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St. George’s Gardens

St. George's Gardens  ©London SE4

St. George’s Gardens ©London SE4

Alle spalle del Foundling Museum, e proprio a due passi dalle strade trafficate di Bloomsbury, si trova un angolo silenzioso e meditativo. St. George’s Gardens è un piccolo parco, racchiuso da mura e vetusti edifici, che, a sud, demarcano il confine tra la parrocchia di Bloomsbury e quella di San Giorgio martire. Le pietre tombali lungo le pareti e i monumenti funebri sparsi nel giardino, tradiscono la destinazione originaria del terreno e contribuiscono a dare al luogo un senso di tranquillità e vago romanticismo. Durante il regno della Regina Anna (1715) i tre acri di terra vennero destinati a luogo di sepoltura per i parrocchiani di due nuove chiese, costruite nel quartiere di Bloomsbury – St George the Martyr, in Queen Square, e St. George Bloomsbury. Il cimitero fu progettato da Sir Nicholas Hawksmoor, e rimase in funzione fino al 1855. Dopo un periodo di abbandono, in tarda epoca vittoriana, l’area fu trasformata in un giardino pubblico, affinché potesse fungere da ‘salotto all’aperto’ per i residenti delle vicine case popolari.

Tra le centinaia di parrocchiani sepolti qui, si annoverano alcuni personaggi degni di nota. Il primo ad essere tumulato nel  cimitero, proprio nel 1715, fu Robert Nelson, filantropo e commissario per la costruzione delle nuove chiese. Per incoraggiare gli altri a seguire il suo esempio, si fece costruire un bel monumento funerario, sormontato da un’urna, forse su progetto di Hawksmoor. Oggi è il più importante monumento nei giardini. Ma anche Anna Cromwell, nipote di Oliver Cromwell, e moglie del medico Thomas Gibson, fu sepolta in una bella tomba, decorata con lo stemma di famiglia. Mori, senza eredi, nel 1727 e riposa accanto alle spoglie del marito. St George’s Gardens fu anche l’ultima dimora di Zachary Macaulay, figura di primo piano nella campagna per l’abolizione della tratta degli schiavi e governatore di una colonia di schiavi liberati in Africa. Egli morì nel 1838, cinque anni dopo che la schiavitù fu finalmente dichiarata illegale.Tra i monumenti interesanti, segnaliamo anche un obelisco, eretto da Thomas Falconer, nel 1729.

Al cimitero di St. George si lega anche il primo atto d’accusa per furto di cadaveri. Nel 1777  il becchino John Holmes, e il suo assistente Robert Williams, furono chiamati in giudizio davanti a Sir John Hawkes, con l’accusa di aver trafugato il corpo di Jane Sainsbury per rivenderlo a scopi scientifici. Williams era stato fermato nella zona di King’s Cross con un sacco voluminoso. Alla richiesta di indicare cosa ci fosse dentro, aveva risposto: “Non lo so”. Al giudice fu riportato che nel sacco venne trovato il corpo di una donna, piegato a forza con delle corde: le mani erano dietro la schiena e la testa tra le gambe. Oltre che per questa storia macabra, i St George’s Gardens sono rinomati dal punto di vista botanico. Infatti, nella parte ovest, vantano una larga selezione di felci autoctone e aliene, la più importante nel centro di Londra. Iscritti al Registro dei parchi e giardini storici, con Grado 2, e tuttora terra consacrata, i giardini rappresentano ormai una realtà molto amata e ben custodita dai residenti della zona.

