Girovagando per la città, non è inconsueto imbattersi in graffiti, che ritraggono un simpatico omino, dalle forme molto semplici, pur tuttavia capaci di trasmettere emozioni. Da circa una decina di anni, l’artista di strada STIK, realizza le sue opere, ricoprendo muri, saracinesche, porte, o vecchi edifici in disuso, con creature androgine, dalle membra a bastoncino (stick) e l’aria assorta, sognante, felice o triste, in dimensioni e pose varie. Si incontrano questi personaggi tanto in strade dell’East End quanto in vicoli del West End. Appaiono all’improvviso, e costituiscono sempre un evento poetico. Si tratta di una street art ammiccante e colorata, che punta l’attenzione sulla vunerabilità e la bellezza dell’essere umano. Stik ha vissuto intensamente la realtà di strada, trovandosi ad essere, per un certo periodo, senza fissa dimora e, quindi, esposto a tutto quello che di buono o cattivo può verificarsi in un ambiente urbano, nonché alla diversità di comparse o protagonisti, che animano i marciapiedi e le vie della metropoli. Considerato il nuovo Bansky, Stik è da oggi, fino al 10 maggio, protagonista di una personale alla Imitate Modern, una galleria di arte contemporanea a Marylebone. Le sue opere, realizzate in studio, sono già predilette da collezionisti del calibro di Antony Gormley e Brian May, ma il titolo della mostra, “Walk”, invita il visitatore a muoversi nella città e riscoprirne i graffiti. Una mappa aggiornata, sul sito dell’artista, vi aiuterà nell’impresa.
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Le foto del Titanic
Nelle prime ore del mattino di cento anni fa, il transatlantico più lussuoso e avveniristico del mondo, il Titanic, durante il viaggio inaugurale attraverso l’Atlantico, in seguito all’impatto con un iceberg, colava a picco, spezzandosi in due tronconi. Oltre 1500 persone, di ogni estrazione e classe sociale, persero la vita nel naufragio. La tragedia, di portata epocale, ha ispirato numerosi film, libri, documentari. Tra il 1987 e il 2004, una spedizione franco-americana è riuscita a raggiungere il relitto e portare in superficie oltre 5000 oggetti, che ora fanno parte di esposizioni permanenti e itineranti. Ci si domanda come mai l’immaginario collettivo sia rimasto tanto colpito e ossessionato da questo evento. Sicuramente, con la nave affondava un mondo, quella Belle Epoque, fatta di lussi, regole, contraddizioni, con le classi dirigenti fiduciose nel progresso della tecnica e nel privilegio di inviolabilità. La morte si dimostrò imparziale, trascinando a fondo le signore ingioiellate della prima classe e le emigranti della terza, i ricchi industriali avvolti in costosi cappotti di lana e i proletari vestiti di sogni e speranze. Gli ultimi resti di quella società e di quei valori erano destinati ad essere spazzati via per sempre dall’avvento della Prima Guerra Mondiale.
