum di Oxford, Christopher Brown. Il dipinto è stato riscoperto solo quando,  fotografato nel 2008 e incluso nel database della Public Catalogue Foundation, è stato poi inserito nel sito della BBC, “Your Paintings“.

Chissà quanti altri dipinti di Grandi Maestri staranno languendo negli scantinati dei musei? Se non fosse stato pulito e restaurato, il quadro di Van Dyck, come copia ottocentesca,  sarebbe valso non piu di 5000 sterline.

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La Festa della Donna e il centenario delle Suffragette

emily-davison-funeral-march-bQuest’anno si celebra il centenario della drammatica morte della suffragetta Emily Davison, gettatasi sotto il cavallo del re, alle corse del Derby di Epsom. Nessuno sa, a distanza di un secolo, se la donna avesse deciso deliberatamente di uccidersi sotto gli zoccoli di Anmer o se, invece, la sua coraggiosa protesta, fosse sfociata in un epilogo tragico. Emily era originaria di Blackheath, un quartiere a sud est di Londra, ed aveva studiato letteratura ad Oxford, per poi unirsi alla Women’s Social and Political Union (WSPU) e rivelarsi come una delle suffragette più militanti, entrando e uscendo di prigione per azioni di protesta (finestre infrante, buche delle lettere date alle fiamme…) e resistenza politica. Le suffragette, ogni volta che finivano dietro le sbarre, protestavano facendo lo sciopero della fame. La polizia, inizialmente le rilasciava, ma poi cominciò a nutrirle a forza, tramite un tubo inserito nel naso. Emily Davison fu spesso sottoposta a questa dolorosa pratica e, nel 1912, per sfuggire alla tortura, si gettò da un balcone della Holloway Prison. Una rete, tre piani più in basso, ne arrestò la caduta.  L’anno successivo, Emily si recò alle corse ad Epsom. Nella borsa, aveva un biglietto di ritorno a Londra, e un invito per un evento della WSPU, quella stessa sera. Vestendo la sciarpa tricolore delle suffragette, la donna si mescolò alla folla di londinesi in gita, che si assiepavano attorno al circuito; poi, raggiunta la stretta curva di Tattenham Corner, attese l’inizio della corsa. Passati i primi cavalli, Emily si infilò sotto alle sbarre, irruppe nella pista e cercò di afferrare le briglie del cavallo del re. Ma il destriero sopraggiunse ad una velocità tale, da colpirla mortalmente, per poi cadere sul fantino, che rimase ferito in modo serio. Emily non riprese mai conoscenza e morì quattro giorni dopo, all’Epsom Cottage Hospital. Il suo gesto, sconsiderato o involontario, fu talmente eclatante, da attirare la grande attenzione del pubblico sulla causa delle suffragette. Le quali approfittarono dei funerali e della presenza delle cineprese, per sfilare per le strade di Londra, le giovani vestite di bianco, le più anziane di nero. Le suffragette impressionarono molti contemporanei, tra cui  Gandhi, e contribuirono alla trasformazione della democrazia in Gran Bretagna.

La National Portrait Gallery di Londra, bersaglio di una delle tante azioni politiche delle suffragette (le quali vi distrussero il ritratto Thomas Carlyle, nel 1914), conserva un gran numero di foto segnaletiche. Una di esse, epurata da un  fotomontaggio, mostrava in origine una guardia carceraria, mentre cingeva il collo e le spalle di Evelyn Manesta, per costringerla a posare per il fotografo. La collezione della National Portrait Gallery include svariate immagini di suffragette, alcune fotografie di buona qualità e una pregevole tela con il ritratto di Emmeline Pankhurst, fondatrice del WSPU, dipinto da Georgina Brackenbury, che si può ammirare nella  sala 30.

 

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Barocci, chi era costui?

