La City di Londra è costellata di molti giardini e spazi aperti di interesse storico e naturale. Alcuni di questi giardini sono stati, in tempi antichi, parte di edifici ecclesiastici e secolari, come ad esempio le Halls delle Livery Companies. Il giardino della Hall della gilda dei Barbieri e Chirurghi si ispira ad uno precedente, creato dall’erborista John Gerrard nel XVII secolo. Alla fine del XIX secolo, molti cimiteri in disuso sono stati aperti al pubblico, ed oggi rappresentano un terzo di tutti gli spazi aperti della città. A seguito della Seconda Guerra Mondiale, altri giardini furono costruiti tra le rovine ed i siti bombardati, come Cleary Gardens e Christchurch Greyfriars. Sconosciuti alla maggior parte delle persone, esistono anche molti cortili nascosti, ornati di alberi protetti, come il Platano, il Frassino ed il Tiglio. L’autunno può essere davvero piacevole nello Square Mile, grazie al calore ed ai colori di piante autoctone e straniere. Ce ne sono di oltre 140 specie diverse. Molti di questi giardini non rappresentano solo un’oasi di tranquillità e bellezza, ma sono anche in grado di supportare la fauna selvatica. Uno degli spettacoli più sorprendenti è l’acero giapponese nel cortile della chiesa di St Vedast alias Foster. È possibile accedere a questo tranquillo, piccolo giardino attraverso un vicolo, posto sul lato della chiesa. Vi si possono ammirare non solo piante, ma anche alcuni pezzi di storia inseriti nei muri perimetrali: una porzione di mosaico romano, trovato nel 1880, durante la demolizione di San Matthew Friday Street ed una tavoletta del IX secolo a.C. proveniente da una Ziggurat dell’Iraq e donata dall’archeologo Sir Max Mallowan (il marito di Agatha Christie) al rettore della chiesa, Edward Mortlock. Questo giardino è stato anche il vincitore del premio d’argento nell’ultimo concorso City in Bloom, organizzata da Friends of City Gardens e supportata da City Gardens e City of London Corporation. Più lontano, ma sempre a due passi dalla Cattedrale di St Paul’s, la corte appartata in Wardrobe Place, è tutta gialla e oro. Le case risalgono principalmente alla prima metà del XVIII secolo ed il nome di questo spazio appartato è un ricordo del King’s Wardrobe, che si trovava qui fino al Grande Incendio di Londra. Non più ricostruito, il giardino originale fu adibito a cortile e oggi conserva un vetusto platano. Introdotto nel XVII secolo da John Tradescant, questa specie si è rivelata molto resistente all’inquinamento ed è stata piantata praticamente ovunque a Londra, durante la rivoluzione industriale, tanto che i platani sono comunemente noti come The London Tree.
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Glass Therapy: la fiera dei maestri vetrai a Londra
Continuano le mie visite ai palazzi delle gilde di mestiere della City di Londra. Questa volta, è toccato a Glaziers’ Hall, in occasione della seconda edizione della Glaziers’ Art Fair, una mostra sull’arte del vetro, a cui hanno partecipato oltre 50 espositori. La Worshipful Company of Glaziers and Painters of Glass esiste dal 1328. La Hall originale di questa gilda fu distrutta dal Grande Incendio del 1666 e, dopo quasi due secoli di peregrinazioni, si trasferì nella sede attuale, un edificio regency, costruito nel 1808 sul lato meridionale del London Bridge. La gilda, che è l’unica ad avere una sede a sud del Tamigi, si occupa ancora della conservazione delle vetrate d’arte e promuove le competenze necessarie per la produzione di vetro colorato o dipinto. Visitando la mostra per puro interesse e piacere personale, ho avuto occasione di conoscere valenti artisti, che mi hanno spiegato il loro lavoro, ed illustrato i loro progetti passati e futuri. In mostra c’erano maestri vetrai affermati, come Adam Aaronson, artefice, assieme a Mary Branson, della scultura in vetro “New Dawn“, che umilmente ci ha mostrato i segreti della sua arte. Le motivazioni per avvicinarsi a quest’arte affascinante, sono molteplici. C’è chi è vetraio da generazioni, e da padre in figlio cambia lo stile, ma non la bravura e la ricerca costante, o chi si è formato, invece, da autodidatta, come Louise Truslow, e realizza bellissimi manufatti riutilizzando e riciclando materiali di scarto. Nathalie Hildegarde Liege, designer e artista di vetrate architettoniche, esegue bellissimi lavori per chiese, ospedali ed edifici privati. Carolyn Barlow, mi ha raccontato di aver avuto una folgorazione durante il proprio percorso artistico, scoprendo, tramite un workshop di un paio di giorni, le potenzialità del colore e la luminosità e trasparenza del vetro. E’ stato l’inizio di una passione fortissima, con cui quest’artista racconta la natura della campagna scozzese, tra vetrate e pezzi di vetro fuso.
