Ora che i clamori per le celebrazioni in pompa magna del Giubileo Reale si sono sopiti e nei negozi le memorabilia e le scatole di biscotti con la Union Jack o l’effige della Regina vengono venduti in saldo, penso sia il caso di parlare di un altro anniversario, che non può essere disgiunto dagli eventi di questi giorni. Esattamente 35 anni fa, durante il Silver Jubilee, i Sex Pistols salivano alla ribalta della scena britannica con il controverso singolo dal titolo “God Save The Queen”. Confezionato in un’altrettanto iconica e controversa copertina, disegnata da Jamie Reid, il 45 giri si era piazzato velocemente all’apice della classifica delle vendite, sebbene fosse stato subito bandito dalla BBC e dall’Independent Broadcasting Authority, per le liriche offensive nei confronti della sovrana (a cui si imputava di far parte di un regime fascista e di non possedere nulla di umano). Il disprezzo dissacrante per l’istituzione monarchica e per il potere in generale, creò intorno ai Sex Pistols un’atmosfera di violenza. Il gruppo decise di “festeggiare” il Giubileo affittando una barca, la Queen Elisabeth, per suonare la canzone di fronte al Parlamento, ma l’imbarcazione fu bloccata dalla polizia a metà percorso e, nel caos più totale, vennero messe le manette al manager del gruppo, Malcolm McLaren, ed altri collaboratori, tra cui Vivienne Westwood. In questi decenni, John Lydon alias Johnny Rotten, ex cantante del gruppo, e la Regina, sono praticamente coesistiti in maniera inscindibile, come la testa e la croce della stessa medaglia celebrativa. Il punk britannico fu essenzialmente il prodotto di un periodo specifico e rappresentò il sintomo di una crisi. Un movimento difficile da definire, dove ideologicamete tutti erano contro tutti (i Clash contro i Sex Pistols, Johnny Rotten contro il resto della band, i punk americani contro quelli inglesi…). Ma una cosa è certa. Dalle ceneri del punk, bruciato rapidamente e gloriosamente, nacquero molte fenici, a partire da quella New Wave, di cui si percepisce l’eco ancora oggi, in tante band giovanili. E non solo. Molte tattiche di protesta usate dagli attivisti odierni, per esempio gli “indignados” con le tende di Occupy The London Stock Exchange, sono desunte dal movimento punk degli anni ’80, mentre, in paesi come la China o la Russia, il punk è ribellione, resistenza, lotta sotterranea. Molti simboli, sono stati inglobati dalla cultura visiva odierna: la copertina del disco dei Sex Pistols è ora in una mostra di ritratti della Regina, alla National Portrait Gallery; catene, borchie e creste non hanno più la valenza scioccante di un tempo. Tuttavia, il punk come sub-cultura, è sopravvissuto scalpitante fino a noi, nonostante le molte contraddizioni che lo contraddistinguono, e questo, non a causa di una sorta di nostalgia collettiva, ma in quanto seme e sinonimo di ribellione giovanile.
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Giubileo bagnato…
Chissà se è vera la teoria dei corsi e dei ricorsi di vichiana memoria… Eppure, sessant’anni fa, nel giorno dell’incoronazione di Sua Maestà Elisabetta II, il tempo era pessimo. La settimana precedente quel lontano 2 giugno del 1953, le Isole Britanniche avevano conosciuto delle temperature estive meravigliose, ma la data della cerimonia venne funestata da atmosfere autunnali, vento freddo e pioggia. Un po’ quello che si è verificato ieri, quando una parata di mille imbarcazioni, ha percorso un tratto del Tamigi, accompagnando l’infaticabile sovrana, a bordo della Royal Barge, e dando il via ai festeggiamenti del Giubileo di Diamante. Nonostante il cielo plumbeo, la più grande parata fluviale degli ultimi 350 anni si è svolta con successo; lo spettacolo di navi storiche, pescherecci, barche a remi e persino due gondole, ricordava un famoso quadro di Canaletto, e più di un milione di persone, tra sudditi, turisti e curiosi, ha sfidato il freddo e le intemperie per far parte dell’evento. Siamo stati a Battersea Park, attrezzato con mega schermi, palchi musicali, bancarelle, tendoni da circo, una fiera del tè e delle torte, mille jubilee cakes realizzate dal Women’s Institute, la mostra gratuita di memorabilia reali alla Pump House gallery, una bandstand con musiche e balli anni cinquanta e il car boot sale con vetture d’epoca. C’erano persone che erano là dalla mattina presto, organizzatissime, con cappellini, vivande, seggiolino, ombrello, stivali di gomma, bicchieri di birra e pimms. Molti si erano truccati e travestiti per l’occasione, e le bandiere con la Union Jack sventolavano ovunque, mentre vecchi e bambini, pur di vedere la Regina passare, sfidavano l’ipotermia, tra vessilli, copricapi variopinti e trombette. Ci avevano anche dato degli ottimi periscopi usa e getta, di cartone, con i quali era possibile scrutare il fiume, anche se non si era in prima fila. E, oltre alla monarca, vestita di bianco e tempestata di swarovsky, e la Kate Middleton in abito rosso fiammante, devo ammettere che, l’hot dog del Giubileo, “one foot long”, con cipolle e ketchup, valeva da solo mezz’ora di fila nel pantano.
