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The Carbuncle Cup, un premio agli edifici più brutti

© Justin Tallis:AFP:Getty Images

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Ogni anno, la rivista specializzata Building Design, assegna la Carbuncle Cup all’edificio più brutto del Regno Unito, completato negli ultimi 12 mesi. Il nome del premio deriva da quello di una malattia infettiva, causata dal bacillus anthracis, che causa l’eruzione di orrende pustole nerastre sul viso e gli arti dei malati. La scelta del nome si ricollega ad un commento stilistico del principe Carlo, fatto in occasione dell’ampliamento della National Gallery di Londra. Il principe scelse il 150° anniversario del Royal Institute of British Architects (1984), per scagliarsi contro il progetto di estensione disegnato da Richard Rogers, definendolo “un carbonchio sulla faccia di un amico molto amato ed elegante”. La Carbuncle Cup è stata lanciata nel 2006 ed è un premio democratico.
La rosa dei finalisti è annunciata da Building Design, ogni anno, sulla base dei suggerimenti del pubblico, che può votare tramite il sito web della rivista. Una commissione critica, ha poi l’incarico di scegliere i vincitori. Di solito, sono i palazzi di edilizia popolare, gli hotel, gli uffici e i centri commerciali, a piazzarsi ai primi posti della classifica, ma spesso si segnalano esempi illustri. L’anno scorso, infatti, il premio era andato al controverso restauro del Cutty Sark, a Greenwich.
In questi giorni, si sono aperte le nominations per l’edizione 2013. Tra i nomi suggeriti, si trova la torre progettata da Rafael Vinoly al n. 20 di Fenchurch Street, soprannominata The Walkie Talkie, per la forma inusuale. Questa torre doveva essere alta 45 piani, ma avrebbe obliterato la vista del duomo di St. Paul’s. E’ stata quindi “abbassata” di 9 piani, per un’altezza complessiva di 160 metri. Altra illustre nomination, lo Shard di Renzo Piano, che, a differenza di altri grattacieli londinesi, ha diviso nettamente i gusti della critica e del pubblico. Le nomination possono essere inviate con un tweet, inserendo il link #carbunclecup, oppure via email, all’indirizzo: bdonline@ubm.com. Alla segnalazione, vanno allegati un breve parere sull’edificio e una foto.

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L’immaginario sistematico di Nicholas Hawksmoor, in una mostra a Londra

Christ Church, Spitalfields ©Hélène Binet

Christ Church, Spitalfields ©Hélène Binet

Nicholas Hawksmoor (c.1661-1736) ha da sempre sofferto il privilegio di essere stato allievo e collaboratore di Sir Christopher Wren. Per molti anni, la critica ha sottovalutato le straordinarie capacità e l’inventiva di uno dei più raffinati architetti del Barocco inglese. Come se l’ala protettiva del maestro Wren si fosse tramutata in una lunga e pesante ombra,  Hawksmoor è stato spesso accusato di mancare di purezza architettonica, proprio per quei tratti che, invece, ne dimostrano il genio: la versatilità dello stile, i sapienti giochi di luce, geometria e scala, l’approccio né pedissequamente classicista né eccessivamente barocco. A differenza di molti suoi agiati contemporanei, Hawksmoor non aveva mai viaggiato in Italia. Tutta la sua conoscenza di forme e stili, l’aveva appresa dai libri. Era un massone e non disdegnava di attingere ispirazione da quegli elementi di architettura religiosa che gli paressero suggestivi. Dall’antico Egitto alla Grecia, dalle moschee al tempio di Salomone, è così che i suoi edifici si popolano di simboli elaborati: obelischi, piramidi, rosette, elementi pagani. L’eccentrico architetto fu artefice della costruzione di sei nuove chiese a Londra, nate per servire le periferie in espansione della città. Ognuno di questi edifici è diverso, ognuno unico nel suo genere. Tutti sono caratterizzati da campanili, le cui guglie sono disegnate in un fantasioso stile classicheggiante, e  tradiscono nei volumi l’interazione dinamica tra esterno ed interno, di impronta borrominiana.  Le chiese di Hawksmoor  hanno temperamento ed elevazione, tramutandosi in esperienze cinetiche e articolate. A volte, gli edifici nascono all’incrocio di strette viuzze, scorci barocchi generati per essere visti ed apprezzati, grazie ai movimenti limitati di chi è in strada; meraviglie che richiedono al pedone di soffermarsi a guardare in alto, e stupirsi, cosa purtroppo sempre più rara di questi tempi. Il contrasto architettonico si dirama in tutte le direzioni e prepara alla transizione da esterno a interno, mentre le guglie punteggiano il panorama della città, assurgendo a pietre miliari e punti di riferimento.