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Neve a Londra 2013

Snow Capped Muffins with Chocolate Chips  ©LondonSE4

Snow Capped Muffins with Chocolate Chips ©LondonSE4

L’avevano annunciata le previsioni, sarebbe caduta di venerdì. Anche se, quella mattina, quando mi sono affacciata alla finestra, non si vedeva nulla che volteggiasse nell’aria fredda, per adagiarsi sull’asfalto ghiacciato. Questione di poche ore. Il tempo di arrivare al lavoro, che fioccava con brio e i  giardini di Bloomsbury Square avevano già tutto il vialetto imbiancato. E’ un rapporto ambivalente, quello che ho con la neve. Da un lato, venendo da regioni più calde, una nevicata equivale per me ad una sorta di incantesimo. La neve costituisce sempre una novità, che merita di essere immortalata, sfidando il gelo e i disagi. E poi ha il privilegio di coprire le brutture e attutire i rumori. D’altrocanto, però, se uno deve spostarsi oltre i confini del proprio quartiere, andare in giro con la neve equivale al peggior incubo. E non parlo solo di coprirsi di strati, camminare irrigiditi e cercare di stare attenti a dove si mettono i piedi. Infatti, basta poco per mandare in tilt il sistema ferroviario e i tratti di metropolitana con i binari all’aperto. E non è piacevole aspettare un mezzo al freddo e al gelo, magari mescolati ad una folla di malcapitati, tutti intirizziti, stanchi, di malumore, e che sgomitano per assaltare quell’unico treno o bus che li riporterà a casa. La neve nel weekend regala almeno la libertà di scegliere se rimanere a casa o avventurarsi per le vie della città. Significa anche decidere di non perdersi in derive casuali, ma di passare del sano tempo in cucina, a sfornare muffins soffici, con il ripieno di gocce di cioccolato fondente, e una suggestiva copertura di zucchero ‘a neve’.

Ricetta dei Muffins ricoperti di neve

Ingredienti: 2 uova, 240ml latte di soia, 120ml olio di semi, 100g zucchero raffinato bianco, 100g zucchero scuro di canna, morbido, 375g di farina per dolci, 4 cucchiai di lievito, una presa di sale, il succo di 4 mandarini, una confezione di gocce di cioccolato fondente, zucchero a velo.

Procedimento: Riscaldare il forno a 180 gradi. Mischiare in una ciotola il lievito, la farina, il sale, lo zucchero. Mescolare a parte, in un’altra terrina, le uova, l’olio, il succo di mandarino e il latte, poi unire il tutto, poco alla volta, al composto secco. L’impasto dovrà risultare bene amalgamato, ma non troppo liscio. Unire le gocce di cioccolato all’impasto e riempire gli appositi stampini, in cui saranno state posizionate le pirottine di carta. Cuocere per 20-25 minuti, lasciar riposare in forno per altri 5. Una volta sfornati, coprire i muffins con zucchero a velo.

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Mummie: tra maledizioni e autopsie

king-tut-tomb-2Il 4 novembre del 1922 Howard Carter scopriva l’accesso al sepolcro di Tutankhamon e telegrafava la notizia a Lord Carnarvon, rimasto in Inghilterra. Il 26 novembre, fatto un buco nella parete della camera sepolcrale, Carter scopriva l’eccezionale tesoro del faraone. Quella stessa notte la città del Cairo venne colpita da un misterioso blackout.  Nel 1929 Carter era ancora vivo, ma undici tra le persone coinvolte nella scoperta erano scomparse per cause non naturali o per morte prematura. Lord Carnarvon morì per una banale puntura di zanzara nel 1923. Aubey Herbert, fratellastro di Lord Carnarvon, si suicidò in un accesso di follia; l’archeologo La Fleur, collaboratore di Carter, morì per cause ignote appena giunto in Egitto; Arthur C.Mace, tra i primi a entrare nel sepolcro, fu trovato morto nello stesso albergo di Canarvon; Lady Carnarvon, morì come il marito, in seguito ad una puntura di insetto; l’egittologo Arthur Weigall, fu colpito da una febbre sconosciuta, Arcibald Douglas Reid, morì mentre radiografava la mummia; infine Richard Bethell, segretario di Carter durante gli scavi, perse la vita per cause sconosciute. Tra le altre vittime della maledizione, un miliardario americano amico di Lord Carnarvon, e Alfred Lucas e Douglas Derry, colpiti da infarto poche ore dopo aver eseguito l’autopsia della mummia di Tutankhamon. La maledizione della mummia potrebbe, tuttavia, avere delle cause scientifiche. Si è scoperto infatti che i funghi presenti nelle grotte e nelle tombe (Aspergillus niger, Aspergillus ochracens e Cephalosporium), possono avere effetti letali, specialmente se inalati, e per questo ora gli archeologi indossano sempre mascherine ed abiti protettivi prima di irrompere in una sepoltura.

