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Una visita al Grant Museum of Zoology di Londra

IMG_3300Il Grant Museum of Zoology, fondato nel 1828, fa parte dell’University College di Londra ed è l’unico museo zoologico universitario rimasto in città.  Si tratta di un piccolo, affascinante museo, che ospita circa 67.000 esemplari zoologici. Molti campioni sono rari o molto rari. Inoltre, ci si possono trovare esemplari ormai estinti. Il museo deriva il suo nome da Robert E. Grant (1793-1874), influente professore di Anatomia Comparata e fondatore della collezione. Questo primo nucleo andò poi ad includere esemplari posseduti e utilizzati da Thomas Huxley, biologo e filosofo inglese, convinto sostenitore delle teorie darwiniane sull’evoluzione. Date le piccole dimensioni del museo,  i campioni sono stipati ovunque, nelle belle vetrine vittoriane e anche in altre parti. La disposizione è fantasiosa, pratica e suggestiva, perche ci rimanda ad un’idea ormai obsoleta di spazio espositivo, specialmente in un momento storico in cui a prevalere è la visione  minimalista del “less is better”. Eppure, non c’è niente di più attraente di una collezione Vittoriana con tutta la sua congerie di animali impagliati, scheletri e barattoli, nonché di esemplari piuttosto curiosi, come un vaso pieno di talpe! Molte delle specie esposte, sono ormai in via di estinzione o estinte, come la Tigre della Tasmania, il Quagga, e il Dodo. IMG_3305
Parte della collezione permanente, è il Micrarium, un luogo per campioni microscopici, creato nel 2013, trasformando un vecchio magazzino in uno spazio retro-illuminato, che alloggia esteticamente i vetrini degli esemplari più piccoli della collezione. Vicino alla porta d’ingresso del museo, fa invece bella mostra di sé un’interessante collezione di modelli anatomici in vetro, ritraenti specie che erano difficili da conservare, come meduse , anemoni di mare , gasteropodi  e cefalopodi.

IMG_3306Tutti gli esemplari di questa collezione furono realizzati nel XIX secolo dai Blaschka, una famiglia di gioiellieri cechi. Leopold Blaschka e suo figlio Rodolfo realizzarono modelli anatomicamente accurati usando tecniche che non si è più riusciti a replicare e impiegando vetro colorato o vernici colorate fatte di polvere di vetro e minerali.
Anche se il museo è antico, il percorso coinvolge i visitatori secondo le tecniche più moderne, coinvolgendoli in importanti dibattiti sulla scienza e il suo ruolo nella società, e su come i musei andrebbero gestiti.

Il Grant Museum, assieme al Centre for Digital Humanities e al Centre for for Advanced Spacial Analysis della UCL, ha messo a punto “QRator”, un applicazione per gli iPad collegati agli schermi nel museo e anche per gli smart phone dei visitatori, scaricabile all’indirizzo: http://www.qrator.org
Il Grant Museum è aperto dal lunedi al sabato, dalle 13:00 alle 17:00 e l’ingresso è gratuito (ma si suggerisce di lasciare una piccola donazione).