Alle Terrace Rooms di Somerset House, fino al 1 settembre, una mostra gratuita si concentra proprio sulle chiese di Nicholas Hawksmoor. L’esposizione vuole supplire alla mancanza di documentazione visiva e fornire al contempo un’analisi dell’opera di questo valente architetto, in chiave urbanistica. La mostra è stata curata da Mohsen Mostafavi, decano della Harvard University Graduate School of Design, ed espone il lavoro della fotografa di architettura Hélène Binet. Le suggestive immagini in bianco e nero, unite a modelli in resina elaborati al computer, tentano di reintegrare le chiese di Hawksmoor al tessuto cittadino, investigandone l’ideazione all’interno di un progetto urbanistico più ampio.

 

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La Notte Europea dei Musei, a Londra

IMG_1757La Notte Europea dei Musei è una bella iniziativa, che, ogni anno, coinvolge le istituzioni culturali di oltre trenta paesi, ed è sostenuta dall’Unesco. La prima Lunga Notte dei Musei fu inaugurata a Berlino nel 1997, seguita dalla Nuit des Musées in Francia, per poi estendersi a tutto il continente. Anche il Regno Unito ha abbracciato il programma, con tale entusiasmo che, invece di una notte, se ne celebrano addirittura tre! Dal 16 al 19 maggio, musei, gallerie e istituti culturali restano aperti fino a tardi, per visite a lume di candela, performance, eventi musicali, workshop e laboratori, visite guidate dietro le quinte, o guidati da una torcia, come Indiana Jones.
Per inaugurare questa tre giorni, abbiamo scelto il London Archaelogical Archive and Research Centre (LAARC), che è entrato nel Guinness dei Primati come l’archivio più grande del mondo. Parte del Museo di Londra, l’archivio si trova al 46 di Eagle Wharf Road e, ieri, ci ha aperto i battenti per una serata “medievale”, in cui i curatori erano a disposizione del pubblico per rispondere alle domande. Tra gli oggetti esposti, una serie di calzature in cuoio, databili dalla fine dell’anno Mille al XV secolo, un nutrito numero di placchette di pellegrini, rinvenute in gran parte nel fango del Tamigi,  le ossa di un individuo, trovate in quello che fu il giardino di un antico monastero, e un grandissima quantità di pipe di argilla, dalle cui forme, con l’ausilio di un grafico, si poteva dedurre l’epoca di fabbricazione. Oltre alla mostra, sono state condotte delle visite guidate nell’archivio stesso, con interessanti sessioni di manipolazione degli oggetti (da una chiave di ferro, ad una mattonella di ceramica, da una spazzolina d’osso ad uno “scolapasta” medievale). Erano a disposizione anche un bar vittoriano, con birre insolite e cordiali a base di erbe, con sottofondo di musica jazz anni ’20. I visitatori erano invitati a partecipare ad un quiz (indovina l’oggetto misterioso), con in palio i biglietti per la prossima mostra in programma al Museo di Londra. Infine, nel deposito delle carrozze, si è potuto assistere ad uno spettacolo comico di strada, con bravissimi improvvisatori, che hanno allietato il pubblico con giochi di parole e canzoni ispirate al museo e ai suggerimenti dell’audience.

