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Cavalluccio a Trafalgar Square

Golden Boy

170 anni fa, a Trafalgar Square, seguendo il progetto dell’architetto Charles Barry, oltre alla famosa colonna sormontata dalla statua di Orazio Nelson, fu piazzato, nella zona nord, un bel piedistallo, atto ad ospitare la statua equestre di Guglielmo IV, un re che di cavalli ne bazzicava pochi, visto che aveva servito a lungo nella marina come alto ammiraglio. Questa statua, avrebbe dovuto fare pendant con un altro monarca a cavallo, re Giorgio IV, visibile ancora oggi, con il mantello e i riccioli ben ordinati sulla fronte, a cavalcioni di un destriero, in posa riflessiva. Il quarto plinto, dunque, rimase nudo, fino al 1998, quando fu deciso di adibirlo a spazio espositivo per opere d’arte contemporanea, commissionate ad hoc. Dopo le forme bianche e controverse della Alison Lapper incinta, scolpite da Marc Quinn, e il Modello di Hotel (per uccelli) in vetro colorato di Thomas Schütte, da maggio 2010 a gennaio 2012, il plinto ha ospitato una gigantesca bottiglia di vetro, contenente una replica in scala della nave di Nelson (HMS Victory), realizzata da Yinka Shonibare. Da ieri, invece, un monumento equestre ha preso il posto della bottiglia.Vista da lontano, sembra una statua come tutte quelle del suo genere: un cavaliere rampante, che saluta, con nobile gesto della mano a mezz’aria. Tuttavia, la nuova statua, soprannominata Golden Boy, è un’alternativa alle cose già viste. Raffigura, infatti, un fanciullo in groppa ad un cavallo a dondolo, e gli artisti che l’hanno realizzata (Michael Elmgreen e Ingar Dragset), hanno tenuto a precisare che, al contrario degli illustri monumenti della piazza, vuole celebrare spensieratamente la pace e il futuro.

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Casa Dolce Casa…

RIBA Library Photographs Collection

© RIBA Library Photographs Collection

Sembra che le case inglesi siano quelle con le stanze più piccole d’Europa, e, nonostante il fioccare di palazzi e palazzoni nuovissimi, a discapito di strade vittoriane ed edifici vetusti, più facili da demolire che da restaurare, la percentuale di crescita edilizia dal dopoguerra ad oggi è comunque bassa. Gli architetti postmoderni, con la passione per il cemento e per strutture falliche che si rincorrono da un capo all’altro del tessuto urbano, obliterando la vista e cancellando realtà consolidate, nonché la caduta degli standards e la nuova parola d’ordine, “regeneration”, hanno contribuito a modificare i connotati di interi quartieri di Londra e di altre città del Regno Unito. Tuttavia, la casa è il luogo dove gli inglesi passano molto tempo, nonostante lunghe ore di lavoro, viaggi sui mezzi pubblici e sedute al pub. Ed è alla casa, dall’epoca georgiana ad oggi, che il Royal Institute of British Architects (RIBA) dedica una bella mostra gratuita.
“A Place to Call Home” passa in rassegna trecento anni di design edilizio, partendo da esempi eccelsi del XVIII secolo, quali la Banqueting House a Londra e la West Cliff Terrace a Brighton, passando per gli appartamenti del 1943 dotati di mini cucine, per proseguire con disparati esperimenti moderni, come la piacevole Keeling House di Bethnal Green o discutibili file di case senza camino nella periferia di Corby. Si evince che gli ingredienti base dell’architettura Regency, grandi finestre che scandiscono ritmicamente le facciate in mattoni, balconcini di ferro battuto, bianchi pilastrini e modanature, sono elementi di successo, che vanno a ripetersi, con opportune varianti, fino alla Seconda Guerra Mondiale. Poi, tutto cambia. Le donne iniziano a lavorare e una mini cucina con i componenti in linea, quasi una catena di montaggio, è preferibile a vasti spazi vittoriani. Le voragini lasciate dalle bombe del Blitz e la richiesta impellente di unità abitative, spinge gli architetti a rivisitare interi quartieri, spazzando via gli ultimi lacerti di casette post rivoluzione industriale, e proponendo soluzioni imponenti, con muri di cemento, alti soffitti, e finestre da cui guardare giù in strada.
La mostra al RIBA, curata da Sarah Beeny, presentatrice tv ed esperta del mercato immobiliare, è ricca di disegni, piante e fotografie, resterà aperta al pubblico fino al 17 aprile e sarà accompagnata da una fitta serie di eventi, conferenze e proiezioni di film-documentari.