Prima che il Titanic si avventurasse in mare aperto, un giovane gesuita irlandese, appassionato di fotografia, Padre Frank Browne, si servì di quella nave meravigliosa per viaggiare da Southampton a Queenstown. Gli era stata data la cabina numero A37. Padre Browne non si lasciò sfuggire l’occasione e scattò dozzine di fotografie nei suoi due giorni di navigazione, immortalando i lussuosi interni del transatlantico, il capitano e i passeggeri più e meno noti, inclusi quelli di terza classe. La vita a bordo doveva essere stata una fantastica esperienza per il giovane sacerdote e la tentazione non tardò ad arrivare, sottoforma di una coppia di milionari, che si offrì di pagargli il resto del viaggio fino in America. Eccitato dalla proposta allettante, padre Browne telegrafò al suo superiore, per chiedere il permesso di restare a bordo. La risposta fu breve e concisa: ‘GET OFF THAT SHIP, PROVINCIAL’. A malincuore, il gesuita scese dal Titanic, quando la nave attraccò nel porto di Queenstown, e da lì si diresse a Dublino per continuare gli studi di teologia. Alla notizia dell’affondamento del transatlantico, le sue foto si tramutarono in una risorsa senza eguali. Padre Browne negoziò la vendita delle immagini con giornali e riviste, ma tenne i negativi per sé. Le foto sono ora online, all’indirizzo http://titanicphotographs.com/
Antarctica

Il 29 marzo 1912, il capitano Scott vergava poche, tremolanti righe nel suo diario, le ultime, divenute epitaffio al tragico epilogo della spedizione britannica in Antartide. La conquista del Polo si era rivelata una sconfitta, la pianificazione accurata di mezzi ed equipaggiamento, non aveva tenuto conto delle estreme condizioni ambientali e dei conseguenti imprevisti. Al freddo e alla stanchezza, si era aggiunto, poi, il colpo morale: giunti alla meta, Scott e i suoi compagni, avevano scoperto di essere stati preceduti dal norvegese Amundsen, arrivato là un mese prima. Fiaccati e torturati dal gelo, sarebbero morti sulla via del ritorno, bloccati da una tormenta, a meno di 20 chilometri dal campo base. A distanza di cento anni, le opinioni sulla vicenda restano contrastanti. Da un lato, la celebrazione romantica dell’impresa eroica e sfortunata; dall’altro, le accuse a Scott di aver sottovalutato la situazione, mettendo così a repentaglio la vita sua, e degli uomini che lo seguivano. Si dimentica perciò che la spedizione, denominata ‘Terra Nova’, era iniziata nel 1910, impiegando un team formidabile di scienziati, esploratori e tecnici, allo scopo di raccogliere materiali ed informazioni sugli aspetti geografici, geologici e naturalistici dell’Antartide. Gran parte di questa avventura, era stata immortalata dal fotografo ufficiale Herbert George Pointing, le cui foto sono attualmente in mostra alla Queen’s Gallery, fino al 15 aprile. Il British Film Institute ha invece rieditato le pellicole originali, con commento musicale di Simon Fisher Turner, in un affascinante documentario, dal titolo The Great White Silence.
Evocazioni visive a parte, restano, come dicevamo, il significato e l’importanza scientifica dell’impresa, tutti gli aspetti meno conosciuti e il dietro le quinte della spedizione, che adesso è possibile esplorare grazie ad una mostra davvero ben fatta, in programma al Natural History Museum, fino al 2 settembre. Muovendosi attraverso la ricostruzione della baracca di Hut Point (il cui originale sopravvive intatto a Capo Evans, nell’isola di Ross), il visitatore può rivivere i momenti salienti della spedizione, seguendone il quotidiano, mediante foto, documenti, reperti scientifici, suppellettili, viveri, vestiario, strumenti. La mostra mira a focalizzare l’attenzione sul valore che l’impresa scientifica assume oggi, specialmente alla luce dei cambiamenti che minacciano il sistema climatico dei circoli polari. Pochi sanno che Scott e i suoi uomini continuarono a raccogliere materiali anche durante il tragico viaggio di ritorno dal polo, tra cui ben 16 chilogrammi di fossili (incluso un rarissimo esemplare di Glossopteris Indica, una felce estintasi 250 milioni di anni fa). Sorprende il fatto che non pensarono di disfarsi di questa zavorra, nemmeno quando le condizioni di sopravvivenza si resero drammatiche e impossibili. In mostra, anche la scatola di acquerelli e le meravigliose illustrazioni di Edward Wilson, realizzate a partire da schizzi e disegni eseguiti sul campo, a temperature proibitive. L’esposizione è accompagnata da un fitto programma di eventi, dibattiti e proiezioni, e rimane aperta fino alle 22.30, ogni ultimo venerdì del mese.
