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Metti una sera a cena…

bonnington

Quello che adoro di Londra è la capacità di stupirmi al di là dei facili luoghi comuni e dei panorami da guida turistica. Bisogna saper guardare con attenzione, pronti a perdersi in un reticolo di strade, ma le sorprese sono ad ogni angolo. Il Bonnington Cafe è un ristorante vegetariano, gestito da volontari. Ci si respira un’atmosfera rilassata, un pò bohemienne. C’è un menu fisso che cambia ogni sera,una scelta di piatti gustosi per prezzi molto accessibili. Il vino o la birra, però, ve li dovete portare da casa. Al Bonnington si cena a lume di candela e ogni due settimane circa c’è una jam session, con amici, musicisti o avventori da ogni dove che si alternano al piano, alla voce e alla chitarra. Le sale risuonano di note, risa e parole in francese, inglese, spagnolo, portoghese, italiano e, dopo poco, sembra di essere in una casa dal sapore continentale, magari al compleanno di qualcuno. Questo è il senso di comunità che ha ispirato la nascita del locale nei lontani anni ’80, quando gli squatters sentivano il bisogno di un punto di riferimento a buon mercato. Il fatto che dopo oltre vent’anni il locale sia ancora gestito da un gruppo di volontari e che sia sopravvissuto alle logiche consumiste di una città che cambia febbrilmente dall’oggi al domani, rende la visita un’esperienza diversa e fuori dai soliti schemi. Ricordatevi di prenotare, i tavoli sono limitati. L’apribottiglia vi sarà messo a disposizione gratuitamente.

The Bonnington Cafe – Vauxhall Grove SW8 1TD

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Je repart à zéro

towerbridge

Qualcuno ha detto che bisogna perdersi, per poi ritrovarsi.
L’avventura più grande è sicuramente il viaggio alla scoperta di noi stessi.
Chi siamo, dove vogliamo andare. A volte non necessitiamo di massimi sistemi, sono le piccole cose di ogni giorno a darci la misura del nostro essere nel mondo. Il ponte sul fiume avvolto dalla nebbia mattutina, l’ape ronzante sul ranuncolo giallo, la ragazzina sui pattini, che torna da scuola, un emulo di Elvis che fa cantare "Suspicious Minds" alle donne in carriera e alle commesse di Canary Wharf, la bambina che ti chiede di prenderla in braccio per guardare più lontano, quel velluto così verde e palpabile nel tuo quadro preferito, il ragazzo che distribuisce il Londonpaper all’angolo della posta e che ormai è un amico, il macchinista del treno che sorride dal finestrino, quest’estate angla che stenta ad arrivare, lo specchio strano che avevi visto due mesi fa al mercato di Greenwich, quando la tua vita e i tuoi progetti erano totalmente diversi, e che è ancora là, ad aspettarti. Così per 5 pound ti porti a casa un sogno che non vuole morire, una cosa che fa belle le tue nuove pareti e la tua anima.
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Riassunto delle puntate precedenti

riassunto
E’ difficile riprendere le fila di un discorso interrotto da molto tempo, specie quando i giorni e le settimane sono scorsi via intensi, pieni di colori, sapori e suoni differenti.
Traslocare è un evento abbastanza quotato nella scala dello stress umano. A dir la verità è il quinto che faccio da quando sono in terra angla, e, seppure bravissima ad impacchettare la mia vita e a risistemarla tra nuove pareti, ciò non toglie che bisogna ripartire da zero, scoprire percorsi alternativi, instaurare nuove relazioni, inaugurare rituali diversi. Non sempre tutto sopravvive a queste mini rivoluzioni, e il blog, ahimé, ne ha fatto le spese. Tuttavia sono contenta della nuova casa sulla collina, della mia camera con vista, del parchetto panoramico e dei simpatici flatmates, che, come me, hanno bisogno di più di un semplice tetto sulla testa. In mezzo a spostamenti, scatoloni da aprire, routine sovvertita ed esperimenti di interior design, ho anche visto la neve, sono tornata a Roma per 15 giorni, ho perso (anzi, mi hanno perso) la valigia, ma sono riuscita a recuperarla in ritardo di una settimana, ho camminato a piedi nudi in St. James Park, con le margherite e un sole finalmente estivo, sono salita in cima alla torre campanaria della cattedrale gotica di Salisbury per godermi un fantastico panorama, e adesso sono avvolta in un golfino, mentre fuori tutto è nuovamente grigio. Riscrivo qui, un pò incerta sull’avvenire, ma fiera di essere scampata al naufragio creativo e aver raggiunto un lembo di terra asciutta su cui rifiorire.
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Ogni fine è un inizio