“A Place to Call Home”
RIBA, 66 Portland Place,
W1B 1AD, Londra
Orario: dal lunedì al sabato, dalle 10.00 alle 17.00.
Info: +44 (0)20 7307 3888

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Il film di San Valentino 2012

accadde una notte di Frank Capra

Per restare in tema di baffetti impomatati e tirabaci del post precedente, oggi, San Valentino, la tradizione di proiettare un classico del cinema sulla flytower del  National Theatre sarà rispettata, a dispetto del clima, e la scelta quest’anno è caduta sulla commedia romantica ‘Accadde una notte‘ (1934), di Frank Capra, con Clark Gable e Claudette Colbert. Il National Theatre consiglia ai partecipanti di portare una coperta e qualcosa di morbido su cui sedere (il cemento gelato non è proprio il massimo). Lo show è all’aperto ed è gratuito, e si vede meglio dal secondo piano della Baylis Terrace. Il bar vicino alla terrazza sarà aperto e servirà prosecco, cioccolata e dolcetti turchi. Il film, vincitore di cinque premi oscar, narra le vicende in chiave ironica di  Ellie Andrews (Claudette Colbert), una viziata ereditiera in fuga, costretta a toccare con mano le miserie della Depressione in un rocambolesco viaggio in pullman e finalmente vittima del fascino burbero del giornalista Peter Warne (Clark Gable).

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The Artist sbanca ai Bafta

the artist

Non è una sorpresa che in questo inizio 2012 segnato da recessione e pessimismi, un’idea brillante come The Artist continui a mietere premi e consensi. Il film, piacevole e leggero, per certi tratti irresistibile, elogio di un cinema monocromo e silenzioso nell’era del surround sound e del 3D, continua a guadagnare inesorabilmente terreno verso gli Academy Awards. Ieri, la pellicola di Michel Hazanavicius si è portata a casa ben sette premi Bafta, l’equivalente britannico degli oscar, come miglior film, miglior regista, miglior sceneggiatura originale,  miglior musica, miglior cinematografia e migliori costumi, nonché miglior attore protagonista. E’ innegabile che Jean Dujardin, assieme al fedele cagnolino Uggie, abbia regalato una performance impeccabile, nei panni del divo del muto caduto in disgrazia e salvato dall’amore. Merito del baffetto retrò, di un sorriso e di una mimica eloquenti, di galanterie fin de siecle, ma anche di una spalla canina, che  priva di voce, assurge a ruolo di grande attore co-protagonista. Il film ammalia il pubblico, nonostante l’obsoleto formato Academy standard, rifacendosi alla leggerezza di ruoli e trame in voga negli anni trenta. Un periodo, quello dell’avvento del sonoro, segnato da povertà, crolli di borse, recessioni e delinquenza e, per questo, emotivamente vicino al nostro. Non è un caso che i cappellini a cloche e gli abitini flapper di Bérénice Bejo-Peppy Miller non si rivelino molto dissimili da quelli che oggi ammiccano qua e là dalle vetrine di King’s Road o di altri templi dello shopping nel vecchio continente. Mi ha divertito molto la chiave ironica con cui The Artist affronta quello che deve essere stato un vero dramma per tanti artisti del cinema muto, incapaci di riciclarsi nel sonoro. L’avvento dei primi talkies, con il successo incredibile di The Jazz Singer (1927), diede vita ad un fenomeno globale, su le cui ali volarono alte ed audaci, persino in Europa, le trovate geniali e acusmatiche di tanti pionieri, come Fritz Lang o René Clair. Tuttavia, la lista di divi e dive uccisi dal sonoro è più lunga di quello che si crede. Basti pensare a Douglas Fairbanks, a cui Dujardin rifà il verso, o alla divina Louise Brooks. Hazanavicius ha studiato il cinema degli anni venti e trenta e si gioca molto bene le sue carte, tentando la ricostruzione di un mondo che non esiste più.  Impresa non facile, nonostante la cura maniacale dei particolari, dalle acconciature, ai vestiti, dalle automobili, agli arredi. Malgrado le citazioni di cui il film è intessuto qua e là, e che faranno la gioia del cinefilo, anche se è impossibile ricreare la magia e la vibrante carica espressiva di un mondo in cui, tra il bianco e il nero, esisteva una ricca gamma di mezzitoni, la storia di The Artist, lieve e nostalgica, mai volgare, risponde ad un desiderio del pubblico che è sempre attuale: quello di evadere per un paio d’ore dalla realtà e dagli affanni del quotidiano. Riuscire a farlo attraverso un mondo di  celluloide stilisticamente asincrono, scevro di effetti speciali e di comunicazione verbale, è meritevole di attenzione e, come nel caso dei Bafta, di premi.

