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Napoléon vu par Abel Gance, al Royal Festival Hall di Londra

NapoleonAvevo acquistato il biglietto da mesi. Un posto di quelli buoni, in platea. Gli amici strabuzzavano gli occhi quando dicevo che sarei andata a vedere la versione restaurata del Napoléon di Abel Gance, (ben 5 ore e trenta di proiezione, con opportuni intervalli) accompagnata dalla nuova colonna sonora concepita e diretta da Carl Davis ed eseguita dalla Philarmonia Orchestra. “Un film muto? Una maratona di oltre 8 ore? No, grazie.” Persino le conoscenze cinefile più appassionate avevano gettato la spugna senza neanche pensarci un attimo, prospettandomi ore catastrofiche di immobilità oscura e tediosa. Invece, ieri ho assistito ad un evento di puro cinema, un’esperienza che nessun mezzo computerizzato potrà mai replicare. Il tempo che necessitava a far scorrere gli oltre 300 metri di pellicola, salvata dall’oblio e dalla distruzione e rimessa assieme dall’infaticabile lavoro di ricerca di Kevin Brownlow (45 anni passati in archivi e cineteche in giro per il mondo) è letteralmente volato! Persino il lauto pasto, annaffiato da un bicchier di vino, rigorosamente francese, che mi sono concessa nella pausa di 100 minuti, non ha minimamente intaccato l’entusiasmo e l’emozione di vedere questo capolavoro in tutta la sua bellezza. Negli anni passati ne avevo visto spezzoni, in remoti cineclub o arene estive. Si trattava di versioni mal ridotte, montate in maniera altrettanto pessima, proiettate ad una frequenza veloce e a scatti, concentrate in due ore e poco più, e commentate da colonne sonore discutibili. Un Napoléon che non rendeva per niente giustizia all’arte di Abel Gance, alle soluzioni modernissime e geniali della polivisione, all’accuratezza maniacale dei dettagli, al lavoro della sua troupe e alla recitazione insuperabile degli attori. Ieri, proiettato alla giusta ratio e frequenza, ripulito da graffi e polvere, arricchito da una colonna sonora rispettosa dell’epoca in cui si svolge l’azione, il film ha tenuto in pugno l’audience di coraggiosi che si era recata al Royal Festival Hall, in un crescendo emotivo, culminato nell’estensione dello schermo su cui far scorrere le panoramiche mozzafiato e le gesta eroiche della campagna d’Italia. Alla fine, la standing ovation e gli applausi, che non accennavano a spegnersi, sono stati la giusta conclusione per un vero capolavoro, restituito al suo splendore originale dalla passione di ricercatori e artisti. Una serata memorabile, e peccato davvero, per chi non c’era.

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A Londra, una mostra sui Georgiani

