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Mudlarking in London

mudlark findings
Un Mudlark è qualcuno che scandaglia nelle rive fangose di un fiume o di un porto in cerca di oggetti di un qualsivoglia valore. Il termine fu coniato nel diciottesimo secolo, in senso dispregiativo, ad indicare quei disperati che, durante la Rivoluzione Industriale, approfittavano delle basse maree per raccattare tutto ciò che poteva tornare utile o da cui trarre profitto. Celeberrimi poi i mudlarks della Londra vittoriana, bambini spesso orfani, costretti a cercare rifiuti riutilizzabili nelle fredde melme del Tamigi. Oggi i mudlarks esistono ancora, ma ciò che li spinge ad avventurarsi sulle rive del fiume, al calare della marea, non è l’indigenza, bensì un certo spirito di avventura, unito alla passione per l’archeologia e all’amore per la propria città. Per essere un moderno mudlark occorrono degli stivali di gomma, una certa attenzione e la speranza di trovare qualcosa di significativo. Una modena organizzazione, fondata nel 1980, The Society of Thames Mudlark, ha una licenza speciale, rilasciata dall’autorità portuale londinese, che permette ai suoi membri di dissotterrare reperti dal fango del Tamigi, anche con l’aiuto di metal detector, e riportare eventuali scoperte archeologiche al Museo di Londra. Un permesso standard giornaliero dà invece la possibilità a semplici appassionati di cercare oggetti sulle rive del fiume scavando fino a sette centimetri e mezzo di profondità. Ma è possibile anche mantenersi al livello di superficie, raccogliendo semplicemente ciò che è visibile, durante una singolare passeggiata. Per saperne di più, abbiamo intervistato David Kelly, un giovane londinese, appassionato di arte e di archeologia, che da qualche tempo si dedica a questa attività.

Come sei venuto a conoscenza del Mudlarking?

Stavo bevendo qualcosa con la mia amica Sarah, un’archeologa, esperta di ossa umane, che lavora per il Museo di Londra. Eravamo vicini al Tamigi e stavamo parlando del suo lavoro. Ad un certo punto lei mi ha suggerito di andare giù sulle rive del fiume in cerca di ossa. Ho accettato la proposta e sono rimasto letteralmente catturato da questa nuova esperienza.

Ogni quanto pratichi il Mudlarking?

Cerco di andare ogni settimana, ma ovviamente tutto dipende dal livello delle maree e dalle condizioni atmosferiche.

C’è bisogno di una particolare attrezzatura? 

I “Wellington Boots” sono essenziali! Bisogna anche portarsi dietro un paio di buste per raccogliere gli oggetti che si trovano man mano, e anche alcuni strumenti utili, come una paletta o un piccolo rastrello da giardinaggio. Da un punto di vista igienico consiglio l’uso di guanti e di avere da parte anche qualche cerotto. E anche un taccuino, per annotare informazioni utili, ad esempio il luogo di ritrovamento degli oggetti. Se poi si vuole fare del mudlarking serio, magari per trovare qualche tesoro… ci vuole un metal detector.

Spese extra?

Ci sono costi se si vogliono effettuare scavi sulle rive del fiume; infatti ci vuole un permesso da richiedere all’autorità portuale, che può costare dalle 50 alle 60 sterline. Ma ci sono anche permessi giornalieri, più economici, circa 7 sterline e 50. Ovviamente, se si compra un permesso di scavo, significa che si vuole fare una ricerca accurata, e quindi ci vuole un metal detector. I più economici si aggirano sulle 150 sterline.

Dal tuo punto di vista personale, quali sono gli aspetti eccitanti del mudlarking e cosa consiglieresti a chi non ha mai provato?