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I ritratti di Lucian Freud

Lucian Freud working at night © David Dawson

‘Ho sempre voluto creare dramma nei miei quadri, è per questo che dipingo la gente. Si tratta di persone che hanno portato dramma alle immagini fin dall’inizio. I più semplici gesti umani sanno raccontare storie.’


Quando Lucian Freud morì, nel luglio scorso, tra tutte le immagini che costellavano articoli, memorie e necrologi, questa fotografia, scattata dal suo assistente di lunga data David Dawson, fu quella che mi colpì di più e che, forse, seppure in maniera teatrale e simbolica, raccontava meglio del carattere e del genio dell’artista appena scomparso. Una luce caravaggesca illumina il pittore nel suo studio e lo fa apparire come un arcere, intento a scegliere accuratamente i dardi, strumenti della sua arte. Freud è un’uomo anziano, la luce ne descrive oggettiva le linee e le grinze del corpo, proprio come lui seppe ritrarre le nudità e le forme di tanti suoi soggetti, senza scusanti né abbellimenti superflui, con una lucidità analitica a volte spietata, perché la pittura si facesse carne, e la carne rivelasse un’anima.
Sulle pareti, i pavimenti, la porta e la sedia, si assiepano con furia strisce multicolori, pastose e indurite. Freud non usava una vasta gamma di tinte, al massimo otto. Tolto il tappo ai suoi colori, non lo rimetteva. Lasciava seccare l’ultimo grumo di pittura e, per ricominciare a dipingere, picchiava il tubo contro una superficie dura, la prima che gli capitasse a tiro. Un rituale. Lungo oltre quaranta anni. Come tanti altri, quando dipingeva. La tavolozza che non veniva mai pulita, il telefono che suonava lontano giù da basso, e lui che lavorava lentamente ai suoi ritratti, in piedi, lo sguardo febbrile e indagatore su corpi in posa, la presenza silenziosa e fidata del suo levriero nella stanza. Quel levriero che oggi resta quieto, acciambellato accanto al corpo nudo dell’assistente Dawson, nell’ultima tela che Freud non è riuscito a terminare. Omaggio ad un’amicizia e ad un rapporto di lavoro leale e costante, pennellate interrotte in un quesito, destinato a restare insoddisfatto, che percorre la tela dal basso in alto, fino allo spettatore. “Portrait of the Hound” è in mostra da oggi, assieme ad oltre 100 lavori di Lucian Freud, alla National Portrait Gallery. Una vita affascinante ed intensa, raccontata in pittura, piuttosto che in forma di asettica retrospettiva biografica.