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Nel 1523, i duchi della Rovere decisero di trasferire la corte da Urbino a Pesaro, condannando la città natale di Raffaello, culla del rinascimento ‘matematico’, della prospettiva teorizzata da Piero della Francesca e delle buone maniere dei gentiluomini, elencate dal Castiglione, ad un lento, inesorabile declino. Urbino era ancora un centro raffinato, seppur periferico, quando Federico Barocci vide la luce, nel 1535. Nato in seno ad una famiglia di artisti, astronomi ed orologiai, Federico mostrò da subito grandi doti nel disegno. Ispirato da Raffaello, si recò a Roma, dove potè ammirare le opere di Michelangelo e ricevere la sua approvazione. Nella città eterna, la carriera di questo promettente artista, aderente alla Controriforma, fu assai rapida e di successo e, forse, proprio quest’ultimo gli procurò invidie e nemici. Nel corso di una scampagnata, nel 1563, il Barocci per poco non rimase ucciso dal veleno, servitogli nell’insalata. Sopravvisse all’attentato, ma la sua salute non fu più quella di prima e fu sempre tormentato da violenti dolori di stomaco. Minato nel corpo, fece ritorno ad Urbino, dove poté condurre una vita dignitosa, lavorando per ricchi committenti, ordini religiosi e il duca Francesco Maria della Rovere II. Nella tranquillità della sua città, lontano dagli intrighi e dalla competizione degli ambienti romani, Barocci disegnava e dipingeva seguendo il suo ritmo e le proprie inclinazioni.  I bellissimi disegni, studi e schizzi dal vivo, realizzati a gesso, carboncino e pastello, costituivano parte integrante del suo metodo di lavoro; ammirati dai contemporanei, furono ricercati ed apprezzati dai posteri. Nei numerosi schizzi, l’artista si soffermava sulle luci, i gesti, la composizione e le forme di piedi e mani; i dipinti giunti fino a noi, al confronto, non sono molti, ma sortiscono l’effetto desiderato, mostrando un dinamismo e una tavolozza pittorica, che fanno del Barocci  il ponte ideale tra Rinascimento e Barocco.  Una mostra imperdibile, già allestita al St Louis Art Museum, e ora approdata alla National Gallery, con l’aggiunta di opere dall’Italia, che, per la loro fragilità, non avevano potuto affrontare il viaggio oltreoceano, dà la possibilità di scoprire (o riscoprire) questa personalità proto-barocca.
Il manierismo del Barocci si risolve in accostamenti cangianti di verdi mela, rossi squillanti, rosa esuberanti, azzurri carichi e gialli acidi. Una tavolozza stupefacente, che fece proseliti e tanto ispirò gli artisti dei secoli successivi, ma che, mista all’estasi religiosa, piacque poco agli inglesi (l’unica opera ad essere custodita in una collezione pubblica del Regno Unito, è ‘La Madonna del Gatto‘, 1575, alla National Gallery).
L’arte del Barocci è fortemente emotiva, le pennellate raccontano storie che somigliano a fiabe, e i tratti di matita e pastello fanno emergere volti e forme dalla carta, come se fossero dietro uno specchio d’acqua. Le scene religiose, pur pervase da fervore ed estasi, lasciano sempre spazio ad elementi di sorprendente verismo. Mirabili, nell’Ultima Cena, le nature morte dei piatti di ceramica a lustro e il cane assetato, che lambisce l’elaborato bacile, oppure le tenaglie e la corona di spine della Deposizione, le gallinelle nel paniere, sulla soglia della Visitazione, o, ancora, il gattino acciambellato sulla sedia, nell’Annunciazione. Gli ambienti sono stanze rinascimentali, forse proprio quelle del palazzo ducale, e Urbino, con le sue torri e le colline, è sempre presente, sullo sfondo o fuori dalla finestra.

Barocci: Brilliance and Grace
alla National Gallery, fino al 19 maggio 2013

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Pasolini al BFI

Pasolini

“L’Italia sta marcendo in un benessere che è stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo.”
Pier Paolo Pasolini 1962

Il 2 novembre 1975 ero davvero molto piccola. In un negozio di elettrodomestici, dove mi trovavo con mio padre, un televisore in bianco e nero annunciava la notizia della morte violenta di Pasolini, una notizia che fece scalpore. Guardavo con il naso all’insù, senza capire, chi fosse quell’uomo. E perche’ tutti tacevano allibiti? Negli anni a venire avrei imparato a conoscere il poeta, lo scrittore, il giornalista, il regista, l’uomo geniale e profetico, che aveva saputo vedere i mali del Paese e intuire le conseguenze del consumismo, dell’inquinamento, dell’abuso dei media come strumento di potere e controllo. Dopo oltre trent’anni, ancora non si conoscono le motivazioni e i responsabili dell’omicidio di Pasolini, e non si sa se, a metterlo a tacere per sempre, fu una decisione politica, camuffata dal pretesto di una rissa. A questo riguardo, c’è sempre stato un silenzio scomodo, imbarazzato e imbarazzante, ai limiti del disinteresse. Forse perché la verità “meglio non nominarla, perché appena la nomini non c’è più…” *
Eppure, proprio dopo la sua morte, Pasolini è stato rivalutato come critico e filosofo visionario, una figura importante della letteratura e dell’arte, non solo italiana, ma europea. Tra scandalo e censura, Pasolini girava i suoi film cercando di dar vita ad un ‘cinema di poesia’, ed è proprio la sua carriera di cineasta ad essere ora celebrata al British Film Institute, con una stagione di proiezioni (film, documentari e corti) che durerà dal 1 marzo al 30 aprile.