Ci sono molti fattori che rendono la pratica del mudlarking così divertente. Innanzitutto trovo interessante la diversità degli oggetti che possono essere trovati lungo il fiume. Poi c’è la possibilità di saperne di più sulla mia città e sulla sua storia ed essere in grado di portarmi a casa i reperti, che, una volta puliti, mi danno la chance di continuare le mie ricerche. Il mudlarking è divertente da fare con altre persone, ma è anche un passatempo rilassante se si è da soli. Io direi di provarlo  se si è interessati all’archeologia (a qualsiasi ivello) e se si vuole saperne di più sulla storia del Tamigi e di Londra (o di altri posti, basta che ci sia un fiume o un porto). Ovviamente aspetto di trovare il mio tesoro dei pirati, una scoperta meravigliosa che comprenda oro e uno scheletro intero, magari di un pirata con un pappagallo sulla spalla. Detto ciò, meno mudlarks in giro, più chances per me di trovare il tesoro.  🙂

Buona fortuna!
Per permessi giornalieri, telefonare alla Port of London Authority (Gravesend) al n. 01474 562200.
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Venghino Sìore e Sìori…

circus

Dopo tanto tempo, è pur lecito fare un bilancio.
Se mi chiedessero dove lavoro veramente, direi "in un circo", di quelli vittoriani, però, con tutta la sua fauna di poveri commedianti: l’acrobata in mutandoni a righe e i baffi a manubrio, i pagliacci sui trampoli, la ballerina culona in equilibrio sul cavallo da tiro, il domatore di pulci, la donna cannone… 
Vestire una livrea di acrilico e recitare la solita parte non era proprio quel che mi aspettavo da studentessa universitaria di belle speranze (e illusioni), ma faccio buon viso a cattivo gioco, come tanti miei colleghi angli, sfoderando sorrisi e permettendomi di ritagliare tempo per seguire altri interessi e occupazioni, tra cui scrivere. Insomma, ho una "portfolio career" – come la chiamano gli angli – di cui vado anche fiera. Nel cul-de-sac dorato in cui sembro essermi arenata, non c’è una pista con gli elefanti in fila né i trapezisti che volteggiano in aria, ma la certezza fantozziana, sebbene minata dallo spauracchio della recessione, che falcia posti qua e là, del lavoro fisso da statale, con i suoi bassi servigi, abitudini e privilegi. Il pubblico, pagante e non, sciamando ovunque si mescola agli attori e ai figuranti, come in una grande fiera di paese. 

Venghino siori venghino, per di qua…

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“La stretta del credito” continua a spremerci

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Il credit crunch ha compiuto un anno. All’inizio ha attanagliato la città, con una cappa di ansia e previsioni catastrofiche. Adesso ci si naviga, un pò rassegnati, ma speranzosi, perché i giornali dicono che la crisi è rientrata.

Sicuramente, nonostante i titoli ottimisti, la crisi è ancora tra noi e ha mietuto le sue vittime. Licenziamenti, si, ma non detti così a brutto muso. Qui si diventa “ridondanti”, superflui. E arriva la lettera di redundancy, che a volte offre alternative, ma più spesso una somma di buona uscita e tante grazie. Alle file per i biglietti del cinema o delle mostre adesso non ci sono solo i disoccupati con il certificato del job centre, ma anche gli ex impiegati, con la letterina di licenziamento e un rossore imbarazzato sulle gote, a chiedere lo sconto perché “they’ve been made redundant”. Moltissimi negozi hanno chiuso, la falce del credit crunch si è abbattuta qua e là senza distinzioni di area e di classe. Personalmente piango la boutique Koh Samui a Covent Garden. I prezzi erano sempre stati inarrivabili, anche senza la crisi, ma nelle vetrine c’erano dei vestiti bellissimi, fantasiosi, di taglio e qualità notevoli. Nel grigiore di tutti i giorni, passare là davanti e notare le nuove creazioni tirava su il mio animo femminile e narciso. L’ultimo vestito su cui ho sognato era di pizzo rosa perla, foggia anni ’30. Uno di quei vestiti che ci si può andare a sposarsi o ad un garden party o ad un appuntamento galante, senza sentirsi esagerate. Mi piacevano anche le commesse, che la mattina presto si sedevano per terra davanti al negozio, vestite come modelle, bambole di porcellana con la sigaretta tra le labbra, ad aspettare qualcuno con le chiavi per iniziare un nuovo giorno di lavoro. Ma adesso le vetrine sono inesorabilmente vuote, la boutique si è trasferita su internet e chissà le modelle dove saranno andate. Il credit crunch ha non solo ristretto le finanze, ma anche le pagine dell’inserto del Guardian, quello sul lavoro. Mi ricordo che era sempre pieno di annunci, di tutti i generi e per tutte le esperienze. Adesso ti arrivano in omaggio due pagine striminzite, con pochissimi annunci ed estesi articoli su cosa fare quando si diventa “ridondanti”. Eppure, come nei film neorealisti, l’arte di arrangiarsi prende il sopravvento. E’ di questi giorni l’inaugurazione del Brixton Pound, una valuta alternativa, utilizzabile solo in quel quartiere, che permetta ai residenti di spendere localmente, supportare le piccole imprese e ravvivare l’economia. Se l’esperimento si rivelerà efficace o se invece si ridurrà ad una versione adulta del Monopoli, lo sapremo solo fra qualche tempo.