Lucian Freud's Last Painting ©David Dawson 2011

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Bicentenario

Charles Dickens by H.Watkins_ ©LondonSE4

Il 7 febbraio 1812 Charles John Huffam Dickens nasceva a Portsmouth. Gli anni della sua prima gioventù sarebbero stati segnati da numerosi traslochi (da Portsmouth a Bloomsbury, da Chatham a Camden Town, il quartiere allora più disagiato di Londra), dalla povertà, dall’onta di vedere finire in prigione suo padre per debiti, dagli studi sacrificati per un duro lavoro di dieci ore giornaliere in una fabbrica di lucido per scarpe, dove, tra l’umidità e i topi, bisognava attaccare etichette su latte ricoperte di carta bianca e blu. Poi arrivò un’eredità insperata, e il giovane Dickens salvò se stesso grazie allo studio della stenografia, che gli permise di diventare giornalista e dare sfogo alle sue doti di scrittore. Molto probabilmente, se Charles non avesse conosciuto un’adolescenza così infelice, degradata ai sordidi meandri in cui si dibattevano i poveri senza nome di una Londra nebbiosa costellata di slums, non avrebbe forse mai scritto capolavori senza tempo come Oliver Twist, David Copperfield e The Bleak House. Charles Dickens è stato il più grande ritrattista di Londra, ne ha saputo delineare angoli gotici, mercati maleodoranti, strade fangose e tutta un’umanità fatta di giovani coraggiosi, eroine virginali, avari eccentrici, anonimi impiegati, vecchi cialtroni, ricchi benefattori, fuggiaschi e mendicanti. Londra fu per Dickens tanto un vasto palcoscenico che una mitica prigione. Un dinosauro di fango e miasmi, un groviglio intimo di vicoli e stanze in affitto, affollati di vita e di umorismo.

Londra festeggia il suo più famoso scrittore con mostre e iniziative speciali.

Innanzitutto, consigliamo di recarvi al più presto a far visita alla Casa di Dickens, che oggi regalerà delle cupcakes celebrative ai primi 200 visitatori, allietando il tutto con letture e personaggi in costume. La casa museo rimarrà aperta fino al 9 aprile, poi resterà chiusa per 8 mesi, per lavori di ristrutturazione e ampliamento.
Non poteva mancare una mostra sulla Londra Vittoriana di Dickens. E’ quella multimediale in programma al Museum of London, fino al 10 giugno. Dickens era anche un appassionato di racconti macabri e fenomeni paranormali (pensate solo ai fantasmi del suo A Christmas Carol) e aveva aderito al Ghost Club, un’associazione di studi fondata nel 1862. Fino al 4 marzo, alla British Library, una mostra gratuita esplora, attraverso documenti e lettere, l’interesse che Dickens dimostrò per i fenomeni paranormali, e che confluì spesso nelle sue opere.
Al Victoria & Albert Museum, detentore di una vasta collezione di libri, documenti autografi, corrispondenze e illustrazioni, la sala 85 offre un percorso espositivo che, attraverso manoscritti originali ed edizioni a stampa, svela tutti gli sviluppi di David Copperfield, l’opera più autobiografica di Dickens. E per finire, nella sala 24 della National Portrait Gallery, potrete ammirare alcuni ritratti dello scrittore, tra cui quello realizzato dal famoso fotografo vittoriano Herbert Watkins, nonché immagini e documenti relativi a familiari, amici e contemporanei.

Happy Birthday!

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60 anni di Regno

queen elizabeth II by warhol

Il 6 febbraio 1952, re Giorgio VI, da tempo sofferente per un cancro, morì durante il sonno. Una settimana prima, aveva sfidato il parere dei medici, per andare a salutare la figlia in aeroporto. La principessa Elisabetta si trovava in Kenia, a 100 miglia da Nairobi, nel parco nazionale di Aberdare. Alloggiava in una casa costruita su un ficus gigante, parte dell’Outspan Hotel fondato dal Maggiore Eric Sherbrooke Walker. La casa sull’albero si trovava sul passaggio degli animali selvaggi alle risorse d’acqua. La principessa si rilassava dagli impegni reali e si dilettava a riprendere gli elefanti con la sua cinepresa. Essendo la località abbastanza remota, l’annuncio della morte del re impiegò qualche tempo a raggiungere Elisabetta. Non deve essere stato facile apprendere la notizia e scoprirsi regina. Jim Corbett, un cacciatore inglese, che si trovava anche lui ad Aberdare, vergò nel libro dei visitatori dell’albergo alcune righe, in tipico humour britannico: “Per la prima volta nella storia del mondo, una giovane ragazza si arrampicò su un albero da principessa e, dopo avere descritto l’esperienza come la più emozionante della sua vita,  scese dall’albero il giorno successivo per ritrovarsi Regina.”

