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120 Fleet Street

120fleetstreetDa vent’anni, London Open House è un appuntamento da non mancare, se si vogliono scoprire i tesori nascosti della città. Il festival, nello spazio di un weekend, offre l’opportunità di sbirciare dietro le porte di luoghi speciali, di cui spesso si ignora l’esistenza: case private o altri edifici non accessibili al pubblico, come uffici governativi, sedi istituzionali o altri siti di interesse storico o architettonico. Cosi, ieri, nonostante la pioggia battente, la scelta è caduta sulla ex sede del Daily Express, in quella Fleet street, che un tempo fu il regno del giornalismo britannico e, fino agli anni ottanta, sede delle maggiori testate nazionali.  Il palazzo in questione, al numero 120, si distingue già all’esterno per le linee art deco e l’utilizzo di cemento, vetriolite scura e acciaio. Progettato da Sir Owen Williams e descritto come il più moderno edificio della Gran Bretagna, il quartier generale del Daily Express fu completato nel 1932. La lobby, in avveniristico stile hollywoodiano, rutilante di oro, argento, marmi e travertino, fu disegnata da Robert Atkinson. Questo spazio, è oggi inaccessibile, non solo al pubblico, ma anche agli impiegati della Goldman Sachs (proprietaria dell’edificio), che difatti entrano da un ingresso secondario. La hall scintillante, comprende un pavimento a onde blu e verdi, ed è decorata sui lati da due rilievi, in ​​gesso dorato e argentato, disegnati da Eric Aumonier, che rappresentano la Gran Bretagna e l’impero. Il soffitto stellare si conclude in bel lampadario, mentre l’ingresso, corredato da corrimano a forma di serpente, conduce agli ascensori e ad una scala ovale. Uno degli esempi più importanti di architettura art-deco a Londra, la lobby è registrata come edificio di interesse artistico o storico di secondo grado.

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London Design Festival 2012

Il London Design Festival è giunto alla sua decima edizione, fitta di eventi e distribuita in cinque grandi esposizioni.A parte gli show più grandi e prestigiosi (100% Design, a Islington, e Decorex, a Chelsea), DesignJunction è sicuramente il più intrigante. Organizzato sui tre piani in disuso dell’Old Sorting Office (già teatro della mostra di Mr Brainwash), la fiera viene impostata in un contesto industriale, dove si avvicendano 60 designer internazionali, e che offre conferenze, incontri e proiezioni. Per l’occasione, sono stati anche creati un bar, un pop-up cinema e un ristorante vintage, nato dalla collaborazione di Transport for London (TfL), alcune marche di arredamento, e Canteen, noto gruppo di ristorazione londinese. Il risultato è un fantastico spazio, vagamente anni ’50, che riproduce una mensa della Tube, utilizzando decorazioni, tessuti e ceramiche in tema. Anche il menu si ispira a quelli fuoriusciti dagli archivi di TfL ed affianca all’offerta per i visitatori, gli afternoon tea giornalieri, organizzati da case di design, per presentare le proprie creazioni.

Per chi, invece, si trovasse a passare per Trafalgar Square, consigliamo di non perdere l’esperienza acustica del Sound Portal installato dalla think tank creativa Be Open, proprio nella piazza. Una sorta di monolite nero, un vero e proprio pod gigante, al cui interno potrete isolarvi dal traffico e dal viavai, per immergervi in una landa di suoni e suggestioni. Ogni giorno, l’opera di un artista contemporaneo, riprodotta mirabilmente da un sistema di amplificazione all’avanguardia e dall’effetto avvolgente.

Fino al 23 settembre.

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What Shall We Do with the Drunken Sailor?