Il sabato del villaggio
Si respira un’aria strana, questo sabato, in SE4. C’è attesa, silenzio, bandierine, odore di barbecue e l’inconfondibile profumo dei cespugli di rose tutti fioriti. Molti sono andati via, approfittando dei 4 giorni di ferie. Non si odono macchine, sterei, bambini giocare a pallone. Chi è rimasto starà organizzandosi per la giornata di domani e quelle a venire. E’ il Giubileo di Diamante, 60 anni di regno di Elisabetta II, da festeggiare negli street parties, al pub o con amici. La sovrana campeggia dalle prime pagine dei giornali fuori dal supermarket, bimbetti si aggirano sventolando l’union jack, massaie organizzano in cucina le scorte per la scampagnata di domani. Il tempo sembra reggere, per ora. Anche se non fa più caldo come prima e ogni tanto scende qualche goccia di pioggia. Si va al Broca cafè a fare colazione. E’ quasi deserto, ma sempre accogliente, con quella congerie di mobilio raccattato, i divani con la lampada del nonno, i libri da prendere in prestito, le tazze e i piattini tutti diversi, un po’ vintage, un po’ seconda mano. Alla solita, generosa offerta, di muffins, torte e croissants, oggi si accompagnavano delle meravigliose Jubilee Cupcakes, che non avrebbero affatto sfigurato su un vassoio regale, in quel di Buckingham Palace. La tappa successiva è stata poi immergersi nei colori e negli aromi del Brockley market. Un mercato piccolo, ma soddisfacente, che si svolge ogni sabato mattina. Vi si può trovare tutto il meglio dei prodotti della campagna del Kent, dalle verdure, alla frutta, dai latticini alle carni, al pesce, per passare alle conserve, al miele, alle marmellate.
Tra le bancarelle spicca qualche nota estera accattivante (salsicce francesi, formaggi spagnoli, panini con la lingua dall’Italia) mentre l’aria si riempie dei fumi e degli aromi di gustoso take away cucinato da produttori di zona. Qua e là si intravedono mazzi dell’ultimo rabarbaro di stagione, con cui fare torte e confetture. Si gironzola e si pilucca qualcosa (la marmellata al ginger, il formaggio di capra, l’insalatina selvatica, le olive), mentre la borsa di tela si riempie di quello che necessita. Poi si va al parchetto deserto, a fare l’antipasto, prima di tornare a casa a cucinare dei Diamond Jubilee Special burger, biologici e saporiti.
Estate Inglese
Venendo da una latitudine diversa, ero abituata al concetto di estate come stagione caratterizzata da sole e caldo stabili, con picchi di temperature sopra i 30 gradi nei mesi centrali. Da quando abito in terra angla, il concetto di estate è applicabile al calendario. L’unico elemento stabile, sono le ore di luce, che, superando ogni aspettativa, regalano crepuscoli ben dopo le nove di sera. Per quanto concerne il sole e le temperature, tutto è molto incerto e instabile. Più che di estate, siamo abituati a parlare di mini estati, anzi, di mini heath waves, come le chiamano qui. Si tratta di felici (brevi) parentesi, in cui le isole britanniche beneficiano di sole e calura molto simili a quelli delle spiagge spagnole, portoghesi e italiane. Niente di estremo, al massimo si può arrivare ad una trentina di gradi. Però basta a far tirare fuori dall’armadio pantaloncini, sandali e occhiali da sole, organizzare barbecue fuori programma nel giardino di casa. C’è gente che senza scomporsi va in giro praticamente in mutande, e l’euforia da clima estivo fa dimenticare ogni minima precauzione, per cui individui dalla pelle candida restano esposti al sole senza protezione per ore, assumendo una colorazione rosa fucsia! I quartieri si animano di nonnette col cappellino, sbirrazzamenti all’aperto, signorine dai fianchi generosi vestite come in spiaggia, braciolate fumose, gelati sintetici.