A parte ciò, prima ancora della sofisticata cerimonia di mummificazione, tanto cara alla civiltà egizia, che non abbandonava mai i propri defunti senza prima averli assicurati con formule magiche, amuleti nonché anatemi, nell’Egitto predinastico (3500 a.C.) i corpi si essiccavano per processo naturale, a causa dalla sabbia rovente del deserto con cui venivano posti direttamente a contatto. Una di queste mummie naturali è il famosissimo uomo di Gebelein, più noto agli inglesi con lo pseudonimo di Ginger. La mummia, scoperta nel 1896, e custodita al British Museum (sala 64), è visitata da miriadi di persone ogni anno. Per oltre un secolo, generazioni di visitatori e curiosi si sono soffermate davanti a questa mummia rossiccia, ripiegata in posizione fetale e con poche suppellettili attorno, senza mai sapere chi fosse Ginger in realtà. Recentemente, però, i resti sono stati sottoposti a studi medico-scientifici moderni, grazie ad una collaborazione anglo-svedese. I raggi x e la tomografia assiale computerizzata hanno rivelato interessanti e drammatici aspetti sulla breve vita di quest’uomo dell’antichità e, fino al 3 marzo 2013, una mostra temporanea interattiva rivelerà al pubblico tutti i dettagli dell’assassinio.

Nei meandri del museo, lontana da occhi curiosi, si trova anche la famosa Mummia Maledetta, un sarcofago donato da Mrs Warwick Hunt di Holland Park, per conto del marito, nel 1889, e inventariato con la dicitura BM.22542. Dagli anni trenta, lo si collega al fantasma della principessa Amen-Ra, che ancora si aggirerebbe urlante nella ormai dismessa British Museum Station, le cui banchine annerite, sono visibili a chi viaggia sulla central line da Tottenham Court Road a Holborn. London Underground ha sempre negato con determinazione l’esistenza di un collegamento segreto tra la stazione non più esistente e i depositi di antichità egizie del Museo Britannico. Per quanto riguarda il sarcofago, i curatori tengono a precisare che si tratta solo di un reperto di valore rimarchevole, risalente alla ventunesima dinastia (950BC) e giunto fino a noi in buone condizioni…

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La metro di Londra compie 150 anni

Lithograph of Baker Street Station

In piena epoca vittoriana, Londra era una città in espansione, ingolfata da un traffico tentacolare di cavalli e pedoni. La capitale aveva bisogno di un sistema di trasporto efficiente, che migliorasse la vita degli abitanti. Fu così che, il 10 gennaio del 1863, nacque la prima metropolitana del mondo.
La Metropolitan Railway era una linea merci e passeggeri che, tra la seconda metà dell’ottocento e i primi anni trenta del novecento, scaturiva dal cuore finanziario della capitale, per spingersi fino alle propaggini del Middlesex. Il tratto iniziale, inaugurato 150 anni fa, misurava circa 4 miglia (6 chilometri) e andava da Paddington a Farringdon Street. Il metodo iniziale di costruzione della Tube, impiegato fino alla fine del XIX secolo, consisteva nello scavare a fondo le strade lungo il percorso della linea;  una volta posti in opera i binari,  questa sorta di trincee venivano coperte da un poderoso tunnel di mattoni; infine, si provvedeva a ripristinare il manto stradale. Le carrozze del viaggio inaugurale erano di legno e illuminate a gas. Venivano trainate da locomotive a vapore, che rimasero in uso fino all’avvento del sistema elettrico, nel 1905.  La metropolitana di Londra è stato un punto di riferimento per investitori finanziari, progressisti sociali, designers, pionieri e riformatori. Ha rimodellato la città, riparato i londinesi durante i pesanti bombardamenti della Luftwaffe, e proseguito, tra alterne fortune economiche, politiche e tecnologiche, fino al complesso sistema di oggi: 249 miglia, oltre quattromila carrozze, un miliardo di passeggeri l’anno e una popolazione di ben cinquecentomila (!) topi, che si aggirano nei tunnel, e, spesso, lungo i binari delle stazioni. Per festeggiare il compleanno della Tube, sono in programma due viaggi d’epoca, nelle serate del 13 e 20 gennaio, organizzati dal London Transport Museum. I titolari dei biglietti (150 sterline per il treno a vapore, 50 per quello elettrico vintage), viaggeranno lungo parte del tratto originale della Metropolitan Railway (oggi Hammersmith & City).