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A Londra cambiano i cartelli delle strade e vanno all’asta

abbey road signI caratteristici segnali stradali, che indicano, ai londinesi e ai numerosi turisti, famosi indirizzi, come Abbey Road o Downing Street, nonché celebri attrazioni, come Buckingham Palace e Piccadilly Circus, andranno all’asta, il 21 maggio.
Il Westminster City Council, d’accordo con Transport for London, ha infatti deciso di aggiornare tutta la segnaletica stradale, per dare istruzioni più facili e intuitive, sia ai residenti che ai numerosi, spesso disorientati, turisti.

I cartelli, dalle targhe iconiche bianche, con le scritte in nero e rosso, ideate da Misha Black, nel 1967, fino a quelli in ferro smaltato nero, con le frecce, andranno all’asta da Summers Place Auctions Ltd, una casa d’aste del West Sussex, specializzata in design e articoli da giardino. Le stime, per ciascuno dei 362 segnali, vanno dalle 80 alle 1000 sterline, e gli acquirenti avranno la possibilità di acquistare un vero e proprio pezzo di storia londinese (basti pensare al cartello di Abbey Road, strada resa famosa nel mondo dall’omonimo album dei Beatles). La vendita dei cartelli, molti dei quali installati negli anni novanta, è stata descritta dai banditori come “un evento irripetibile”.

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Tutti filosofi a Hay-on-Wye

Homer-Brain-X-Ray-the-simpsons-60337_1024_768Hay-on-Wye, in Galles, è famosa a livello internazionale come ‘città dei libri’. In realtà è un villaggio di circa duemila anime, ma ospita un grandissimo numero di librerie, per la maggior parte di volumi usati. Dal 1988, la cittadina è scenario di un rinomato festival letterario, che si tiene tra la fine di maggio e i primi di giugno. Oltre al festival di arte e letteratura, dal 2010, c’è anche quello di filosofia, dal titolo HowTheLightGetsIn. Si tratta del più grande festival di filosofia e musica: 410 eventi, distribuiti su sei palcoscenici, con dibattiti tenuti da oltre un centinaio di intellettuali, che si alternano alle esibizioni di ben 150 band musicali. Tra i vari ospiti in programma quest’anno, compare anche Julian Baggini, scrittore e co-fondatore della rivista The Philosophers’ Magazine. Baggini ha all’attivo numerosi libri,   un sito internet di microfilosofia, un blog e varie collaborazioni con la BBC ed il Guardian, quotidiano che sponsorizza il festival gallese.

Il filosofo e scrittore britannico si è fatto conoscere ai più per aver paragonato Matt Groening, l’inventore del famoso cartone animato The Simpsons, ad erede di Platone, Aristotele e Kant. Secondo Baggini, i Simpsons non sono solamente un cartone animato divertente. Infatti, mettendo in luce le profonde verità della natura umana, il famoso cartoon riesce a rivaleggiare con le osservazioni dei grandi filosofi del passato. Per Baggini la dimensione satirica del mondo dei cartoni animati è essenzialmente filosofica, perché riflette la realtà presentandocela come astrazione, e così facendo ci fornisce delle verità più illuminanti di quelle proposte dalla fiction realista.
I Simpsons, insomma, come già i Monty Python, farebbero ricorso all’humor anglo-sassone, per dar voce a quell’esistenzialismo che in Francia ha assunto un carattere più tragico. Un’altra ragione per la quale i cartoni animati sembrano il modo migliore per fare filosofia è che essi sono non-realistici nella stessa misura in cui lo è la scienza del pensiero. Infatti, mentre la filosofia deve, da un lato, essere reale per dare un senso al mondo così com’è (e non come noi lo immaginiamo o lo vogliamo), dall’altro deve trattare di argomenti su un piano generale e relazionarsi ad una vasta serie di concetti astratti, come la giustizia, la verità, la bontà, la coscienza, la mente, l’identità, il significato e così via…

