Avatar di Sconosciuto

Pasolini al BFI

Pasolini

“L’Italia sta marcendo in un benessere che è stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo.”
Pier Paolo Pasolini 1962

Il 2 novembre 1975 ero davvero molto piccola. In un negozio di elettrodomestici, dove mi trovavo con mio padre, un televisore in bianco e nero annunciava la notizia della morte violenta di Pasolini, una notizia che fece scalpore. Guardavo con il naso all’insù, senza capire, chi fosse quell’uomo. E perche’ tutti tacevano allibiti? Negli anni a venire avrei imparato a conoscere il poeta, lo scrittore, il giornalista, il regista, l’uomo geniale e profetico, che aveva saputo vedere i mali del Paese e intuire le conseguenze del consumismo, dell’inquinamento, dell’abuso dei media come strumento di potere e controllo. Dopo oltre trent’anni, ancora non si conoscono le motivazioni e i responsabili dell’omicidio di Pasolini, e non si sa se, a metterlo a tacere per sempre, fu una decisione politica, camuffata dal pretesto di una rissa. A questo riguardo, c’è sempre stato un silenzio scomodo, imbarazzato e imbarazzante, ai limiti del disinteresse. Forse perché la verità “meglio non nominarla, perché appena la nomini non c’è più…” *
Eppure, proprio dopo la sua morte, Pasolini è stato rivalutato come critico e filosofo visionario, una figura importante della letteratura e dell’arte, non solo italiana, ma europea. Tra scandalo e censura, Pasolini girava i suoi film cercando di dar vita ad un ‘cinema di poesia’, ed è proprio la sua carriera di cineasta ad essere ora celebrata al British Film Institute, con una stagione di proiezioni (film, documentari e corti) che durerà dal 1 marzo al 30 aprile.

La rassegna, la più esaustiva mai organizzata in Gran Bretagna, è stata organizzata in collaborazione con Luce Cinecittà, che ha fornito le pellicole, molte delle quali, restaurate di recente dalla Cineteca di Bologna. I temi della retrospettiva, introdotta da Tony Rayns, spaziano dal mito ai cicli storici, dalla psicoanalisi al confronto con il famigerato De Sade. La ricchezza dei filmati (alcuni dei quali rari) permetterà di esplorare, tanto l’evoluzione dell’arte di Pasolini, quanto i contesti della sua cinematografia.

Cosa sono le nuvole?, regia di Pier Paolo Pasolini, 1967

Avatar di Sconosciuto

Gabinetti Vittoriani

se4_toiletsFu solo in epoca vittoriana che i bagni pubblici apparvero in gran numero per le strade di Londra, grazie ad una legge di sanità pubblica emanata nel 1848.

Alla Great Exhibition (Grande Esposizione Universale), tenutasi a Hyde Park, nel 1851, i visitatori poterono usufruire dei servizi igienici  installati da George Jennings, un idraulico di Brighton. Il primo gabinetto pubblico, inaugurato in città, il 2 febbraio 1852, era per soli uomini, e si trovava al 95 di Fleet Street. Un altro, per “signore”, venne aperto l’11 febbraio dello stesso anno, al 51 di Bedford Street, a Strand. Quasi tutti i bagni pubblici vittoriani erano per gli uomini, pochissimi per le donne. La logica era che gli uomini si intrattenevano più delle donne  lontano da casa, sia per lavoro che per piacere. Gli orinatoi erano anche più economici da costruire e installare. Lo scrittore socialista George Bernard Shaw avviò una campagna per aumentare il numero di strutture destinate alle donne. Queste, in realtà, si moltiplicarono solo con i cambiamenti sociali del secolo successivo. Geoffrey Fletcher, rinomato artista, autore e conoscitore di una Londra non convenzionale, dedicò un capitolo del suo libro,  The London Nobody Knows (1962), ai bagni pubblici londinesi, in particolare quello per “signori” di High Holborn, tutto in marmi e ferro battuto, le cui cisterne in vetro trasparente, erano abitate da pesci rossi. Questi bagni furono immortalati nel documentario che porta lo stesso titolo, presentato da James Mason, e realizzato nel 1967.