Per chi, invece, può permettersi un biglietto del cinema, da non perdere l’uscita, questo venerdì, di Underground (1928), film diretto da Anthony Asquith. undergroundLa pellicola, restaurata dal BFI e accompagnata dalla colonna sonora, composta da Neil Brand, affascina per le luci e il taglio espressionisti, ed equivale ad una macchina del tempo. La metropolitana è parte integrante della trama e imposta il tono del film, con le sue oscurità e il garbuglio di linee e di tunnel, fungendo da sfondo e metafora alle passioni represse dei protagonisti. Gente comune, che incontrandosi per caso, tra una stazione e l’altra, nella ripetitività dei tragitti quotidiani, finirà per sperimentare amore e violenza.

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Sanità Angla – 2

walk_in_centre©LondonSE4In questi grigi giorni di gennaio, Londra sembra un lazzaretto. Ovunque, nei negozi, negli uffici, nei vagoni della metro, per strada, è tutto un risuonare di starnuti, colpi di tosse di varie tonalità e grassezze, tirar su di nasi colanti, conversazioni in semi-apnea. Impossibile sfuggire all’invasione degli ultracorpi, per quanto uno faccia l’impossibile. E così, anch’io sono stata falciata, inizialmente da un subdolo mal di gola, tramutatotosi ben presto in raffreddore ed odiosa laringite acuta. Dopo due giorni di totale e frustrante afonia, non avendo tempo e modo di prenotare un appuntamento con il GP (equivalente del nostro medico di famiglia), mi sono, per la prima volta, affidata al famoso walk in centre dell’NHS. Trattasi di ambulatorio con personale medico e infermieristico, dove non serve appuntamento, registrazione e indirizzo fisso. Per la maggior parte, i centri sono aperti tutto l’anno, anche fuori orario o prestissimo di mattina.  Mi sono dunque recata al walk in centre di zona, comodamente locato davanti al capolinea della Overground. Arrivata alla reception, ho sibilato: “I need to see someone.” Haha! Forse la richiesta sarebbe stata meglio formulata al passivo, dato che ero io la casualità (afona). Comunque, l’infermiera non si è minimamente scomposta, e m’ha piazzato davanti il solito form da compilare. Che io ho diligentemente riempito, con tanto di motivazione scientifica: “laryngitis”. “Please, take a sit”, ha suggerito la nurse, per niente impressionata dalle mie conoscenze ippocratiche. E io, ubbidiente, mi sono seduta, in posizione strategica. Sono scorsi solamente venti minuti (una buonissima media), prima che sullo schermino delle visite comparisse il mio nome. Nel frattempo, mi sono guardata intorno. Le utenze variavano dalla vecchietta con problemi oculistici, alle mamme coi bambini malaticci, appena prelevati da scuola, passando per i tipi sospetti, quelli da stazione, probabilmente con postumi da sbronza o allucinogeni, e lo studente povero, coi capelli impastati, e i sandali, con i talloni dei calzini bucati. Ma ci sono  state anche la bionda ossigenata e la donna in carriera con il tacco a spillo, proprio come in certi vecchi noir di Hollywood. A tutti è stato consegnato il famigerato modulo da compilare e una sedia su cui aspettare. La bionda ossigenata, quella no, non si è seduta. L’infermiera le ha dato un gettone da inserire in una macchina avveniristica parlante, dove bisognava salire, senza sciarpa, borsa e cappotto. L’aggeggio, molto simile ad un ibrido tra la bilancia della farmacia e il distributore dei caffè, in un nano secondo l’ha misurata e pesata, le ha monitorato i battiti cardiaci e, una volta infilato il braccio nell’apposito foro, le ha pure misurato la pressione. Mentre ero ancora stupefatta dalla tecnologia salva-tempo/denaro del servizio sanitario inglese, ecco che compare il mio nome lampeggiante. Sala 4.