Avventure di un viaggiatore silenzioso
In una realtà sempre più globalizzata, ci si chiede come sia possibile stupirsi davvero nel visitare un paese straniero. Si accede alle informazioni ancora prima di aver fatto la valigia, si coprono distanze enormi in una manciata di ore d’aeroplano, e si può consumare tutto in fretta, scaricando mappe sul cellulare e fotografando senza posa, dato che l’avvento del digitale ha espanso le possibilità del mezzo. Se pensiamo alle modalità di viaggio dei nostri progenitori, siamo fortunati. Non dobbiamo sporcarci né affaticarci troppo, i confini si sono fatti labili, girovaghiamo in lungo e in largo grazie ad autostrade e voli low cost e, così, una gran fetta di mondo non ci riesce più totalmente estranea. Poi, bisogna sempre fare le dovute differenze tra turista e viaggiatore, anche se le linee di demarcazione sono incerte. Viaggiare può anche significare camminare nel proprio quartiere e trovarci qualcosa di interessante o emozionante, poche’ il viaggio implica il tempo di guardare e di comprendere, o, almeno, provarci. Nelle mie escursioni per librerie di seconda mano, mi è capitata l’occasione di trovare una copia del 1946 del libro di Chiang Yee, dal titolo: “The Silent Traveller in London“.
Chiang Yee fu un artista poliedrico: poeta, scrittore, pittore e calligrafo. Laureatosi all’Università di Nanchino, aveva ricoperto vari ruoli importanti, ma, insoddisfatto della situazione politica del suo paese, nel 1933 aveva abbandonato la Cina e la famiglia, per trasferirsi a Londra. Qui, tra un master alla London School of Economics e un concomitante incarico come insegnante di cinese alla School of Oriental Studies, Chang Yee si era avventurato alla scoperta della città, annotando in prosa, versi e illustrazioni il suo punto di vista, sempre pacifico e scevro da giudizi. “The Silent Traveller in London” è un libro di viaggio molto particolare, in cui Londra ci appare trasfigurata in schizzi e stampe di sapore orientale, e la narrazione si snoda sempre sul binomio interno/esterno, una città descritta da colui che ci vive, ma ne è comunque estraneo. Chiang non si rammarica o imbarazza mai delle sue origini, anzi, celebra la sua diversità nell’esperienza quotidiana di emigrato/viaggiatore, commentando le differenze tra Oriente e Occidente e trasformando le sensazioni da outsider in un’opportunità, per guardare alle cose in modo diverso e condividere queste visioni con il resto del mondo. Scorrendo le pagine del libro, ci si accorge che, fondamentalmente, Chiang Yee credeva già nell’idea di villaggio globale, in cui gli uomini, seppur diversi superficialmente, sono tutti accomunati da necessità fondamentali, come bere, mangiare, dormire, vestirsi e cercare un riparo. Pioneristico nel tentativo di stabilire dei confronti e cercare di spiegare la cultura cinese agli inglesi, il libro ritrae in modo poetico, ironico, a tratti nostalgico, una Londra di altri tempi, che, per certi aspetti, ci appare ancora molto attuale.
La forchetta di Shakespeare
L’evasione dal quotidiano fa parte della natura umana. Che si fugga dal traffico, dalla routine, dai rumori, o dal fango, dalle fatiche e dalle imposizioni, poco importa. Da sempre, la mente ha bisogno dei suoi spazi per viaggiare o, semplicemente, riposare. Quattro o cinque secoli fa, quando non c’erano TV e internet, i servizi igienici erano scarsissimi e le case, costruite in travi di legno, pigliavano facilmente fuoco, i londinesi riuscivano a divagarsi lo stesso. Come? Con il teatro, che, guarda caso, si trovava sempre in zone licenziose e malfamate, con il beneplacito di sua Maestà.