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A Sticky Problem

gumremovbeforeRipulire Londra dalle miriadi di gomme americane che ne punteggiano strade e marciapiedi costa alle autorità locali qualcosa come 10 milioni di sterline l’anno.
Le gomme sputate in terra o, peggio, appiccicate dopo l’uso su panchine ed altre superfici, non solo si attaccano alle scarpe e ai vestiti della gente, ma macchiano le strade e restano là per anni. Ce ne vogliono almeno cinque affinché un chewing gum si dissolva nell’ambiente.
Le vie di Londra sono costantemente sotto attacco e nella sola Oxford Street ben 300.000 gomme vengono sputate in terra giornalmente. Ripulire le superfici infestate dai chewing gum richiede uno sforzo senza fine.
Ogni anno nel Regno Unito oltre 3mila miliardi e mezzo (!) di gomme da masticare sono gettate in strada o in altri luoghi pubblici. I tradizionali rimedi di pulizia si dimostrano inutili, portano via tempo e spesso i risultati non sono soddisfacenti.
Si calcola che, se per comprare una singola gomma da masticare ci vogliono 3p, per rimuoverla dal marciapiede, ne occorrono minimo 50. Attualmente, svariati milioni sterline vengono investiti per la sola rimozione del chewing gum dai treni e dalle stazioni della London Underground. Le soluzioni al momento – si è pensato sia ad un chewingum biodegradabile sia ad un marciapiede a prova di gomma – sono lontane a venire. Sputare una gomma in terra (o appiccicarla in giro) non è reato, ma le autorità britanniche hanno la facoltà di multare chi è colto in flagrante.
Nel frattempo, l’artista Ben Wilson, produce mini capolavori proprio sui resti di gomma da masticare che imbrattano strade e marciapiedi. La sua arte non infrange alcuna legge, poiché Wilson non deturpa la proprietà privata, in quanto dipinge della spazzatura. L’artista ha iniziato a sperimentare sui chewing gum nel 1998, e, dal 2004 ad oggi, ha creato più di 10.000 mini capolavori, sui marciapiedi non solo di tutto il Regno Unito, ma anche  d’Europa.

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Flora Londinensis: una mostra celebra i giardini della City

William Curtis - Flora Londinensis - 1777

William Curtis – Flora Londinensis – 1777

Quando si nomina la City, vengono subito in mente palazzi e moderni grattacieli, il cuore della finanza mondiale, nei cui ingranaggi si impigliano impiegati stressati e impegnati a far soldi, e strade brulicanti di macchine e pedoni, tutti di fretta sotto la serena imponenza del duomo di St. Paul’s. Eppure, questa zona è molto antica e, non solo cela moltissimi tesori architettonici di epoche passate, ma possiede circa 200 giardini di varie forme e dimensioni. Questi spazi verdi, in cui alberi, fiori e piante selvatiche attraggono uccelli e insetti diversi, offrono ai residenti e ai visitatori ristoro, calma, panchine dove leggere un giornale, fare la pausa pranzo o, se c’è, prendere il sole, nonché la possibilità di ascoltare concerti di musica nei mesi estivi. I giardini della City sono testimoni della storia di quest’area e racchiudono muri romani, vestigia medievali o resti di chiese barocche. Il più antico parco pubblico di Londra nacque proprio qui ed è il Finsbury Circus Garden, inugurato nel 1606, mentre, la maggior parte dei giardini, risale al periodo successivo al Grande Incendio (1666) o ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, quando rovine e devastazioni lasciarono spazi vuoti dove far crescere un fiore. Adesso, una bella mostra gratuita alla Guildhall Library, celebra le bellezze della Flora Londinensis, accostando materiali e argomenti diversi. Si accede allo spazio espositivo passando sotto una suggestiva installazione floreale creata da Rebecca Louise Law. Qua e là si ritrovano antichi strumenti da giardino, mentre le teche racchiudono oggetti e libri dell’antica organizzazione di giardinieri della City of London: The Worshipful Company of Gardeners.
Esistente già dal 1345, la compagnia fu riconosciuta da un editto reale del 1605, e per secoli operò come autorità di controllo sui prodotti coltivati e venduti nella City. L’istituzione, oggi, ha carattere caritatevole e promuove l’arte e la pratica del giardinaggio, l’orticultura e l’abbellimento degli spazi verdi della City of London. Inoltre, rifornisce la famiglia reale in occasioni speciali (memorabile il meraviglioso bouquet per le nozze di Lady D). La biblioteca storica della compagnia, ospitata alla Guidhall, raccoglie libri e manoscritti di valore antiquario, tra cui gli editti reali del 1605 e del 1616, volumi di orticultura del XVII e XVIII secolo, opere di luminari come Thomas Fairchild e John Tradescant e manuali di botanica e floricultura dei primi dell’ottocento, illustrati con maestria da Anne Pratt e Robert John Thornton.
Gli esempi più significativi di questo archivio, sono esposti in mostra, assieme ad oggetti ‘cerimoniali’ come le vesti del Maestro, la vanga d’argento e il calice Tradescant. Sempre nello stesso spazio, è possibile ammirare il lavoro dei City Gardens Team, la cui equipe di giardinieri contribuisce, durante tutto l’anno, a curare e mantenere i numerosi spazi verdi del comune. L’attività del team è stata immortalata in suggestive immagini in bianco e nero dalla fotografa Niki Gorick. I visitatori possono anche accedere ad un folto materiale illustrativo, con guide gratuite per esplorare il circuito di spazi verdi, giardini, parchi della City of London.