IMG_2824Si usa spesso menzionare l’epoca Georgiana quando ci si riferisce ad un particolare mobilio o stile architettonico inglese, ma il periodo, che comprende ben quattro re con lo stesso nome – da Giorgio I a Giorgio IV Hannover – occupa oltre un centinaio di anni (1714-1830), ed è connotato da molteplici cambiamenti sociali e culturali.
Si tratta di un’epoca di contrasti molto forti, caratterizzata da lusso sfrenato e povertà estrema, spettacoli esotici e impiccagioni pubbliche. Fu anche il periodo che vide la prima rivoluzione industriale e la nascita della civiltà dei consumi, nonché una rapida espansione demografica: la popolazione della Gran Bretagna crebbe da circa cinque milioni di persone nel 1700 a quasi nove milioni entro il 1801.
Adesso, una mostra esaustiva, che attinge alla formidabile collezione di giornali, riviste, stampe, libri, volantini e mappe della British Library, getta nuova luce sui vizi e le virtù della società georgiana, dalle mode e lo stile dei ricchi, all’inarrestabile trasformazione delle città. In Georgians Revealed, scopriamo come la Londra entro le mura, ricostruita in maniera solida e sostanziale, con le case che inglobavano lacerti romani e medievali, fosse abitata principalmente da mercanti, mentre i nobili si erano trasferiti altrove. I più poveri e i delinquenti si ammassavano subito fuori la cinta muraria, dove vigevano anarchia e dissolutezza. Le strade erano per lo più costituite da acciottolato irregolare, oppure da pavimentazioni instabili, che nei giorni di pioggia si ribaltavano schizzando fango. Camminare per strada significava incontrare sporcizia, confusione, ma anche maleducazione e violenza. Per i georgiani era all’ordine del giorno essere coinvolti in litigi e risse: i postiglioni si azzuffavano con i facchini, i bulli tormentavano i gentiluomini. Le strade erano anche molto rumorose, non solo per il frastuono dei carri sul selciato, ma anche per il gran numero di venditori ambulanti, che offrivano spilli, frutta, bevande, dolci, inchiostro, carbone… Era sicuramente più agevole, piacevole e dignitoso spostarsi in barca, e affittarne una per raggiungere Westminster. Ma la città, così rumorosa e pericolosa, era anche luogo di cultura e intrattenimento: dai teatri di Covent Garden, ai numerosi caffè, dove si discuteva di politica e attualità; dal gioco d’azzardo ai bordelli, ai giardini per incontrarsi e sfoggiare, mangiare e conversare, bere punch e poi tornare a casa, magari marciando assieme, per sicurezza. A proposito di bere, i georgiani erano tutti forti bevitori, incluse le signore. Innanzitutto di birra, e poi di porto, punch e gin. Quest’ultimo, come notoriamente ci illustrano le stampe di William Hogarth, divenne una vera e propria piaga sociale, con 10,000 esercizi londinesi in cui si vendeva segretamente o apertamente la bevanda, al prezzo modico di un penny. Durante tutto questo periodo, i prezzi del grano fluttuarono a causa di scarsi raccolti, provocando l’indigenza di molte famiglie. Si stima che una su dieci fosse al di sotto della ‘soglia di povertà’. La crescita delle città pose enormi pressioni sulla disponibilità di alloggi a basso costo. Così le baraccopoli crebbero rapidamente e le condizioni di vita in molti centri divennero inimmaginabili. Tuttavia, per molti, prendere il tè, leggere riviste, dedicarsi al giardinaggio e fare shopping divennero attività quotidiane ed ordinarie, mentre i ricchi passavano il tempo a spendere in maniera vistosa, abbigliandosi con brillanti e parrucche elaborate. La mostra alla British Library riporta in vita i Georgiani come realmente sono stati, e un fitto programma di conferenze cercherà di indagarne la moda, la cucina, il giardinaggio, i gusti e le aspettative.