Queste aree erano denominate “liberties”, vi fiorivano bordelli e scoppiavano risse, si faceva mercato all’ingrosso e ci si ubriacava in compagnia. Menzionando il teatro elisabettiano, la maggioranza di noi oggi pensa al Globe Theatre, palcoscenico di successo per le opere di Shakespeare. Tuttavia, alla fine del ‘500, tra Shoreditch e Southwark, di teatri rotondi, a tre piani, in cui plebaglia e nobiltà si mescolavano per due ore di farsa o tragedia, ce ne erano parecchi. Un penny per stare in piedi nell’arena, alla mercè delle intemperie, o somme più alte per sedersi in galleria o addirittura sul palco, vicino agli attori, per un momento di narcisismo irripetibile. Di questi teatri, restano i nomi suggestivi: Curtain, Swan, Fortune, Red Bull… Del Rose Theatre si sono rinvenute le fondamenta una ventina di anni fa. Costruito nel 1587 dall’impresario Philip Henslowe, in società con il droghiere Cholmey, il Rose era di forma poligonale e realizzato in materiali tradizionali (travi di legno, intonaco, gesso e pagliericcio). A differenza di altri teatri, questo spazio permetteva la messa in scena di grandi opere, su due livelli. Il Rose funzionò a pieno ritmo fino al 1605, anno in cui chiuse i battenti e venne raso al suolo. Per modo di dire, dato che nel 1989, durante dei lavori di costruzione, le ruspe si imbatterono nelle sue fondamenta. Il teatro passò sotto la cura del Museo di Londra, che tutt’ora indaga il sito, con un’equipe di studiosi ed archeologi. Dal 1999, il Rose è aperto al pubblico e, una parte di esso, dal 2007, funziona come spazio performativo, con opere elisabettiane o contemporanee. Frattanto, i lavori di scavo e indagine proseguono. Tra i vari oggetti rinvenuti, numerosi semi e gusci di nocciole, monetine e persino una forchetta. Quest’ultima, conservata al Museo di Londra, sarà protagonista di un programma radiofonico, sulla BBC Radio4, dedicato al mondo di Shakespeare, che inizierà il 16 aprile prossimo.
La Natura, tra pennelli e computer
Nel retaggio immemoriale di visitatori e turisti, il Natural History Museum è ricettacolo di animali impagliati e, soprattutto, scheletri di dinosauri. Tuttavia, con 70 milioni di reperti che spaziano dalla botanica, alla mineralogia, all’entomologia, il museo londinese ha molto di più da offrire a chi sceglie di avventurarsi tra le sue volte neo-romaniche. Anche se l’imponente corpo principale è della fine dell’ottocento, e la fantastica decorazione naturalistica delle piastrelle sembra confutare le teorie evolutive Darwiniane, il museo ha saputo aggiornarsi ed evolversi nel tempo, con l’aggiunta di una sezione moderna dedicata alle ricerche e all’educazione (Darwin Centre), la ridisposizione dei reperti impagliati e la ripartizione delle sale espositive secondo quattro zone colore. Nella zona blu, passati i dinosauri ed il negozio dei bambini, si trova una sala molto interessante, specialmente per chi si occupa di disegno naturalistico. Images of Nature presenta al visitatore un ricco archivio visivo di oltre un centinaio di opere, realizzate negli ultimi tre secoli. Stampe, acquerelli, diari scientifici e dipinti sono qui affiancati da foto, immagini digitali, microtomografie e postazioni interattive. La sala è totalmente accessibile, offrendo al pubblico guide in braille o stampate in grande formato e anche un’audioguida gratuita, scaricabile dal sito, per una visita complessiva di circa 50 minuti. Oltre alle collezioni permanenti, ‘Images of Nature’ ha uno spazio dedicato a mostre temporanee, con rotazioni trimestrali. Per loro natura, i materiali cartacei e dipinti, sono sensibili alla luce e molto fragili, quindi non è possibile esporli per lunghi periodi di tempo. La mostra temporanea di quest’anno è dedicata