La mostra alla Guildhall rimarrà aperta fino al 26 luglio ed è accompagnata da un libro, commissionato per l’occasione, dal titolo ‘Where Soil Meets City – The Gardeners Who Transform the Square Mile’

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Gita a Fenton House

FentonHouse©LondonSE4In questi ultimi giorni, Londra è stata inondata di sole e di temperature intorno ai 20 gradi. Finalmente non si gira più infagottati e tristi. I fiori sono sbocciati in pochissimo tempo, e tutti assieme. Gli uccellini gorgheggiano sui rami degli alberi, carichi di gemme. Una primavera tardiva, ma tanto attesa e per questo, forse, più bella. L’ideale, per goderla al meglio, è ovviamente quello di recarsi nei numerosi parchi e giardini della città. Per chi si trova dalle parti di Hampstead, oltre al noto The Heath, dove già Engels e Marx solevano camminare in cerca di idee e aria pura, vogliamo segnalare un gioiello nascosto, con un giardino vecchio di oltre trecento anni. Fenton House è una dimora di ricchi mercanti, costruita nel XVII secolo, in un’area, all’epoca, intensamente rurale. La bella casa in mattoni rossi, fu costruita nel 1693 e abitata nel tempo da varie persone, tra cui: il mercante Philip Fenton, da cui la casa prende il nome, una delle figlie di Dorothea Jordan, celebre attrice e amante del duca di Clarence (poi re Guglielmo IV) ed, infine, Lady Binning, che la acquistò nel 1936.
Nipote di un grande collezionista vittoriano, Lady Binning decorò la casa con un gran numero di porcellane, mobili, dipinti, tappezzerie e ricami antichi. Alla sua morte, nel 1952, Fenton House passò al National Trust, e fu scelta per ospitare gli antichi strumenti a tastiera della collezione Benton Fletcher (virginali, spinette, clavicordi e clavicembali), che vengono mantenuti non solo in buono stato, ma in funzione, grazie a concerti e speciali audizioni.
Il bello di Fenton House è il fatto che sia rimasta praticamente inalterata nei secoli. Dal suo balcone si può ammirare, in giornate terse come queste, un magnifico panorama di Londra, mentre il giardino, oltre ad ospitare un antico frutteto con trenta diverse varietà di mele, è noto per le varie fioriture di bulbose, piante officinali e rose. Fritillaria©LondonSE4In questi giorni, è il tempo delle primule, dei non-ti-scordar-di-me e delle fritillarie, un genere di liliacee, dalle belle campanule maculate, che si pensa furono introdotte in Inghilterra dagli Ugonotti, i quali, in fuga dal loro paese, portarono con sé i semi di questa pianta (per questo, la fritillaria simboleggia, nel linguaggio dei fiori, “fuga e persecuzione”).
Il giardino di Fenton House è uno dei migliori a Londra, se si vogliono ammirare fiori in diversi periodi dell’anno; aperto da marzo ad ottobre, vi si può accedere, pagando a parte (se non si vuole visitare la casa o la si è già visitata), un ingresso di 2 sterline. Esiste anche un abbonamento stagionale, ad accesso illimitato, per 20 sterline.

