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Addio al graphic designer dei Pink Floyd

AMomentaryLapseofReasonUn fascio arcobaleno che si sprigiona da un prisma trasparente, un uomo la cui giacca è in fiamme, un maiale in volo su Battersea Power Station, 765 letti di ferro trascinati su una spiaggia… Queste sono solo alcune delle immagini iconiche e davvero particolari, create da Storm Thorgerson in 40 anni di lavoro. Amico di infanzia dei membri fondatori dei Pink Floyd e graphic designer del gruppo, Thorgerson è morto oggi, dopo una grave malattia. Nato nel 1944, a Potters Bar, nell’Hertfordshire, Thorgerson aveva studiato Inglese e Filosofia presso l’Università di Leicester, e, poi, Cinema & TV al Royal College of Art. Thorgerson ha contribuito moltissimo alla cultura pop musicale grazie alle sue copertine, progettate per una vasta gamma di artisti, non solo i già menzionati Pink Floyd, ma anche gli Hipgnosis, alla fine degli anni ’60, i Genesis e i Led Zeppelin, e band più recenti, come The Mars Volta, Muse e Audioslave. Nel 2011, Roddy Bogaawa aveva girato un documentario sulla vita e le copertine degli album di Storm Thorgerson. Taken by  Storm – The Art of Storm Thorgerson and Hipgnosis (95 min) documenta con efficacia il processo artistico idiosincratico di Thorgerson, sottolineando come l’artista abbia sempre trasceso i vincoli del marketing commerciale, per seguire la sua visione. Grazie ad interviste con Aubrey Powell, David Gilmour e Nick Mason dei Pink Floyd, Robert Plant, Peter Gabriel, Dominic Howard dei Muse, e artisti come Sir Peter Blake e Damien Hirst, il film dimostra come Thorgerson ci abbia lasciato una potente eredità visiva, che, non solo ha segnato le vite di tanti adolescenti, tra poster e copertine di album in vinile, nei decenni scorsi, ma ancora si riflette con veemenza in tutta la cultura contemporanea.
Ricordando l’amico scomparso, David Gilmour, chitarrista e cantante dei Pink Floyd, ha affermato: “E ‘stata una forza costante nella mia vita, sia nel lavoro che nel privato… Le opere che ha creato per i Pink Floyd, dal 1968 ad oggi, sono state una parte inscindibile del nostro lavoro. Mi mancherà.”

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I Tradescant, collezionisti di piante e curiosità

"Tradescant Orchard" - Ms. Ashmole 1461, folio 23r ©Bodleian Library, University of Oxford

“Tradescant Orchard” – Ms. Ashmole 1461, folio 23r ©Bodleian Library, University of Oxford

John Tradescant (1570-1638) fu botanico, naturalista, collezionista e giardiniere per i nobili e i reali di Inghilterra. Assieme a suo figlio, John Tradescant il Giovane (1608-1662), viaggiò in lungo e in largo, per collezionare nuovi esemplari botanici con cui abbellire le tenute dei suoi mecenati: tulipani, ippocastani, larici, noccioli, tigli, platani e anche gelsi. I Tradescant ebbero il merito di introdurre un gran numero di specie di piante, sia ornamentali che da frutto (melograni, albicocchi, ciliegi), rare o sconosciute fino ad allora, e che oggi predominano nei giardini inglesi.
John Tradescant il Vecchio, ormai divenuto giardiniere di Re Carlo I, acquistò per sé 23 acri di terra, nel quartiere di Lambeth, a sud del Tamigi. Oltre a piantare più di 700 specie da giardino e un grande frutteto, costruì una casa (nota come Arca dei Tradescant) atta ad ospitare tutti gli oggetti curiosi collezionati durante i numerosi viaggi all’estero, suoi e di suo figlio: monete, armi, animali imbalsamati, vestiti, una sezione della croce di Cristo e persino la mano di una sirena (!).
L’Arca di South Lambeth, della quale, nel 1656, fu pubblicato un dettagliato catalogo, fu il primo museo inglese, e i visitatori erano ben contenti di pagare un biglietto di ingresso di sei pence, per ammirare le piante esotiche e il gabinetto di curiosità. Oggi, Tradescant Road, a Vauxhall, segna il confine della tenuta, che ormai non esiste più.