Busso e trovo un medico ermetico. Saluto mimando e gli propino un’anamnesi di sintomi e rimedi, che avevo vergato su un foglietto, mentre aspettavo di là. Lui nemmeno ci butta l’occhio, mi infila al volo il termometro nell’orecchio, due secondi di luce in gola, poi mi ausculta i polmoni. Alla fine, non mi prescrive niente di nuovo, a parte stare zitta per altri cinque giorni, continuando a bere gli intrugli che già provvedo a scolarmi (primo in classifica: infuso di miele, limone e zenzero), conditi da  paracetamolo, suffumigi e riposo. “L’antibiotico non serve, è una faringite virale, che deve fare il suo corso…”.  Mi piace l’approccio naturale della sanità angla, così in contrasto con la nostra medicina rimediale del tutto e subito, (“signora,  vuole la voce indietro per domani? Allora, si prenda pure ‘sto cortisone in compressine, a scalare, o, meglio, in comoda fiala da aerosol”). Il dottore mi congeda stanco, lavandosi le mani alla Ponzio Pilato, e in meno di cinque minuti sono già fuori dal centro. La supremazia del “virale” sul “batterico” mi ha riassicurato, vado subito dal turco a comprare le cipolle, le mele, il limone e lo zenzero. Tutti emollienti, espettoranti e antisettici naturali. Per meno di due sterline.

E’ un peccato che i tagli del presente governo al servizio sanitario nazionale stiano facendo sparire molti walk in centres. In poco tempo sono stata visitata, e non ho fatto perdere tempo né al personale del pronto soccorso né al mio medico, che probabilmente ha l’agenda appuntamenti piena fino alla prossima settimana, tra pazienti vittime di tosse canina e norovirus. Secondo il sito NHS, i walk in centres sono stati utilizzati da più di tre milioni di persone l’anno scorso e “hanno dimostrato di essere un servizio di successo complementare al tradizionale GP e al pronto soccorso ospedaliero”. Eliminare del tutto questi centri, sarebbe una mossa sbagliata, tanto che, a quest’ora, potrei essere ancora a ciondolare nei corridoi di un A&E, con un codice bianco, afona…

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(Royal) Baby on Board

tfl_babyI media britannici si sono scatenati, da quando Kate Middleton, Duchessa di Cambridge, in preda a violentissime nausee mattutine, è stata ricoverata all’ospedale (privato) King Edward VII.

Impossibile per St. James Palace nascondere la notizia della gravidanza ai giornalisti, e così, su tabloid e quotidiani, fioccano le informazioni sull’iperemesi gravidica, di cui la Duchessa è vittima, con pronostici sul sesso e nome del nascituro, nonché sulla data del lieto evento.
Persino la BBC ha interrotto la programmazione per annunciare ai sudditi la novella. Ma se Kate vive l’evento in maniera privilegiata, circondata dalla simpatia del largo pubblico, e sollevata da tutte le cure e premure a disposizione di una futura regina, vale la pena rammentare che, in un sondaggio del 2006, Londra si classificava come la città meno “pregnancy-friendly” del Regno Unito: il 45% delle mamme in attesa venivano completamente ignorate, anche quando la pancia era ormai più che evidente. Un’altra ricerca mostrava come il 92% degli intervistati fosse d’accordo sul fatto di cedere il posto su metro ed altri mezzi di trasporto alle donne in stato interessante, ma nella realtà il posto veniva offerto solo al 16% delle londinesi incinte.Chiaramente esiste sempre una discrepanza, tra quella che sembra la cosa giusta da fare e la sua messa in pratica. E’ anche vero che, per quanto individualista e misantropa possa essere la popolazione della metropolitana, a volte resta meno agevole individuare una donna incinta, specie quando è agli inizi della gravidanza o infagottata in un pesante cappotto.Tuttavia, infilarsi nei cunicoli della tube londinese, significa anche negoziare spazi angusti con miriadi di esseri umani frettolosi ed egoisti, persi in cuffiette, telefonini, libri elettronici o cartacei, giornali; passeggeri che sgomitano per accaparrarsi un posto o la pole position vicino alle porte, che preferiscono leggere, guardarsi la punta delle scarpe o scrutare le pubblicità del vagone, pur di non dare attenzione al prossimo.