east08
Mi lascio alle spalle una Pasqua speciale e anche un pò surreale. 
Non sono andata in vacanza (al contrario, ho lavorato), non ho consumato colombe, pastiere e affini, non ho fatto gitarelle fuori porta, tuttavia le sorprese non sono mancate.
Come recarsi alla Tate Modern, di prima mattina, con il sole e il vento tagliente, per seguire ancora le crepe infinite sul pavimento della Turbine Hall e intraprendere un viaggio giocoso tra provocazioni dadaiste, rayografie e macchine inutili. E poi perdersi nelle vie ignote, tra Victoria e Westminster, tra un pub con la musica jazz e la grandine che viene giù, a sorprendere amanti senza ombrello e turisti sprovveduti. E dopo notti insonni, contemplare vetrine vuote, allestimenti bizzarri, che nessuno si ferma a guardare, o camminare felici sotto la neve che fiocca inaspettata di mattina, ristorandosi un pò al pallido sole del pomeriggio, mentre Italiani e Spagnoli gesticolano nei caffè.
L’ultimo album degli Editors, così bello e triste, che sa di cose perdute o che si perderanno, di rivelazioni ovvie e fragili, fa da colonna sonora alle mie peregrinazioni londinesi, accompagna la mia anima che, senza conoscere la destinazione, ma solo il viaggio, si rinnova tra vecchi e nuovi scenari, come quel pub poetico e nascosto in Windmill Walk, con le foto di Oscar Wilde e le conversazioni serie, i percorsi labirintini alla National Gallery, gli sguardi effimeri dei passanti o i giardini di Bloomsbury sferzati dalla pioggia e dal silenzio.
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Archivi mentali

bottle shop
 
Un weekend piovoso per riordinare le idee.
Farsela a piedi da SE4 a SE10, passando per Deptford, le strade assonnate ed umide, il cielo grigio e pesante, il mercatino di Greenwich con i mobili anni ’50, i dischi, il chioschetto dei panini e la bancarella con i vestiti darkettoni. E poi, perdersi nel mio negozio preferito, un archivio del tempo, tra bottiglie, scatole di latta e recipienti di ceramica.
La solitudine del parco fuori dalle finestre di un caffè insolitamente vuoto mi aiuta a mettere nero su bianco i pensieri che si affastellano nella mia mente. Fantasmi di un passato recente e di un futuro che, spero, possa diventare il mio presente. Riscrivo la mia vita, ma riparto da SE4. Il viaggio è metafisico. Stabilisco nuove regole, inauguro nuove abitudini. Amo il fiume, le gocce di pioggia, il volo dei gabbiani, i salici piangenti piegati sull’acqua, i tetti aguzzi delle case, l’odore di fish&chips.
Ormai la mia vita scorre qui.
 
cafe 
 
Credits:
The Old Bottle Shop, Unit 7, The Village Market, 17-18 Stockwell St., Greenwich.
Cow & Coffee Bean, Queen Mary’s Gate, Greenwich Park.
 
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Prospettive

jarman's cottage

Ultimamente, ho una vita frenetica, piuttosto stancante. Lavoro molto, perché l’arte appaga, ma non paga, e quindi bisogna provvedere alle bollette. Viceversa, dedico all’arte e al nutrimento del mio spirito ogni frazione di tempo libero che mi resta, tra un impegno e l’altro. Così, l’altroieri sono stata alla Serpentine Gallery per vedere la retrospettiva di Derek Jarman, curata da Isaac Julien. Julien è un artista e film-maker che stimo molto e ho avuto la fortuna di incontrare quando ero studente. Mi piacciono i suoi lavori, il modo in cui sa fondere pensieri, voci fuori campo, realtà dislocate, tra fiction e documentario. Nessuno meglio di lui poteva curare le opere di un artista tanto importante e pionieristico come Jarman. La mostra è davvero un’esperienza emotiva, per scoprire o riscoprire rari super-8, dipinti sperimentali e installazioni, attraverso una serie di ambienti ad immersione. Il tutto è tenuto assieme ed arricchito dagli interventi di Julien, come le foto scattate nel giardino del cottage di Dungeness o il film biografico "Derek", presentato qui per la prima volta. Dalle sensazioni amniotiche della Serpentine Gallery, alla luce di Hyde Park, il passo è breve, ma significativo. La morte e la vita, il passato e il presente, labili confini. Il sole che tramonta regala al parco e agli alberi ancora scheletrici delle tonalità da vecchia polaroid, rinnovando il senso di mistero e assenza vissuto poco prima. E oggi mi infilo nel London Review Cake Shop, il mio caffè preferito, per rilassarmi e scrivere. Vengo qui quando ho bisogno di leggere, creare, incontrare qualcuno davanti ad una tazza di tè. Nonostante le dimensioni ridotte, il locale, di solito, è tranquillo, specie in mezzo alla settimana. Qualche volta, però, capita che al tavolo di fianco si siedano due donne angle in carriera, con l’accento posh e l’entusiasmo isterico, tutto risatine e consonanti, gossips e questioni lavorativo-familiari. Figure un pò a metà tra i romanzi porcellane e crinoline di Jane Austen e certi film alla David Lean. Voci capaci di disturbare la quiete triste e pregnante di un breve incontro, per parafrasare, o la concentrazione di una mente fin troppo sollecitata (la mia). Donne che, devo dire, posso ringraziare per la produzione di questo post, e maledire per avermi impedito di recensire la mostra di Jarman. La deadline per l’articolo era oggi, ma per (s)fortuna quest’anno è bisestile…
 