Alla loro morte, i due Tradescant, furono seppelliti nel cimitero di St-Mary-at-Lambeth, e tutt’ora riposano in una bella tomba, che fu commissionata nel 1662 dalla vedova di John il Giovane, Hester. Il sarcofago, in pietra arenaria, è abbellito da pannelli scolpiti, che raffigurano, in altorilievo, gli oggetti della collezione (flora e fauna), mentre le immagini di rovine egizie e romane, assieme al teschio con l’idra, rimandano al tema della vanitas. IMG_1428La tomba fu restaurata nel 1773 e nel 1853, con l’aggiunta di un poema celebrativo. La tomba della famiglia Tradescant è uno dei monumenti cimiteriali più importanti di Londra.
L’antica chiesa di St Mary, già menzionata nel Domesday Book, fu chiusa definitivamente al culto nel 1972. Destinato alla demolizione, l’edificio fu risparmiato, nel 1977, grazie all’intervento del  Tradescant Trust Appeal, ed è ora sede di un museo, il primo nel suo genere nel Regno Unito, totalmente dedicato alla storia del giardino.

IMG_1427La collezione del The Garden Museum è ospitata all’interno della navata di St. Mary e comprende stampe, fotografie, locandine, cataloghi e brochure, nonché attrezzi e strumenti da giardino, acquisiti alle aste o tramite donazioni, per fornire ai visitatori, anche tramite esposizioni temporanee, una panoramica esauriente sulla storia sociale del giardinaggio. La bella ed enigmatica tomba dei Tradescant è ora il fulcro di un suggestivo knot garden, un giardino di gusto rinascimentale, dalle geometrie intricate, piantato con i fiori che crescevano a Londra quattro secoli fa.

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The Fan Museum

FanMuseum©LondonSE4Passeggiando per Greenwich, al n. 12 di Croom’s Hill, vi potete imbattere in un piccolo museo, unico nel suo genere, completamente dedicato all’arte del ventaglio. The Fan Museum, ospitato in una bella casa settecentesca, conserva oltre 2000 ventagli, collezionati con entusiasmo da Helene Alexander. Nelle due sale al pian terreno, è possibile ripercorrere la storia e le tecniche di manifattura di questo singolare strumento, un tempo simbolo di femminilità, comunicazione, ritualità e stile. Già utilizzato a corte e nelle cerimonie religiose ai tempi degli Egizi, dei Greci e dei Romani, il ventaglio, come lo conosciamo noi, proviene dall’Estremo Oriente. In antichità, i Cinesi utilizzavano ventagli circolari, montati su un’impugnatura di bambù; nel VII secolo, i Giapponesi inventarono il ventaglio pieghevole, che, importato in Cina, raggiunse poi l’Europa, tramite i traffici commerciali aperti dai Portoghesi. Il ventaglio, fu introdotto alla corte di Francia da Caterina de’ Medici e divenne uno strumento funzionale ed elegante, destinato a dame della classe superiore di tutta Europa. I motivi artistici delle pagine dei ventagli, si rifacevano a dipinti noti, e le montature erano spesso d’avorio. Non conosciamo i nomi degli artisti che dipinsero la maggior parte dei ventagli tra XVII e XIX secolo, perché, la fabbricazione e la decorazione di questi oggetti, nonostante fosse regolata da apposite corporazioni, non era considerata un’arte nobile, ma una semplice manifattura, che però poteva impiegare l’intervento di quindici persone diverse, per la realizzazione di un unico esemplare.  Le sale al piano superiore del museo, sono dedicate a mostre temporanee, che permettono l’esposizione di esemplari diversi.
Fino al 12 maggio 2013, si possono ammirare dei bellissimi ventagli, per la maggior parte di manifattura inglese, francese e spagnola, creati nella prima metà dell’Ottocento.  The Fan In Europe: 1800-1850, illustra in modo affascinante, un periodo spesso trascurato nella storia del ventaglio.
In Europa, nelle prime decadi del XIX secolo, si assiste ad un cambiamento significativo nelle dimensioni e nei materiali utilizzati per i ventagli. Le Guerre Napoleoniche spopolano le botteghe artigiane e riducono la disponibilità di avorio, tartaruga e gemme preziose, inducendo i fabbricatori di ventagli all’utilizzo di elementi meno sontuosi, come stecche di osso e lustrini. I temi decorativi, però, testimoniano i gusti e le tendenze di un’epoca. Si va dai piccoli, ma elegantissimi ventagli Regency e Stile Impero ai modelli degli anni ’20, abbelliti da trine ogivali, di sapore gotico, passando dalla rappresentazione di soggetti desunti dalle opere di Rossini o ritratti dei cantanti più in voga, fino alle decorazioni romantiche dei ventagli franco-spagnoli.