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Sanità Angla

Le mie recenti vicissitudini mi hanno portato lontano da questo blog, ma ora mi forniscono utili spunti per dei post di servizio.

Poniamo il caso che il vostro soggiorno londinese (o britannico) si estenda per più di qualche mese e la vostra situazione si evolva da semplice visitatore/turista a quello di immigrato/residente. Auguriamoci che la salute vi assista e che non vi capiti nulla di rilevante che non sia un mal di testa o un raffreddore dovuto al clima infausto. Ma la fortuna, si sa, è cieca e volubile. La cosa piu logica da fare è quella di iscriversi alla surgery (cioè all’ambulatorio) del vostro quartiere. Potete trovare gli indirizzi sul sito dell’NHS (il Servizio Sanitario Nazionale inglese). Una volta compilato il solito form e consegnata magari una provetta con le vostre preziose urine, sarete assegnati ad un GP (general practitioner – un equivalente del medico di famiglia) e vi sarà data una card col vostro numero NHS.
Il GP è colui (o colei) al quale vi rivolgerete in caso di bisogno. E’ il GP che vi prescrive farmaci o vi scrive la richiesta per una visita specialistica.
Se avete bisogno di vedere un medico as soon as possible, potete andare all’ambulatorio senza appuntamento, ma potreste essere visitati da un altro GP.
I GP hanno a disposizione 10 minuti a paziente e, per evitare sprechi, non sono cosi solleciti ad elargire medicinali o visite specialistiche se non in caso di vero bisogno (la visita con un consultant, cioè con lo specialista, puo’ richiedere fino a 13 settimane di attesa, a meno che il vostro caso non sia davvero urgente).
I GP potrebbero sorvolare su una congiuntivite, sorridere ad una banale richiesta di esami del sangue giusto a titolo preventivo, essere reticenti a prescrivervi dei medicinali se non siete proprio malatissimi.
Insomma, la mentalità qui è un po’ diversa dal continente.
Se non siete soddisfatti o volete vedere uno specialista a tutti i costi, vi conviene andare nel privato, che è generalmente accogliente ed efficiente. Ma, a quel punto, dovete avere una certa disponibilità economica o essere coperti da un’assicurazione.
Insomma, leggendo sui giornali qua e là, tra ritardi, infezioni da clostridium difficilis e varie eventuali, la sanità pubblica angla, a parte alcune aree felici, non sembrerebbe godere di una buona reputazione, ma i contributi per le spese sanitarie sono piu’ bassi nel Regno Unito che in Italia e poi ci sono polizze salute che richiedono una infima spesa mensile.

Per quanto concerne la scelta del GP, vi consiglio di dare un’occhiata ai siti web delle surgeries di zona (le trovate sul sito NHS). La visita virtuale vi offre la possibilità di conoscere il personale e i servizi a disposizione. Alcuni ambulatori vi permettono anche di prenotare la visita medica su internet, risparmiandovi tempo e attese telefoniche.
Il bello di una citta cosmopolita come Londra è che ci sono GP di tutte le nazionalità e culture, e questo rende il servizio all’utente in un certo senso agevolato. Fa piacere per chi magari viene da un continente lontano, poter parlare con un medico che parla la nostra lingua o condivide uno stesso orientamento religioso.
Per concludere questo primo excursus in materia medica, citerò una cosa che non manca mai in nessuna casa italica e che, pur vivendo altrove, non manca nella mia: il famigerato armadietto dei medicinali (nel mio caso, cassetto). Una simpatica collezione di cerotti, pomate varie, antidolorifici, antipiretici, gocce, sciroppi e compresse per raffreddori, garze e termometro, di cui i miei amici angli spesso ridacchiano divertiti (magari scambiando la ipeprevidenza italiota per eccentrica ipocondria), finendo poi per apprezzare il ritrovato last minute per quel doloretto muscolare o la puntura d’insetto…