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Elisabetta I e il suo tempo

Elizabeth I ‘The Darnley Portrait’, unknown, c1575. Photo: National Portrait Gallery, London.L’epoca Elisabettiana, uno dei periodi più affascinanti della storia inglese, con i suoi lussi e stravaganze, i merletti e le perle, le guerre e i complotti, le scienze, il teatro, e frutti nuovi da portare in tavola, è un richiamo potente in queste giornate di autunno londinese.
Dopo la sfavillante carrellata di gemme in mostra al Museo di Londra, la passeggiata virtuale nel XVI e XVII secolo, prosegue alla National Portrait Gallery, grazie alla speciale rassegna dal titolo: Elisabeth I & Her People.
La mostra, accompagna il visitatore alla suggestiva scoperta di uno spaccato sociale, tutto giocato all’ombra e alla luce di una sovrana intelligente e accentratrice, ammantata di perle, potere e virtù semidivine, una mater sublimata, un corpo che, completamente nascosto da trine, velluti e gioielli, diviene anti-realistico e asessuato, puro simbolo di una monarchia, che è stato e religione assieme. L’influenza iconografica dei ritratti della sovrana, è innegabile quando si tratta di raffigurare nobili e gentildonne legati alla corte o investiti di incarichi importanti. Il lusso è ostentato, ma non casuale. Leggi apposite (Sumptuary Clothing Laws) regolavano in modo ferreo cosa fosse lecito indossare, a seconda della posizione sociale. Certi tipi di stoffe, colori, gemme e armi non potevano essere portati da chiunque. Solo marchese, contesse, baronesse potevano, ad esempio, indossare capi decorati con pelliccia, velluto cremisi, satin, ricami d’oro, perle. Solo i cavalieri, i nobili e i figli dei baroni e i gentiluomini al servizio della sovrana erano autorizzati a portare speroni, spade, pugnali, ganci, fibbie o guaine. Le infrazioni venivano severamente punite, con confisca dei beni e del titolo nobiliare o con condanne ancora più dure. Nei ritratti in mostra, i capelli delle donne sono raccolti in acconciature elaborate, in cui fanno capolino gemme, perle e trine dorate. I volti si appoggiano su bianche corolle di pizzi e ricami, gioielli trapuntano le ricche vesti, incastonando pietre simboliche in bottoni, catene, ciondoli e anelli d’oro e d’argento. Persino i bambini sono rivestiti dello stesso lusso intricato. La mortalità infantile era molto alta durante l’epoca elisabettiana, e i bambini della famiglia appaiono molto amati. Tra le braccia di fedeli servitori, o assistiti dai loro ricchi genitori, i bambini portano bastoncini di corallo, antesignani del ciuccio, che si pensavano protettivi contro malattie e stregonerie, oppure stringono cardellini o morbidi porcellini d’india (il primo ritratto di questo animale esotico in Inghilterra, data al 1580); altrove, piccole mani inanellate, muovono scacchi di avorio e carte variopinte.
In una Londra sovrappopolata, cuore dell’Inghilterra, e riflesso di tutte le qualità dell’era elisabettiana, si muovono figure diverse. Drammaturghi e poeti, medici, chirurghi, barbieri e speziali, banchieri, commercianti, avvocati e gioiellieri, calligrafi e artisti. In questo ambiente inebriante, alcune donne riescono a farsi notare. Esther Inglis, figlia di rifugiati ugonotti, impara dalla madre il mestiere di calligrafo, una professione permessa alle donne in Europa (si pensava addirittura che insegnare a scrivere in corsivo fosse un ottimo metodo di correzione per le fanciulle distratte e svogliate). Nel 1596, Esther aveva sposato Bartholomew Kello, funzionario del governo, e aveva potuto non solo frequentare, ma servire, sia Elisabetta I che Giacomo I.  Molti dei manoscritti pazientemente illuminati da Esther sono giunti fino a noi, e sopravvivono assieme al bel ritratto eseguito nel 1595, base per gli autoritratti con cui la Inglis amava “firmarsi”.
La maggior parte della mostra rappresenta reali, nobili e membri delle nuove ‘classi’ medie, come il macellaio Pye, l’esploratore Francis Drake, Shakespeare e il poeta John Donne. Tuttavia, una piccola sezione è dedicata anche alle classi meno abbienti e ai poveri.
Qui non ci sono ritratti, ma piccoli oggetti quotidiani. Un guantino di lana, il busto ricamato di una dama borghese (fili di lana nera al posto di quelli di seta, più costosi e, probabilmente, proibiti), gli abiti da lavoro di una marinaio, rattoppati e macchiati di catrame. Il lusso lascia spazio a bricchi e bicchieri di terracotta, o testamenti tragici, in cui si lasciano solo bocche da sfamare, che forse non raggiungeranno la maggiore età.

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Cheapside Hoard: una mostra a Londra per svelarne i misteri