La fiera non si incentrava esclusivamente sul vetro, ma c’erano anche maestri ceramisti e artisti specializzati in altri media. Hitomi Sugimoto, dal Giappone, artista ed insegnante di ceramica, insieme ad altri ha ricevuto il supporto della Great Britain Sasakawa Foundation e nelle sue creazioni, delicate ed ironiche, vuol regalare momenti di felicità ed allegria.
Per finire, il pezzo forte, forse, di quest’edizione: il progetto Roots of Knowledge, di Holdman Studios. Si tratta di un’operazione artistica e culturale che ha preso lo spazio di ben dodici anni e che, nel 2018, andrà a collocarsi nella biblioteca della Utah Valley University. Il capolavoro consta di 80 pannelli, che raccontano, mediante 60.000 pezzi tra vetro fuso o dipinto, con inserti di corallo, legno fossile e monete, la storia dell’evoluzione spirituale e culturale del genere umano e del progresso della conoscenza, dalla preistoria ai nostri giorni. Una cappella sistina di vetro, si potrebbe dire, che ha visto la partecipazione di numerosi artisti e in cui, ogni pezzo di vetro, è stato lavorato individualmente, e, per questo, possiede una sua rilevanza estetica e simbolica.
Al di là delle apparenze: Caravaggio e seguaci in mostra a Londra

Caravaggio: Cattura di Cristo, 1602. The National Gallery of Ireland, Dublin.
Se, nelle prossime settimane, andrete alla National Gallery solo per Caravaggio, resterete delusi. Non bisogna infatti farsi trarre in inganno da una frettolosa occhiata al titolo della mostra di quest’autunno: ‘Beyond Caravaggio’. L’esposizione londinese, tramite opere della collezione, unite a prestiti tutti da musei britannici, con qualche tela proveniente dagli Stati Uniti, vuole mettere in luce l’eredità caravaggesca e l’effetto che i quadri del maestro ebbero su contemporanei e seguaci.
Le tele di Caravaggio qui sono poche, ma significative, e, come astri brillanti, aiutano a navigare attraverso l’esposizione, indicando i punti salienti del nuovo stile: il chiaroscuro altamente drammatico, l’alternanza del rosso e del nero, il realismo dei soggetti, spesso ritratti dal vero, il taglio della composizione, gli agganci sensuali (nature morte, stoffe, monili…), con cui attrarre lo sguardo dello spettatore fino al centro della storia.
L’arte di Caravaggio suscitò un’impressione immediata. Ne scorgiamo il riverbero sul circolo di pittori e amici che gli gravitavano intorno e che popolavano e dipingevano negli nella Roma del primo Seicento: Francesco ‘Cecco’ Boneri, Giovanni Antonio Galli detto ‘lo Spadarino’, ed Orazio Gentileschi. La figlia di quest’ultimo, Artemisia, durante il processo per stupro intentato ad un altro pittore della cerchia romana, il paesaggista Agostino Tassi, ricorderà la consuetudine con cui il padre e Caravaggio si frequentavano, prestandosi spesso strumenti di bottega. Artemisia Gentileschi berrà il caravaggismo dal calice dell’insegnamento paterno, ma le sue storie saranno più realiste ed impetuose.
Una Roma di contraddizioni trasuda dalle pennellate di questi artisti: una città opulenta, ricca di commissioni importanti, ma anche un tessuto urbano popolato da straccioni, mendicanti, pellegrini dai piedi sporchi, e uomini violenti, dediti al gioco d’azzardo, alle ruberie, al coltello facile, ai bagordi in osteria.