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Gli ugonotti di Spitalfields

silk weaverOggi, mi sono recata a Spitalfields, per approfittare della speciale atmosfera dell’Huguenot in Spitalfields Festival. Quest’anno, infatti, segna il 250° anniversario della morte di Anna Maria Garthwaite (1763), celebre designer di tessuti, che visse in Princelet Street, collaborando con i tessitori di seta ugonotti. Gli ugonotti, protestanti francesi di confessione calvinista, si erano rifugiati a Spitalfields, a causa delle persecuzioni religiose attuate nel loro paese, e avevano da subito stabilito importanti filande, modificando, con grandi lucernai, gli ultimi piani delle abitazioni, così da adibirle a laboratori tessili. Anna Maria Garthwaite si distinse proprio nel settore della seta inglese, grazie ai suoi bellissimi motivi floreali, e visse e lavorò a Spitalfields, dal 1730 fino alla sua morte. Christ Church Spitalfields, aperta al pubblico in occasione del festival, fu costruita tra il 1714 e il 1729, ed è una delle chiese più belle progettate da Nicholas Hawksmoor. Una legge del Parlamento nel 1711 aveva costituito una Commissione speciale, per la costruzione di cinquanta chiese che servissero i nuovi insediamenti di Londra. La parrocchia di Christ Church si installò su quella medievale di Stepney, in un territorio dominato dagli ugonotti, come dimostrazione dell’autorità anglicana. Sebbene alcuni ugonotti utilizzassero la chiesa per battesimi, matrimoni e funerali, per il culto di tutti i giorni, essi preferivano affidare le proprie anime a delle cappelle dallo stile piano e semplice, molto lontano dall’elaborato barocco inglese di Hawksmoor.christ church ceiling L’intonaco del soffitto della Christ Church è un tripudio di fiori e merlature. I fiori sono tutti diversi, e simboleggiano l’unicità delle anime che circolano sotto le volte. Proprio accanto alla chiesa, al numero 5 di Fournier Street, si trova Town House, un edificio dei primi anni del XVIII secolo. Tessitori di seta vissero qui fino al 1820 circa. Si possono visitare tre aree distinte della casa: la sala principale è un negozio di antiquario, arredato con mobili, tappezzerie e oggetti curiosi; sul retro del giardino, vi è uno spazio adibito a mostre temporanee e laboratorio di artisti contemporanei di passaggio; infine, al piano inferiore, c’è una cucina, dove non solo si vendono vecchie porcellane, bicchieri e piatti da portata, ma si possono gustare buonissime torte, alcune realizzate secondo antiche ricette, sorseggiando una tazza di tè o caffè, circondati da un’atmosfera di altri tempi.
IMG_1453Poco più in là, superata l’area del mercato, al numero 18 di Folgate Street, ci si trova davanti ad una casa in mattoni rossi, su quattro piani e con un seminterrato. Davanti all’uscio si nota, ancora danzante, la fiammella di un lampione a gas. Stiamo per entrare a Dennis Severs’ House, un edificio del 1724, che era del tutto fatiscente, quando fu acquistato da Dennis Severs, nel 1979. Sedotto dalla fredda luce inglese, l’eccentrico artista americano visse in questa casa georgiana fino al 1999, anno della sua morte, e a poco a poco, collezionando antichità e oggetti curiosi, ne ridecorò le stanze, ognuna in un diverso stile storico. Gli ambienti della casa, ora aperti al pubblico, costituiscono una speciale macchina del tempo, in cui si è voluta immaginare la vita in una  famiglia di tessitori di seta ugonotti, tra il 1725 e il 1919. Le diverse camere appaiono disposte come se fossero ancora in uso, e gli occupanti della casa le avessero appena lasciate, per far spazio alla curiosità dei visitatori. Si circola in silenzio, ben attenti a non inciampare o danneggiare qualcosa, in una concentrazione che è attesa, gioco, meditazione, scoperta, penetrando in ambienti caldi e soffusi di aromi dolci e speziati, dove il tè è il caffè riempiono per metà delle tazze di porcellana, il cordiale rosseggia nei bicchierini di vetro, il fuoco scoppietta nei vecchi caminetti, animando i disegni di piastrelle bianche e blu. Giù in cucina, i dolci sono appena addentati nei piattini, mentre, in tutta la casa, candele e lampade a gas restano accese a rischiarare penombre fatte di pannelli di legno scuro, stucchi, stampe, cineserie, ritratti, vestiti abbandonati sulle sedie, gioielli riposti sulla toilette, e letti a baldacchino, appena disfatti… Più su, l’ultimo piano si fa povero e desolato, e l’aria fredda, che penetra dai vetri rotti della soffitta, è pervasa di odori rancidi di stracci, telai, polvere, scartoffie, pitali e panni appesi ad asciugare. Dennis Severs’ House è un’esperienza unica, immersiva, un viaggio immaginario in cui gli oggetti, i suoni, gli odori, sono frammenti di memoria struggente, che raccontano storie, trasportando il visitatore in un sogno ad occhi aperti.