9101986839_27e836b981_oNel 1912, alcuni operai, che lavoravano in una cantina nei pressi di Cheapside, fecero una scoperta sensazionale. I picconi si imbatterono in una cassetta di legno contenente circa 500 gioielli, per la maggior parte di epoca Elisabettiana. Un vero tesoro, composto da anelli, spille, collane e pendenti, cammei bizantini ed altri oggetti, tutti riccamente lavorati, con smalti e gemme dai colori smaglianti.
Gli operai, riempitisi le tasche, i fazzoletti e i berretti, corsero a cercare George Fabian Lawrence, detto “Stoney Jack”, un antiquario di Wandsworth, che pagava in contanti gli operai per farsi lasciare reperti provenienti dai cantieri londinesi. Lawrence capì subito il valore del tesoro che gli era capitato tra le mani, si adoperò all’acquisto di tutti i gioielli (per uno scellino o il prezzo di una mezza pinta) e contattò il Museo di Londra, fondato da poco, per proporre la vendita.
Quando il British Museum, il Victoria & Albert Museum e la Guildhall seppero dell’avvenuto acquisto, montarono su tutte le furie, ma decisero di lasciar correre solo quando ricevettero una parte del tesoro. Ora, tutti i gioielli, a distanza di un secolo, sono stati riuniti per una mostra straordinaria, che resterà aperta, fino al prossimo aprile, al Museo di Londra. I gioielli sono esposti assieme a vestiti e a ritratti dell’epoca e le gemme, cabochon o sfaccettate, spesso incastonate con metodi ormai difficili da replicare, provano l’estensione dei traffici commerciali dell’Inghilterra nel XVI e XVII secolo.Il tesoro include topazi dal Brasile, rubini dall’India, lapis lazuli afgani, opali ungheresi, perle arabiche.
Il pezzo forte della mostra è un sorprendente smeraldo della Colombia, della grandezza di una mela,  intagliato ad arte per includere un orologio svizzero seicentesco.
La curatrice dell’esposizione, Hazel Forsyth, ha messo in relazione il tesoro con un gioielliere del XVII secolo, tale Thomas Sympson, il quale viveva proprio a Cheapside, svolgendo anche l’attività, molto lucrativa, di falsario. Tra i gioielli, infatti, ci sono due falsi, sicuramente attribuibili a lui. Inoltre, nel tesoro, figura anche un sigillo di corniola, non molto raffinato, ma utilissimo ai fini della datazione. Il sigillo è decorato con le insegne di William Howard, creato Visconte di Stafford nel 1640, e condannato a morte per tradimento nel 1680.  Il seppellimento del tesoro di Cheapside dovrebbe essere di sicuro avvenuto tra il 1640 e  il 1666, anno del Grande Incendio che ridusse Londra ad un cumulo di macerie e tizzoni ardenti. Perché il tesoro sia stato nascosto, è un mistero. Di certo, il proprietario dei gioielli non fece mai in tempo a recuperarli, verosimilmente ucciso o fuggito durante la Guerra Civile Inglese (1642/51).

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Peregrinazioni urbane al Barbican

IMG_2670Esplorare una città come Londra, che spesso nel rincorrere il futuro, fagocita se stessa, può essere fatto in diversi modi. Attraverso film e documentari è praticamente possibile camminare in quartieri perduti, viaggiare su veicoli obsoleti, aimmergersi in attimi di vita ormai dissolti. Al Barbican, Urban Wandering Film and the London Landscape  conduce lo spettatore attraverso una stagione di film, conferenze ed escursioni che raccontano di vecchie e nuove architetture, edilizia sociale, demolizioni e psicogeografie.

Lo scrittore Iain Sinclair, ha inaugurato il programma con la proiezione del film “It always rains on Sunday”, per la regia di Robert Hamer (1947). In questo film, che ricorda il realismo francese e l’espressionismo tedesco, un sentimento nostalgico pervade le strade e gli edifici, con Hartland Road, Camden, trasformata in Coronet Grove, Bethnal Green, per esigenze di copione. Da ringhiere scheggiate al ruote di bicicletta ancora in movimento, da tende sporche a mercati vivaci, una pioggia incessante affonda sogni e speranze, mentre il contrasto del bianco e nero cattura un’altra epoca. Nel complesso si respira il desiderio intenso di fuggire le difficoltà di ogni giorno in un East End oppresso dalla povertà.

“The London knobody knows” è un altro film proiettato al Barbican, che si concentra sull’East End, e varie vicende architettoniche e urbane londinesi. Girato nel 1967 e adattato dal libro di Geoffrey Fletcher, scritto qualche anno prima,  il documentario accompagna lo spettatore in un tour particolare, alla scoperta di angoli meno noti della capitale. L’attore James Mason, guida speciale e flaneur, vaga attraverso i luoghi segreti di Londra: Chapel Market a Islington, resti vittoriani, poverissimi slums, fatiscenti sale da concerto, cantieri in fermento, e luoghi pronti a scomparire.

Molti altri film della mini-stagione al Barbican sono pieni di riferimenti letterari, passeggiate psicogeografiche, storie di immigrazione e sottoculture. Il programma è vasto, dai film cult ai corti di archivio, dal dramma muto di Anthony Asquith (“Underground”), alle nuove uscite, dagli screentalks alle ricerche approfondite di Julien Temple (“London, the modern babylon”).