Non sono molti i gabinetti vittoriani  che sopravvivono oggi a Londra. Veri gioielli di architettura urbana, si segnalano per le fantasiose ringhiere in ferro battuto, con i gradini che conducono sotto il livello stradale. In SE4 e dintorni, resta poco o niente:  in tempi recenti, sono stati incredibilmente rasi al suolo i bagni pubblici di New Cross, un progetto originale dell’architetto scozzese Alexander Greek Thomson (1897), con bella colonnina di aerazione, a motivi egizi. Tuttavia, di quelle toilets che ancora sopravvivono in città, alcune stanno rinascendo a nuova vita.
A Kennington, un comitato di cittadini si è riunito per salvare le “gentlemen toilets” vittoriane, costruite nel 1898, e farne  “ArtsLav“, circolo culturale, con spazi per eventi, mostre e incontro di tipi creativi.
Invece, due giorni fa, a Fitzrovia, al 27a di Foley Street, un altro gabinetto per gentiluomini vittoriani è stato riaperto, in una nuovissima veste. In “The Attendant“, questo il nome del locale, le ceramiche vittoriane e gli accessori originali costituiscono l’ambientazione eccentrica per un bar espresso e tavola calda indipendente.

Avatar di Sconosciuto

Senza Trucco

Marcus Gheeraerts the Younger, Portrait of Elizabeth I  (c. 1595). Courtesy of Elizabethan Gardens of North Carolina.

Marcus Gheeraerts the Younger, Portrait of Elizabeth I (c. 1595). Courtesy of Elizabethan Gardens of North Carolina.

l ritratti di Elisabetta I d’Inghilterra sono affascinanti, in quanto mostrano l’evolversi dall’elaborazione di elementi somiglianti e il più possibile naturali, ad un immaginario complesso, tripudio di simboli iconografici che trasformano il ritratto in un messaggio di potere. Gli oggetti simbolici, che ai posteri sembrano semplicemente un tappeto decorativo, ma il cui messaggio non poteva passare inosservato ai contemporanei dei ritratti, sono rose, libri di preghiera, globi, corone, spade e colonne, lune e perle. Si allude, tramite l’apparato altamente decorativo, alla monarchia, all’impero, al sovrano come capo politico e religioso, alla purezza e maestà della Virgin Queen. L’effigie della regina divenne oggetto di devozione e venerazione, un culto dell’immagine creato per sostenere l’ordine pubblico, e per rimpiazzare certe manifestazioni esteriori della religione pre-Riforma, dove immagini sacre accompagnavano, processioni e cerimonie.  Un proclama era stato emanato per il controllo delle immagini della sovrana. Tutti i ritratti, non fedeli o offensivi, dovevano essere distrutti, e solo quelli approvati dal Queen’s Sergeant Painter potevano essere messi in circolazione.
Fa dunque scalpore, in questi giorni, l’avvenuta identificazione di un ritratto di Elisabetta I, ormai sessantenne, ad opera di un rinomato artista della corte Tudor, Marcus Gheeraerts il Giovane. Nativo di Bruges, ma venuto in Inghilterra da bambino, al seguito del padre, anch’esso pittore, Marcus Gheeraerts fu introdotto e protetto a corte da Sir Henry Lee of Ditchley, responsabile di uno dei ritratti più celebri di Elisabetta I, ora alla National Portrait Gallery.
Gheeraerts fu artista di successo, che seppe fondere precisione fiamminga a languore poetico, realismo borghese a fantasie aristocratiche, e rimase in auge, anche dopo la morte della regina. Il “nuovo” ritratto, di proprietà degli Elizabethan Gardens (North Carolina) e ora in mostra alla Folger Shakespeare Library di Washington DC, è unico nel suo genere, in quanto mostra la sovrana risplendente di gloria e gioielli, ma con il viso struccato, segnato da rughe e occhiaie. Nessun espediente per far apparire il volto di Elisabetta I giovane e levigato. Piuttosto, la volontà di trasmettere un senso di compostezza e grazia, al di là degli insulti del tempo.
Il raro dipinto di Gheeraerts, probabilmente realizzato intorno al 1590, fu acquistato negli anni Cinquanta dagli Elizabethan Gardens a Manteo, Carolina del Nord, per $ 3,000. Appeso nella portineria dei Giardini, il dipinto è stato restaurato e autenticato solo due anni fa. L’opera rimarrà in mostra alla Folger Library nell’ambito della rassegna “Nobility and Newcomers in Renaissance Ireland”  fino al 19 maggio.