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Ye Olde Deptford

IMG_3332Epifania di cielo sereno, spazzato dal vento e attraversato da pallidi raggi di sole; a terra pozzanghere e foglie marce, rimasugli di una nottata di pioggia. Non mi andava di tuffarmi nel caos del centro, così ho optato per una passeggiata in zona. Mi piace camminare da SE4 a SE8, percorrere stradine incanalate tra vecchie case, scoprire angoli che a bordo di un autobus sarebbero destinati a restare segreti.  A Tanners Hill vestiti e gioielli d’epoca occhieggiano dalla vetrina di un emporio, aperto occasionalmente. Più giù, un passato screpolato, fatto di vecchie case, rimesse ed un pub, sopravvive alle speculazioni edilizie. Un segno, ormai sbiadito, dipinto sul ponte della ferrovia, indica un rifugio anti-aereo. Sui crateri delle bombe sorsero orti di guerra e case popolari, muri solidi e balconi ricurvi. Alla fine della strada, resiste miracolosamente  una fila di piccoli cottages della metà del XVIII secolo. Le cassette basse ospitavano probabilmente carpentieri e altri lavoratori del vecchio cantiere navale, poi a partire dal 1830, i piani bassi delle case furono adibiti ad esercizio commerciale. Al numero 31 si trova una macelleria che sembra uscita da un racconto di Dickens. L’insegna recita: W H Wellbeloved, Butcher and Grazier, est 1829.
IMG_3333Oltre a vendere salumi, carni, pollame (e, su ordinazione, anche il coniglio, abbastanza disdegnato qui in città), Mr Wellbeloved prepara fantastiche pies ai gusti di mince and onion, steak and kidney oppure chicken and mushroom. Inoltre sono in vendita barattoli di salse (come la mint jelly o la cranberry sauce) e svariati tipi di sottaceti per accompagnare sapientemente bolliti ed arrosti. A Deptford Enrico VIII aveva istituito un cantiere navale rimasto in uso fino al 1869 e nel 1593, in una taverna da quelle parti, il drammaturgo inglese Christopher Marlowe trovò la morte, accoltellato in una rissa.
Deptford High Street è sempre animata e nelle botteghe si fanno buoni affari. Ogni mercoledì ospita un mercato popolare, in cui si trova un pò di tutto. La ruvidezza delle case e delle cose, nonche di certe facce, si mescola ad odori acri di pesce e spezie. Facce assorte guardano oltre i vetri appannati dei caffè, carpe abuliche nuotano nello spazio angusto della vetrina di un ristorante esotico, Gesù e Maria benedicono il via vai del marciapiedi, mentre avventori e negozianti si salutano e scambiano due chiacchiere, perche’ qui ci si conosce, davvero. IMG_3330Ancore appaiono disegnate per terra o esposte nei negozi, a ricordare quella vera, memento delle glorie marittime di Deptford e punto di aggregazione di allegri bevitori. Il comune di Lewisham l’ha rimossa otto mesi fa e non ha ancora deciso cosa farne, mentre gli abitanti del quartiere sono indignati e la rivogliono indietro.
Oltrepassato il ponte della ferrovia, una delle più belle chiese barocche di Londra mi appare isolata in tutto il suo splendore. St Paul’s fu progettata da Thomas Archer e realizzata tra il 1712 e il 1730. Il poeta britannico John Betjeman definì questa chiesa “a pearl at the heart of Deptford”. Archer fu una voce isolata nel panorama del barocco inglese. Seguace entusiasta delle suggestioni borrominiane, si fece promotore di uno stile avanzato, che qui a Deptford si mostra in un gioco elegante di finestre convesse, colonne tuscaniche, scalinate simmetriche e portici semicircolari, come nei migliori esempi del barocco romano.
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Napoléon vu par Abel Gance, al Royal Festival Hall di Londra

NapoleonAvevo acquistato il biglietto da mesi. Un posto di quelli buoni, in platea. Gli amici strabuzzavano gli occhi quando dicevo che sarei andata a vedere la versione restaurata del Napoléon di Abel Gance, (ben 5 ore e trenta di proiezione, con opportuni intervalli) accompagnata dalla nuova colonna sonora concepita e diretta da Carl Davis ed eseguita dalla Philarmonia Orchestra. “Un film muto? Una maratona di oltre 8 ore? No, grazie.” Persino le conoscenze cinefile più appassionate avevano gettato la spugna senza neanche pensarci un attimo, prospettandomi ore catastrofiche di immobilità oscura e tediosa. Invece, ieri ho assistito ad un evento di puro cinema, un’esperienza che nessun mezzo computerizzato potrà mai replicare. Il tempo che necessitava a far scorrere gli oltre 300 metri di pellicola, salvata dall’oblio e dalla distruzione e rimessa assieme dall’infaticabile lavoro di ricerca di Kevin Brownlow (45 anni passati in archivi e cineteche in giro per il mondo) è letteralmente volato! Persino il lauto pasto, annaffiato da un bicchier di vino, rigorosamente francese, che mi sono concessa nella pausa di 100 minuti, non ha minimamente intaccato l’entusiasmo e l’emozione di vedere questo capolavoro in tutta la sua bellezza. Negli anni passati ne avevo visto spezzoni, in remoti cineclub o arene estive. Si trattava di versioni mal ridotte, montate in maniera altrettanto pessima, proiettate ad una frequenza veloce e a scatti, concentrate in due ore e poco più, e commentate da colonne sonore discutibili. Un Napoléon che non rendeva per niente giustizia all’arte di Abel Gance, alle soluzioni modernissime e geniali della polivisione, all’accuratezza maniacale dei dettagli, al lavoro della sua troupe e alla recitazione insuperabile degli attori. Ieri, proiettato alla giusta ratio e frequenza, ripulito da graffi e polvere, arricchito da una colonna sonora rispettosa dell’epoca in cui si svolge l’azione, il film ha tenuto in pugno l’audience di coraggiosi che si era recata al Royal Festival Hall, in un crescendo emotivo, culminato nell’estensione dello schermo su cui far scorrere le panoramiche mozzafiato e le gesta eroiche della campagna d’Italia. Alla fine, la standing ovation e gli applausi, che non accennavano a spegnersi, sono stati la giusta conclusione per un vero capolavoro, restituito al suo splendore originale dalla passione di ricercatori e artisti. Una serata memorabile, e peccato davvero, per chi non c’era.