BoccaleDopo la pausa olimpica ed un breve restyling, il Museum of London Docklands riapre le porte al pubblico, e lo fa mettendo in mostra, fino al 27 settembre, un boccale da birra, in legno, databile al XVI secolo. Il boccale, in eccellente stato di conservazione, fu probabilmente gettato fuori bordo da un marinaio ubriaco, ed è stato trovato da un mudlark, nei pressi di Ratcliff, sulla riva nord del Tamigi. Molto simile ai recipienti da birra utilizzati oggi, può, tuttavia, contenere ben tre pinte. Gli archeologi si chiedono se si tratti di un boccale da trasporto (dal barile alla tavola) o se sia appartenuto a qualcuno, dato che appare inciso con le iniziali ‘RH’. Queste ultime, potrebbero anche rappresentare le cifre della nave oppure il marchio di fabbrica. La questione resta dunque aperta. Come nel caso di un piccolo barile, il boccale è stato costruito mediante assicelle di legno, tenute insieme da graffe metalliche. Probabilmente disponeva di un coperchio, ma la mancanza di un beccuccio sembra contraddire questa teoria. Quello che più affascina è lo stupefacente livello di preservazione del boccale, che, per cinque secoli, è rimasto indisturbato nel letto fangoso del fiume. Per fare in modo che l’oggetto resti in ottime condizioni, il museo lo ha conservato in frigo e lo espone adesso al pubblico, immerso in un contenitore di acqua. 

Il Museum of London Docklands è aperto tutti i giorni dale 10.00 alle 18.00, con ingresso gratuito. Foto: © Museum of London

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1812

borodinoNel settembre di duecento anni fa, si combatteva la più grande e sanguinosa battaglia di un solo giorno, quella di Borodino (detta anche ‘della Moskova’), combattuta tra l’esercito russo e quello napoleonico, e descritta magistralmente da Tolstoj in ‘Guerra e Pace’. Una battaglia conclusasi, dopo ore di violentissimi scontri, con la ritirata dignitosa dei russi e l’incapacità, da parte della Grande Armata di Napoleone, di concludere la campagna con successo. Lo scontro vide sul campo la partecipazione di circa 300.000 uomini, di cui almeno 100.000 morirono o restarono gravemente feriti. Per commemorare l’evento, l’ufficio dell’ambasciata russa a Londra, ospita un diorama di 1700 figurine, creato da Gerry West, studioso e appassionato di storia militare. Per la sua creazione, West ha impiegato decenni tra ricerche, viaggi in Russia e, ovviamente, riproduzioni in scala di luoghi e personaggi. Anche se il paesaggio reale della battaglia è molto più piatto di quello realizzato nel modello, le figurine in scala 1:72 sono accurate e riproducono tutti gli elementi dello scontro;  i dettagli nei feriti, tuttavia, sono stati leggermente epurati, poiché in realtà sarebbero stati molto più cruenti. Le armi dell’epoca, infatti, producevano mutilazioni terribili e, nonostante sul campo ci fossero chirurghi e persino una rudimentale ambulanza, gli interventi giungevano spesso tardivi e drastici. Le figurine sono state realizzate in polythene, un materiale difficile da assemblare, ma, allo stesso tempo, duttile nel far assumere ai protagonisti della battaglia pose differenti.

Per visitare il diorama, ci si deve recare al 37 di High Street Kensington, in orario di ufficio, dalle 10.00 alle 17.00, e citofonare all’interno 1. La sala che ospita il modello della battaglia è corredata da esaustive spiegazioni e anche da copie di lettere e documenti originali. Il tutto resterà aperto al pubblico fino a domani.
Info:  http://www.borodino1812.co.uk/