Avatar di Sconosciuto

Labirinti Metropolitani

© Mark Wallinger Labyrinth, 2013/ courtesy Anthony Reynolds Gallery, London

© Mark Wallinger Labyrinth, 2013/ courtesy Anthony Reynolds Gallery, London

Il labirinto è una struttura complicata, la cui origine si perde nella notte dei tempi. Famoso il labyrinthos di Cnosso, nell’isola di Creta, dove il re Minosse teneva imprigionato il mostro Minotauro. Nel mondo antico, i labirinti, spesso ispiravano mura di città, sale di palazzi, metafore filosofiche, strutture dialogiche. Avevano forma circolare o quadrata, una sola entrata ed un vicolo cieco alla fine.

Nel medioevo i labirinti abbellivano i pavimenti di chiese gotiche e i fedeli li percorrevano, spesso in ginocchio, per espiare i peccati. Il percorso intricato simboleggiava il pellegrinaggio, la strada dell’uomo verso Dio. Strutture labirintiche, che spesso rappresentano il cammino spirituale, si ritrovano in diverse tradizioni, in tutto il mondo, anche presso i nativi americani. Mark Wallinger, uno dei maggiori artisti contemporanei del Regno Unito, ha assunto la forma del labirinto come perfetta analogia per rappresentare i milioni di viaggi che si fanno attraverso la rete metropolitana ogni giorno.

Labyrinth, commissionato da Art on The Underground, è un significativo progetto, creato ad hoc per celebrare il 150° anniversario della metropolitana di Londra. Wallinger ha creato 270 opere, una per ogni stazione della tube, ciascuna recante un proprio labirinto circolare originale. Le opere, in bianco e nero, e con un linguaggio grafico comune, sono state realizzate in smalto porcellanato, proprio come i segnali della tube. All’ingresso di ogni labirinto c’è una X rossa, segno che, attingendo al linguaggio delle mappe, invita ad entrare nel percorso unicursale, e ci ricorda come la tube racchiuda, nella sua fitta rete di cunicoli, il fascino di essere trasportati, non solo in senso fisico, ma immaginativo. Ogni opera di Labyrinth è contrassegnata da un numero diverso, scritto a mano dall’artista, che conferisce ai lavori un valore criptico e da collezione.

Avatar di Sconosciuto

Un amore di gioventù

25050156Penrhyn Castle, vicino alle montagne di Snowdonia, in Galles, è una grande magione in stile neo-normanno, costruita nel XIX secolo, e oggi mantenuta dal National Trust. Circondata da un magnifico parco, offre ai visitatori una carrellata di suppellettili e opere d’arte d’interesse, tra cui dipinti, mobilio in finto stile normanno, intagli e modanature ed un letto, che fu fatto costruire per ospitare la regina Vittoria. Grazie a Resi Tomat, education manager del castello, che se la cava bene in italiano, è stata finalmente decodificata una scritta incisa sui vetri di una finestra di una delle numerose camere da letto.
Essere Amata Amando, è un verso del brano di Violetta nella Traviata di Giuseppe Verdi. Fu graffito sul vetro della sua camera, nel 1880, da Miss Alice Douglas-Pennant, allora quindicenne. La bella ereditiera, figlia di un lord conservatore e ricchissimo industriale, si era – ahimé – perdutamente innamorata del giardiniere. Il padre, venutolo a sapere, costrinse la figlia ad interrompere la scandalosa relazione e la rinchiuse nella nursery, per tenerla lontana dal suo amore. Miss Alice crebbe, catalogò l’immensa collezione di dipinti di famiglia e divenne lei stessa un’artista di notevole talento. Tuttavia, non si sposò mai e morì nel 1939 a 76 anni. Sembra che, la nursery del castello, e la scala usata un tempo dalla servitù, siano possedute da fantasmi. Numerosi visitatori hanno, infatti, lamentato una sensazione di freddo e infelicità nella stanza di Lady Alice.