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I am not dead, yet (scusate il silenzio)

ghost
Ricomincio da SE4.
Alle prime luci dell’alba del 1 gennaio 2009, in una cucina a nord del fiume, tra bicchieri di vino, avanzi di cotechino e lenticchie (un successone tra gli angli), musica e mozziconi di sigarette, alcuni amici davano voce ai propri propositi per l’anno nuovo.
Tra chi aveva messo in cima alle priorità l’amore, i soldi, viaggiare e anche mettersi i calzini dello stesso colore alla mattina, io avevo esordito con "i don’t want to lose my brain", lasciando gli astanti parecchio interdetti.
Sapevo di cosa stavo parlando. 
Virginia Woolf affermava che una donna, se vuole scrivere, deve avere i soldi e una stanza per sé.
Se ci si trova a spendere energie nel cercare di far fronte alla crisi economica e a cercare un nuovo alloggio, le occasioni di scrittura vengono meno. Per non parlare della salute che vacilla.
Eppure penso a questi ultimi mesi come ad un periodo di passaggio, come quelle cerimonie di iniziazione in sperduti villaggi di fango, al limitare di una giungla intricata, dove adolescenti dai corpi dipinti e dalle ferite ancora aperte danzano al suono di tamburi e canti inquietanti. 
Viaggi fuori e dentro me stessa, luoghi, suoni e sapori di cui non sono riuscita a scrivere, perché non c’era altra audience al di fuori della mia testa.
A volte bisogna rivoltare il guanto, perdere la bussola, gettare la spugna, prendere un treno e ritrovarsi da soli, in una stamberga che si affaccia su muri scrostati, e cieli senza stelle.
Poi qualcosa accade, come una corrente elettrica che dà la scossa e scioglie quella vena creativa che si era bloccata, vetrificata.
Non sappiamo cosa succederà, non sappiamo se stiamo facendo la cosa giusta, ma l’importante è ricominciare – da zero, da noi stessi, da SE4 – comunque. 
Stay tuned
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Coraggio!

courage

Mentre l’ansia da credit crunch imperversa, stamane ho un pò sorriso quando ho letto le news della BBC, riguardo la campagna pubblicitaria di una nota marca di birra, che è stata bloccata perché fautrice di erronee conclusioni. In breve, nel poster si vede un giovane anglo, che, seduto in pizzo sul divano, in tenuta rilassata casalinga (maglietta stazzonata, jeans e pedalini), timidamente intimorito dalle procaci curve della compagna, avvolte a malapena da un attillato vestito nuovo (con tanto di cartellino penzolante), non osa fare apprezzamenti né gesti… Se non fosse… per la birretta lì ai suoi piedi. 
"Take Courage, my friend" recita lo slogan.
L’ironica battuta non è piaciuta alla Advertising Standard Authority (ASA), che ha deciso di bandire l’immagine, in quanto indurrebbe i consumatori a pensare che bere birra sia una soluzione alla mancanza di confidenza o buon umore. Wells and Young’s, la ditta produttrice della Courage beer, sostiene invece che il poster faceva solo riferimento a situazioni ben note ai maschi angli, sulle quali è bene ironizzare. Ogni uomo nella sua vita si è almeno una volta trovato a dover rispondere alla temibile domanda: "Come mi sta questo vestito? Mi fa sembrare grassa?" E ogni uomo sa, che la risposta (magari ipocrita) da dare alla dolce metà, è sempre e comunque "NO".
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che mattacchione!

camping

E’ passata più di una settimana dal mio ultimo post. C’è stato il terremoto in Abruzzo, il lutto, le polemiche e il weekend pasquale, e a me non andava di scrivere. Nel frattempo, però, ho continuato ad ascoltare notizie radiofoniche e ad aprire giornali angli per ritrovarmi sempre in un certo imbarazzo. La gente qui, devo dire, è stata molto solidale, mi hanno chiesto se familiari ed amici stessero bene e sono rimasti tutti molto colpiti dalla tragedia. Poi, è normale, si trova sempre qualcuno che, divertito o stupito, tira in ballo le esternazioni fuori luogo dell’italico Presidente del Consiglio. Visto da qui, ovviamente, è esilarante, da operetta. Ma, insomma, ci voleva proprio la battutaccia della vacanza in campeggio (come se non fossero bastate le gaffes del G20)? 