Giovanni Antonio Galli, detto ‘lo Spadarino’: Cristo mostra le sue ferite, 1625-35. Perth Museum & Art Gallery
E’ in questo mondo di contrasti che si muove Caravaggio, figlio di un’epoca che offre paradisi sensuali ed inferni senza redenzione. Si attraversano le sale della mostra come se si percorressero quei vicoli, dove i musici rallegravano gli avventori di taverne spoglie, punteggiate di tavolacci apparecchiati da forme di pane e coltelli affilati, bicchieri di vino e sudicie carte da gioco. Le vanitas sono fatte di lucernari che illuminano frutti ammaccati, formaggi, strumenti musicali e fiasche svuotate.
Il Paradiso è meno lontano, per quest’umanità dei bassifondi, se Cristo è un giovane popolano, che dischiude il costato, in un bagno di luce bianca, terrena e divina insieme. Il male è triviale, e passa per il bacio accennato di un Giuda gradasso, le lumeggiature fredde di un cimiero, lo sguardo del pittore che si autoritrae, testimone dell’ennesima infamia.
Poi Caravaggio muore, solo, braccato, tormentato e febbricitante, sulle rive di un villaggio di pescatori, e si moltiplicano le imitazioni della sua arte, fino a valicare i confini dell’Italia.

Georges de La Tour: Il Baro dell’Asso di fiori (dettaglio), 1630-34. Kimbell Art Museum, Forth Worth, Texas
Al nord, i dipinti di francesi e fiamminghi sono meno drammatici, meno sanguigni, più meditativi. Le candele rischiarano le fredde notti, in cui dame e cavalieri barano al gioco, letterati tengono lezioni di filosofia, vecchie serve rugose si fanno strada nell’oscurità. L’esempio del maestro viene assimilato e reinterpretato in chiave meno ispirata, tramutandosi in affascinante esercizio di stile.
La vena si prosciugherà presto, cedendo il passo a nuove scuole e nuovi modelli.
Una mostra da vedere, senza preconcetti e senza aspettative, lasciandosi catturare dai contrasti, immaginandosi viandanti nelle ombre e visioni effimere di un Seicento verace ed emozionale.
Fish Harvest Festival
Nel folklore inglese, feste e cerimonie di ringraziamento per il raccolto andato a buon fine, si celebrano fin dai tempi pagani. L’Harvest Festival, divenuto una festa cristiana, si svolge tradizionalmente nella domenica di luna piena più vicina all’equinozio d’autunno. Di solito le celebrazioni, oltre a prevedere inni e preghiere, includono meravigliose composizioni di frutta e cibo. A Londra, nella chiesa di St-Mary-at-Hill, il Festival del Ringraziamento, celebra la raccolta dei frutti del mare ed il lavoro di facchini e pescivendoli del mercato di Billingsgate, che fu al centro del commercio del pesce per secoli. Il mercato, dal 1982, si è trasferito in una struttura più moderna e funzionale, ad Isle of Dogs, vicino Canary Wharf, mentre la vecchia sede è stata trasformata in un centro per conferenze, mostre e congressi. Ogni anno, però, la seconda domenica di ottobre, i facchini ed i pescivendoli tornano a St-Mary-at-Hill per celebrare il tradizionale “Harvest of the Sea”. E’ uno spettacolo unico: l’atrio della bella chiesa, progettata da Sir Christopher Wren, viene decorato con reti da pesca, conchiglie ed un quantitativo spettacolare di pesci e frutti di mare, freschissimi e sistemati ad arte su un letto di ghiaccio. La composizione resta in mostra per tutta la durata del servizio, in cui alle preghiere della congregazione, si mescolano poesie, musiche tradizionali dedicate alla pesca, ed effluvi di salsedine. Alla fine della festa, il pesce viene raccolto e donato al Queen Victoria Seamen Rest, un’istituzione benefica che offre alloggio ad ex marinai mercantili, membri della Royal Navy e uomini senza fissa dimora di diversa estrazione sociale.