Sul retro del museo, ogni martedì e sabato, è possibile, su prenotazione, accomodarsi nella suggestiva Orangery, con vista sul piccolo giardino, per gustare un tradizionale afternoon tea, accompagnato da scones, panna, marmellata e buonissime torte fatte in casa. Tra le varie attività, ogni primo sabato del mese, il museo organizza anche un corso di fabbricazione di ventagli, per riscoprire questa illustre tradizione e passare un pomeriggio all’insegna della creatività.

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Una ‘Pompei del Nord’ al centro di Londra

© Museum of London Archaeology

© Museum of London Archaeology

Le viscere di Londra nascondono segreti. Persino quando si scava in punti già indagati, le sorprese non mancano. E’ dal 43 d.C che London-Londinium fa da scenario al susseguirsi di generazioni ed eventi, stratificandosi e cambiando volto. Così, nel cuore del distretto finanziario, a pochi passi del Tamigi, mentre si scavava per fare spazio ai nuovissimi uffici della Bloomberg, le ruspe si sono imbattute nei resti del vestibolo del tempio di Mitra, già indagato dagli esperti del Museum of London, negli anni ’50. Il fango, proveniente dalle rive del fiume Walbrook (affluente del Tamigi, lungo il quale i romani decisero di fondare la città), ha permesso la conservazione di ben diecimila oggetti, tra cui mosaici, travature, steccati, monete, amuleti, ceramiche, cento frammenti di tavolette iscritte, numerose calzature e manufatti in cuoio, tutti risalenti agli anni 40 d.C. Lo scavo, si è rivelato, per puro caso, uno dei più importanti mai eseguiti a Londra, sia per la quantità di oggetti ritrovati, che per l’estensione del sito. L’indagine archeologica, condotta da una sessantina di esperti, nello spazio di tre acri, e a 12 metri di profondità dal piano stradale, ha restituito un formidabile spaccato di vita romana. Tra le miriadi di oggetti, emersi dal fango, si segnalano: un costoso amuleto d’ambra, a forma di elmo gladiatorio, una lettera d’amore incisa su una tavoletta scrittoria, una lucerna, la figurina in metallo di un toro, forse connessa al tempio mitraico, e una calzatura, modello carbatina,   perfettamente conservata. Dato l’enorme e insperato quantitativo di oggetti in materiale organico, come legno e cuoio, preservati per duemila anni dal denso fango del Walbrook, gli archeologi hanno definito il sito una “Pompei del Nord”. I resti del tempio di Mitra verranno ricostruiti sotto l’edificio Bloomberg e, assieme a vari reperti, andranno a far parte di una mostra permanente.

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Pompei ed Ercolano al British Museum

