Nel film documentario Exit Through The Gift Shop, (2010) diretto dallo street artist Bansky, Thierry Guetta appariva come un eccentrico negoziante grassotello, dalla barbetta bohemien, il quale, aspirante filmaker, narrava delle sue peregrinazioni serali e notturne al seguito dei graffitari, per immortalarne le gesta avventurose, tra le strade e i tetti di L.A. e Parigi. Thierry aveva seguito lo stesso Bansky, filmando con ossessione il suo mondo segreto, ma non riuscendo mai a fare il salto di qualità da videoamatore a regista. Nel contempo, però, forse per un processo osmotico, Guetta si è tramutato in uno street artist, che ora esibisce con lo pseudonimo di Mr. Brainwash. Le sue opere, in realtà, sono realizzate da un’equipe di collaboratori, a cui viene spiegata l’idea di quello che si vuole realizzare. Il punto di partenza è quasi sempre un personaggio o un oggetto di successo, che viene modificato a seconda delle circostanze, spesso infrangendo il copyright. Dopo due grandi mostre evento, a Los Angeles e New York, la street art di Mr. Brainwash approda a Londra, nei vasti locali abbandonati dell’Old Sorting Office. Qui, i visitatori si possono avventurare tra modelli enormi di polaroid e boombox, gigantografie della Regina, Beatles imbavagliati, un King Kong di brandelli di pneumatici, cerchi olimpionici fatti di barattoli di vernice, ritratti collage dei Doors e dei Rolling Stones, realizzati con frammenti di vinile, più opere d’arte rielaborate, come il Chop Suey di Hopper, in cui, al posto della teiera e della zuppa, campeggiano un MacBook e una bottiglia di Coca Cola. L’ingresso alla prima personale europea di Mr. Brainwash è libero, all’uscita si può prendere un poster o una cartolina ricordo e, ai primi 250 visitatori, ogni giorno, viene donata una bomboletta spray da collezione.
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Per chi suona la campana
E’ una serata particolare, per vari motivi. Innanzitutto, ha fatto molto caldo, e, fino a tardi, la gente è rimasta in strada, fuori dai pub e dai ristoranti, a bere, mangiare, chiacchierare, godersi gli ultimi raggi di sole, rumorosa e vivace, in maniche corte, calzoncini e infradito. In questi giorni, migliaia di comparse, volontari e spettatori si sono riversati a Stratford per le prove generali della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici. Prove al millesimo, inclusi fuochi d’artificio, impatto elefantiaco della folla sulla rete dei mezzi pubblici, e strade ridisegnate, con le corsie preferenziali per i veicoli olimpici. Al tempo stesso, la fiaccola è stata portata in giro per la città, a nord e a sud del fiume, tra ali di folla, beneficiando di un clima davvero clemente. E domani, è il grande giorno: l’inizio ufficiale dei Giochi Olimpici 2012. Il mattino, un mattino in apparenza come gli altri, sorgerà nella City e nel Regno Unito, accompagnato dal suono all’unisono di migliaia di campane. La nuova installazione sonora di Martin Creed, commissionata per una giornata non ordinaria, si intitola ‘Work No. 1197″ e consta di ben 3 minuti di rintocchi collettivi, dai 40 del Big Ben (che non rompeva la sua routine oraria dal lontano 1952) a quelli forniti dalle migliaia di anonimi partecipanti, che si muniranno, per l’occasione, di campane e campanelli di varie fogge e misure. La performance avrà inizio domani, alle 8.12. Ci si può registrare su “All The Bells” e unirsi all’evento in veste di performer; qualsiasi strumento (dal campanello di casa, a quello della bicicletta, alla suoneria del cellulare, fino ai toni scaricabili dal sito web), può andare bene. Non mi resta, dunque, che decidere di svegliarmi più presto del solito, e andare a sentire le campane di St. Paul’s dal Millennium Bridge. Oppure. potrei poltrire più a lungo, e aspettare di essere svegliata dal baccano di entusiaste reclute scampanatrici in SE4 (invece del solito camion della spazzatura). O ancora, sintonizzarmi sulla BBC, mentre sorseggio il caffè e imburro il toast, e seguire comodamente l’evento in streaming, TV o radio. Comunque vada, e qualsiasi decisione io prenda (pigrizia docet), farò parte di una vasta audience. Ormai, non si può più fare finta di niente: The chimes are up, the chips are down…