L’eccentrico ritratto di Hester Thrale Piozzi
In una delle mie recenti visite alla National Portrait Gallery, sono rimasta colpita da un ritratto di modeste dimensioni, in cui la gentildonna sembra indossare degli abiti ed accessori lievemente diversi dal solito. Il rouge alle guance, la cuffia, i pizzi, la cromia dell’abito non costituiscono certo una novità nella moda femminile della fine del XVIII secolo, eppure qualcosa rende la dama particolare. La didascalia del quadro ne spiega la presenza: Hester Lynch Piozzi (nata Salusbury, poi Thrale), scrittrice ed amica del Dr Johnson. Il ritratto fu dipinto nel 1785-1786 da un pittore italiano, rimasto sconosciuto.
Hester fu una scrittrice assai prolifica e versatile. Produsse una biografia di Samuel Johnson in forma aneddotica, che andò esaurita nel primo giorno di pubblicazione, ed in seguito, pubblicò la corrispondenza privata (oltre trecento missive) che aveva scambiato con l’illustre letterato. Inoltre, nel 1789, diede alle stampe un vivace resoconto del suo Grand Tour, proprio quello in cui si trovava impegnata quando decise di posare per il ritratto. E’ la stessa Hester ad ammettere che la sua mise appare alquanto originale. Questo perché il vestito da viaggio era stato acquistato a Roma, il velo e la camicia a Napoli, il pizzo a Genova ed il resto dell’abbigliamento in Inghilterra. Il Grand Tour era stato un viaggio di scoperta ed istruzione, per lei, ma anche una luna di miele di due anni e mezzo, in compagnia del secondo marito, il musicista italiano Gabriele Piozzi.
Questa unione aveva creato un certo scandalo a Londra ed era stata vivamente disapprovata dagli amici e dalla primogenita di Hester, nonché dallo stesso Dr Johnson, con il quale si interruppe un rapporto di familiarità e collaborazione professionale, durato oltre sedici anni. Per una gentildonna come Hester era sconveniente il matrimonio con un emigrato Italiano, per niente nobile e, per giunta, cattolico. Inoltre risposarsi a 43 anni, per amore, appariva davvero un colpo di testa. Il primo matrimonio di Hester era durato un ventennio e lo sposo, il ricco borghese Henry Thrale, proprietario di una fabbrica di birra, le era stato caldamente proposto, e, in un certo senso, imposto, dallo zio e da sua madre, preoccupati entrambi per le sorti di una fanciulla piacevole, intelligente ed educata, ma povera di mezzi. Fu un matrimonio di interessi, costellato da tredici gravidanze (solo quattro figli sopravvissero all’età adulta), punteggiato di preoccupazioni, lutti e dispiaceri, tuttavia portato avanti con rispettabilità e lealtà. Nella casa di Streatham Park, Hester aveva assunto il ruolo di ospite impareggiabile ed aveva raccolto attorno a sé un nutrito gruppo di artisti e letterati, attratti dal magnetismo di Johnson ed intrigati dalle capacità poetiche e letterarie della padrona di casa, che traduceva fluentemente italiano, francese e latino, e continuava a scrivere e studiare, quando non era impegnata con la prole. Henry Thrale, un uomo severo, schivo e di poche parole, accettò di buon grado queste riunioni, ed, anzi, chiese a Joshua Reynolds di dipingere alcuni ritratti degli illustri ospiti, da appendere nella sua biblioteca. Inoltre, regalò ad Hester sei volumi rilegati in pelle, che divennero “Thraliana”, dei diari in cui la scrittrice raccolse avvenimenti privati, ma anche commenti ed osservazioni dei personaggi che frequentavano la sua tavola per il tè o la cena, e che servirono come base per gli aneddoti sulla vita di Samuel Johnson. Questi diari, e le “Osservazioni e riflessioni nate nel corso di un viaggio attraverso la Francia, l’Italia e la Germania”, costituiscono una vivace e sensibile narrativa, che non solo è piacevole da leggere, in quanto mette in luce usi, costumi e modi dell’ultimo trentennio del Settecento, ma risalta nel panorama letterario dell’epoca, come esempio di voce originale e tutta al femminile. Va da sé che Hester, durante il soggiorno italiano, non si limitò solo a fare acquisti e sedere per il ritratto della National Portrait Gallery, ma frequentò anche una cerchia di emigrati inglesi e radicali italiani, tra cui Ippolito Pindemonte, gravitando, per un certo periodo, nel gruppo di poeti sentimentali, fondato a Firenze da Robert Merry, i cosiddetti “Della Cruscans”.