casadelbraccialedoroGrazie ad una stretta collaborazione con la Soprintendenza Archeologica di Napoli e Pompei, al British Museum si inaugura una mostra straordinaria, che, attraverso oltre 250 oggetti, frutto di scavi antichi e recenti, molti dei quali, mai usciti dall’Italia, si propone di raccontare la vita quotidiana dei romani nel 79 d.C. A differenza di altre esposizioni, tutte incentrate sulla visione catastrofica dell’eruzione e delle morti senza scampo, il progetto espositivo del British Museum ricostruisce usi e costumi degli abitanti di Pompei ed Ercolano, prima che le loro vite fossero spazzate via e tutto rimanesse sepolto nell’oblio e nella cenere, per oltre 1600 anni. La mostra, corredata da materiali audiovisivi, ha carattere immersivo: si passa  dalla strada, con le botteghe, i termopoli e le osterie, ai magnifici ambienti di una domus, con l’atrio imponente, il cubiculum nascosto, l’arioso giardino, il tablinum e persino i servizi (culina e latrina). Gli oggetti sono disposti ad hoc e così veniamo a sapere che, nelle due cittadine, dove il 10% della popolazione, di discendenza greca o sannita, era composto da nobili, mentre la gran parte degli abitanti erano schiavi o liberti, la gente spesso si fermava a mangiare fuori casa, condendo il pasto con una salsa a base di avanzi di pesce fermentato (garum), tanto in voga come oggi il nostro ketchup, venduta in speciali anforette, e pubblicizzata da panneli di mosaico. Chi si recava all’osteria, lo faceva per incontrarsi, bere, e giocare a dadi nel retrobottega. Spesso, i fumi dell’alcol infiammavano gli animi e si veniva alle mani, come ci dimostra il colorito affresco proveniente dal Thermopolium di Salvius. Le classi agiate, vivevano in case lussuose e spaziose. Molti degli oggetti in mostra, provengono dalla casa di Lucius Caecilius Iucundus, un banchiere. L’erma, di età augustea, ci riporta, in maniera veritiera ed espressiva, le fattezze dell’avo, con le rughe profonde, la verruca sul naso e lo sguardo furbo e inquisitivo. Dalla stessa casa, proviene anche un rilievo, che ci mostra come la città di Pompei fosse già stata gravemente danneggiata dal terremoto del 62 d.C. Nell’oscuro cubiculum, si possono ammirare gli affreschi erotici con cui l’argentarius Iucundus aveva abbellito il cortile e il tablinum della sua dimora. I romani non avevano tabù, il sesso faceva parte dei cicli naturali della terra e degli animali. Infatti, si adorava il dio Priapo, dal grande fallo, simbolo di fertilità, e ogni anno si celebravano i Lupercalia, in onore del dio Pan, anch’esso simbolo di fertilità, protettore di messi ed alimenti, che qui vediamo unirsi ad una capra, in una raffinata scultura, già oggetto di grande scalpore. Chi aveva le possibilità, passava il tempo circondato da suppellettili preziose. Specchi d’argento, fiale di vetro, spille per capelli in avorio, monili d’oro, recipienti in bronzo mirabilmente cesellati, vasellame pregiato. Dalla casa di Inachus e da quella delle Nozze d’Argento, provengono dei servizi, che, con le loro forme voluttuose ed eleganti, hanno conquistato anche le nostre tavole, in repliche neoclassiche e a seguire. Il vasellame d’argento, esposto al British Museum, comprende anche un bellissimo cantharus, decorato da centauri.  La filosofia dell’epoca era quella di stampo epicureo, per cui la felicità è piacere o assenza di dolore, e, poiché il tempo fugge e la morte è sempre in agguato, bisogna vivere il presente, confidando il meno possibile nel domani. Il motivo del carpe diem trapela lungo tutto il percorso espositivo. L’hortus è un luogo di ristoro e meditazione, e, la stanza adiacente al giardino, è decorata con scene di vegetazione lussureggiante, all’interno della quale orioli gialli piluccano bacche, usignoli si nascondono tra le fronde, piccioni di bosco e gazze ladre svolazzano tra i rami. L’affresco, proveniente dalla Casa del Bracciale d’Oro, è una delle più straordinarie pitture murali del mondo antico, con i colori perfettamente conservati. Anche i graffiti murali citano il poeta Lucrezio, seguace dell’epicureismo. Si è trovato l’incipit del secondo libro del De Rerum Natura (Suave mari magno), ma il carpe diem assume anche significati più basilari, come la firma degli amanti incontratisi nella notte, o sulla panca del giardino (Ephaphroditus cum Thalia hac). Più in là, nella sala da pranzo, i commensali consumavano il banchetto circondati dal lusso, dai sapori esotici di datteri, miele e lingue di fenicottero, e dal ritratto ironico della morte, anch’essa tra gli invitati, in un mosaico bianco e nero,