Chi se lo può permettere, scappa al mare. Sabbie non ce ne sono, a parte qualche tratto di costa, quindi ci si stende sul ghiaione o si affitta una sdraio. I gabbiani svolazzano come avvoltoi, mentre le famigliole si avventano su gelati o fish and chips. Per chi resta in città, il parco è lo scenario della mini estate inglese. I bambini giocano con le fontane, gli adulti sonnecchiano all’ombra dei platani. Il parco di SE4, Hilly Fields, è la mia ‘spiaggia’ da quando abito a Londra.
Hilly Fields, fu acquistato dal London County Council e destinato a parco pubblico nel 1896, in seguito ad una campagna lanciata dalla Commons Preservation Society e volta ad assicurare uno spazio verde agli abitanti del quartiere. I residenti e i frequentatori del parco si sono anche riuniti in un’associazione, che si prende cura dell’area e organizza eventi. A Hilly Fields ho preso il sole, meditato, letto romanzi, saggi, giornali, riviste, ascoltato musica, fatto il pic nic… Sul mio asciugamano si posavano coccinelle, cadevano petali di ippocastano, il vento parlava attraverso i rami degli alberi. A volte, i giardinieri del comune arrivavano con le loro macchine falciatrici a tagliare l’erba del prato tutta intorno a me, senza minimamente chiedermi di alzarmi e/o spostarmi, e così restava un’oasi di fresca verzura e margheritine, in un vasto mare spelacchiato.
Le mini heath waves – lo si intuisce dal nome – non sono mai destinate a durare. Ben presto ritorna la pioggia, ci si rimette la giacca, le temperature scendono sotto i venti gradi. Mentre molti abbandonano la metropoli, beneficiando di un lungo weekend di vacanza per il Giubileo della Regina, la Union Jack svolazza ovunque, tra riproduzioni di corgi e corone, e la gente, preparando cupcakes, pimms e manicaretti, guarda in su, nel cielo tornato ormai grigiastro, sperando che il tempo non guasti la festa, bagnando le tavolate all’aperto e il vestito di Sua Maestà.
Barocco inglese
E’ iniziato ieri, con la magnifica esibizione di Jordi Savall e Le Concert des Nations, il Lufthansa Festival of Baroque Music. Dal 1984, ogni edizione permette agli amanti di musica antica di ascoltare composizioni barocche eseguite su strumenti d’epoca, nel cuore di Westminster. La sede principale dei concerti è la chiesa di St. John, in Smith Square, un gioiello dell’architettura barocca inglese, ambiente dall’acustica insuperabile. Mi piace arrivarci, se i cancelli sono aperti, passando per Dean’s Yard, una corte privata, facente parte dell’antico monastero di Westminster. Nascosto al traffico e alle migliaia di turisti che affollano la zona, il largo cortile incorpora alcuni edifici che, nelle versioni piu antiche, risalgono al medioevo. In fondo alla corte, l’arco a sud immette in Tufton Street, lungo la quale si può raggiungere agevolmente Smith Square.
La piazza, uno spazio contenuto e domestico, con grandi case settecentesche di mattoni rossi animate da bianche finestre a ghigliottina, sembra racchiudere a fatica la vasta chiesa quadrangolare di St John, un candido gigante fatto di scale, colonne, archi, cornici e quattro campanili di gusto borrominiano.