© Photo: Isaac Julien, Derek 2008 – Courtesy of Norman Films & Serpentine Gallery 
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Il Vecchio e il Nuovo

gigs

I giorni si rincorrono uno dietro l’altro, così uguali e così diversi, e cambiano la luce e il sapore alla mia vita.
E’ una rivoluzione lenta, inesorabile, gentile e crudele al tempo stesso.
Una parte di me che se ne va per sempre, rinnovandosi come l’araba fenice, la mente occupata da mille pensieri, che guizzano nervosi come pesci in un acquario, accompagnati da note che scandiscono fermate di metropolitana, rintocchi di orologi alle stazioni, sensazioni fugaci che non riesco a trattenere. La musica, da sempre, è linfa vitale delle mie giornate, colonna sonora dei miei ricordi.
E questo è stato un weekend all’insegna di vecchie e nuove energie, in una Camden che tra modernità e tradizione, sa anch’essa rinascere dalle sue ceneri.
Venerdì sera The CULT al Forum, un cinemino Art Deco, dai fasti imperiali di cartapesta dorata, riconvertito a sala concerti. Sono passati tanti anni, ma la grinta resta. E resisto anch’io, il che non guasta. E in una domenica pigra di pioggerellina che viene giù, trovo anche l’entusiasmo e le energie per raggiungere il nord della città e infilarmi in un famoso pub di Camden, per un’ora di musica dal vivo. The People’s Revolutionary Choir, un nome altisonante per una band di giovanissimi, suoni acerbi e sonorità accertate. Mi diletto a scattare foto e a saltellare, tra amplificatori al massimo ed entusiasmo da ragazzini, un pubblico variegato e la metro subito fuori, pronta ad inghiottire ciò che resta del finesettimana.
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S’Wonderful

Old Blackfriars

Da qualche giorno il cielo è terso, e, anche se le temperature si sono fatte rigide, è piacevole stare fuori, avvolti da una calda sciarpa, ad esplorare il mondo. Fiori delicatamente sbocciati in anticipo, gialle giunchiglie ondeggianti al vento, ciclisti e gabbiani, bambini e nuvole colorate che si rincorrono nel cielo,  insolitamente azzurro. E così, mi è successo, eppure non ci pensavo. Mi sono innamorata, anzi, reinnamorata… di Londra.
L’ho realizzato l’altro ieri, quando, avendo del tempo da perdere, ho deciso di andare all’Institute of Contemporary Arts a piedi, da London Bridge, percorrendo la Southbank. Sarà stata la luce, il ritmo senza fretta dei miei passi, la combinazione perfetta della colonna sonora offerta dal mio lettore mp3, fatto sta che tutto mi sembrava nuovo e affascinante. I piloni rossi del ponte rotto di Blackfriars, con le spalle in ferro battuto, e le insegne della regina Vittoria, i lampioni con i delfini allacciati a imprigionare volti di barbute divinità fluviali, sabbia e sassi, il greto del Tamigi e le chiatte borbottanti, la Maison Tropicale di Prouvé davanti alla Tate Modern, e il “trompe l’oeuil” del Gabriel’s Wharf, con le pubblicità anni ’50 sopravvissute al tempo e all’umidità,  il mercatino deserto, la creperie e la galleria d’arte con i cuori.
gabriel's wharf
E poi, i ragazzini sugli skateboard, i pendolari frettolosi sull’Hungerford Bridge, le luci di Trafalgar Square. 
Ieri, invece, sono andata alla festa di addio del mio amico D., che se ne torna in Giappone. Il luogo prescelto per il leaving party era la sala superiore di un vecchio pub, in SE1. Mi sono avventurata in un labirinto di vecchi magazzini, fabbriche, piccole case dalle finestre appannate, palazzine moderne e anonime, un parchetto spelato, fino a trovare il Leather Exchange Pub, un glorioso edificio, sopravvissuto a bombardamenti e ristrutturazioni, ritto come un vecchio e fiero marinaio, tra il cemento e il nulla. 

La sala era molto confortevole, piena di carattere e atmosfera, risuonante di bisbiglianti ed educate voci orientali, la musica non troppo alta, un’idioma sconosciuto, il vino, la speranza di rivedersi, un giorno.