Quella mattina d’estate del 79 d.C. la fine piombò rapida e impietosa su Pompei ed Ercolano. L’eruzione del Vesuvio si articolò in due fasi: la prima vide la caduta di pomici bianche e grigie; la seconda alternò la fuoriuscita di nubi ardenti e colate piroclastiche. Chi fuggì terrorizzato nell’oscurità soffocante di ceneri e gas, portò con se quello che ritenne più opportuno: l’incasso della giornata, i risparmi di una vita, le chiavi di casa, una lanterna, i ferri del mestiere, i gioielli più cari, l’immagine della dea Fortuna. Alcuni si dimenticarono di sciogliere il cane, altri pensarono di essere al sicuro nelle terme o nel cubiculum della propria casa. Molti, perirono prima di riuscire a mettersi in salvo, seppelliti da ceneri e tetti crollati, o inceneriti da gas bollenti. Nelle ultime sale, la morte è un grido pietrificato, e il gesso e la resina, fissando tuniche scomposte e membra piegate dallo spasmo, raccontano gli ultimi, terribili istanti di Pompei ed Ercolano.

Life and Death in Pompeii and Herculaneum
dal 28 Marzo al 29 Settembre 2013
The British Museum
Great Russell Street, London, WC1B 3DG

Alla mostra si accompagna un fitto ciclo di conferenze, con interventi di archeologi, vulcanologi, latinisti, storici e antropologi, tra cui Mary Beard, già autrice di un documentario, proprio su Pompei (BBC 2 – 2012).

E’ anche possibile scaricare un eBook GratuitoThe Treasures of Pompeii & Herculaneum  a cura di: Mary Beard, Alastair Smart, Joanne Berry, Alex Butterworth, Ray Laurence, Bee Wilson, Tim Auld & Andrew Wallace-Hadrill

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A Londra, scoperto un cimitero della Peste Nera

 © Museum of London

© Museum of London

Per sette secoli, tredici scheletri hanno riposato indisturbati in uno dei punti più frequentati del centro di Londra. Ora, l’equipe di archeologi del Museum of London, impegnati a seguire le imprese edili che lavorano a Crossrail, progetto da 15 miliardi di sterline,  hanno scoperto i corpi sotto Charterhouse Square,  a Farringdon. I resti, erano sepolti in due file ordinate, accanto a frammenti ceramici risalenti alla metà del XIV secolo. Per gli studiosi, la disposizione degli scheletri farebbe risalire le sepolture ad un periodo iniziale della peste nera (1348), prima, cioè, che si trasformasse in una pandemia, costringendo i londinesi all’utilizzo di grandi fosse comuni. Per gli esperti, il ritrovamento è importante, in quanto, se le analisi dovessero confermare gli scheletri come vittime della peste, si potrebbe far luce anche sul morbo, responsabile della morte, tra il 1348 e il 1350, di un quarto della popolazione britannica.
Secondo le cronache del Survey of London (1598), scritte dallo storico John Stow,  in seguito alla peste (The Black Death), 50.000 corpi furono sepolti nella zona di Farringdon, che nel Medioevo era ancora “terra di nessuno”. Anche se il numero delle vittime sembra esagerato, gli esperti confidano di poter trovare molti altri corpi nelle vicinanze di quelli già scoperti. Resti accertati di vittime della peste, erano emersi nel 1980, nei pressi di East Smithfield. Il ritrovamento di Farringdon non costituisce alcun pericolo per la salute pubblica, dato che il batterio della peste si trasmette solo tra organismi viventi e non sopravvive nel terreno. Gli scheletri, non sono i primi ad essere stati scoperti durante gli scavi per Crossrail. Gli archeologi, infatti, hanno già rinvenuto più di 300 scheletri nei pressi della stazione di Liverpool Street, risalenti al XVII o XVIII secolo, e da collegarsi al cimitero dell’ospedale di “Bedlam”.
Gli scheletri di Farringdon, sono stati accuratamente scavati e trasportati al MOLA (Museum of London Archaeology) per i test. Gli scienziati sperano di mappare il DNA del batterio della peste nera ed, eventualmente, contribuire alla discussione riguardo ciò che causò l’epidemia. Circa 75 milioni di persone nel mondo, e fino al 60% della popolazione europea, perirono durante la Morte Nera,  una delle pandemie più devastanti della storia umana.