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Mr Obamaaaaaaaaaaaaaaaaaaa

londonpaper

In questi inizi di Aprile, Londra ha avuto il G20, i manifestanti che assediavano la City, gli impiegati di banca vestiti in jeans e maglietta, le vetrine sfasciate e i tafferugli, i black blocks, la cena sole donne a 10 Downing Street col catering organizzato da Jamie Oliver, un giornalaio morto non si sa bene come e anche l’italico Presidente del Consiglio, che, dopo la foto di gruppo, ha chiamato Obama a gran voce, facendosi riprendere dalla regina. Sembra che il video sia stato una hit su YouTube, comunque oggi era su tutti i giornali angli…

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Aprile Dolce Dormire

Da una recente ricerca della Future Foundation, per la campagna di sensibilizzazione "Sleep Well, Live Well", è emerso che i britannici sono la popolazione europea che dorme peggio. Uno su cinque riposa meno di sette ore per notte. La maggior parte degli intervistati lamenta stress e infelicità. Io, vivendo qui, lo so bene. Faccio del mio meglio per non farmi prendere dai frenetici ingranaggi della vita londinese, ma puntualmente mi ritrovo in una spirale di stanchezza e frenesia. Così, per rilassarmi e allentare la tensione, di solito prendo un voletto per Roma e mi ritempro a casa di mammà, con sonnellini, pranzetti, gitarelle e incontri con gli amici. E poi torno a Londra come nuova. Non potendo mettere in pratica questa soluzione tutte le volte che vorrei, ecco che un luminare – il Dottor Adrian Williams, responsabile dello Sleep Disorders Centre al St Thomas Hospital di Londra – fornisce utili consigli sul sito della BBC.
Innanzitutto ci vuole del buon senso (che spesso si dà per scontato):
non bere caffeina dopo le 2 del pomeriggio, fare un pò di esercizio fisico, bere latte o fare un bagno caldo prima di andare a dormire, riposare in una stanza tranquilla e al riparo dalla luce.
Poi ci sono delle soluzioni alternative:
– Il sonnellino pomeridiano (un lusso oggidì, ma Churchill ci vinse una guerra);
– la pennica in uno dei tanti parchi londinesi (fantastica, se il tempo è clemente);
– l’abbiocco al cinema (l’irresistibile mix tra l’oscurità della sala e "The Lawrence of Arabia" effect, come lo chiamano qui); 
– abbandonarsi ad una musica rilassante di sottofondo;
– e, sempre valido, cancellare gli impegni e passare il weekend pigramente a letto. 
 
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“If this is what being a bird is, I’m proud to be one”

8 marzo

Birds Eye View è un’associazione volta a riconoscere e sostenere il lavoro di donne regista e sceneggiatrici a livello internazionale. Nel mondo del cinema, infatti, solo il 6% dei registi e il 12% degli sceneggiatori è donna. In questi giorni a Londra si svolge il Birds Eye View Festival, in cui non solo si presentano nuovi film e cortometraggi e si propongono dibattiti, ma c’è anche una retrospettiva sulle donne fatali, da Louise Brooks a Greta Garbo. Nella Giornata Internazionale della Donna, che in terra angla viene menzionata, ma non celebrata a suon di mimose, come si fa in Italia, mi sono recata all’Institute of Contemporary Arts, per vedere l’anteprima di un documentario, che sarà mostrato in tv a giugno, dal titolo "The Time of Their Lives". Nel film, le residenti più longeve del Mary Fielding Guild, una casa di riposo per anziani attivi, danno le loro opinioni su temi svariati, dal riscaldamento globale al terrorismo, dal declino dei media al significato della vita, della morte e dell’esistenza. Una di loro, Hetty Bower, socialista e pacifista, che a 103 anni cammina ogni giorno (una delle sue passioni è il trekking) e non ha mai mancato a nessuna delle manifestazioni contro la guerra in Iraq, era presente in sala e, al dibattito seguito alla proiezione del film, ha risposto con saggezza e ironia alle domande del pubblico, consigliando a tutte le donne di mantenere viva l’armonia e di perseguire la via della verità e della riconciliazione.