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Fantasmi di strade londinesi

missbloxamAl 5 di Caledonian Road, si trova Housmans, una libreria indipendente, che resiste fieramente dal 1945. Il negozio è specializzato in libri, periodici, riviste e zine di argomento politico, storico-sociale e filosofico, con una sezione ben nutrita dedicata a Londra, al situazionismo e alla psicogeografia.  Accanto agli scritti di Guy Debord, sugli scaffali potete trovare pietre miliari come “The London Nobody Knows” di Geoffrey Fletcher, accanto ad opere di altri londonographers, tra cui Iain Sinclair, Tom Vague, Will Self. Al piano inferiore, se riuscite a resistere alla polvere e al vago odore di umidità e carta rancida, troverete ammassati libri di ogni genere, anche in lingua straniera, tutti ad una sterlina (o meno). Occorre pazienza e occhio attento, ma le soprese sono sempre in agguato. La mia personale conquista è stata una ristampa del 1947 del libro di Miss (Joan) Bloxam, pubblicato nel 1937 con il titolo di “Walks Around London”. Miss Bloxam  fu un’illustratrice, litografa e paesaggista, e il suo libro raccoglie due anni di peregrinazioni londinesi, alla scoperta di angoli e scorci inusuali, gran parte dei quali, irrimediabilmente perduti a causa delle bombe tedesche, e, successivamente, degli interventi di edilizia postmoderna, brutalista e commerciale. Il libro rappresenta un inno all’eccentricità e alle strane tangenti che la storia ha tracciato nel cuore di Londra e si pone a vessillo contro la passione moderna per le linee rette, i viali spaziosi e spogli, i centri commerciali anonimi. Gli schizzi che accompagnano l’opera, catturano l’atmosfera di una Londra di altri tempi, forse ancora là, forse perduta per sempre, e invitano a vagabondare tra vicoli e quartieri.

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Enjoy the Silence

the lodger

The Lodger è una pellicola del 1927, in cui una Londra notturna, avvolta dalla nebbia, con la fila di lampioni tremolanti lungo l’umido Embankment, le insegne luminose dei teatri, e i cortili e le strade male illuminati di Bloomsbury, altro non è che una mirabile ricostruzione in studio. Il film è il primo diretto da Alfred Hitchcock e fu realizzato nei nuovissimi studi cinematografici Gainsborough, a nord del fiume. Michael Balcon li aveva fondati nel 1924 ed i film girati qui erano di genere melodrammatico o a basso costo, tutti però improntati a pratiche continentali, specialmente derivate dall’espressionismo tedesco, con scenografie oblique, ombre lunghe e puntute, luci taglienti percorsi  claustrofobici, volti pesantemente truccati, tensione psicologica. Realizzato nell’anno in cui il cinema sonoro cominciava a farsi strada, The Lodger racconta una Londra ambigua, dove alla brillantezza di rutilanti teatri e all’eleganza degli atelier di alta moda, si affiancano il buio e la nebbia, un’umanità povera e affaccendata, e il terrore disseminato in tutta la città dal ‘Vendicatore’, un serial killer che ha per obiettivo donne dai capelli biondi. Su questo sfondo si muovono i protagonisti, un Ivor Novello, emaciato, nervoso, e dai comportamenti bizzarri, su cui Hitchcock fa cadere i sospetti, non solo dei personaggi, ma anche del pubblico in sala, e June Tripp, resa bionda dal regista per recitare la parte dell’ingenua Daisy, simbolo di una donna giovane e moderna, sullo sfondo di mobili, quadri e polverose suppellettili tardo vittoriane. The Lodger fu un grande successo, e, a detta dello stesso Hitchcock, il primo film in cui il regista trovò la sua voce, intrattenendo l’audience con tutta una serie di espedienti che diverranno poi il suo marchio di fabbrica, come l’umorismo sottile, che stempera la tensione e aumenta la suspence, i movimenti sulle scale, la drammatica preferenza per le bionde (June Tripp fu solo la prima di una serie di attrici costrette a ossigenarsi), il numero 13 sulla porta, i simboli di morte e feticismo. Fu anche la prima volta che il regista inaugurò la pratica del cameo, facendosi riprendere seduto di spalle alla scrivania di un ufficio stampa. Sembra che la scelta non fosse intenzionale, dato che la comparsa che doveva recitare la parte, quel giorno non si era presentata in studio.