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Canada House

canadahouseAgli inizi del XIX secolo, il gusto per il Neoclassicismo e, soprattutto, l’apprezzamento per l’architettura della Grecia antica, diede vita nel Regno Unito al cosiddetto Greek Revival. Uno dei leader del movimento fu Robert Smirke, architetto inglese, celebre per l’uso innovativo del cemento e della ghisa e per aver disegnato, tra i vari edifici londinesi, l’imponente facciata del British Museum. In occasione dell’annuale Open House London, evento che, nello spazio di un fine settimana, apre gratuitamente al pubblico un migliaio di edifici, alcuni difficilmente visitabili, abbiamo esplorato un’altra celebre creazione di Smirke: Canada House.
L’edificio, che si affaccia su Trafalgar Square, fu realizzato tra il 1824 ed il 1827. Originariamente, ospitava il Royal College of Physicians e The Union Club, uno dei primi circoli per gentiluomini, fondato nel 1805, e di cui fecero parte il Duca di Wellington e Charles Dickens. Oggi, il doppio edificio ospita gli uffici dell’Alta Commissione per il Canada, insediatisi qui a partire dal 1925.
Gli interni neoclassici di Canada House sono sobri ed opulenti allo stesso tempo. Alle decorazioni originali, furono aggiunti nel tempo alcuni dettagli, come le foglie dorate di acero (simbolo del Canada). La bella scala conduce a quella che in origine era la stanza utilizzata dai membri dell’Union Club per il gioco d’azzardo. Il simbolo del club è ancora visibile sul caminetto. La stanza, è riccamente decorata da specchi e stucchi dorati sul soffitto, da cui pende anche un magnifico lampadario di cristallo. L’arredamento è completato da mobili antichi, un dipinto raffigurante re Giorgio III e un tappeto di imponenti dimensioni. Incomparabile, poi, la vista su Trafalgar Square.
Dal piano terra, invece, si raggiungono i locali del Royal College of Physicians, ottenuti dall’Alta Commissione nel 1963, per espandere i suoi uffici sul lato ovest di Trafalgar Square. L’unione dei due blocchi ha permesso la creazione di una vasta sala per conferenze ed eventi, con il conseguente spostamento di uno dei caminetti dell’Union Club nell’ala originariamente occupata dal RCP.
Canada House è un edificio di rappresentanza, utilizzato per eventi speciali, convegni, ricevimenti, conferenze e pranzi. La Canada House Gallery mette in scena mostre di arte contemporanea e così, alla fine della visita, abbiamo potuto ammirare una piacevole rassegna di opere realizzate da artisti inuit.

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A Londra, il Barts Pathology Museum apre al pubblico per una mostra di arte anatomica

bartsL’ospedale di St Bartholomew si trova a Smithfield ed è il più antico di Londra, essendo stato fondato nel 1123. Nei secoli, tanta storia lo ha attraversato e, nel 1886,  Arthur Conan Doyle lo ha usato come ambientazione per il primo incontro tra Sherlock Holmes e il dottor Watson.
All’interno dell’ospedale, si trova un illustre Museo di Patologia, che ospita ben 5000 esemplari medici (alcuni dei quali sono accessibili online). Il museo è un edificio storico di II° grado, e, pur essendo stato inaugurato nel 1879, conserva campioni più antichi. La collezione fu organizzata dal chirurgo e patologo vittoriano James Paget, famoso per aver identificato la malattia ossea che prende il suo nome. L’architetto Edward I’Anson si occupò della progettazione del museo, inaugurato, nel 1879,  dal re Edoardo VII. L’ambiente ha un pavimento in parquet ed è suddiviso in 3 livelli da mezzanini, collegati tra loro da una bella scala a chiocciola. La luce proviene, nelle ore diurne, da un tetto a lucernaio.
Gli scaffali ospitano vasi patologici relativi a tutte le aree di anatomia e fisiologia, dalle malattie cardiovascolari, all’ ostetricia e ginecologia, dalle affezioni respiratorie all’oncologia, fino alla medicina legale. È qui che si conserva il cranio di John Bellingham, impiccato e anatomizzato per essersi macchiato dell’unico assassinio di un primo ministro britannico (Spencer Perceval nel 1812).
La collezione è stata chiusa al pubblico negli anni 70, ma, di tanto in tanto, il museo riapre per seminari ed eventi speciali. Durante la sua residenza al Barts l’artista Geoffrey Harrison ha realizzato 25 dipinti, che sono ora esposti in una mostra. Ispirandosi ai preparati anatomici, patologici e medico-legali ospitati nel museo, le opere reinterpretano i modelli, secondo un approccio che ne vede le forme trasformate o accresciute in maniera spontanea o simmetrica. La rappresentazione della materia anatomica, del corpo e delle sue parti si ispira al vocabolario e alle tecniche di illustrazione medica, assorbite da Harrison durante l’infanza (i genitori sono illustratori scientifici), e i dipinti sono esposti al fianco degli esemplari patologici, in maniera metaforica e discreta.
me.complete.you resta aperta fino al 29 agosto ed è visitabile nei giorni settimanali, dalle 14:00 alle 18:00.