Per ovviare a questa situazione, LU (London Underground) si è inventata una spilletta con su scritto “Baby on Board!”. Questa, è, in teoria, una valida idea; spiccando sul cappotto, la giacca o la maglia, fa sapere discretamente ai passeggeri che non si è in sovrappeso per estremo consumo di birra o take away, ma che esiste un motivo serio per cui meritarsi di ricevere un posto a sedere, invece di un’occhiata di scherno, disapprovazione o, peggio, indifferenza.  A distanza di quasi cinque anni dal lancio dell’iniziativa, sarebbe però interessante scoprirne l’effettiva percentuale di successo, considerato anche il fatto che, il 20% delle donne in dolce attesa, preferisce evitare il trasporto pubblico e utilizzare invece il taxi o veicoli privati, proprio per non dover rimanere in piedi per lungo tempo durante un viaggio in tube. Indossare un badge non può fare miracoli, specie se manca un’educazione civica di fondo, unita all’empatia e alla sollecitudine nel cedere il posto a chi ne ha più bisogno. Comunque, meglio di niente.La spilletta è gratuita, e si riceve per posta, assieme ad un messaggio di congratulazioni, scrivendo un’email a babyonboard@tube.tfl.gov.uk, oppure telefonando al numero: 0845 330 9880

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Il compleanno di Jimi Hendrix

Jimi Hendrix

Come sarebbe stato il compleanno di Jimi Hendrix, se oggi avesse potuto soffiare sulle sue 70 candeline?

Per i miti della musica, scomparsi troppo giovani, all’apice del successo, con uno o due album alle spalle, tutto si interrompe così bruscamente, che la meteora si tramuta in astro leggendario, e i luoghi dove ha vissuto, diventano mete di pellegrinaggio. Verso la fine degli anni sessanta, Jimi passò molto tempo in Gran Bretagna, suonando in moltissimi club londinesi. Dopo una parentesi di un anno, che lo vide impegnato in un tour attraverso gli Stati Uniti, nel 1969 Jimi tornò a Londra, ed andò ad abitare in un appartamento, arredato dalla fidanzata di allora, Kathy Etchingham, al 23 di Brook Street. Poiché lo stabile a fianco era stato la residenza di George Frideric Handel, il chitarrista rock si era incuriosito, ed aveva comprato dischi di musica classica con le composizioni più celebri. Il flat di Jimi Hendrix era abbastanza ordinario, ravvivato da tende e da tappeti rosso vivo acquistati da John Lewis, a Oxford Street. In questa casa, Jimi beveva tè, guardava la tv, rilasciava interviste, scriveva e suonava musica, approfittando della mancanza di vicini, per alzare il volume degli amplificatori. Inoltre, poteva facilmente recarsi a piedi in tutti i locali della scena musicale del tempo, dal Marquee allo Speakeasy. 

Il soggiorno di Hendrix a Brook Street fu breve, circa tre mesi. Al giorno d’oggi, una placca blu dell’English Heritage ricorda il passaggio del musicista, mentre l’appartamento, mantenuto nei suoi aspetti originali, e visitabile solo in speciali occasioni, è attualmente l’ufficio amministrativo della vicina casa-museo di Handel.

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E.V.Lucas, viandante e viaggiatore