La rassegna, la più esaustiva mai organizzata in Gran Bretagna, è stata organizzata in collaborazione con Luce Cinecittà, che ha fornito le pellicole, molte delle quali, restaurate di recente dalla Cineteca di Bologna. I temi della retrospettiva, introdotta da Tony Rayns, spaziano dal mito ai cicli storici, dalla psicoanalisi al confronto con il famigerato De Sade. La ricchezza dei filmati (alcuni dei quali rari) permetterà di esplorare, tanto l’evoluzione dell’arte di Pasolini, quanto i contesti della sua cinematografia.

Cosa sono le nuvole?, regia di Pier Paolo Pasolini, 1967

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Gabinetti Vittoriani

se4_toiletsFu solo in epoca vittoriana che i bagni pubblici apparvero in gran numero per le strade di Londra, grazie ad una legge di sanità pubblica emanata nel 1848.

Alla Great Exhibition (Grande Esposizione Universale), tenutasi a Hyde Park, nel 1851, i visitatori poterono usufruire dei servizi igienici  installati da George Jennings, un idraulico di Brighton. Il primo gabinetto pubblico, inaugurato in città, il 2 febbraio 1852, era per soli uomini, e si trovava al 95 di Fleet Street. Un altro, per “signore”, venne aperto l’11 febbraio dello stesso anno, al 51 di Bedford Street, a Strand. Quasi tutti i bagni pubblici vittoriani erano per gli uomini, pochissimi per le donne. La logica era che gli uomini si intrattenevano più delle donne  lontano da casa, sia per lavoro che per piacere. Gli orinatoi erano anche più economici da costruire e installare. Lo scrittore socialista George Bernard Shaw avviò una campagna per aumentare il numero di strutture destinate alle donne. Queste, in realtà, si moltiplicarono solo con i cambiamenti sociali del secolo successivo. Geoffrey Fletcher, rinomato artista, autore e conoscitore di una Londra non convenzionale, dedicò un capitolo del suo libro,  The London Nobody Knows (1962), ai bagni pubblici londinesi, in particolare quello per “signori” di High Holborn, tutto in marmi e ferro battuto, le cui cisterne in vetro trasparente, erano abitate da pesci rossi. Questi bagni furono immortalati nel documentario che porta lo stesso titolo, presentato da James Mason, e realizzato nel 1967.

Non sono molti i gabinetti vittoriani  che sopravvivono oggi a Londra. Veri gioielli di architettura urbana, si segnalano per le fantasiose ringhiere in ferro battuto, con i gradini che conducono sotto il livello stradale. In SE4 e dintorni, resta poco o niente:  in tempi recenti, sono stati incredibilmente rasi al suolo i bagni pubblici di New Cross, un progetto originale dell’architetto scozzese Alexander Greek Thomson (1897), con bella colonnina di aerazione, a motivi egizi. Tuttavia, di quelle toilets che ancora sopravvivono in città, alcune stanno rinascendo a nuova vita.
A Kennington, un comitato di cittadini si è riunito per salvare le “gentlemen toilets” vittoriane, costruite nel 1898, e farne  “ArtsLav“, circolo culturale, con spazi per eventi, mostre e incontro di tipi creativi.
Invece, due giorni fa, a Fitzrovia, al 27a di Foley Street, un altro gabinetto per gentiluomini vittoriani è stato riaperto, in una nuovissima veste. In “The Attendant“, questo il nome del locale, le ceramiche vittoriane e gli accessori originali costituiscono l’ambientazione eccentrica per un bar espresso e tavola calda indipendente.

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Senza Trucco

Marcus Gheeraerts the Younger, Portrait of Elizabeth I  (c. 1595). Courtesy of Elizabethan Gardens of North Carolina.