Avatar di Sconosciuto

Il re sotto al parcheggio

04Richard_cnd-popupE’ di questi giorni la notizia che, lo scheletro rinvenuto al di sotto di un parcheggio, in seguito allo scavo effettuato ad agosto 2012, dagli archeologi dell’Università di Leicester, appartiene a re Riccardo III.  L’ultimo plantageneta, immortalato da Shakespeare nell’omonima tragedia, come monarca spietato, deforme, ed assassino, nella realtà dei fatti fu un valido amministratore, protagonista della Guerra delle Due Rose, cruenta opposizione fra famiglie pretendenti al trono: il casato degli York, a cui Riccardo apparteneva, e quello dei Lancaster, rappresentati rispettivamente da una rosa bianca e una rosa rossa.
Romanticismi a parte, la guerra fu spietata, provocò danni economici e l’estinzione di intere famiglie della nobiltà feudale. Tra alterne vicende, il conflitto durò un trentennio, dal 1455 al 1485, anno della morte di Riccardo III nella battaglia di Bosworth Field. Shakespeare ci ha lasciato il ritratto di un sovrano che muore in piedi, dopo aver invano implorato l’arrivo di un destriero (“Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo!”) ed essere stato passato a fil di spada dal conte di Richmond. Nella realtà dei fatti, lo scheletro del parcheggio, rivela che il corpo mortale si rivelò un violento fendente, dato sul retro del cranio, assieme ad una freccia nella schiena e svariate ferite, forse inferte post mortem, per sfregio.
Che le ossa siano quelle del monarca, scomparso oltre 500 anni fa, sarebbe provato da vari indizi: la forte scoliosi che ne deforma la spina dorsale, la probabile età dell’individuo, ascrivibile ai trent’anni, la datazione al carbonio 14, che rimanda alla metà del XV secolo, e le analisi del DNA, condotte su un discendente di diciassettesima generazione, della sorella di Riccardo, Anna di York, dimostratesi positive.
La scienza forense ha inoltre permesso di ricostruire il volto del re, molto simile ai ritratti pervenuti fino a noi, e che è stato svelato in una conferenza stampa, nella sede della Richard III Society.

Passato l’entusiasmo per l’eccezionale scoperta, si sono subito aperte delle accese polemiche. La Gran Bretagna è ancora una monarchia, quindi le ossa di Riccardo non possono essere trattate come quelle di altri individui, recuperati nel corso di indagini archeologiche. Le spoglie dovranno essere reinterrate con tutti gli onori. Ma dove? Sarebbe logico che tornassero nel luogo della sepoltura originaria, cioè Leicester. Dato che il coro e la chiesa di Greyfriars non esistono più (al loro posto c’è ora il famoso parcheggio), si potrebbero translare i resti del monarca nella vicina cattedrale. Tuttavia, la città di York, ha già rivendicato le spoglie regali, e scritto persino una petizione alla Regina, per sostenere la causa del ritorno di Riccardo a York Minster. Dato che la monarchia, in questo Paese, gode di uno status speciale, e che, re e regine, da secoli, vengono sepolti a Windsor o a Westminster, forse Riccardo III potrebbe riposare accanto ai resti di Edoardo il Confessore, come altri plantageneti prima di lui, oppure vicino a suo fratello, Edoardo IV.
Oltre ai dubbi sul luogo di sepoltura, si aggiungono, poi, annosi dilemmi sul cerimoniale da seguire. Funerali ufficiali, per celebrare l’ultimo re a cadere sul campo di battaglia, certo. Però, ai tempi di Riccardo, l’Inghilterra era ancora cattolica, e, quindi, il rito anglicano sarebbe totalmente fuori luogo. Staremo a vedere…