Ma senza tristezza.

leather exchange

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The Valentine Post

brief encounter
Londra è piena di stazioni.
Ce ne sono davvero a bizzeffe, per la maggior parte vittoriane, con le strutture in vetro, acciaio e solidi mattoni, come quelle ferroviarie, da Crystal Palace a Charing Cross, da Victoria a Euston, passando per St. Pancras. Quelle della Tube, invece, sono gioiellini Decò con le maioliche rosse e verdi, oppure moderne, moderniste e postmoderne, come quella di Tottenham, con i mosaici di Eduardo Paolozzi, o quella avveniristica di Canary Wharf. Le stazioni sono punti di incontro, nevralgici, e migliaia di persone le percorrono in lungo e in largo ogni giorno. Le stazioni sono luogo privilegiato per gli arrivederci e anche per gli addii. La folla senza volto scorre come onde sul mare, ignara e indifferente alle lacrime, ai sorrisi, ai baci. Ognuno porta con sé la sua valigia, le proprie storie. 
Tra le migliaia di film romantici elencati e propinati in questi giorni, ce n’è uno che è la quintessenza del cinema britannico, e, oltre alla passione, ha per protagonista una stazione ferroviaria. Il caso volle anche che, a dispetto dei raid nazisti del 1944, la pellicola venisse girata nella settimana di San Valentino.
Originariamente concepito da Noel Coward per il teatro con il titolo di "Still Life", "Brief Encounter" fu riscritto e diretto da David Lean, con la partecipazione di Celia Johnson e Trevor Howard nel ruolo dei due amanti. Il celebre film, nel suo iconico bianco e nero e l’inglese di altri tempi, narra la love story impossibile tra un uomo e una donna, entrambi sposati ad altri, che, per caso, si incontrano nel caffè di uno snodo ferroviario e decidono di rivedersi là ogni giovedì. La produzione di "Brief Encounter" avrebbe dovuto iniziare le riprese in una stazione londinese, ma i bombardamenti rendevano l’impresa assai pericolosa. Il Ministero della Guerra suggerì dunque, come alternativa sicura, la stazione di Carnforth, nella zona del Lake District, sulla linea che va da Euston a Glasgow.
Carnforth era sufficientemente distante da Londra e al riparo da eventuali attacchi, anche a dispetto delle luci di scena che fendevano l’oscurità.
"Brief Encounter" venne girato a Carnforth tra il 3 e il 16 febbraio 1945, nella tarda serata, quando l’ultimo treno locale aveva lasciato la stazione. Si girava di notte, fino alle prime luci dell’alba, o meglio, fino all’arrivo dei primi convogli mattutini.
Nel 2003, Carnforth, dopo decenni di abbandono, grazie ad uno stanziamento di un milione e mezzo di sterline, è stata accuratamente restaurata e oggi i visitatori possono sedersi ad un tavolo dell’indimenticabile Refreshment Room immortalata da David Lean e sorseggiare un romantico tè, in attesa di un breve incontro.
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Sarà, ma non ci credo…

camden lock

Camden Market è una destinazione popolare per chi visita Londra, ma anche per chi ci vive. Un pò come Porta Portese a Roma, la Montagnola a Bologna, saint Ouen a Parigi e altri posti del genere.
Se penso al mercato di Camden mi vengono in mente prima di tutto i miei vent’anni, quel disco 12" introvabile dei Sisters of Mercy, il top con le frange, il chiodo, la collana fatta di pasticche di vetro colorato, il chioschetto del caffè, le barchette sul fiume. Passa il tempo, ma il mercato resta un punto d’approdo sicuro, l’appuntamento domenicale con i colori e la confusione, un luogo dove scambiare due chiacchiere, mescolarsi alla folla, respirare incenso. E ci compro la lampada di carta vietnamita, con i draghi, e due tappetini indiani color del sole. E poi c’è la musica, come sempre, che cammina e si evolve, batte al ritmo di una città che non si può fermare. Poi cominciano a girare delle voci, sempre più fondate, che vogliono chiudere il mercato e farci un centro commerciale, una roba di vetro, anonima, ben ordinata, con le solite catene di negozi in serie. Qui la chiamano Regeneration, io sostituirei volentieri la R con una D, a giudicare dai risultati. La comunità si oppone, nascono dei gruppi per salvare il vecchio mercato, labirintico mondo di cianfrusaglie, persone, suoni e sogni.

Ma da stasera, fiamme di quasi 3 metri divorano impietose le ultime illusioni, e non so perché, non riesco a credere che si tratti di un semplice incidente. Ne ho visti abbastanza di incendi "casuali", sulle cui ceneri sorgono palazzi e strutture di vetro e cemento, senz’anima. Brucia il mercato di Camden Town, niente sarà più come prima, di quello che c’era e che è stato potrò solo narrare una storia, senza lieto fine.

camden fire