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A Londra, una mostra sui Georgiani

IMG_2824Si usa spesso menzionare l’epoca Georgiana quando ci si riferisce ad un particolare mobilio o stile architettonico inglese, ma il periodo, che comprende ben quattro re con lo stesso nome – da Giorgio I a Giorgio IV Hannover – occupa oltre un centinaio di anni (1714-1830), ed è connotato da molteplici cambiamenti sociali e culturali.
Si tratta di un’epoca di contrasti molto forti, caratterizzata da lusso sfrenato e povertà estrema, spettacoli esotici e impiccagioni pubbliche. Fu anche il periodo che vide la prima rivoluzione industriale e la nascita della civiltà dei consumi, nonché una rapida espansione demografica: la popolazione della Gran Bretagna crebbe da circa cinque milioni di persone nel 1700 a quasi nove milioni entro il 1801.
Adesso, una mostra esaustiva, che attinge alla formidabile collezione di giornali, riviste, stampe, libri, volantini e mappe della British Library, getta nuova luce sui vizi e le virtù della società georgiana, dalle mode e lo stile dei ricchi, all’inarrestabile trasformazione delle città. In Georgians Revealed, scopriamo come la Londra entro le mura, ricostruita in maniera solida e sostanziale, con le case che inglobavano lacerti romani e medievali, fosse abitata principalmente da mercanti, mentre i nobili si erano trasferiti altrove. I più poveri e i delinquenti si ammassavano subito fuori la cinta muraria, dove vigevano anarchia e dissolutezza. Le strade erano per lo più costituite da acciottolato irregolare, oppure da pavimentazioni instabili, che nei giorni di pioggia si ribaltavano schizzando fango. Camminare per strada significava incontrare sporcizia, confusione, ma anche maleducazione e violenza. Per i georgiani era all’ordine del giorno essere coinvolti in litigi e risse: i postiglioni si azzuffavano con i facchini, i bulli tormentavano i gentiluomini. Le strade erano anche molto rumorose, non solo per il frastuono dei carri sul selciato, ma anche per il gran numero di venditori ambulanti, che offrivano spilli, frutta, bevande, dolci, inchiostro, carbone… Era sicuramente più agevole, piacevole e dignitoso spostarsi in barca, e affittarne una per raggiungere Westminster. Ma la città, così rumorosa e pericolosa, era anche luogo di cultura e intrattenimento: dai teatri di Covent Garden, ai numerosi caffè, dove si discuteva di politica e attualità; dal gioco d’azzardo ai bordelli, ai giardini per incontrarsi e sfoggiare, mangiare e conversare, bere punch e poi tornare a casa, magari marciando assieme, per sicurezza. A proposito di bere, i georgiani erano tutti forti bevitori, incluse le signore. Innanzitutto di birra, e poi di porto, punch e gin. Quest’ultimo, come notoriamente ci illustrano le stampe di William Hogarth, divenne una vera e propria piaga sociale, con 10,000 esercizi londinesi in cui si vendeva segretamente o apertamente la bevanda, al prezzo modico di un penny. Durante tutto questo periodo, i prezzi del grano fluttuarono a causa di scarsi raccolti, provocando l’indigenza di molte famiglie. Si stima che una su dieci fosse al di sotto della ‘soglia di povertà’. La crescita delle città pose enormi pressioni sulla disponibilità di alloggi a basso costo. Così le baraccopoli crebbero rapidamente e le condizioni di vita in molti centri divennero inimmaginabili. Tuttavia, per molti, prendere il tè, leggere riviste, dedicarsi al giardinaggio e fare shopping divennero attività quotidiane ed ordinarie, mentre i ricchi passavano il tempo a spendere in maniera vistosa, abbigliandosi con brillanti e parrucche elaborate. La mostra alla British Library riporta in vita i Georgiani come realmente sono stati, e un fitto programma di conferenze cercherà di indagarne la moda, la cucina, il giardinaggio, i gusti e le aspettative.