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Edward Verrall Lucas è stato un versatile scrittore ed editore inglese, che, ai suoi tempi, ebbe molto successo, distinguendosi per una prosa leggera ed accattivante. Fu, di volta in volta, saggista, biografo, critico, giornalista, poeta e romanziere, sceneggiatore teatrale e scrittore satirico. Tuttavia, ancora oggi, il suo stile ironico e attento, meglio si apprezza nelle guide di viaggio, in cui rientrano gli interessi personali per l’arte e la letteratura. Nato a Brighton, nel 1868, Lucas iniziò la sua carriera come apprendista in una libreria, per poi approdare a Londra, lavorando da giornalista al The Globe e, in seguito, alla rivista Punch. Nella comunità letteraria della Londra fin de siècle, E.V. Lucas si segnalava, dunque, come figura nota e di tutto rispetto, che ebbe anche successo come editore, per Grant Richards and Methuen, che gli pubblicò molti dei suoi scritti. Le guide apparse nella collana A Wanderer, offrono impressioni di viaggio attraverso l’Inghilterra  ed altri paesi europei, con attenzione all’arte e ai musei di città come Firenze, Parigi, Londra, Amsterdam. Nelle mie peregrinazioni tra scaffali polverosi di librerie antiquarie o negozi di rigattiere, sono riuscita ad accaparrarmi due guide della nota serie:  A Wanderer in Paris (1906) e A Wanderer in London (1910). La prima guida, corredata da belle tavole a colori di Walter Dexter, più altre illustrazioni in bianco e nero, trattandosi di Parigi, non può certo esimersi dall’apprezzamento delle arti, con ben due capitoli dedicati al Louvre. Inoltre, da un tavolo al Cafe de la Paix, tra signore dai larghi cappelli e gentiluomini con bastone da passeggio ai Boulevards, passando per gli zoo cittadini ed il fascino intramontabile del Marais, Lucas ha tempo per degli excursus su personalità come Voltaire, Botticelli e Maria Antonietta. Di simile impostazione, è la guida di Londra, illustrata ad hoc da Nelson Dawson. Nella prefazione al volume, veniamo a sapere che, anche all’inizio del Novecento, Londra era così vasta, varia e ricca di cose interessanti, da rendere difficile la scelta della zona da cui cominciare ad esplorarla, e ancor più difficile, poi, sapere dove interrompere l’avventura. Perché “per un libro su Londra – per migliaia di libri su Londra – non c’è fine.” Allora, come oggi, nonostante le distruzioni, le demolizioni e i cambiamenti di un secolo, Londra è, prima di ogni altra cosa, un alveare di umanità affaccendata, in cui la nebbia è un lontano ricordo, il guidatore di taxi una figura solitaria e romantica. Dopo la Prima Guerra Mondiale, lo stile agile ed impersonale di Lucas non trovò più favori e, in seguito alla sua dipartita, nel 1938, anche l’interesse di critica e pubblico svanì. E’ un vero peccato, dal momento che, le guide di viaggio, possiedono lo sguardo fresco e curioso del flâneur, le descrizioni romantiche di chi sa guardare oltre la facciata e il mero sciorinamento di strade, nomi e date. Con le loro copertine liberty, di tela blu incisa in caratteri dorati, e le belle tavole illustrate, costituiscono un ottimo regalo, e non possono mancare nello scaffale di appassionati londonografi o studiosi del patrimonio storico e sociale delle città d’arte.

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Sconfinamenti

teaIn una metropoli come Londra, esistono molte frontiere. Quella più antica, tra la riva nord e quella sud del Tamigi, e poi i confini tra Est e Ovest, e quelli tra la City of London e Westminster.
La città si è talmente espansa, che ci sono luoghi lungo le linee metropolitane in cui difficilmente ci si avventura.
I confini londinesi rappresentano uno spazio identitario, che spesso si confonde e si stempera, tra fessure e smagliature, in cui flussi in movimento penetrano e modificano la percezione dell’altro da sé, dell’oltre frontiera.  Ogni volta che mi reco ai margini occidentali della città, provo un senso di avventura, di curiosità e dislocamento, che solo l’andare oltre i soliti  scenari può dare.