the lodger_cameoThe Lodger è stato meravigliosamente restaurato dal British Film Institute, partendo da una serie di stampe al nitrato, poiché i negativi originali erano perduti. I colori delle tinte originali, dai toni blu e ambrati, sono stati ricostruiti in digitale e il lavoro ha comportato un’estenuante pulizia di macchie, graffi, sporcizia, resi ancor più visibili dalla maggioranza di scene girate nell’oscurità.La nuova colonna sonora è stata affidata a Nitin Sawhney, un giovane musicista, dj, e compositore di avanguardia, che mescola suggestioni asiatiche a note jazz ed elettroniche. Il film è in programma al BFI Southbank fino al 23 agosto.

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Un calderone di creatività

Heatherwick Olympic CauldronThomas Heatherwick si è fatto conoscere in tutto il mondo per aver progettato il braciere olimpico dell’edizione londinese 2012, composto da 204 petali fiammeggianti, uno per ogni paese partecipante ai giochi. Alla fine delle Olimpiadi, la corolla di rame si è aperta di nuovo, affinché ogni nazione potesse portare a casa un petalo ricordo, e il braciere ha cessato di esistere, effimero come un vero fiore. Heatherwick è anche l’artefice dei nuovi autobus a due piani, commissionati dal comune di Londra nel 2012. Una volta cessata la produzione di Routemasters (nel 1968), solitamente ci si ispirava ai vecchi modelli, per la progettazione di nuove vetture. Per la prima volta, invece, il London bus è stato disegnato ex novo, con attenzione non solo alle linee, ma anche alla funzionalità, come l’accesso ai disabili e ai passeggini (impossibile con i vecchi mezzi). Il bus del  designer britannico si segnala per gli angoli arrotondati e un lungo finestrino a nastro che avvolge il mezzo in corrispondenza delle scale. Oltre al London bus, ci sono altri angoli della città fimati Heatherwick, come il ponte pedonale sul Grand Union Canal, presso Paddington. Rispetto ad altri esemplari, rigidi, il Rolling Bridge si apre ad arco, orizzontalmente, per permettere il passaggio delle imbarcazioni.  Altri progetti urbani includono un’edicola di giornali dalle linee sinuose in Sloane Square e un’avveniristica struttura in acciaio realizzata per il Guy’s Hospital.

Per conoscere meglio il lavoro e la creatività di Heatherwick, basta recarsi al V&A, dove è in programma una retrospettiva dedicata al giovane architetto, con schizzi, foto e modelli di vari progetti: mobili, moda, product design, scultura, ingegneria, pianificazione urbana e, ovviamente, il braciere olimpico.

“Heatherwick Studio – Designing the Extraordinary”
Tutti i giorni dalle 10.00 alle 17.30, fino al 30 settembre 2012
Victoria and Albert Museum, London SW7

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Life is Beautiful

beatles_mrbrainwashNel film documentario Exit Through The Gift Shop, (2010) diretto dallo street artist Bansky, Thierry Guetta appariva come un eccentrico negoziante grassotello, dalla barbetta bohemien, il quale, aspirante filmaker, narrava delle sue peregrinazioni serali e notturne al seguito dei graffitari, per immortalarne le gesta avventurose, tra le strade e i tetti di L.A. e Parigi. Thierry aveva seguito lo stesso Bansky, filmando con ossessione il suo mondo segreto, ma non riuscendo mai a fare il salto di qualità da videoamatore a regista. Nel contempo, però, forse per un processo osmotico, Guetta si è tramutato in uno street artist, che ora esibisce con lo pseudonimo di Mr. Brainwash. Le sue opere, in realtà, sono realizzate da un’equipe di collaboratori, a cui viene spiegata l’idea di quello che si vuole realizzare. Il punto di partenza è quasi sempre un personaggio o un oggetto di successo, che viene modificato a seconda delle circostanze, spesso infrangendo il copyright. Dopo due grandi mostre evento, a Los Angeles e New York, la street art di Mr. Brainwash approda a Londra, nei vasti locali abbandonati dell’Old Sorting Office. Qui, i visitatori si possono avventurare tra modelli enormi di polaroid e boombox, gigantografie della Regina, Beatles imbavagliati, un King Kong di brandelli di pneumatici, cerchi olimpionici fatti di barattoli di vernice, ritratti collage dei Doors e dei Rolling Stones, realizzati con frammenti di vinile, più opere d’arte rielaborate, come il Chop Suey di Hopper, in cui, al posto della teiera e della zuppa, campeggiano un MacBook e una bottiglia di Coca Cola. L’ingresso alla prima personale europea di Mr. Brainwash è libero, all’uscita si può prendere un poster o una cartolina ricordo e, ai primi 250 visitatori, ogni giorno, viene donata una bomboletta spray da collezione.