all’arrivo della Prima Flotta Britannica sulle coste australiane. Nel 1788, 11 navi, per un totale di circa 1,400 persone, tra passeggeri ed equipaggio, raggiunsero l’Australia per fondare la prima colonia. Al seguito della flotta, viaggiava anche un team di artisti, che si dedicò a ritrarre flora e fauna. Tra essi, il più valente ed accurato, era Thomas Watling (c1767-1797), giunto nella colonia come convitto (era talmente versato nel disegno che non sorprende fosse stato condannato come falsario). La collezione Watling è preziosa nel suo genere anche perche l’unica a rappresentare, in varie illustrazioni a penna ed acquerello, usi e costumi della comunità aborigena degli Eora. Nella sala ci sono anche le installazioni dell’artista in residenza Daniel Boyd. I suoi lavori investigano quello che la collezione racconta oppure omette riguardo i primi anni della colonizzazione e i rapporti tra coloni e popolazioni aborigene. Oltre ai punti interattivi dedicati alla mostra speciale, ci sono anche due postazioni Nature Plus, con archivi audiovisivi e collezioni online. E’ disponibile una card gratuita con un codice a barre, da scansionare nell’apposita macchinetta. Tramite questa scansione, si possono salvare gli archivi di proprio gradimento in un account personalizzato, accessibile comodamente da internet, per essere in grado di sfogliare le collezioni di disegni o rivedere i video più interessanti, anche dal divano di casa.
Quel dolce odore di libro…
L’inconfodibile aroma polveroso di vecchi libri è una delle gioie del bibliofilo, lo si repira non solo nelle biblioteche storiche, ma anche nelle librerie antiquarie o di seconda mano. In un mondo che diviene sempre più asettico e informatizzato, presto non saranno in molti a saper riconoscere l’odore agrodolce e ammuffito di una biblioteca storica. Pochi sanno che, questo particolare bouquet, ci può dire anche di cosa è fatto il patrimonio librario.
La dottoressa Matija Strlic, chimico dell’University College di Londra (Centre for Sustainable Heritage), sta conducendo uno studio mirato su come l’odore di libri e manufatti antichi, possa rivelare informazioni cruciali sia per gli studiosi, che per i restauratori. L’intensità di odori è un patrimonio genetico, che spesso rivela la velocità di decadimento degli oggetti, e lo sviluppo di etilometri costruiti a questo scopo, può essere utile per la loro conservazione. La Strlic ha deciso di condurre gli studi sulle correlazioni tra la composizione della carta e il suo odore, dopo aver visto un esperto annusare un titolo per valutarne l’età e la qualità. L’odore è parte della storia di un oggetto e anche del nostro modo di godere del patrimonio librario e antiquario. L’equipe della UCL, affiancata da ricercatori olandesi e sloveni, ha studiato 72 libri degli ultimi duecento anni. Attraverso la tecnica ‘degradomica’, si è potuto scompore il complesso profumo di libri antichi nelle sue varie componenti chimiche, ed individuare i 15 più diffusi composti organici volatili (COV), derivanti dalla carta invecchiata o antica. L’aroma di libro antico è stato dunque descritto come una combinazione di “note erbacee, con punte acide e un cenno di vaniglia su leggero sfondo di muffa”. Questo odore inconfondibile, è parte tanto del libro, quanto del suo contenuto (carta, rilegatura, inchiostro). I marcatori di degradazione possono essere utilizzati per monitorare le condizioni di invecchiamento dei libri attraverso l’analisi dei gas COV da essi prodotti, e potrebbero aiutare i restauratori di biblioteche e archivi nel loro lavoro. La dottoressa Strlic parlerà dei risultati di questa interessante ricerca, in una conferenza pubblica gratuita, che si terrà il 21 giugno prossimo al British Museum.