L’occasione per l’ennesimo sconfinamento, mi è stato offerto da un invito della Gatta, food blogger in London TW7, la quale mi ha proposto una merenda da lei. Isleworth, che non avevo mai visitato, ha conservato l’atmosfera del villaggio rurale, con i giardini chiusi da muretti, dritti filari di alberi vetusti e piccole botteghe d’altri tempi: quella del macellaio, il forno, ed un surreale negozio di petardi. La zona è davvero molto antica, corrisponde infatti ad un insediamento sassone (ancor prima romano), menzionato nel Domesday Book (1086) con il nome di Gistelesworde. Nei secoli Isleworth fu, di volta in volta, baronia normanna, ducato di Cornovaglia, possedimento del monastero di Syon ed infine, dopo la dissoluzione degli ordini, patrimonio del duca di Somerset. Passò poi ad altre nobili casate, fino al XVIII secolo, quando venne trasformata in frutteti e giardini, per il rifornimento dei mercati londinesi. Caratteristica di questo periodo fu la costruzione di molte dimore e case di grandi dimensioni, principalmente destinate ad aristocratici e ceti alti. Tra gli agiati residenti, spiccano alcuni personaggi illustri.
Nel 1779, Joseph Banks, naturalista e botanico inglese, stipulò un contratto di locazione, e poi acquistò, una bella casa con 34 acri di terra, lungo il lato settentrionale di quella che ora è la London Road. Questa residenza, Spring Grove House, esiste ancora. Banks si dedicò alla realizzazione di un giardino botanico nella sua tenuta, grazie alla grande varietà di piante esotiche, raccolte nei suoi viaggi intorno al mondo, in particolare durante le spedizioni in Australia e nei mari del sud, al seguito del capitano Cook.  Alla morte di Banks, la casa passò ad altri proprietari, mentre, gran parte delle piante, venne trasferita a Kew Gardens.
Anche il pittore William Turner visse a Isleworth per un breve periodo. Nel 1804, lo troviamo a Syon Ferry House, luogo pittoresco, che gli fu d’ispirazione per la veduta di Hampton Court dal Tamigi. Persino Vincent Van Gogh soggiornò a Isleworth, lavorando per un breve periodo (1876) come supplente di studi biblici, in un collegio, gestito dal reverendo Slade-Jones.
Per tornare al presente, vi interesserà forse sapere che, la merenda a casa della Gatta, consisteva in una sfornata di meravigliose crostatine di farro alla nutella, realizzate seguendo la ricetta della crostata di marmellata di arance della zia, con l’accorgimento, però, di lasciare uno spessore di pasta di almeno mezzo centimetro, perché non si seccasse troppo. L’impasto, può essere preparato in largo anticipo e congelato, così da essere disponibile all’occorrenza.
Alle crostatine, abbiamo anche unito, con successo, direi, le tonalità calde e distinte di un tè alla violetta di Tolosa.

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The Big Botanical Draw

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Dal 2005, sono iscritta al South London Botanical Institute.

Nel corso degli anni, grazie a questo ente di beneficenza, ho potuto partecipare a lezioni di disegno botanico, corsi di identificazione e di storia, escursioni e visite guidate, mercatini di libri e piante, conferenze.

L’istituto si trova a Tulse Hill ed è stato fondato nel 1910 da Allan Octavian Hume, un funzionario dell’India Britannica, riformatore politico e tra i fondatori del National Congress, un partito che avrebbe in seguito appoggiato il movimento indiano di indipendenza. Hume fu anche uno stimato ornitologo, nonché orticoltore dilettante. Tornato in Inghilterra, nel 1894, si trasferì a vivere a sud del Tamigi, in Upper Norwood. La sua attenzione per l’orticultura, lo indusse ad acquistare una grande casa vittoriana, al numero 323 di Norwood Road, ristrutturandone alcuni ambienti, in modo da ricavare un herbarium ed una biblioteca. La casa divenne la sede del South London Botanical Institute, un organismo che doveva promuovere lo studio della botanica e permettere l’incontro tra dilettanti e professionisti. A oltre cento anni dalla nascita, l’Istituto possiede una vasta collezione di libri, monografie e riviste. L’erbario consiste di circa centomila piante essiccate, originarie della Gran Bretagna e dell’Europa, mentre, il piccolo giardino sul retro, comprende esempi di oltre 500 specie. La sede è rimasta pressoché invariata dall’epoca eduardiana, perciò, all’interessante offerta di attività didattiche, quali conferenze, corsi pratici ed escursioni, si aggiunge il fascino discreto e vetusto degli ambienti, il senso quieto e familiare di una casa di altri tempi. Durante l’anno, oltre ad offrire corsi e workshop per le scuole elementari e medie, il South London Botanical Institute apre le sue porte al pubblico, in occasione di eventi come Open House e Open Square Gardens weekend. A ottobre, invece, non si può mancare l’appuntamento con The Big Draw, il più grande festival di disegno al mondo. Tutti i materiali sono forniti gratuitamente per disegnare alcune delle piante provenienti dal giardino e dalla serra (dai cactus agli esemplari carnivori, alle felci, incluse foglie, frutti e baccelli autunnali). Inoltre, dei bellissimi libri di pittura e disegno botanici sono sono consultabili nella suggestiva biblioteca, mentre, esemplari diversi di piante, semi e fiori, possono essere esplorati al microscopio. Per l’occasione, nella cucina di stampo vittoriano, viene anche allestito un caffè, che offre bevande calde, cordiali, succhi di frutta, nonche’ meravigliose crepes, galettes, pancakes, panini e torte fatte in casa.

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