Avatar di Sconosciuto

A Londra, è di scena la morte

gravedeathSt Pancras Parish Church è una chiesa neoclassica, costruita tra il 1819 e il 1822, sul lato sud di Euston Road. Progettato da William Inwood, con l’ausilio del figlio Henry, l’edificio è  uno dei più importanti del XIX secolo e fu realizzato in mattoni, terracotta e pietra di Portland.  Per la trabeazione, e gran parte della decorazione, gli Inwood si  ispirarono  all’Eretteo di Atene, cariatidi incluse.  La chiesa di St Pancras è, dunque, in pieno stile  greco. La cripta fu utilizzata per le sepolture dei ceti abbienti della zona, fino al 1854, quando  tutte le chiese di Londra furono interdette alle funzioni cimiteriali. Il luogo è ancora l’ultima dimora di 557 persone e, in  entrambe le guerre mondiali, fu utilizzato come un rifugio antiaereo.
Dal 2002 la cripta di St Pancras è diventata una galleria d’arte, che  ospita un programma annuale di mostre e fornisce uno scenario suggestivo per promuovere una grande varietà di opere.
Da non perdere, fino al 3 febbraio, Graveland, un’esposizione collettiva che, spaziando tra disegno, scultura, installazione, film, performance, artigianato e scrittura, esplora i cimiteri di tutto il mondo e il modo in cui si ricordano i defunti. La mostra, a carattere partecipativo, invita il visitatore a contribuire alla riflessione su un tema che, scaramanticamente, viene spesso ignorato o respinto, e che qui si affronta in uno spazio suggestivo, accogliente, e rispettoso.

Ma che cosa c’è da dire sulla morte? Sappiamo che accadrà, ma, ovviamente, preferiamo non pensarci, almeno finché non è necessario. In verità, la morte permea tutta l’arte perché, come nella vita, è sempre con noi. Lo sa bene Richard Harris, ex mercante d’arte di Chicago, che ha passato gli ultimi 12 anni della sua esistenza a raccogliere oggetti legati al sonno eterno. Tutto ha avuto inizio con l’acquisto di una bella natura morta olandese, raffigurante un teschio, cinto da una corona d’alloro, e circondato da gioielli, articoli di lusso, calici, e un vaso di fiori lussureggianti. Da questo acquisto, scaturisce la passione di Harris per i memento mori, le scene di vanitas, e tutta un’iconografia, a volte ripetitiva,  che, tra ossa e apparati funebri, cerca di dare un volto alla morte. Ma a che cosa somiglia quest’ultima?
Una signora elegante, un teschio avvolto da un mantello nero e con una falce in mano, un’ombra alla finestra, una clessidra…? Tutti gli artisti presenti in Death: A Self Portrait, mostra in programma alla Wellcome Collection, sembrano decisi a darle un volto. La morte, tuttavia, ha orbite vuote e manca di personalità. Che pesi le anime con una bilancia o che livelli, indifferente, i destini di ricchi e poveri, essa costituisce l’unico evento certo nel ciclo della vita. Come scrisse Oscar Wilde, ‘il più grande messaggio dell’artista è farci comprendere la bellezza della disfatta’.

Avatar di Sconosciuto

‘Orgoglio e Pregiudizio’ compie duecento anni

IMG_1254‘E’ verità universalmente ammessa che uno scapolo fornito di un buon patrimonio debba sentire il bisogno di ammogliarsi…’