© Geoffrey Harrison 2013

© Geoffrey Harrison 2013

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Pittori inglesi alla scoperta di Parigi

Christian Gennerat, Plan Routier (1819)

Christian Gennerat, Plan Routier (1819)

Nel 1820 la Parigi della Restaurazione non era quella dell’Impero.

Le strade avevano ripreso i nomi dati loro prima della Rivoluzione, cancellando così i periodi precedenti. La Restaurazione segnava anche l’avvento di un boom edilizio, che andava rimodellando la città con ampie strade, marciapiedi e lampade a gas, anticipando l’enorme programma di demolizioni del Secondo Impero (1852-1870).
La città era ancora in gran parte senza impianti fognari, con strade strette e tortuose, affollate di carri e carrozze. Erano state costruite migliaia di case, ma a nord-ovest di Parigi, dove vivevano le classi agiate.
Più di venti anni di guerra tra Francia e Inghilterra, brevemente interrotti da un anno di pace, in base al trattato di Amiens, avevano impedito ai viaggiatori ed artisti inglesi di visitare Parigi. Con la Restaurazione, la città divenne una meta irresistibile, ispirando i turisti provenienti da oltre Manica.

Richard Parkes Bonnington, L'Institut (1828) © Cecil Higgins Art Gallery, Bedford

Richard Parkes Bonnington, L’Institut (1828) © Cecil Higgins Art Gallery, Bedford

Una bella mostra alla Wallace Collection, grazie agli acquerelli, disegni e stampe di artisti inglesi come Turner, Girtin e Bonington, mette in risalto il fascino di Parigi tra il 1802 e il 1840. Nei plans routiers utilizzati dai viaggiatori nel 1819, il centro di Parigi è caratterizzato da un’alta densità urbana e dalla mancanza delle arterie che collegano la città odierna. La maggior parte degli acquerelli in mostra si ispirano alla vitalità dinamica e ai panorami della Senna. Possiamo facilmente immaginare Thomas Shotter Boys intento a dipingere la sua veduta dal Pont-Neuf; da questo punto, nel 1833, l’artista catturò gli imponenti edifici, le strade piene di vita e di commercio, e le lavandaie intente a fare il bucato lungo le rive del fiume. È interessante notare che, nello stesso anno, anche J. M. W.Turner dipingeva il Pont-Neuf con l’Île de la Cité, dalla sponda meridionale del fiume, rendendo le persone e le chiatte, l’acqua e i monumenti, con verve impareggiabile. Alcuni pittori, come David Cox, non potevano passeggiare a proprio agio in cerca di ispirazione. L’artista si era slogato una caviglia durante la sua unica visita a Parigi, nel 1829. Ciò nonostante, usciva in  fiacre, una carrozza a noleggio, fermandosi davanti ai luoghi interessanti e dipingendo porzioni affascinanti della città, fatte di pareti fatiscenti, strade polverose, vecchie chiese e insegne pubblicitarie di menù a prezzo fisso.
Disegnare o dipingere in una carrozza costituiva un’ottima soluzione, per chi versava in cattiva salute o voleva lavorare indisturbato. Nel 1828, l’ultimo anno della sua breve vita, Richard Parks Bonington, indebolito dalla tubercolosi, sedeva in una carrozza, realizzando schizzi preparatori per la veduta dell’Istituto di Francia. Alla Wallace Collection, si possono ammirare un bellissimo studio a matita, gessetto e tempera, accanto al lavoro finito.
Gli artisti inglesi non erano solo affascinati dalle strade, dai monumenti e dalla Senna, ma anche dai parigini.
L’architetto Ambrose Poynter, che visse a Parigi per alcuni anni, ci ha lasciato una serie di ‘Schizzi di figure “(c. 1835), divertenti e vivaci, in cui, tra carbonai e spazzini, si può notare una donna trasportare una pila di baguette,  caratteristico pane francese, lungo e sottile, che ancora oggi viene messo sotto il braccio dai parigini.