Per approfondimenti su questa scrittrice, consiglio il libro di Marianna D’Ezio (che è tratto dalla sua tesi di dottorato): “Hester Thrale Piozzi: a taste for eccentricity”, pubblicato da Cambridge Scholars nel 2011.
Fiera della Lana e Sheep Drive 2016
Oggi moltissimi turisti e londinesi che si trovavano ad attraversare London Bridge, sono rimasti sorpresi nel vedere un gregge di pecore farsi largo nel traffico, sospinto gentilmente da un gruppo di personaggi in livrea. La tradizione di guidare delle pecore attraverso il ponte, è fortemente radicata nella City e risale a quando, oltre 800 anni fa, London Bridge era l’unico attraversamento del Tamigi ed il solo percorso che permetteva di raggiungere il mercato cittadino. La Freedom of the City of London era, in origine, una licenza che permetteva, a chi la possedeva, di negoziare e commerciare liberamente nella capitale, senza pagare tasse e portando con sé gli attrezzi del mestiere. I Freemen erano pertanto esenti da pedaggi quando guidavano il loro bestiame attraverso il London Bridge e questo era un privilegio economico molto prezioso in epoca medievale. Oggi, questa antica e onorevole tradizione si esercita annualmente solo per scopi benefici e l’evento è organizzato dalla Compagnia di livrea dei Lanaioli (Worshipful Company of Woolmen). Questa deriva dalla corporazione medievale che regolava il commercio della lana, che per centinaia di anni fu assai prospero e regolato da leggi reali, che imponevano di indossare berretti, foderare carrozze e addirittura bare, di pura lana inglese.
La Worshipful Company of Woolmen, oltre ad organizzare il tradizionale passaggio delle pecore attraverso il ponte, quest’anno, in collaborazione con the City Wool Alliance, ha anche allestito una piccola fiera della lana, radunando una serie di commercianti, che hanno mostrato al pubblico l’ampio uso di questa fibra naturale ed ecologica. Tra gli stand commerciali, anche quello dell’organizzazione One Hut Full, uno schema che si propone, attraverso prodotti e storie, di portare il largo pubblico a conoscenza di un’antica e rara razza di pecore del Devon, le Whiteface Dartmoor, che sono ormai ridotte a circa 1000 esemplari, contro i 72.000 del periodo d’oro del commercio della lana inglese.
Una casa del primo Settecento, a Spitalfields
Come ogni anno, l’atteso weekend di Open House London, ha spalancato i battenti di centinaia di luoghi difficilmente accessibili al pubblico: case, palazzi, edifici di culto, siti archeologici, stabilimenti ed infrastrutture.
Come ogni anno bisogna essere organizzati, strategici e flessibili, non dannarsi se gli orari o i giorni di apertura subiscono cambiamenti all’ultimo minuto o il sito internet della manifestazione si pianta. L’importante è sapere quello che si vuole e stabilire dei limiti. Quest’anno, non avendo molto tempo a disposizione, e per nulla voglia di fare delle file chilometriche o di circumnavigare la città, ho scelto di visitare degli edifici simbolo della lunga storia di immigrazione che ha caratterizzato Londra, da sempre.
Tra questi, una casa settecentesca, al n. 13 di Princelet Street.
Costruita da Edward Buckingham nel 1719, in quella che, all’epoca, era un’area prosperosa, appena fuori le mura della City, e, per questo, prediletta da immigrati, la casa fu abitata da una famiglia di Ugonotti. La popolazione di Spitalfields era costituita in gran parte da immigrati francesi, sfuggiti alle persecuzioni religiose, dopo che il protestantesimo era stato dichiarato illegale con l’Editto di Fountainebleau, nel 1685.
Gli Ugonotti avevano portato con sé molte abilità, che seppero mettere a frutto.
Erano bravi orologiai, gioiellieri, argentieri e, soprattutto, tessitori di seta. Molte delle case che ancora sopravvivono nel quartiere, fra Princelet Street, Folgate Street e Spital Square, mantengono un’aria austera e dignitosa, con le imposte alle finestre, e gli ultimi piani spesso rischiarati da lucernari, dato che un tempo servivano ad ospitare i telai.