L’anniversario dell’accessione al trono è stato salutato oggi in Hyde Park con 41 colpi di cannone, seguiti da ben 62 alla Torre di Londra. Le celebrazioni vere e proprie per il Diamond Jubilee si terranno invece in giugno, durante un lungo weekend di festeggiamenti. Nel frattempo, verranno emessi dei nuovi francobolli commemorativi e, da dopodomani, il Victoria & Albert Museum dedicherà una mostra di ritratti della sovrana, realizzati da Sir Cecil Beaton.
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Horniman Museum

Una piacevole domenica autunnale in SE4 era quello che ci voleva. Tarda colazione in un caratteristico caffe’ del quartiere, passeggiatina su Brockley Road fino alla fermata del P4, e viaggio minimo a bordo di suddetto bus fino all’Horniman Museum per visitare la mostra del momento, “Dancing for the Gods”, un’esplorazione della cultura e della musica di Bali, con tantissimi oggetti e manufatti dagli anni ’30 a oggi.

Vale la pena avventurarsi lontano dalle rotte turistiche per visitare questo museo.

Il signor Frederick John Horniman era un mercante di tè che nei suoi viaggi raccolse veramente un pò di tutto, dalle maschere africane, agli strumenti musicali, dagli animali impagliati ai fossili. Inizialmente aprì la sua casa al pubblico, ma, quando la collezione divenne troppo grande, decise di finanziare la costruzione di un museo, inaugurato nel 1901, a cui si aggiunse un secondo nucleo nel 1911.  Se per caso immaginavate un derelitto museo di quartiere, con quattro vetrinette zeppe di curiosità vittoriane, non potevate essere più fuori strada. La collezione permanente consta di ben 350.000 oggetti ripartiti in tre sezioni affascinanti: Culture del Mondo, Strumenti Musicali, Storia Naturale. E i percorsi espositivi sono assolutamente ripensati in chiave moderna. Il complesso è stato ristrutturato recentemente e comprende un giardino, una bella serra vittoriana, una biblioteca e uno degli acquari più antichi di Londra, ovviamente rinnovato e aggiornato per fornire un ambiente più consono agli animali che vi sono ospitati.

seahorse

The Horniman Museum,

100 London Road, Forest Hill,London SE23 3PQ.

Aperto tutti i giorni dalle 10.30 alle 17.30.

Ingresso GRATUITO.

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Secret Expeditions

Quando si vive in una grande citta’ la tendenza nei confronti delle attrazioni locali e dell’ampia possibilita’ di scelta sulle cose da fare e da vedere e’ generalmente quella di rimandare certe visite al domani, un domani che, a volte, sembra non arrivare mai. Forse e’ pigrizia o forse la presunzione di avere infinito tempo davanti a se’. Di positivo, c’e’ il fatto che, anche a distanza di settimane, mesi, anni, resta sempre qualcosa di nuovo da esperimentare, come un itinerario da correggere o un luogo segreto da ammirare e di cui stupirsi.
Molti londinesi d.o.c. sono perfettamente a conoscenza dell’esistenza della casa museo di Sir John Soane, collezionista e architetto, che visse a cavallo tra XVIII e XIX secolo. Pochissimi vi hanno messo piede.
La casa e’ al numero 13 di Lincoln’s Inn Fields, una delle piazze piu’ antiche di Londra, gia’ esistente in epoca Tudor.
Non si fa in tempo a varcare la soglia del vetusto edificio (l’ingresso e’ oltretutto gratuito) che si resta totalmente affascinati dal carattere unico di questa abitazione, rimasta intatta dal lontano 1837.

john soane museum - the telegraph

Un po’ casa, un po’ museo, deliziosa ed eclettica, classicheggiante ed eccentrica, la dimora trasuda creativita’, tradizione, passione per l’arte e per le antichita’ classiche. Quando le aspettative che Soane aveva riposto nei figli furono deluse, l’architetto decise di donare la casa alla nazione, disponendo che tutti potessero averne accesso.

Cosi anche io, aggirandomi tra stanze affrescate in rosso pompeiano e in quel “patent yellow” ideato da Turner, ho potuto beneficiare delle vedute del Piranesi, dei progetti di Soane realizzati e non, dei dipinti di Hogarth e Fuseli, nonche’ di innumerevoli capricci architettonici, capitelli ed antichita’ romane, sarcofagi egizi, avanzi di un medioevo dimenticato, tra specchi illusori e suggestive macchie di inchiostro sgocciolate sugli scrittoi. Dopo essere stata fagocitata all’interno di tale meraviglia, sono riemersa nella piazza inondata di luce e rumori, ma sono bastati pochi passi per raggiungere un un’oasi di tranquillita’ inaspettata.