Le proporzioni esagerate dell’edficio, non erano piaciute a Dickens, che, nel suo ultimo romanzo (Our Mutual Friend), lo descrisse simile ad “un mostro pietrificato, spaventoso e gigantesco, steso sul dorso con le gambe in aria”. Tuttavia, la chiesa, oggi, non solo è considerata un capolavoro del barocco inglese, ma anche testamento della maestria e confidenza di Thomas Archer, unico tra i suoi contemporanei ad aver viaggiato in Italia e aver cercato di introdurre linguaggi continentali innovativi, desunti da Bernini e Borromini, nelle sobrie e lineari architetture britanniche. La passione di Archer per le superfici animate da muri concavi e convessi e frontoni spezzati, anche se inizialmente affascinò i ricchi committenti, nulla poté contro il gusto per le auliche semplicità Palladiane. Basta superare le porte della chiesa di St. John, per trovarsi in uno spazio d’avorio, quieto ed evocativo, illuminato da vetrate trasparenti e scandito da bianche colonne corinzie, su cui poggia una semplice volta a botte (ricostruita in stile, dopo che la chiesa venne pesantemente bombardata nell’ultima guerra mondiale). Candelabri fiamminghi, dai bulbi e bracci di ottone brunito, rischiarano la navata, mentre una tenda cremisi scende drammatica sul palco, scenario di virtuosismi, cambi di tempo, recitativi, che si credevano persi, e le dolci note della viola da gamba.
A Londra, una torta per la Regina
L’offerta di dolciumi e prodotti da forno, a Londra, non lascia insoddisfatti i palati più esigenti. Negli ultimi anni, si sono moltiplicate e diversificate le proposte e le golosità, spaziando da tradizionali victoria sponge a coloratissime cupcakes, passando per muffins di tutti i tipi e gli immancabili brownies al cioccolato, fino a prelibatezze d’oltremanica, come pain au chocolat, chausson pommes o italici tiramisu. Tra le varie pasticcerie, non può proprio mancare una visita a Konditor & Cook, nella storica sede di Borough Market o nelle varie succursali del centro città. Gerhard Jenne, maestro pasticcere di origine tedesca, ha pensato di creare un dolce tributo in occasione del Giubileo di Diamante della Regina. Per le celebrazioni, che avranno luogo a Battersea Park, il 3 giugno prossimo, Gerhard ha ideato un’ambizioso ritratto della sovrana, pixelato in 3.120 tortine individuali, corrispondenti al totale delle settimane di regno di Sua Maestà Elisabetta II. Per realizzare questo progetto, saranno necessarie 1000 uova, 200 panetti di burro, 150 chili di zucchero, 36 chili di marzapane e una copertura dolce in svariate colorazioni. Il ritratto finale misurerà 9 metri quadrati, ed ogni tortina individuale sarà venduta al prezzo popolare di una sterlina (una parte del ricavato delle vendite è inoltre destinato in beneficienza). Nel frattempo, è stata presentata alla stampa un’appetibile e soddisfacente versione ridotta del progetto, un ritratto di 500 tortine, fatte di Victoria sponge al limone, ricoperta di marmellata di albicocca, marzapane e glassa colorata. Si prevede che la versione finale avrà anche una cornice di torta decorata con frutta e biscotti a forma di… Diamante!
Riapre il Cutty Sark
A cinque anni dal tremendo incendio che lo colpì, mentre era già chiuso per restauro, il Cutty Sark, glorioso veliero mercantile inglese, ha finalmente riaperto al pubblico in quel di Greenwich. Con la benedizione della Regina, di rosso vestita, che lo ha ufficialmente inaugurato per la seconda volta, il clipper non appare più ormeggiato alla banchina, ma innalzato da terra mediante una struttura di acciaio e vetro verde, che ne ingloba lo scafo, sollevandolo di tre metri. Varato nel 1869 e costruito con legni diversi, dal solido tek all’olmo americano, il Cutty Sark fu inizialmente destinato a seguire la rotta delle Indie per il commercio del tè. Agile e veloce, il veliero non poté tuttavia competere con l’apertura di più sicure rotte commerciali e l’avvento dei battelli a vapore. Finì a trasportare lana dall’Australia, per circa un decennio, e poi fu ceduto ad una compagnia di navigazione portoghese, per la quale navigò in lungo e in largo con il nome di Ferreira. Salvato dallo smantellamento, grazie all’intervento di un vecchio lupo di mare in pensione, il Capitano Dowman, il Cutty Sark fu utilizzato per l’addestramento degli allievi del Collegio Navale di Greenwich. Infine, nel 1954, divenne imbarcazione-museo. Il clipper ultracentenario, sembrava perduto per sempre quando, a maggio 2007, le fiamme lo divorarono per ore. Tuttavia, molti dei materiali originali erano stati rimossi per restauro, riducendo notevolmente i danni, ma non il costo degli interventi di conservazione. La somma finale lievitò a ben 50 milioni di sterline (il doppio della stima iniziale) e molti puristi (tra cui noti architetti, storici e consumati navigatori), constatando i risultati, già hanno gridato al sacrilegio, asserendo che una barca deve appartenere all’acqua e che il Cutty Sark, nella sua nuova veste, non solo non galleggia più, ma si è trasformato in un’attrazione disneyana. Dal canto suo, Nicholas Grimshaw, rinomato architetto modernista, responsabile del progetto di restauro, ha difeso gli interventi, spiegando non solo come il veliero fosse troppo corroso e instabile per poter essere di nuovo immerso in acqua, ma come, dati i costi notevoli per ripararlo, bisognasse anche rilanciarlo come attrazione turistica e spazio eventi. La struttura in vetro manterrà stabili le condizioni di temperatura e umidità dello scafo, garantendone una conservazione duratura, e permetterà di ospitare, nella zona sottostante, una mostra interattiva, una collezione di polene, provenienti dal vicino National Maritime Museum, ed anche un’area dedicata a ricevimenti privati.