Marcus Gheeraerts the Younger, Portrait of Elizabeth I (c. 1595). Courtesy of Elizabethan Gardens of North Carolina.

l ritratti di Elisabetta I d’Inghilterra sono affascinanti, in quanto mostrano l’evolversi dall’elaborazione di elementi somiglianti e il più possibile naturali, ad un immaginario complesso, tripudio di simboli iconografici che trasformano il ritratto in un messaggio di potere. Gli oggetti simbolici, che ai posteri sembrano semplicemente un tappeto decorativo, ma il cui messaggio non poteva passare inosservato ai contemporanei dei ritratti, sono rose, libri di preghiera, globi, corone, spade e colonne, lune e perle. Si allude, tramite l’apparato altamente decorativo, alla monarchia, all’impero, al sovrano come capo politico e religioso, alla purezza e maestà della Virgin Queen. L’effigie della regina divenne oggetto di devozione e venerazione, un culto dell’immagine creato per sostenere l’ordine pubblico, e per rimpiazzare certe manifestazioni esteriori della religione pre-Riforma, dove immagini sacre accompagnavano, processioni e cerimonie.  Un proclama era stato emanato per il controllo delle immagini della sovrana. Tutti i ritratti, non fedeli o offensivi, dovevano essere distrutti, e solo quelli approvati dal Queen’s Sergeant Painter potevano essere messi in circolazione.
Fa dunque scalpore, in questi giorni, l’avvenuta identificazione di un ritratto di Elisabetta I, ormai sessantenne, ad opera di un rinomato artista della corte Tudor, Marcus Gheeraerts il Giovane. Nativo di Bruges, ma venuto in Inghilterra da bambino, al seguito del padre, anch’esso pittore, Marcus Gheeraerts fu introdotto e protetto a corte da Sir Henry Lee of Ditchley, responsabile di uno dei ritratti più celebri di Elisabetta I, ora alla National Portrait Gallery.
Gheeraerts fu artista di successo, che seppe fondere precisione fiamminga a languore poetico, realismo borghese a fantasie aristocratiche, e rimase in auge, anche dopo la morte della regina. Il “nuovo” ritratto, di proprietà degli Elizabethan Gardens (North Carolina) e ora in mostra alla Folger Shakespeare Library di Washington DC, è unico nel suo genere, in quanto mostra la sovrana risplendente di gloria e gioielli, ma con il viso struccato, segnato da rughe e occhiaie. Nessun espediente per far apparire il volto di Elisabetta I giovane e levigato. Piuttosto, la volontà di trasmettere un senso di compostezza e grazia, al di là degli insulti del tempo.
Il raro dipinto di Gheeraerts, probabilmente realizzato intorno al 1590, fu acquistato negli anni Cinquanta dagli Elizabethan Gardens a Manteo, Carolina del Nord, per $ 3,000. Appeso nella portineria dei Giardini, il dipinto è stato restaurato e autenticato solo due anni fa. L’opera rimarrà in mostra alla Folger Library nell’ambito della rassegna “Nobility and Newcomers in Renaissance Ireland”  fino al 19 maggio.

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Labirinti Metropolitani

© Mark Wallinger Labyrinth, 2013/ courtesy Anthony Reynolds Gallery, London

© Mark Wallinger Labyrinth, 2013/ courtesy Anthony Reynolds Gallery, London

Il labirinto è una struttura complicata, la cui origine si perde nella notte dei tempi. Famoso il labyrinthos di Cnosso, nell’isola di Creta, dove il re Minosse teneva imprigionato il mostro Minotauro. Nel mondo antico, i labirinti, spesso ispiravano mura di città, sale di palazzi, metafore filosofiche, strutture dialogiche. Avevano forma circolare o quadrata, una sola entrata ed un vicolo cieco alla fine.

Nel medioevo i labirinti abbellivano i pavimenti di chiese gotiche e i fedeli li percorrevano, spesso in ginocchio, per espiare i peccati. Il percorso intricato simboleggiava il pellegrinaggio, la strada dell’uomo verso Dio. Strutture labirintiche, che spesso rappresentano il cammino spirituale, si ritrovano in diverse tradizioni, in tutto il mondo, anche presso i nativi americani. Mark Wallinger, uno dei maggiori artisti contemporanei del Regno Unito, ha assunto la forma del labirinto come perfetta analogia per rappresentare i milioni di viaggi che si fanno attraverso la rete metropolitana ogni giorno.