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Elisabetta I e il suo tempo

Elizabeth I ‘The Darnley Portrait’, unknown, c1575. Photo: National Portrait Gallery, London.L’epoca Elisabettiana, uno dei periodi più affascinanti della storia inglese, con i suoi lussi e stravaganze, i merletti e le perle, le guerre e i complotti, le scienze, il teatro, e frutti nuovi da portare in tavola, è un richiamo potente in queste giornate di autunno londinese.
Dopo la sfavillante carrellata di gemme in mostra al Museo di Londra, la passeggiata virtuale nel XVI e XVII secolo, prosegue alla National Portrait Gallery, grazie alla speciale rassegna dal titolo: Elisabeth I & Her People.
La mostra, accompagna il visitatore alla suggestiva scoperta di uno spaccato sociale, tutto giocato all’ombra e alla luce di una sovrana intelligente e accentratrice, ammantata di perle, potere e virtù semidivine, una mater sublimata, un corpo che, completamente nascosto da trine, velluti e gioielli, diviene anti-realistico e asessuato, puro simbolo di una monarchia, che è stato e religione assieme. L’influenza iconografica dei ritratti della sovrana, è innegabile quando si tratta di raffigurare nobili e gentildonne legati alla corte o investiti di incarichi importanti. Il lusso è ostentato, ma non casuale. Leggi apposite (Sumptuary Clothing Laws) regolavano in modo ferreo cosa fosse lecito indossare, a seconda della posizione sociale. Certi tipi di stoffe, colori, gemme e armi non potevano essere portati da chiunque. Solo marchese, contesse, baronesse potevano, ad esempio, indossare capi decorati con pelliccia, velluto cremisi, satin, ricami d’oro, perle. Solo i cavalieri, i nobili e i figli dei baroni e i gentiluomini al servizio della sovrana erano autorizzati a portare speroni, spade, pugnali, ganci, fibbie o guaine. Le infrazioni venivano severamente punite, con confisca dei beni e del titolo nobiliare o con condanne ancora più dure. Nei ritratti in mostra, i capelli delle donne sono raccolti in acconciature elaborate, in cui fanno capolino gemme, perle e trine dorate. I volti si appoggiano su bianche corolle di pizzi e ricami, gioielli trapuntano le ricche vesti, incastonando pietre simboliche in bottoni, catene, ciondoli e anelli d’oro e d’argento. Persino i bambini sono rivestiti dello stesso lusso intricato. La mortalità infantile era molto alta durante l’epoca elisabettiana, e i bambini della famiglia appaiono molto amati. Tra le braccia di fedeli servitori, o assistiti dai loro ricchi genitori, i bambini portano bastoncini di corallo, antesignani del ciuccio, che si pensavano protettivi contro malattie e stregonerie, oppure stringono cardellini o morbidi porcellini d’india (il primo ritratto di questo animale esotico in Inghilterra, data al 1580); altrove, piccole mani inanellate, muovono scacchi di avorio e carte variopinte.
In una Londra sovrappopolata, cuore dell’Inghilterra, e riflesso di tutte le qualità dell’era elisabettiana, si muovono figure diverse. Drammaturghi e poeti, medici, chirurghi, barbieri e speziali, banchieri, commercianti, avvocati e gioiellieri, calligrafi e artisti. In questo ambiente inebriante, alcune donne riescono a farsi notare. Esther Inglis, figlia di rifugiati ugonotti, impara dalla madre il mestiere di calligrafo, una professione permessa alle donne in Europa (si pensava addirittura che insegnare a scrivere in corsivo fosse un ottimo metodo di correzione per le fanciulle distratte e svogliate). Nel 1596, Esther aveva sposato Bartholomew Kello, funzionario del governo, e aveva potuto non solo frequentare, ma servire, sia Elisabetta I che Giacomo I.  Molti dei manoscritti pazientemente illuminati da Esther sono giunti fino a noi, e sopravvivono assieme al bel ritratto eseguito nel 1595, base per gli autoritratti con cui la Inglis amava “firmarsi”.
La maggior parte della mostra rappresenta reali, nobili e membri delle nuove ‘classi’ medie, come il macellaio Pye, l’esploratore Francis Drake, Shakespeare e il poeta John Donne. Tuttavia, una piccola sezione è dedicata anche alle classi meno abbienti e ai poveri.
Qui non ci sono ritratti, ma piccoli oggetti quotidiani. Un guantino di lana, il busto ricamato di una dama borghese (fili di lana nera al posto di quelli di seta, più costosi e, probabilmente, proibiti), gli abiti da lavoro di una marinaio, rattoppati e macchiati di catrame. Il lusso lascia spazio a bricchi e bicchieri di terracotta, o testamenti tragici, in cui si lasciano solo bocche da sfamare, che forse non raggiungeranno la maggiore età.