Record Store Day 2012
Quando ero ragazzina, c’erano solo due supporti musicali: nastro magnetico e vinile. Per procurarsi o conoscere nuova musica, oltre al mainstream radiofonico, esistevano mezzi che oggi risuonano obsoleti e laboriosi: oscure riviste, per la maggior parte in bianco e nero, passaparola, un amico arrivato dall’America o dall’Inghilterra, piccoli negozi nascosti in vicoli negletti o viaggi in autobus, che si trasformavano in missione avventurosa, fino al negozio di import-export, all’altro capo della città. Attorno ai dischi ruotava una cultura che andava al di là delle note, e si nutriva di copertine d’arte, vinili colorati e in edizione limitata, formati diversi da collezionare, la proposta del momento a tutto volume, file di album da scartabellare come gigantesche figurine, il personale disponibile, che ti diventava amico e ti teneva gli LP da parte. L’acquisto di un disco assumeva i connotati emotivi di un cerimoniale, con il cellophane da aprire, il vinile lucido e nero da sfilare con cura e deporre sul piatto del giradischi, le note di copertina e, per prodotti più indie-underground, i graffiti da decifrare in controluce alla fine delle tracce. Ogni volta che la puntina agganciava i solchi per la prima volta, si restava in adorazione e ci si perdeva in un mini evento. Poi arrivò la musica del futuro, nel formato CD. Mi ricordo ancora dimostrazioni televisive surreali, che annunciavano come sul compact disc ci si potesse scrivere a pennarello, versarci la cocacola alle feste, mangiarci sopra e quello avrebbe continuato imperterrito a suonare, senza crepitii, senza lati A o B, fino al doppio dei brani di un disco tradizionale (scoprimmo, poi, che non era scevro da difetti e fallimenti). Adesso che siamo nell’era degli mp3, tutto questo fa un po’ sorridere. Un’intera discografia può risiedere comodamente nei circuiti di un computer; non si vede, non si tocca e, disponendo di una connessione internet ed una carta di credito, si acquista con un facile clic, rimanendosene in pigiama, sul divano di casa. Un cambiamento, che ha, ovviamente, non solo modificato le modalità di fruizione musicale, ma determinato la scomparsa e la chiusura di molti negozi di dischi. Per questo, da cinque anni, al terzo sabato del mese di aprile, in tutto il mondo si celebra Record Store Day, una giornata dedicata alla salvaguardia dei supporti fonografici e del rapporto fisico con il formato musicale. Per l’occasione vengono stampati vinili da collezione e artisti, dj e musicisti, si fanno trovare nei negozi per firmare autografi, mixare musica e suonare pezzi dal vivo. Tra i numerosi esercizi che hanno preso parte all’iniziativa, i 5000 metri quadrati di Rough Trade East, nel cuore di Brick Lane, sono stati presi d’assalto da fan del vinile, musicofili e gente comune, attratta dalla possibilità di passare un pomeriggio diverso, con l’occasione di ascoltare concerti a costo zero. La line up prevedeva infatti le performances di Johnny Flynn, Little Boots e Keane. Tra i vinili rimessi in circolazione, l’intera discografia dei Cure, mille edizioni dei singoli dei Clash e dei Sex Pistols, un cofanetto con i 45 giri dei Beatles e duemila stampe della raccolta di B-sides del gruppo di Noel Gallagher, High Flying Birds.