Le sete tessute dagli Ugonotti erano ispirate alla natura e mirabilmente decorate da un intreccio di fiori, foglie e insetti. Purtroppo, questa prosperità non durò a lungo. Infatti, agli inizi del XIX secolo, l’industria del tessile entrò in crisi, e agli Ugonotti impoveriti, si aggiunsero altre ondate di immigrati, rendendo l’area sempre più povera e malsana.
Agli inizi degli anni Ottanta, Peter Lerwill comprò la casa, ormai ridotta ad un rudere, e, assieme all’architetto Julian Harrap, iniziò un attento restauro, che durò tre anni. Molte delle caratteristiche settecentesche erano state mantenute inalterate, così come la pianta originale. Gli interventi furono di tipo conservativo e tutte le modifiche necessarie a rendere la casa abitabile (riscaldamento, cavi elettrici, tubature, eccetera), furono attuate con rispetto e cura. Così i caminetti conservano ancora il rivestimento in piastrelle, bellissime e tutte diverse, ognuna con una storia da raccontare, i muri sono coperti da pannelli di legno che hanno resistito all’affronto dei secoli, e le scale seguono le diagonali di assestamento della casa. Sulle pareti, campeggiano ritratti settecenteschi e stralci di sete intessute, a memoria di chi visse in questi ambienti, secoli fa. L’abitazione, alla morte di Lerwill, fu lasciata in eredità a The Landmark Trust, un’associazione benefica che restaura edifici storici o di importanza architettonica, per adibirli a case vacanze.
13 Princess Street può ospitare fino a 6 persone. Per info: 0044(0)1628 825925.
Il pittoresco geniale di Capability Brown
Lancelot Brown, architetto di paesaggio inglese, era nato in Northumberland nel 1716 e fu apprendista giardiniere presso Sir William Lorraine. Brown si trasferì poi nel Buckinghamshire e, nel 1741, fu impiegato da Lord Cobham, in qualità di capo giardiniere a Stowe. Questo impiego, gli diede l’opportunità di lavorare con due affermati architetti: John Vanbrugh e William Kent. Con William Kent, uno dei fondatori del nuovo stile, piu’ naturale, di paesaggio, strinse un forte rapporto di amicizia e stima, cementato anche dal fatto che ne sposò la figlia Bridget, nel 1744.
Successivamente Brown esercitò l’attività di architetto di paesaggio in proprio, progettando sia case che giardini. Nel 1764, fu nominato da re Giorgio III Maestro Giardiniere di Hampton Court. La sua pratica si espanse rapidamente e lo vide spesso in giro per l’Inghilterra.
Il soprannome di ‘Capability‘ gli derivò dalla predilezione di spiegare alla clientela come la loro tenuta di campagna possedesse grandi ‘capacità’ di miglioramento.
I progetti di Capability Brown erano molto di moda, essendo una raffinatissima versione dello stile naturalistico, che aveva spazzato via quasi tutti i resti di precedenti stili formalmente a motivi geometrici.
Secondo i dettami del pittoresco, i giardini di Brown erano eleganti e confortevoli, caratterizzati da prati erbosi, che arrivavano fino alle soglie di casa, e animati da cespugli, bordure, laghetti, fiumi serpeggianti, e boschi. Lo sguardo poteva perdersi al di là del giardino e spaziare nel paesaggio circostante grazie all’espediente del ha-ha, un confine invisibile costituito da una specie di trincea, posta a sorpresa al limitare della tenuta. Simile risultato si otteneva tramite un sapiente posizionamento di specchi e corsi d’acqua non connessi tra loro, ma percepiti dallo sguardo come un tutt’uno.
La reputazione di Brown diminuì rapidamente dopo la sua morte, perché lo stile pittoresco di paesaggio non trasmetteva quel conflitto drammatico causato dalla potenza della natura selvaggia. L’ideale romantico era in conflitto con l’armonia e la quiete dei paesaggi di Brown, che mancavano dell’emozione sublime.
Criticato aspramente nel XIX secolo, lo stile paesaggistico di Brown fu via via rivalutato nel corso del XX, ed oggi l’architetto è riconosciuto come un genio dello stile di giardino inglese.
A trecento anni dalla nascita, Capability Brown è celebrato con iniziative varie, tra cui mostre, conferenze e visite guidate nei suoi famosi parchi e tenute.