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Addio al graphic designer dei Pink Floyd

AMomentaryLapseofReasonUn fascio arcobaleno che si sprigiona da un prisma trasparente, un uomo la cui giacca è in fiamme, un maiale in volo su Battersea Power Station, 765 letti di ferro trascinati su una spiaggia… Queste sono solo alcune delle immagini iconiche e davvero particolari, create da Storm Thorgerson in 40 anni di lavoro. Amico di infanzia dei membri fondatori dei Pink Floyd e graphic designer del gruppo, Thorgerson è morto oggi, dopo una grave malattia. Nato nel 1944, a Potters Bar, nell’Hertfordshire, Thorgerson aveva studiato Inglese e Filosofia presso l’Università di Leicester, e, poi, Cinema & TV al Royal College of Art. Thorgerson ha contribuito moltissimo alla cultura pop musicale grazie alle sue copertine, progettate per una vasta gamma di artisti, non solo i già menzionati Pink Floyd, ma anche gli Hipgnosis, alla fine degli anni ’60, i Genesis e i Led Zeppelin, e band più recenti, come The Mars Volta, Muse e Audioslave. Nel 2011, Roddy Bogaawa aveva girato un documentario sulla vita e le copertine degli album di Storm Thorgerson. Taken by  Storm – The Art of Storm Thorgerson and Hipgnosis (95 min) documenta con efficacia il processo artistico idiosincratico di Thorgerson, sottolineando come l’artista abbia sempre trasceso i vincoli del marketing commerciale, per seguire la sua visione. Grazie ad interviste con Aubrey Powell, David Gilmour e Nick Mason dei Pink Floyd, Robert Plant, Peter Gabriel, Dominic Howard dei Muse, e artisti come Sir Peter Blake e Damien Hirst, il film dimostra come Thorgerson ci abbia lasciato una potente eredità visiva, che, non solo ha segnato le vite di tanti adolescenti, tra poster e copertine di album in vinile, nei decenni scorsi, ma ancora si riflette con veemenza in tutta la cultura contemporanea.
Ricordando l’amico scomparso, David Gilmour, chitarrista e cantante dei Pink Floyd, ha affermato: “E ‘stata una forza costante nella mia vita, sia nel lavoro che nel privato… Le opere che ha creato per i Pink Floyd, dal 1968 ad oggi, sono state una parte inscindibile del nostro lavoro. Mi mancherà.”