Spostarsi a Londra
Avventurarsi nel tessuto metropolitano significa infilarsi in un organismo pulsante, dove il tempo fugge e non è mai abbastanza. La tube assomiglia ad un sistema sanguigno isterico, si va giù, sottoterra, e si corre nello spazio confinato di un tunnel, faccia a faccia con una multitudine di individui variopinti, pensosi, stressati, dormienti, persi nella sinfonia di un auricolare, tagliati fuori da internet e linee telefoniche, le mani infilate in un sacchetto di patatine, un caffè nel bicchiere di cartone, da sorseggiare la mattina. Il treno metropolitano sfila invece tra periferie sbriciolate, palazzi nuovi senza carattere, vestigia di ingegneria ed architettura vittoriana, parchi ritagliati qua e là. Si siede comodi e si guarda la città sfilare al ritmo ondeggiante delle rotaie, qualcuno parla animatamente al cellulare, una donna si rifà il trucco, i bambini della scuola vanno in gita coi maestri. A Londra si va di fretta, ovunque. Spesso camminare è un po’ come guidare, certi giorni la densità di pedoni raggiunge livelli esorbitanti. I turisti non conoscono corsie preferenziali, destra o sinistra, il loro ritmo lento e stupefatto irrita i professionisti in ritardo per l’appuntamento di lavoro. Prendere un autobus, se si ha tempo e non si teme il traffico che rallenta il viaggio, è come entrare in una specie di capsula, con un micromondo all’interno ed uno scenario affascinante, fuori dal finestrino. Come nell’antica Roma, dove insulae e ville patrizie convivevano fianco a fianco, qui si passa dal quartiere decadente e decaduto, alla zona trendy, alle strade larghe e ben tenute, sinonimo di vite più agiate. Si viaggia in mondi e culture paralleli, dalle Indie occidentali al Bangladesh, dal Medio Oriente alla Cina. I marciapiedi si animano di esseri umani abbigliati nei modi più svariati: vestito grigio, tailleur, tuta sportiva, minigonna, jeans, sari, burka… L’autobus trotta a nord e a sud del fiume, tra palazzi di cemento, cottages del secolo scorso, chiese barocche, e immerge il passeggero in una cacofonia di suoni e colori, che punteggiano ritmici il grigiume quotidiano. Il video del regista Bruno Palma, dal titolo “London by bus“, racconta bene l’esperienza singolare, a tratti distopica, di chi decide di affidarsi ad un tragitto in autobus. Buon viaggio.
La Londra di Jack Lo Squartatore
Il tour su Jack lo Squartatore è sicuramente quello di maggior successo, nella vastissima offerta di escursioni turistiche londinesi. Nata una trentina di anni fa, la visita speciale ai luoghi degli orrendi delitti, rimasti impuniti dopo oltre 100 anni, si è moltiplicata in varie versioni. Basta inserire ‘Jack the Ripper tour’ in un qualsiasi motore di ricerca, per accorgersi di quante agenzie ed associazioni turistiche propongano questa escursione di gran successo. Certamente, i diversi film e libri sull’argomento, hanno contribuito ad alimentare l’interesse per una delle pagine di storia londinese, tra le più oscure e raccapriccianti. Anni fa, avevo seguito una valida London Walk dal titolo ‘Jack The Ripper Haunts’. Ieri sera, grazie al mio amico Paul, una guida autorizzata, ho ripetuto il tour, questa volta basato più sulla storia sociale dell’area in cui il serial killer condusse indisturbato i suoi misfatti, e corredato da documenti e fotografie dell’epoca. Generalmente, ma non sempre, le escursioni sull’argomento partono da Tower Hill e si addentrano nell’East End, tra Spitalfields e Whitechapel, ripercorrendo i terribili delitti dello Squartatore. Noi abbiamo, invece, camminato a ritroso, partendo dall’arco che conduce fino a Gunthorpe Street. Il pub sulla sinistra – The White Hart – è stato in questo