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Cheapside Hoard: una mostra a Londra per svelarne i misteri

9101986839_27e836b981_oNel 1912, alcuni operai, che lavoravano in una cantina nei pressi di Cheapside, fecero una scoperta sensazionale. I picconi si imbatterono in una cassetta di legno contenente circa 500 gioielli, per la maggior parte di epoca Elisabettiana. Un vero tesoro, composto da anelli, spille, collane e pendenti, cammei bizantini ed altri oggetti, tutti riccamente lavorati, con smalti e gemme dai colori smaglianti.
Gli operai, riempitisi le tasche, i fazzoletti e i berretti, corsero a cercare George Fabian Lawrence, detto “Stoney Jack”, un antiquario di Wandsworth, che pagava in contanti gli operai per farsi lasciare reperti provenienti dai cantieri londinesi. Lawrence capì subito il valore del tesoro che gli era capitato tra le mani, si adoperò all’acquisto di tutti i gioielli (per uno scellino o il prezzo di una mezza pinta) e contattò il Museo di Londra, fondato da poco, per proporre la vendita.
Quando il British Museum, il Victoria & Albert Museum e la Guildhall seppero dell’avvenuto acquisto, montarono su tutte le furie, ma decisero di lasciar correre solo quando ricevettero una parte del tesoro. Ora, tutti i gioielli, a distanza di un secolo, sono stati riuniti per una mostra straordinaria, che resterà aperta, fino al prossimo aprile, al Museo di Londra. I gioielli sono esposti assieme a vestiti e a ritratti dell’epoca e le gemme, cabochon o sfaccettate, spesso incastonate con metodi ormai difficili da replicare, provano l’estensione dei traffici commerciali dell’Inghilterra nel XVI e XVII secolo.Il tesoro include topazi dal Brasile, rubini dall’India, lapis lazuli afgani, opali ungheresi, perle arabiche.
Il pezzo forte della mostra è un sorprendente smeraldo della Colombia, della grandezza di una mela,  intagliato ad arte per includere un orologio svizzero seicentesco.
La curatrice dell’esposizione, Hazel Forsyth, ha messo in relazione il tesoro con un gioielliere del XVII secolo, tale Thomas Sympson, il quale viveva proprio a Cheapside, svolgendo anche l’attività, molto lucrativa, di falsario. Tra i gioielli, infatti, ci sono due falsi, sicuramente attribuibili a lui. Inoltre, nel tesoro, figura anche un sigillo di corniola, non molto raffinato, ma utilissimo ai fini della datazione. Il sigillo è decorato con le insegne di William Howard, creato Visconte di Stafford nel 1640, e condannato a morte per tradimento nel 1680.  Il seppellimento del tesoro di Cheapside dovrebbe essere di sicuro avvenuto tra il 1640 e  il 1666, anno del Grande Incendio che ridusse Londra ad un cumulo di macerie e tizzoni ardenti. Perché il tesoro sia stato nascosto, è un mistero. Di certo, il proprietario dei gioielli non fece mai in tempo a recuperarli, verosimilmente ucciso o fuggito durante la Guerra Civile Inglese (1642/51).

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Peregrinazioni urbane al Barbican

IMG_2670Esplorare una città come Londra, che spesso nel rincorrere il futuro, fagocita se stessa, può essere fatto in diversi modi. Attraverso film e documentari è praticamente possibile camminare in quartieri perduti, viaggiare su veicoli obsoleti, aimmergersi in attimi di vita ormai dissolti. Al Barbican, Urban Wandering Film and the London Landscape  conduce lo spettatore attraverso una stagione di film, conferenze ed escursioni che raccontano di vecchie e nuove architetture, edilizia sociale, demolizioni e psicogeografie.