http://www.facebook.com/pages/Mr-Brainwash/71176505357

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Il mondo è un palcoscenico

Shakespeare's_First_Folio_1623E’ di questi giorni la notizia ufficiale (dati alla mano, desunti dall’ultimo censimento) che la popolazione di Londra ha raggiunto gli 8 milioni di abitanti, con una crescita del 12 per cento nell’ultimo decennio. Questi dati, a seconda delle prospettive e degli orientamenti politici, possono essere letti in misura più o meno allarmante. Tuttavia, la popolazione di Londra non e’ certo nuova a queste fluttuazioni. La città ha da sempre attratto migranti, creando una forte domanda di beni e servizi. A partire dal secolo XVI, questa crescita ha avuto un impatto significativo sull’economia monetaria e Londra ha svolto un ruolo importante, trasformandosi nel centro predominante della vita politica e sociale inglese. Sotto il Regno di Elisabetta I, la città subì una drammatica trasformazione, e la popolazione crebbe del 400% (!), raggiungendo le 200.000 unità. Tra i vari emigranti giunti a Londra tra il 1588 e il 1592, si trovava anche un attore e sceneggiatore di talento, originario di Stratford-upon-Avon. William Shakespeare, non solo seppe fare una rapida e brillante carriera (nel 1594 lavorava a corte, per the Lord Chamberlain’s Men), ma la sua compagnia teatrale divenne la più seguita in città. La mole di lavoro che Shakespeare ha lasciato ai posteri non è solo rimasta in auge per oltre 400 anni, ma ha contribuito a creare un’identità nazionale e ad arricchire la lingua inglese di oltre 3000 parole. Il teatro Elisabettiano era l’equivalente di quello che oggi rappresenta per noi il web. Il palcoscenico, con i suoi drammi e le commedie, apriva a nobili e popolani una finestra sul mondo, un mondo che da Londra e dall’Inghilterra si espandeva oltre, ai lidi dell’Italia e dell’Africa, fino alle propaggini dell’America. Al British Museum, i curatori Jonathan Bate e Dora Thornton, hanno ideato un modo affascinante per entrare nell’immaginario di Shakespeare, giustapponendo parole, testi e immagini. E, come le opere del grande autore hanno significati e associazioni diversi, così gli oggetti in mostra dialogano contemporaneamente su più livelli.
Grazie a questa mostra, ci viene presentato ciò che era noto ai contemporanei di Shakespeare, sia a Londra che a Stratford, in quanto a questioni sociali, religiose e politiche. Il visitatore è accolto da una vivace immagine di Londra e dei suoi teatri, delle risse e dei giochi, dei mercati e delle vie fluviali. E’ in questa sezione che si trovano oggetti interessanti, tra cui la forchetta rinvenuta di recente, negli scavi del Rose Theatre. Ma questo è solo il preludio dell’esposizione. In quello che segue, i curatori mostrano come Shakespeare abbia usato quello che aveva osservato e appreso in campagna, a corte, o nelle strade di Londra, per evocare i mondi immaginati nelle commedie. Il palcoscenico diviene dunque un luogo altro, in cui il pubblico inglese può esplorare luoghi lontani, al di fuori della propria esperienza, e dove storie ambientate a Venezia o nell’antico Egitto, riflettono le ansie e i dilemmi di una nazione.  Si va dal medioevo dei primi drammi scecspiriani, alla vita quotidiana raccontata nelle commedie, tra giardini, scienza e superstizioni, con forte caratterizzazione dei personaggi, per poi passare alle grandi tragedie, ambientate nell’antica Roma, in Egitto e nelle terre dei Celti. Agli oggetti provenienti da collezioni britanniche e internazionali, si affiancano brevi filmati, in cui gli attori della Royal Shakespeare Company recitano brevi brani, in modo da  riportare in vita le opere in mostra. Simbolicamente, il percorso espositivo si apre e si chiude con un volume delle opere di Shakespeare. Il primo è il celebre tomo, prima edizione completa delle opere del Bardo, pubblicato nel 1623. L’altro, una raccolta economica stampata negli anni ’70, è aperto alle pagine del Giulio Cesare. Vi si nota come Nelson Mandela, durante i duri anni di prigione, sottolineasse il passaggio che recita: “I vigliacchi muoiono molte volte prima della loro morte. L’uomo coraggioso sperimenta la morte una volta sola.”