luogo per oltre 250 anni ed alcuni pensano che Jack lo Squartatore possa essere stato uno degli avventori. La zona ha subito nel tempo degli stravolgimenti edilizi e, dove prima si snodava un ammasso di viuzze maleodoranti e case fatiscenti e sovraffollate, ora ci sono banche , uffici e edifici abitativi moderni. Inoltre, in Mitre Square, nel punto esatto in cui fu ritrovata Elisabeth Stride, con la gola tagliata e il corpo orrendamente mutilato, oggi troviamo aiuole ed innocue panchine (tuttavia, la polizia continua a chiamare questo punto, ‘The Ripper’s corner’). Proseguendo oltre, al di là di cemento, grattacieli e vetrine di ristoranti, si ritrovano immutate le forme di un tempo, edifici dimessi, vecchie insegne, ex work-houses riconvertite in appartamenti, case degli ugonotti rimaste immutate dal XVIII secolo, una cappella in Fournier street, poi sinagoga ai tempi di Jack the Ripper ed ora moschea, e il vecchio mercato di Spitalfields. L’oscurità aiuta a ricreare l’atmosfera e, con un po’ di fantasia, alimentata dai racconti della valida guida, si riesce davvero ad essere catapultati nel 1888… Tra i vari siti, sono rimasti miracolosamente intatti dei pub, quelli frequentati dalle prostitute e dalle sfortunate vittime del serial killer. Ye Olde Frying Pan è ancora là, in Thrawl Street, all’angolo con Brick Lane, ma ora si chiama Sheraz Balti House ed è un ristorante indiano. Il Ten Bells pub, in 84 Commercial Street, che con i suoi interni rimodernati, in falso stile vittoriano, rappresenta ormai una mera attrazione per turisti (pare che anche Johnny Depp ci sia passato per una birra, anche se il film ‘From Hell’ venne girato a Praga) si trova vicinissimo a Dorset Street, dove la povera Mary Jane Kelly, l’ultima e più giovane vittima, fu brutalmente assassinata. Di fronte al pub, c’è una delle più belle chiese di Londra. Christ Church risale alla fine del XVIII secolo e fu progettata da un allievo di Christopher Wren, sir Nicholas Hawksmoor.
Il sagrato è stato descritto da Jack London nei suoi racconti sull’East End (The People from Abyss – 1903) e, tra la gente del posto, i giardini adiacenti alla chiesa, erano denominati ‘Itchy park’, per essere noto ritrovo di vagabondi e mendicanti.
Un’idea per l’8 marzo a Londra
La foto accattivante che pubblichiamo oggi, proviene dal Museo di Londra ed è attualmente in mostra in quello di Wandsworth. Rappresenta uno stand delle Suffragette al Salone delle Donne, tenutosi nel 1909 al Prince’s Skating Rink, una pista di pattinaggio su ghiaccio, non piu’ esistente, nei dintorni di Knightsbridge. La foto fu scattata da Christina Broom, considerata, a ragione, la prima fotogiornalista della storia inglese. Agli inizi del Novecento, la Broom aveva acquistato una macchina a cassetta e aveva appreso, da autodidatta, i rudimenti della fotografia. Dal 1908 al 1913, Christina seguì con interesse il movimento delle suffragette, scattando numerose foto, durante manifestazioni, marce ed altri eventi. Questa, in particolare, è stata scelta per Portrait of London, una mostra di oltre 60 immagini storiche, provenienti dagli archivi del Museum of London e del Wandsworth Museum. Tra le varie immagini esposte, si trovano anche un’iconica visione di Trafalgar Square, realizzata da Roger Fenton, nel 1857, e la foto più antica di Londra, scattata nel 1839. La mostra include anche una selezione di immagini storiche del quartiere di Wandsworth, incluse le zone di Balham, Battersea, Putney e Tooting. Queste fotografie, relative al periodo compreso tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, non erano state esposte da lungo tempo e sono state ‘ripescate’ dagli archivi per l’occasione.