Lo scrittore Iain Sinclair, ha inaugurato il programma con la proiezione del film “It always rains on Sunday”, per la regia di Robert Hamer (1947). In questo film, che ricorda il realismo francese e l’espressionismo tedesco, un sentimento nostalgico pervade le strade e gli edifici, con Hartland Road, Camden, trasformata in Coronet Grove, Bethnal Green, per esigenze di copione. Da ringhiere scheggiate al ruote di bicicletta ancora in movimento, da tende sporche a mercati vivaci, una pioggia incessante affonda sogni e speranze, mentre il contrasto del bianco e nero cattura un’altra epoca. Nel complesso si respira il desiderio intenso di fuggire le difficoltà di ogni giorno in un East End oppresso dalla povertà.

“The London knobody knows” è un altro film proiettato al Barbican, che si concentra sull’East End, e varie vicende architettoniche e urbane londinesi. Girato nel 1967 e adattato dal libro di Geoffrey Fletcher, scritto qualche anno prima,  il documentario accompagna lo spettatore in un tour particolare, alla scoperta di angoli meno noti della capitale. L’attore James Mason, guida speciale e flaneur, vaga attraverso i luoghi segreti di Londra: Chapel Market a Islington, resti vittoriani, poverissimi slums, fatiscenti sale da concerto, cantieri in fermento, e luoghi pronti a scomparire.

Molti altri film della mini-stagione al Barbican sono pieni di riferimenti letterari, passeggiate psicogeografiche, storie di immigrazione e sottoculture. Il programma è vasto, dai film cult ai corti di archivio, dal dramma muto di Anthony Asquith (“Underground”), alle nuove uscite, dagli screentalks alle ricerche approfondite di Julien Temple (“London, the modern babylon”).

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Canada House

canadahouseAgli inizi del XIX secolo, il gusto per il Neoclassicismo e, soprattutto, l’apprezzamento per l’architettura della Grecia antica, diede vita nel Regno Unito al cosiddetto Greek Revival. Uno dei leader del movimento fu Robert Smirke, architetto inglese, celebre per l’uso innovativo del cemento e della ghisa e per aver disegnato, tra i vari edifici londinesi, l’imponente facciata del British Museum. In occasione dell’annuale Open House London, evento che, nello spazio di un fine settimana, apre gratuitamente al pubblico un migliaio di edifici, alcuni difficilmente visitabili, abbiamo esplorato un’altra celebre creazione di Smirke: Canada House.
L’edificio, che si affaccia su Trafalgar Square, fu realizzato tra il 1824 ed il 1827. Originariamente, ospitava il Royal College of Physicians e The Union Club, uno dei primi circoli per gentiluomini, fondato nel 1805, e di cui fecero parte il Duca di Wellington e Charles Dickens. Oggi, il doppio edificio ospita gli uffici dell’Alta Commissione per il Canada, insediatisi qui a partire dal 1925.
Gli interni neoclassici di Canada House sono sobri ed opulenti allo stesso tempo. Alle decorazioni originali, furono aggiunti nel tempo alcuni dettagli, come le foglie dorate di acero (simbolo del Canada). La bella scala conduce a quella che in origine era la stanza utilizzata dai membri dell’Union Club per il gioco d’azzardo. Il simbolo del club è ancora visibile sul caminetto. La stanza, è riccamente decorata da specchi e stucchi dorati sul soffitto, da cui pende anche un magnifico lampadario di cristallo. L’arredamento è completato da mobili antichi, un dipinto raffigurante re Giorgio III e un tappeto di imponenti dimensioni. Incomparabile, poi, la vista su Trafalgar Square.
Dal piano terra, invece, si raggiungono i locali del Royal College of Physicians, ottenuti dall’Alta Commissione nel 1963, per espandere i suoi uffici sul lato ovest di Trafalgar Square. L’unione dei due blocchi ha permesso la creazione di una vasta sala per conferenze ed eventi, con il conseguente spostamento di uno dei caminetti dell’Union Club nell’ala originariamente occupata dal RCP.
Canada House è un edificio di rappresentanza, utilizzato per eventi speciali, convegni, ricevimenti, conferenze e pranzi. La Canada House Gallery mette in scena mostre di arte contemporanea e così, alla fine della visita, abbiamo potuto ammirare una piacevole rassegna di opere realizzate da artisti inuit.