Per un programma dettagliato, potete visitare la pagina: http://www.capabilitybrown.org/events
London Stone: una pietra millenaria
Le origini della London Stone sono incerte, ma si pensa fosse in origine una pietra miliare romana, con cui si indicavano le distanze dal centro di Londinium, l’insediamento commerciale romano, ad altri luoghi strategici della Britannia. Il masso era chiamato anche “pietra di Bruto”, dal leggendario eroe troiano, che l’avrebbe portata con sé fin qui e, forse, utilizzata come altare pagano. Nei secoli successivi, la pietra continuò ad essere un punto di riferimento importante nel cuore della città, non solo per ragioni geografiche. La London Stone fu infatti utilizzata di volta in volta come sito per promulgare leggi, raccogliere denaro, fare giuramenti o annunci ufficiali. Vi ci si recava anche per controllare o testare delle merci, come, ad esempio, le lenti di cattiva manifattura (che qui venivano infrante dai rappresentanti della Confraternita dei Fabbricanti di Occhiali). Se ne trova menzione in vari documenti, tra cui un manoscritto sassone del X secolo, ed è simbolo di Londra nell’Enrico VI di Shakespeare (Atto II, scena VI), quando Jack Cade, entrato a Cannon Street, batte il bastone del comando sul masso e proclama:”… E assiso qui, sulla Pietra di Londra, decreto, impongo ed ordino che, a spese delle casse comunali, la fontana di piazza del mercato getti non acqua, ma vino chiaretto per tutto il primo mio anno di regno.”
La pietra compare, con il nome di “Londinium Stonne” nella più antica mappa incisa di Londra (1559). Localizzabile più o meno nella stessa zona della mappa, dal XVII secolo, la pietra ha cambiato sede varie volte, passando, ad esempio, dalla parete sud della chiesa di St Swithin, alla Guildhall, fino, in tempi recenti, al piano stradale di un blocco di uffici, al 111 di Cannon Street, dove giaceva seminascosta e, per la maggior parte, ignorata, da una griglia di metallo.
Ultimamente l’edificio è in demolizione (per far spazio ad un nuovissino blocco di uffici, che prevede un plinto per accogliere la pietra), e così la London Stone si può osservare più da vicino, in una teca del Museum of London. Calcinata dalle fiamme del Grande Incendio, scampata al Blitz, vessata dalle intemperie e dall’inquinamento, nonché scheggiata qua e là, la pietra è un simbolo indistruttibile della storia di Londra.La leggenda, infatti, vuole che, finché la London Stone è ben protetta, il futuro della città sarà assicurato.
Campi di Lavanda vicino Londra
In queste giornate di effimera estate inglese, è possibile trovare un angolo di Provenza a meno di quindici miglia dal centro di Londra.Mayfield Lavender Farm è un campo di lavanda, che occupa una superficie di dieci ettari, nei pressi di Banstead, in Surrey. Ci si arriva comodamente in treno o in autobus, da Croydon.
Il lavandeto nasce da un’idea di Brendan e Lorna Maye, inizialmente con lo scopo di resuscitare una linea di profumi e saponette dell’azienda per cui lavoravano, Yardley of London, attiva dal 1770. Yardley ha finanziato il campo di lavanda fino al 2005, in seguito, i coniugi hanno proseguito in proprio, aprendo anche un negozio, dove vendere prodotti, dai saponi, agli oli essenziali, dai profumi alle marmellate, tutto esclusivamente a base di lavanda.
Il campo è in piena fioritura per circa dieci settimane, tra giugno e settembre, con il picco tra metà luglio e inizio agosto. La lavanda è coltivata biologicamente e le erbacce sono eliminate rigorosamente a mano.
Il lavandeto è aperto al pubblico (ingresso: una sterlina) e c’è anche un bar dove rifocillarsi, o assaggiare delizie alla lavanda prodotte dall’azienda, tra cui muffins, limonata e gelato.
Il momento migliore per la visita è di mattina presto (Mayfields apre alle 9:00), quando ci sono pochissimi visitatori e tra i cespugli si aggirano api indaffarate. Ci si può allora perdere nell’azzurro violaceo dei fiori, immersi nel loro inebriante e rasserenante profumo.