Labyrinth, commissionato da Art on The Underground, è un significativo progetto, creato ad hoc per celebrare il 150° anniversario della metropolitana di Londra. Wallinger ha creato 270 opere, una per ogni stazione della tube, ciascuna recante un proprio labirinto circolare originale. Le opere, in bianco e nero, e con un linguaggio grafico comune, sono state realizzate in smalto porcellanato, proprio come i segnali della tube. All’ingresso di ogni labirinto c’è una X rossa, segno che, attingendo al linguaggio delle mappe, invita ad entrare nel percorso unicursale, e ci ricorda come la tube racchiuda, nella sua fitta rete di cunicoli, il fascino di essere trasportati, non solo in senso fisico, ma immaginativo. Ogni opera di Labyrinth è contrassegnata da un numero diverso, scritto a mano dall’artista, che conferisce ai lavori un valore criptico e da collezione.

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Un amore di gioventù

25050156Penrhyn Castle, vicino alle montagne di Snowdonia, in Galles, è una grande magione in stile neo-normanno, costruita nel XIX secolo, e oggi mantenuta dal National Trust. Circondata da un magnifico parco, offre ai visitatori una carrellata di suppellettili e opere d’arte d’interesse, tra cui dipinti, mobilio in finto stile normanno, intagli e modanature ed un letto, che fu fatto costruire per ospitare la regina Vittoria. Grazie a Resi Tomat, education manager del castello, che se la cava bene in italiano, è stata finalmente decodificata una scritta incisa sui vetri di una finestra di una delle numerose camere da letto.
Essere Amata Amando, è un verso del brano di Violetta nella Traviata di Giuseppe Verdi. Fu graffito sul vetro della sua camera, nel 1880, da Miss Alice Douglas-Pennant, allora quindicenne. La bella ereditiera, figlia di un lord conservatore e ricchissimo industriale, si era – ahimé – perdutamente innamorata del giardiniere. Il padre, venutolo a sapere, costrinse la figlia ad interrompere la scandalosa relazione e la rinchiuse nella nursery, per tenerla lontana dal suo amore. Miss Alice crebbe, catalogò l’immensa collezione di dipinti di famiglia e divenne lei stessa un’artista di notevole talento. Tuttavia, non si sposò mai e morì nel 1939 a 76 anni. Sembra che, la nursery del castello, e la scala usata un tempo dalla servitù, siano possedute da fantasmi. Numerosi visitatori hanno, infatti, lamentato una sensazione di freddo e infelicità nella stanza di Lady Alice.

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Il re sotto al parcheggio

04Richard_cnd-popupE’ di questi giorni la notizia che, lo scheletro rinvenuto al di sotto di un parcheggio, in seguito allo scavo effettuato ad agosto 2012, dagli archeologi dell’Università di Leicester, appartiene a re Riccardo III.  L’ultimo plantageneta, immortalato da Shakespeare nell’omonima tragedia, come monarca spietato, deforme, ed assassino, nella realtà dei fatti fu un valido amministratore, protagonista della Guerra delle Due Rose, cruenta opposizione fra famiglie pretendenti al trono: il casato degli York, a cui Riccardo apparteneva, e quello dei Lancaster, rappresentati rispettivamente da una rosa bianca e una rosa rossa.
Romanticismi a parte, la guerra fu spietata, provocò danni economici e l’estinzione di intere famiglie della nobiltà feudale. Tra alterne vicende, il conflitto durò un trentennio, dal 1455 al 1485, anno della morte di Riccardo III nella battaglia di Bosworth Field. Shakespeare ci ha lasciato il ritratto di un sovrano che muore in piedi, dopo aver invano implorato l’arrivo di un destriero (“Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo!”) ed essere stato passato a fil di spada dal conte di Richmond. Nella realtà dei fatti, lo scheletro del parcheggio, rivela che il corpo mortale si rivelò un violento fendente, dato sul retro del cranio, assieme ad una freccia nella schiena e svariate ferite, forse inferte post mortem, per sfregio.
Che le ossa siano quelle del monarca, scomparso oltre 500 anni fa, sarebbe provato da vari indizi: la forte scoliosi che ne deforma la spina dorsale, la probabile età dell’individuo, ascrivibile ai trent’anni, la datazione al carbonio 14, che rimanda alla metà del XV secolo, e le analisi del DNA, condotte su un discendente di diciassettesima generazione, della sorella di Riccardo, Anna di York, dimostratesi positive.
La scienza forense ha inoltre permesso di ricostruire il volto del re, molto simile ai ritratti pervenuti fino a noi, e che è stato svelato in una conferenza stampa, nella sede della Richard III Society.