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John Snow, storico e moderno dell’Epidemiologia

John Snow ©LondonSE4John Snow (del quale, il 15 marzo, si celebra il bicentenario della nascita) fu un medico inglese all’avanguardia, tra i primi a studiare e calcolare i dosaggi per l’uso di anestetici chirurgici (fu lui a somministrare personalmente del cloroformio alla Regina Vittoria, in occasione dei suoi ultimi due parti). Inoltre, per essere riuscito ad individuare l’origine di un’epidemia di colera a Soho, nel 1854, è anche considerato uno dei padri della moderna epidemiologia. Snow fu sempre scettico nei riguardi dell’allora dominante teoria del miasma, secondo la quale, malattie come il colera o la peste bubbonica, erano causate da inquinamento o “aria nociva”. Il medico inglese, stilando una mappa dettagliata dei casi di colera intorno alla pompa dell’acqua pubblica di Broad Street (oggi Broadwick Street), aveva potuto dimostrare che la Southwark and Vauxhall Waterworks Company stava distribuendo a Soho acqua infetta, prelevata da sezioni del Tamigi inquinate da acque reflue. Nel 1855, in seguito alla sua indagine, Snow scrisse un saggio sul colera, includendovi le statistiche utilizzate per illustrare il collegamento tra la qualità dell’acqua e i casi di colera.
Da oggi, fino al 17 aprile, la London School of Hygiene & Tropical Medicine, ospita una mostra gratuita, per celebrare il lavoro di Snow nel campo delle malattie e della salute pubblica.  Documenti storici provenienti da diverse istituzioni (tra cui LSHTM, Wellcome Library, Museum of London e i Metropolitan Archives), vengono esposti per la prima volta, a fianco di opere d’arte contemporanea, commissionate ad hoc, in un interessante percorso, volto a far luce su come la morte e la malattia siano state registrate nei secoli, e come, l’applicazione della cartografia, abbia sostenuto la necessità di comprendere le epidemie in maniera scientifica. La mostra è accompagnata da un fitto programma di conferenze, eventi e proiezioni.

Inoltre, a Soho, dal 13 al 16 marzo, sarà possibile visitare il Museum of Water. I visitatori sono invitati a donare recipienti di acqua per ampliare la collezione e potranno bere un bicchiere d’acqua, proveniente dalla fonte di Broad Street(!), nel Water Bar estemporaneo. Conferenze e dibattiti giornalieri sul tema dell’acqua si avvicenderanno intorno alla vicina Memorial Pump.

Per saperne di più:

Welcome to the John Snow Society

http://www.quadernodiepidemiologia.it/epi/storia/colera.htm

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Il van Dyck ritrovato

olivia_botelerNegli ultimi anni della sua vita alla corte d’Inghilterra, l’anziano Marcus Gheeraerts il Giovane, già pittore di Elisabetta I, vide la sua fama offuscarsi, all’arrivo di un altro ritrattista fiammingo, ricco di talento, allievo di Rubens e seguace di Tiziano: Antoon Van Dyck. Il talentuoso pittore, dopo un breve soggiorno sotto il regno di Giacomo I, si trasferì stabilmente in Inghilterra, su insistenza del re Carlo I, che lo nominò baronetto e primo pittore di corte.
Van Dyck ritrasse il re e numerosi membri dell’aristocrazia, in una magnificenza di sete, perle, incarnati luminosi e fondali drammatici. Essendo cattolico, come la regina Enrichetta Maria, Van Dyck entrò a far parte di un folto gruppo di cortigiani, tutti nell’entourage della sovrana. Il pittore fu sempre benevolo nei confronti della monarca, che ritrasse moltissime volte, migliorandone i tratti e la luce del viso, grazie all’arte dei suoi pennelli. Le tele inglesi di Van Dyck sono per la maggior parte conservate alla Royal Collection e alla National Portrait Gallery, ma ve ne sono altre, pregevolissime, alla Frith Collection di New York,  con  ritratti di nobili e notabili. Tra gli amici di Van Dyck si annovera Endymion Porter, diplomatico e leale monarchico, il quale, durante la guerra civile, rimase fedele a re Carlo I, fino all’esecuzione, avvenuta nel 1645. Endymion era sposato con Olivia Boteler, figlia del Barone di Bramfield e nipote del Duca di Buckingham. Olivia era una fervente cattolica, e fu dama di compagnia della regina Enrichetta Maria.
E’ di questi giorni la notizia di un “nuovo” ritratto di Van Dyck, raffigurante proprio Olivia Boteler Porter, e rinvenuto, per caso, nei depositi del Bowes Museum, nella Contea di Durham. Considerato per lungo tempo una copia, eseguita nel XIX secolo, una volta pulito e restaurato, il dipinto è risultato, invece, essere un Van Dyck originale. Il quadro, in cui lady Olivia appare ritratta con una rosa rossa nei capelli e degli orecchini con delle grandi perle barocche, fu probabilmente dipinto poco prima della sua morte (1633) ed è stato valutato un milione di sterline.  La conferma dell’autenticità del dipinto è stata fatta sulla base dei pigmenti utilizzati e grazie all’occhio competente di uno dei massimi esperti di Van Dyck, il direttore dell’Ashmolean Museum di Oxford, Christopher Brown. Il dipinto è stato riscoperto solo quando,  fotografato nel 2008 e incluso nel database della Public Catalogue Foundation, è stato poi inserito nel sito della BBC, “Your Paintings“.

Chissà quanti altri dipinti di Grandi Maestri staranno languendo negli scantinati dei musei? Se non fosse stato pulito e restaurato, il quadro di Van Dyck, come copia ottocentesca,  sarebbe valso non piu di 5000 sterline.

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Barocci, chi era costui?

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Nel 1523, i duchi della Rovere decisero di trasferire la corte da Urbino a Pesaro, condannando la città natale di Raffaello, culla del rinascimento ‘matematico’, della prospettiva teorizzata da Piero della Francesca e delle buone maniere dei gentiluomini, elencate dal Castiglione, ad un lento, inesorabile declino. Urbino era ancora un centro raffinato, seppur periferico, quando Federico Barocci vide la luce, nel 1535. Nato in seno ad una famiglia di artisti, astronomi ed orologiai, Federico mostrò da subito grandi doti nel disegno. Ispirato da Raffaello, si recò a Roma, dove potè ammirare le opere di Michelangelo e ricevere la sua approvazione. Nella città eterna, la carriera di questo promettente artista, aderente alla Controriforma, fu assai rapida e di successo e, forse, proprio quest’ultimo gli procurò invidie e nemici. Nel corso di una scampagnata, nel 1563, il Barocci per poco non rimase ucciso dal veleno, servitogli nell’insalata. Sopravvisse all’attentato, ma la sua salute non fu più quella di prima e fu sempre tormentato da violenti dolori di stomaco. Minato nel corpo, fece ritorno ad Urbino, dove poté condurre una vita dignitosa, lavorando per ricchi committenti, ordini religiosi e il duca Francesco Maria della Rovere II. Nella tranquillità della sua città, lontano dagli intrighi e dalla competizione degli ambienti romani, Barocci disegnava e dipingeva seguendo il suo ritmo e le proprie inclinazioni.  I bellissimi disegni, studi e schizzi dal vivo, realizzati a gesso, carboncino e pastello, costituivano parte integrante del suo metodo di lavoro; ammirati dai contemporanei, furono ricercati ed apprezzati dai posteri. Nei numerosi schizzi, l’artista si soffermava sulle luci, i gesti, la composizione e le forme di piedi e mani; i dipinti giunti fino a noi, al confronto, non sono molti, ma sortiscono l’effetto desiderato, mostrando un dinamismo e una tavolozza pittorica, che fanno del Barocci  il ponte ideale tra Rinascimento e Barocco.  Una mostra imperdibile, già allestita al St Louis Art Museum, e ora approdata alla National Gallery, con l’aggiunta di opere dall’Italia, che, per la loro fragilità, non avevano potuto affrontare il viaggio oltreoceano, dà la possibilità di scoprire (o riscoprire) questa personalità proto-barocca.
Il manierismo del Barocci si risolve in accostamenti cangianti di verdi mela, rossi squillanti, rosa esuberanti, azzurri carichi e gialli acidi. Una tavolozza stupefacente, che fece proseliti e tanto ispirò gli artisti dei secoli successivi, ma che, mista all’estasi religiosa, piacque poco agli inglesi (l’unica opera ad essere custodita in una collezione pubblica del Regno Unito, è ‘La Madonna del Gatto‘, 1575, alla National Gallery).
L’arte del Barocci è fortemente emotiva, le pennellate raccontano storie che somigliano a fiabe, e i tratti di matita e pastello fanno emergere volti e forme dalla carta, come se fossero dietro uno specchio d’acqua. Le scene religiose, pur pervase da fervore ed estasi, lasciano sempre spazio ad elementi di sorprendente verismo. Mirabili, nell’Ultima Cena, le nature morte dei piatti di ceramica a lustro e il cane assetato, che lambisce l’elaborato bacile, oppure le tenaglie e la corona di spine della Deposizione, le gallinelle nel paniere, sulla soglia della Visitazione, o, ancora, il gattino acciambellato sulla sedia, nell’Annunciazione. Gli ambienti sono stanze rinascimentali, forse proprio quelle del palazzo ducale, e Urbino, con le sue torri e le colline, è sempre presente, sullo sfondo o fuori dalla finestra.