Con questa affermazione, si apre ‘Orgoglio e Pregiudizio‘, il romanzo di Jane Austen, di cui oggi si celebra la prima pubblicazione, avvenuta il 28 gennaio 1813. Edito da Thomas Egerton, ‘Pride and Prejudice’ era il secondo romanzo di Jane e l’opera da lei più amata (si riferiva a questo libro come ‘her own darling child’). Nonostante non più soggetto alle regole del copyright e quindi largamente disponibile in e-book gratuito, ‘Orgoglio e Pregiudizio’ è un grande classico, che continua ad essere acquistato in libreria (50.000 copie l’anno solo nel Regno Unito) ed è richiestissimo nelle  biblioteche di tutto il mondo. La trama possiede un intreccio di successo, una storia romantica raccontata con sottile ironia, in cui la protagonista, Elisabeth Bennet, tra alterne vicende, riuscirà a vincere l’arroganza e il cuore del signor Darcy, uomo di classe elevata. Il titolo dell’opera rimanda proprio ai due elementi fondamentali della storia, l’orgoglio di classe di Darcy e il pregiudizio verso quest’ultimo, mostrato da Elisabeth,  specie dopo averne origliato i commenti, alla festa da ballo organizzata da Sir Lucas: “Appena passabile ma non abbastanza bella da tentarmi”. Chi disprezza, compra, si direbbe. In realtà, seppure il signor Darcy continui ad ammaliare il pubblico femminile, a distanza di due secoli, forse grazie anche alle riletture cinematografiche e televisive, che gli hanno dato, di volta in volta, le fattezze di Laurence Olivier (1940), Colin Firth (1995) e Matthew McFadyen (2011), la storia delle cinque sorelle Bennett, il cui obiettivo è quello di trovare marito, per non perdere l’eredità della tenuta di Longbourn, è legata indissolubilmente all’epoca in cui la Austen ha vissuto. Un’epoca in cui, le donne nubili avevano ‘una terribile propensione a essere povere’. Una situazione che Jane conosceva bene, avendo rinunciato a generose offerte di matrimonio ed essendo stata alla mercè dei fratelli, dopo la morte del padre. La scelta di non sposarsi, rinunciando alla sicurezza e ad una posizione, e la sua osservazione attenta della condizione femminile in una società fatta di piccola nobiltà rurale, il cui mondo sarà presto sovvertito dalla rivoluzione industriale, hanno fatto di questa scrittrice un’icona proto-femminista. Tuttavia, il femminismo della Austen è per larga parte inconscio. Lei, pur raccontando con vivezza e ironia il mondo che la circondava, non giudicò mai né mise in discussione la posizione destinata alle donne o il fato di quelle che restavano nubili. E’ la parte più difficile da accettare per chi ne analizza l’opera, senza tenere conto dei cambiamenti sociali ed epocali che ci separano da essa. Il miglior modo per festeggiare il bicentenario è dunque quello di leggere o rileggere ‘Orgoglio e Pregiudizio’ e approfittare delle celebrazioni organizzate in Inghilterra e nel mondo.

Avatar di Sconosciuto

I Buongustai dell’Arte: cibo e cultura, in giro per l’Italia

italyunpacked-1Andrew Graham-Dixon è uno dei critici d’arte più importanti della scena anglosassone. Ha presentato per la BBC svariate serie televisive sull’arte, ha scritto recensioni per giornali come The Independent e The Sunday Telegraph, e ha all’attivo numerosi libri di successo. Giorgio Locatelli è considerato uno dei migliori chef italiani nel Regno Unito. Anche lui ha collaborato con la tv,  in programmi e rubriche di cucina, e il suo ristorante londinese, la rinomata Locanda Locatelli, premiata con una stella Michelin nel 2003, serve piatti della tradizione italiana, specialmente regionale, con ricette tipiche del Nord e del Sud. Italy Unpacked è un programma della BBC in tre puntate, basate tutte su regioni del nord Italia: L’Emilia Romagna, la Lombardia ed il Piemonte. In questa guida artistico-gastronomica, condotta in zone spesso snobbate dal turismo di massa, lo spettatore può seguire i due insoliti compagni di viaggio, Andrew & Giorgio, mentre visitano luoghi più o meno noti, incontrando personaggi differenti, unendo le loro passioni, conoscenze e idiosincrasie, condividendo con entusiasmo e vivacità le esperienze fatte lungo strada. Così, tra un affresco di Lorenzo Lotto e un culatello, un palco alla Scala e un risotto d’oro, tra una corsa in Ferrari e un salto in pinacoteca, innalzando gli spiriti tra guglie gotiche e vero ragù all’Artusi (con licenza poetica di due cucchiai di salsa di pomodoro), l’unione tra sublime e materico, tra Arte e Culinaria, non appare più impresa impossibile. Quello che si apprezza del programma, non è solo la commistione tra cultura e gastronomia, il corrispondersi della bellezza (sia essa racchiusa in pennellate manieriste o nidi di tagliatelle fumanti), ma anche la spontaneità dei protagonisti, che, sebbene – è ovvio – seguano una struttura e un copione stabiliti a priori, riescono tuttavia a meravigliarsi, ad appassionarsi, a prendersi in giro. Perché, e forse questo resta difficile da comprendere a fondo, tanto per chi si ciba di “spaghetti bolognese” quanto per chi ignora i tesori che si celano dietro le mura di casa propria, il cibo e la cultura, soprattutto in Italia, sono entità indissolubilmente legate…
italyunpacked2