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You’ve Come A Long Way, Baby

rolling stones 1962Chiunque  si fosse trovato a Londra nel lontano luglio 1962, sarebbe rimasto abbastanza deluso dal tempo, non proprio estivo. La maggior parte del mese fu asciutto, seppur nuvoloso, ma la colonnina di mercurio difficilmente superò i 14°C. I giovani di allora, vestivano da adulti, con giacche, cravatte e vestiti un pò stazzonati, per lo più realizzati in materiali economici, ravviati da qualche sobrio accessorio o un paio di occhiali dalla montatura grande e spessa. I semi del cambiamento stavano però silenziosamente germogliando. Da qualche parte un Hendrix adolescente cominciava a strimpellare la chitarra e i Beatles, agli inizi di ottobre, avrebbero pubblicato il loro primo sigolo ‘Love Me Do’. I giovani dell’epoca erano ancora attirati da sonorità d’oltreoceano, come Jazz e Rock’n’Roll. La sera del 12 luglio 1962, una nutrita audience di poco più di un centinaio di persone, per la maggior parte di sesso maschile, si radunò in un locale, al numero 165 di Oxford Street. Il Marquee Club aveva aperto i battenti nel 1958 e si era subito segnalato come venue per concerti di musica jazz and rhythm & blues. Quella sera, come gruppo di supporto dei The Blues Incorporated, si esibì una band di giovani, chiamati Mick Jagger & The Rollin’ Stones. Christopher Sandford, biografo della band, ricorda che il cantante salì sul palco in giacca a righe e pantaloni di velluto a coste, mentre il chitarrista indossava un completo nero, abbastanza lugubre. Sembra che il gruppo, per calmarsi i nervi durante il concerto, ingurgitasse una cospicua  quantità di brandy e whisky, mentre l’aria stantia del locale, si faceva sempre più acre di tabacco e sudore. L’esibizione andò in crescendo, con gli ultimi 15 minuti di musica eseguiti a ritmo serrato. L’incasso della serata ammontò a 5 sterline per ciascun membro della band, eccetto Brian Jones, che ricevette 6 sterline e 10 scellini. Poi, i Rolling Stones, uscirono dal Marquee, e se ne andarono a bere un drink o due al pub di fronte, che, tra l’altro, esiste ancora: il Tottenham, al n.6 di Oxford Street.

Per celebrare i 50 anni di successo dei Rolling Stones, Somerset House ospita  una mostra gratuita, fino al 27 agosto 2012.