La mostra The Discovery of Paris: Watercolours by Early Nineteenth-Century British Artists, rimarrà aperta fino al 15 settembre, con ingresso gratuito.

A. Poynter, Sketches of Figures' (c.1835)  © Victoria and Albert Museum - London

A. Poynter, Sketches of Figures’ (c.1835) © Victoria and Albert Museum – London

 

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Gallo blu a Trafalgar Square

hahn/cockUn gallo alto cinque metri, realizzato in fibra di vetro blu dall’artista tedesca Katharina Fritsch, è stato installato ieri sul quarto plinto di Trafalgar Square.
Hanh/Cock, modellato sulle fattezze di un esemplare impagliato, con il suo piumaggio blu elettrico, spicca in modo squillante nel generale grigiore dei plinti e delle lastre in pietra di Portland. Katharina Fritsch, che ha impiegato due anni e mezzo per realizzare la scultura, ha detto di non essere al corrente del fatto che, il galletto, è anche il simbolo non ufficiale della Francia.
Il volatile gigante, oltre al titolo provocativo, assume quindi una valenza ironica, dal momento che, la famosa piazza londinese, nacque per celebrare la sconfitta dei francesi nella battaglia di Trafalgar, evento in cui Lord Nelson perse la vita. Per la Fritsch, l’opera dal nome a doppio senso, è in realtà una scultura femminista, perché creata da una donna, in una città simbolo del business e caratterizzata da una forte cultura maschile. Il galletto si inserisce dunque in un contesto di presenze falliche, quelle degli uomini famosi sul piedistallo (o in cima alla colonna), ma anche quelle degli uomini qualunque, che attraversano la piazza. Hahn / Cock, selezionato dalla commissione speciale per il quarto plinto (un gruppo che include artisti come Grayson Perry e Jeremy Deller), allieterà Trafalgar Square con una nota di blu per 18 mesi.

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The Age of Elegance

IMG_2257Ely House è una grandiosa residenza cittadina, dagli interni eleganti, che ancora oggi conservano gran parte del loro stucchi originali. Costruita tra il 1772 e il 1776 per il vescovo di Ely dall’architetto Robert Taylor, la casa è sede, dal 2012, della prestigiosa ditta antiquaria Mallett e fa da cornice perfetta ai mobili e alle opere d’arte in vendita.
Grazie alla collaborazione speciale tra Mallett e Colnaghi, un’altra ditta antiquaria, specializzata nei grandi maestri della pittura, fino al 20 luglio, è possibile visitare la casa, riportata ai suoi antichi splendori di residenza cittadina del XVIII secolo, grazie ad una mostra dal titolo: The Age of Elegance: treasures from the 18th century town house.
Le stanze di questa bella residenza palladiana sono state decorate con mobili, suppellettili e dipinti databili dalla fine del Settecento al Regency (1795-1837) passando per lo Stile Impero continentale (1805-1814). Entrati nella casa, al piano terra, si può ammirare subito la ricca sala da pranzo, che nel XVIII secolo costituiva la stanza di ricevimento principale. Qui fanno bella mostra di sé mobili, oggetti dorati e dipinti importanti, come nature morte, capricci architettonici e quadri figurativi.  Le nature morte, in scala ridotta e con l’attenzione per il dettaglio propria dei pittori fiamminghi, si possono anche ammirare nell’anticamera, al piano superiore, a cui si accede dalla hall tramite una doppia scala di marmo, fiancheggiata da balaustre in ferro, ben modellate. I livelli superiori si articolano in ambienti più o meno grandi, dai saloni con i dipinti storici di scuola italiana e francese a stanze più intime, abbellite da piccoli quadri e suppellettili dorate, o rilucenti di specchi e vetri pregiati. Dai soffitti, pendono lampadari di raffinata fattura, da quelli francesi, stile impero, in bronzo dorato, ai magnifici candelabri in vetro molato dell’epoca Regency. Rifulgono di luce anche splendori di epoca più tarda, come il fantasioso lampadario in vetro rosso, bianco e oro, realizzato da F & C Osler nel 1870, e ammirabile all’ingresso. Ely House resta un perfetto esempio di residenza londinese settecentesca, e,  grazie a questa mostra evocativa, c’è molto da vedere e di cui stupirsi.

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