Passato l’entusiasmo per l’eccezionale scoperta, si sono subito aperte delle accese polemiche. La Gran Bretagna è ancora una monarchia, quindi le ossa di Riccardo non possono essere trattate come quelle di altri individui, recuperati nel corso di indagini archeologiche. Le spoglie dovranno essere reinterrate con tutti gli onori. Ma dove? Sarebbe logico che tornassero nel luogo della sepoltura originaria, cioè Leicester. Dato che il coro e la chiesa di Greyfriars non esistono più (al loro posto c’è ora il famoso parcheggio), si potrebbero translare i resti del monarca nella vicina cattedrale. Tuttavia, la città di York, ha già rivendicato le spoglie regali, e scritto persino una petizione alla Regina, per sostenere la causa del ritorno di Riccardo a York Minster. Dato che la monarchia, in questo Paese, gode di uno status speciale, e che, re e regine, da secoli, vengono sepolti a Windsor o a Westminster, forse Riccardo III potrebbe riposare accanto ai resti di Edoardo il Confessore, come altri plantageneti prima di lui, oppure vicino a suo fratello, Edoardo IV.
Oltre ai dubbi sul luogo di sepoltura, si aggiungono, poi, annosi dilemmi sul cerimoniale da seguire. Funerali ufficiali, per celebrare l’ultimo re a cadere sul campo di battaglia, certo. Però, ai tempi di Riccardo, l’Inghilterra era ancora cattolica, e, quindi, il rito anglicano sarebbe totalmente fuori luogo. Staremo a vedere…

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A Londra, è di scena la morte

gravedeathSt Pancras Parish Church è una chiesa neoclassica, costruita tra il 1819 e il 1822, sul lato sud di Euston Road. Progettato da William Inwood, con l’ausilio del figlio Henry, l’edificio è  uno dei più importanti del XIX secolo e fu realizzato in mattoni, terracotta e pietra di Portland.  Per la trabeazione, e gran parte della decorazione, gli Inwood si  ispirarono  all’Eretteo di Atene, cariatidi incluse.  La chiesa di St Pancras è, dunque, in pieno stile  greco. La cripta fu utilizzata per le sepolture dei ceti abbienti della zona, fino al 1854, quando  tutte le chiese di Londra furono interdette alle funzioni cimiteriali. Il luogo è ancora l’ultima dimora di 557 persone e, in  entrambe le guerre mondiali, fu utilizzato come un rifugio antiaereo.
Dal 2002 la cripta di St Pancras è diventata una galleria d’arte, che  ospita un programma annuale di mostre e fornisce uno scenario suggestivo per promuovere una grande varietà di opere.
Da non perdere, fino al 3 febbraio, Graveland, un’esposizione collettiva che, spaziando tra disegno, scultura, installazione, film, performance, artigianato e scrittura, esplora i cimiteri di tutto il mondo e il modo in cui si ricordano i defunti. La mostra, a carattere partecipativo, invita il visitatore a contribuire alla riflessione su un tema che, scaramanticamente, viene spesso ignorato o respinto, e che qui si affronta in uno spazio suggestivo, accogliente, e rispettoso.

Ma che cosa c’è da dire sulla morte? Sappiamo che accadrà, ma, ovviamente, preferiamo non pensarci, almeno finché non è necessario. In verità, la morte permea tutta l’arte perché, come nella vita, è sempre con noi. Lo sa bene Richard Harris, ex mercante d’arte di Chicago, che ha passato gli ultimi 12 anni della sua esistenza a raccogliere oggetti legati al sonno eterno. Tutto ha avuto inizio con l’acquisto di una bella natura morta olandese, raffigurante un teschio, cinto da una corona d’alloro, e circondato da gioielli, articoli di lusso, calici, e un vaso di fiori lussureggianti. Da questo acquisto, scaturisce la passione di Harris per i memento mori, le scene di vanitas, e tutta un’iconografia, a volte ripetitiva,  che, tra ossa e apparati funebri, cerca di dare un volto alla morte. Ma a che cosa somiglia quest’ultima?
Una signora elegante, un teschio avvolto da un mantello nero e con una falce in mano, un’ombra alla finestra, una clessidra…? Tutti gli artisti presenti in Death: A Self Portrait, mostra in programma alla Wellcome Collection, sembrano decisi a darle un volto. La morte, tuttavia, ha orbite vuote e manca di personalità. Che pesi le anime con una bilancia o che livelli, indifferente, i destini di ricchi e poveri, essa costituisce l’unico evento certo nel ciclo della vita. Come scrisse Oscar Wilde, ‘il più grande messaggio dell’artista è farci comprendere la bellezza della disfatta’.