Cervelli alla Wellcome Collection di Londra
Sir Henry Solomon Wellcome (1853-1936) fu un pioniere nel campo farmaceutico e anche l’inventore dei medicinali da banco in comode pastiglie (fino al 1880 si trangugiavano solo pozioni, sciroppi e polverine). Nei suoi numerosi viaggi, aveva collezionato circa 125mila oggetti d’arte medica e curiosità varie, tra cui: lo spazzolino da denti di Napoleone, veneri anatomiche, giocattoli erotici giapponesi e una ciocca di capelli di Re Giorgio III. Alla morte, parte del suo patrimonio fu impiegato per la creazione di una società di investimento, dedita alle ricerche in campo biomedico, bioetico e tecnologico, con l’intento di finanziare progetti di ricerca e training. Il Wellcome Trust è anche responsabile del mantenimento della collezione di Sir Henry. Questa mistura particolare, fatta di dipinti, libri, disegni, fotografie e oggetti vari, ha trovato collocazione in un bel museo, al 183 di Euston Road. La Wellcome Collection è uno spazio originale, totalmente gratuito, con tre sale espositive, una fornita biblioteca, un auditorium, un caffè, più guardaroba, libreria e connessione wi-fi. Oltre alla mostra permanente, focalizzata sulla storia della medicina tra ieri e oggi e sulle attività di ricerca del Wellcome Trust, ogni anno si organizzano interessanti esposizioni ed eventi, in cui medicina e arte dialogano assieme. Per chi non è troppo suscettibile, fino al 17 giugno, è in mostra un affascinante escursus sul cervello.
Brains: The mind as matter ci dimostra come, in un’era in cui la scienza sembra aver spiegato quasi tutto, il cervello è ancora un organo, non solo unico e insostituibile, ma assolutamente da esplorare. E’ di certo la forma biologica più complessa dell’universo e la mostra, attraverso oggetti, foto, dipinti, sculture, filmati d’archivio, manoscritti e autentici cervelli sotto vetro (tra cui quelli di un delinquente, una suffragetta e persino un frammento della materia grigia di Einstein!), mira proprio a decifrare i segreti di quest’organo meraviglioso. All’esposizione, fa da corollario una folta serie di eventi, proiezioni, conferenze e dibattiti, dalla neuroscienza, alla psichiatria, all’arte. E’ anche disponibile un videogame, il cui obiettivo è la crescita veloce di sinapsi e connessioni neuronali.
Gli ‘omini’ di Stik in mostra a Londra
Girovagando per la città, non è inconsueto imbattersi in graffiti, che ritraggono un simpatico omino, dalle forme molto semplici, pur tuttavia capaci di trasmettere emozioni. Da circa una decina di anni, l’artista di strada STIK, realizza le sue opere, ricoprendo muri, saracinesche, porte, o vecchi edifici in disuso, con creature androgine, dalle membra a bastoncino (stick) e l’aria assorta, sognante, felice o triste, in dimensioni e pose varie. Si incontrano questi personaggi tanto in strade dell’East End quanto in vicoli del West End. Appaiono all’improvviso, e costituiscono sempre un evento poetico. Si tratta di una street art ammiccante e colorata, che punta l’attenzione sulla vunerabilità e la bellezza dell’essere umano. Stik ha vissuto intensamente la realtà di strada, trovandosi ad essere, per un certo periodo, senza fissa dimora e, quindi, esposto a tutto quello che di buono o cattivo può verificarsi in un ambiente urbano, nonché alla diversità di comparse o protagonisti, che animano i marciapiedi e le vie della metropoli. Considerato il nuovo Bansky, Stik è da oggi, fino al 10 maggio, protagonista di una personale alla Imitate Modern, una galleria di arte contemporanea a Marylebone. Le sue opere, realizzate in studio, sono già predilette da collezionisti del calibro di Antony Gormley e Brian May, ma il titolo della mostra, “Walk”, invita il visitatore a muoversi nella città e riscoprirne i graffiti. Una mappa aggiornata, sul sito dell’artista, vi aiuterà nell’impresa.