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Il rientro

Londonbridge©LondonSE4Mattina, ore 7.55, al solito binario l’orologio sotto la pensilina scandisce i secondi.  Ore 8.04, passa il treno per Cannon Street, pieno di pendolari che leggono un libro o un giornale, assonnati, con la fronte sul vetro, e le sensazioni attutite, annodate ad un ipod. Ore 8.15, a London Bridge le porte si aprono e rigurgitano una fiumana di gente, che brulicante si riversa al binario 6, giusto in tempo per la coincidenza. Voci meccaniche riempiono l’aria del mattino, orari, fermate, divieti. Sfilano pinnacoli di vetro, uffici ancora semideserti, tralicci, il fiume. Si arriva al capolinea e ci si confonde in una miriade di gonne svolazzanti, tailleurs, giacche e cravatte, pesanti 24 ore, il contapassi legato alla cintura, i dreadlocks avviluppati dentro un berretto di lana. Tutti corrono, tutti si affrettano. Bisogna mettersi in fila per superare i varchi, però ce n’è uno che non legge la Oyster Card; forse si fa ancora in tempo a raccattare un giornale gratis. Qualcuno, prima di seppellirsi in ufficio, passa per il parco, ancora umido della notte, con le anatre che dormono accanto al laghetto. Impiegati sportivi ed ecologisti evitano il treno e pedalano con i vestiti buoni dentro a uno zainetto. Un lombrico fatto di taxi sosta al semaforo, gli impiegati attraversano il ponte senza un attimo da perdere, i giardinieri tolgono con calma i fiori secchi dalle aiuole. Il poliziotto al cancello, la fila per il bancomat, un cappuccino annacquato in un bicchiere di cartone, la tipa che fa jogging, i giapponesi stipati nei bus turistici, la filodiffusione in portineria, dalla cucina frittura e odore di caffe’, per fortuna non piove… Ecco, si inizia…

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A Londra, il Barts Pathology Museum apre al pubblico per una mostra di arte anatomica

bartsL’ospedale di St Bartholomew si trova a Smithfield ed è il più antico di Londra, essendo stato fondato nel 1123. Nei secoli, tanta storia lo ha attraversato e, nel 1886,  Arthur Conan Doyle lo ha usato come ambientazione per il primo incontro tra Sherlock Holmes e il dottor Watson.
All’interno dell’ospedale, si trova un illustre Museo di Patologia, che ospita ben 5000 esemplari medici (alcuni dei quali sono accessibili online). Il museo è un edificio storico di II° grado, e, pur essendo stato inaugurato nel 1879, conserva campioni più antichi. La collezione fu organizzata dal chirurgo e patologo vittoriano James Paget, famoso per aver identificato la malattia ossea che prende il suo nome. L’architetto Edward I’Anson si occupò della progettazione del museo, inaugurato, nel 1879,  dal re Edoardo VII. L’ambiente ha un pavimento in parquet ed è suddiviso in 3 livelli da mezzanini, collegati tra loro da una bella scala a chiocciola. La luce proviene, nelle ore diurne, da un tetto a lucernaio.
Gli scaffali ospitano vasi patologici relativi a tutte le aree di anatomia e fisiologia, dalle malattie cardiovascolari, all’ ostetricia e ginecologia, dalle affezioni respiratorie all’oncologia, fino alla medicina legale. È qui che si conserva il cranio di John Bellingham, impiccato e anatomizzato per essersi macchiato dell’unico assassinio di un primo ministro britannico (Spencer Perceval nel 1812).
La collezione è stata chiusa al pubblico negli anni 70, ma, di tanto in tanto, il museo riapre per seminari ed eventi speciali. Durante la sua residenza al Barts l’artista Geoffrey Harrison ha realizzato 25 dipinti, che sono ora esposti in una mostra. Ispirandosi ai preparati anatomici, patologici e medico-legali ospitati nel museo, le opere reinterpretano i modelli, secondo un approccio che ne vede le forme trasformate o accresciute in maniera spontanea o simmetrica. La rappresentazione della materia anatomica, del corpo e delle sue parti si ispira al vocabolario e alle tecniche di illustrazione medica, assorbite da Harrison durante l’infanza (i genitori sono illustratori scientifici), e i dipinti sono esposti al fianco degli esemplari patologici, in maniera metaforica e discreta.
me.complete.you resta aperta fino al 29 agosto ed è visitabile nei giorni settimanali, dalle 14:00 alle 18:00.

© Geoffrey Harrison 2013

© Geoffrey Harrison 2013