Barocci: Brilliance and Grace
alla National Gallery, fino al 19 maggio 2013

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Pasolini al BFI

Pasolini

“L’Italia sta marcendo in un benessere che è stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo.”
Pier Paolo Pasolini 1962

Il 2 novembre 1975 ero davvero molto piccola. In un negozio di elettrodomestici, dove mi trovavo con mio padre, un televisore in bianco e nero annunciava la notizia della morte violenta di Pasolini, una notizia che fece scalpore. Guardavo con il naso all’insù, senza capire, chi fosse quell’uomo. E perche’ tutti tacevano allibiti? Negli anni a venire avrei imparato a conoscere il poeta, lo scrittore, il giornalista, il regista, l’uomo geniale e profetico, che aveva saputo vedere i mali del Paese e intuire le conseguenze del consumismo, dell’inquinamento, dell’abuso dei media come strumento di potere e controllo. Dopo oltre trent’anni, ancora non si conoscono le motivazioni e i responsabili dell’omicidio di Pasolini, e non si sa se, a metterlo a tacere per sempre, fu una decisione politica, camuffata dal pretesto di una rissa. A questo riguardo, c’è sempre stato un silenzio scomodo, imbarazzato e imbarazzante, ai limiti del disinteresse. Forse perché la verità “meglio non nominarla, perché appena la nomini non c’è più…” *
Eppure, proprio dopo la sua morte, Pasolini è stato rivalutato come critico e filosofo visionario, una figura importante della letteratura e dell’arte, non solo italiana, ma europea. Tra scandalo e censura, Pasolini girava i suoi film cercando di dar vita ad un ‘cinema di poesia’, ed è proprio la sua carriera di cineasta ad essere ora celebrata al British Film Institute, con una stagione di proiezioni (film, documentari e corti) che durerà dal 1 marzo al 30 aprile.

La rassegna, la più esaustiva mai organizzata in Gran Bretagna, è stata organizzata in collaborazione con Luce Cinecittà, che ha fornito le pellicole, molte delle quali, restaurate di recente dalla Cineteca di Bologna. I temi della retrospettiva, introdotta da Tony Rayns, spaziano dal mito ai cicli storici, dalla psicoanalisi al confronto con il famigerato De Sade. La ricchezza dei filmati (alcuni dei quali rari) permetterà di esplorare, tanto l’evoluzione dell’arte di Pasolini, quanto i contesti della sua cinematografia.

Cosa sono le nuvole?, regia di Pier Paolo Pasolini, 1967