I Lincoln’s Inn Gardens si estendono sul luogo esatto dove nel medioevo sorgevano the Inns of Court, gli ostelli per gli studenti praticanti in legge. Oggi le architetture neo-gotiche nascondono uffici e studi legali e avvocati frettolosi con i soliti incartamenti sotto il braccio attraversano le piccole corti silenziose.
Persino Dickens resto’ colpito dai chiostri puntuti e dalle finestre georgiane, tanto da lasciarne un vivido ritratto nel romanzo “The Bleak House”:

La cornacchia si dirige rapida attraverso Chancery Lane e Lincoln’s Inn Garden verso Lincoln’s Inn Fields.
Qui, in un grande edificio una volta magione di lusso, abita Mr Tulkinghorn. La casa è ora divisa in alloggi e in quei rotti frammenti della sua grandezza, si annidano gli avvocati come vermi sulle noci.
Ma rimangono ancora scalinate, anticamere e corridoi spaziosi, e anche soffitti dipinti, dove Allegoria in elmetto romano e vesti celestiali si contorce fra balaustrate, fiori, nuvole e putti dalle gambe tonde … Qui, fra le molte scatole con nomi insigni sulle etichette, abita l’avvocato Tulkinghorn, a meno che si trovi tacito e a suo agio nelle residenze di campagna dove si annoiano a morte i grandi della terra. Qui si trova oggi, tranquillo al suo tavolino. Un’ostrica della vecchia scuola che nessuno può aprire…

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Per un inizio in Technicolor…

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In questo freddo inizio di gennaio londinese, allietato da un sole inaspettato, e costellato, non tanto di concreti propositi per l’anno nuovo, quanto di speranze, mi piacerebbe suggerirvi un piccolo gioiello di arte surrealista, che potete ammirare gratuitamente fino al 31 gennaio nel mezzanine del BFI a Southbank. Per celebrare l’uscita dell’edizione restaurata della celebre pellicola di Powell and Pressburger, “The Red Shoes” [Scarpette Rosse], girata nel 1948, viene proiettato non-stop un breve film di animazione, in cui 130 suggestivi dipinti a olio, realizzati da Hein Heckroth, e montati in sequenza, richiamano la famosa scena del balletto, che nel film occupa ben 17 minuti.

Heckroth, formatosi alla Bauhaus, era emigrato in Inghilterra negli anni ’30 e qui aveva proseguito un’eccellente carriera come disegnatore di scene e costumi per teatro e cinema, collaborando anche ai bozzetti per due altri film di Powell e Pressburger, “A Matter of Life and Death” [Scala al Paradiso] e “The Black Narcissus” [Narciso Nero], entrambi girati nel 1946. Tuttavia, per “The Red Shoes” Heckroth fu nominato da Powell come disegnatore dell’intera produzione del film, il che significa che l’artista tedesco fu unico responsabile dell’ideazione visiva, inclusi i titoli, e perciò realizzò un numero infinito di schizzi e disegni, di cui ben 600 solo per il balletto. La sua vena surrealista e romantica seppe dare al film una grande atmosfera, realizzata spesso in economia e con un uso espressionistico dei colori. Per le scenografie del balletto ricorse all’impiego di materiali diversi, come cartapesta, chiffon e cellophane. Questo lavoro in grande scala non aveva precedenti e fu premiato con un Oscar alla scenografia.
“The Red Shoes” è anche uno dei film preferiti di Martin Scorsese, il quale ha avuto la chance di conoscere personalmente Powell e Pressburger e ha collezionato molte memorabilia nel tempo. Alcuni di questi tesori sono stati prestati dal regista al BFI, per allestire una piccola mostra, al piano superiore. Fino alla fine del mese si possono ammirare locandine originali, sceneggiature, lettere, fotografie e anche le famose scarpette rosse utilizzate nel film, firmate sul retro dagli attori protagonisti: Moira Shearer, Anton Walbrook, Robert Helpmann e Leonid Massine.