Avatar di Sconosciuto

St. George’s Gardens

St. George's Gardens  ©London SE4

St. George’s Gardens ©London SE4

Alle spalle del Foundling Museum, e proprio a due passi dalle strade trafficate di Bloomsbury, si trova un angolo silenzioso e meditativo. St. George’s Gardens è un piccolo parco, racchiuso da mura e vetusti edifici, che, a sud, demarcano il confine tra la parrocchia di Bloomsbury e quella di San Giorgio martire. Le pietre tombali lungo le pareti e i monumenti funebri sparsi nel giardino, tradiscono la destinazione originaria del terreno e contribuiscono a dare al luogo un senso di tranquillità e vago romanticismo. Durante il regno della Regina Anna (1715) i tre acri di terra vennero destinati a luogo di sepoltura per i parrocchiani di due nuove chiese, costruite nel quartiere di Bloomsbury – St George the Martyr, in Queen Square, e St. George Bloomsbury. Il cimitero fu progettato da Sir Nicholas Hawksmoor, e rimase in funzione fino al 1855. Dopo un periodo di abbandono, in tarda epoca vittoriana, l’area fu trasformata in un giardino pubblico, affinché potesse fungere da ‘salotto all’aperto’ per i residenti delle vicine case popolari.

Tra le centinaia di parrocchiani sepolti qui, si annoverano alcuni personaggi degni di nota. Il primo ad essere tumulato nel  cimitero, proprio nel 1715, fu Robert Nelson, filantropo e commissario per la costruzione delle nuove chiese. Per incoraggiare gli altri a seguire il suo esempio, si fece costruire un bel monumento funerario, sormontato da un’urna, forse su progetto di Hawksmoor. Oggi è il più importante monumento nei giardini. Ma anche Anna Cromwell, nipote di Oliver Cromwell, e moglie del medico Thomas Gibson, fu sepolta in una bella tomba, decorata con lo stemma di famiglia. Mori, senza eredi, nel 1727 e riposa accanto alle spoglie del marito. St George’s Gardens fu anche l’ultima dimora di Zachary Macaulay, figura di primo piano nella campagna per l’abolizione della tratta degli schiavi e governatore di una colonia di schiavi liberati in Africa. Egli morì nel 1838, cinque anni dopo che la schiavitù fu finalmente dichiarata illegale.Tra i monumenti interesanti, segnaliamo anche un obelisco, eretto da Thomas Falconer, nel 1729.

Al cimitero di St. George si lega anche il primo atto d’accusa per furto di cadaveri. Nel 1777  il becchino John Holmes, e il suo assistente Robert Williams, furono chiamati in giudizio davanti a Sir John Hawkes, con l’accusa di aver trafugato il corpo di Jane Sainsbury per rivenderlo a scopi scientifici. Williams era stato fermato nella zona di King’s Cross con un sacco voluminoso. Alla richiesta di indicare cosa ci fosse dentro, aveva risposto: “Non lo so”. Al giudice fu riportato che nel sacco venne trovato il corpo di una donna, piegato a forza con delle corde: le mani erano dietro la schiena e la testa tra le gambe. Oltre che per questa storia macabra, i St George’s Gardens sono rinomati dal punto di vista botanico. Infatti, nella parte ovest, vantano una larga selezione di felci autoctone e aliene, la più importante nel centro di Londra. Iscritti al Registro dei parchi e giardini storici, con Grado 2, e tuttora terra consacrata, i giardini rappresentano ormai una realtà molto amata e ben custodita dai residenti della zona.