Il mondo è un palcoscenico
E’ di questi giorni la notizia ufficiale (dati alla mano, desunti dall’ultimo censimento) che la popolazione di Londra ha raggiunto gli 8 milioni di abitanti, con una crescita del 12 per cento nell’ultimo decennio. Questi dati, a seconda delle prospettive e degli orientamenti politici, possono essere letti in misura più o meno allarmante. Tuttavia, la popolazione di Londra non e’ certo nuova a queste fluttuazioni. La città ha da sempre attratto migranti, creando una forte domanda di beni e servizi. A partire dal secolo XVI, questa crescita ha avuto un impatto significativo sull’economia monetaria e Londra ha svolto un ruolo importante, trasformandosi nel centro predominante della vita politica e sociale inglese. Sotto il Regno di Elisabetta I, la città subì una drammatica trasformazione, e la popolazione crebbe del 400% (!), raggiungendo le 200.000 unità. Tra i vari emigranti giunti a Londra tra il 1588 e il 1592, si trovava anche un attore e sceneggiatore di talento, originario di Stratford-upon-Avon. William Shakespeare, non solo seppe fare una rapida e brillante carriera (nel 1594 lavorava a corte, per the Lord Chamberlain’s Men), ma la sua compagnia teatrale divenne la più seguita in città. La mole di lavoro che Shakespeare ha lasciato ai posteri non è solo rimasta in auge per oltre 400 anni, ma ha contribuito a creare un’identità nazionale e ad arricchire la lingua inglese di oltre 3000 parole. Il teatro Elisabettiano era l’equivalente di quello che oggi rappresenta per noi il web. Il palcoscenico, con i suoi drammi e le commedie, apriva a nobili e popolani una finestra sul mondo, un mondo che da Londra e dall’Inghilterra si espandeva oltre, ai lidi dell’Italia e dell’Africa, fino alle propaggini dell’America. Al British Museum, i curatori Jonathan Bate e Dora Thornton, hanno ideato un modo affascinante per entrare nell’immaginario di Shakespeare, giustapponendo parole, testi e immagini. E, come le opere del grande autore hanno significati e associazioni diversi, così gli oggetti in mostra dialogano contemporaneamente su più livelli.
Grazie a questa mostra, ci viene presentato ciò che era noto ai contemporanei di Shakespeare, sia a Londra che a Stratford, in quanto a questioni sociali, religiose e politiche. Il visitatore è accolto da una vivace immagine di Londra e dei suoi teatri, delle risse e dei giochi, dei mercati e delle vie fluviali. E’ in questa sezione che si trovano oggetti interessanti, tra cui la forchetta rinvenuta di recente, negli scavi del Rose Theatre. Ma questo è solo il preludio dell’esposizione. In quello che segue, i curatori mostrano come Shakespeare abbia usato quello che aveva osservato e appreso in campagna, a corte, o nelle strade di Londra, per evocare i mondi immaginati nelle commedie. Il palcoscenico diviene dunque un luogo altro, in cui il pubblico inglese può esplorare luoghi lontani, al di fuori della propria esperienza, e dove storie ambientate a Venezia o nell’antico Egitto, riflettono le ansie e i dilemmi di una nazione. Si va dal medioevo dei primi drammi scecspiriani, alla vita quotidiana raccontata nelle commedie, tra giardini, scienza e superstizioni, con forte caratterizzazione dei personaggi, per poi passare alle grandi tragedie, ambientate nell’antica Roma, in Egitto e nelle terre dei Celti. Agli oggetti provenienti da collezioni britanniche e internazionali, si affiancano brevi filmati, in cui gli attori della Royal Shakespeare Company recitano brevi brani, in modo da riportare in vita le opere in mostra. Simbolicamente, il percorso espositivo si apre e si chiude con un volume delle opere di Shakespeare. Il primo è il celebre tomo, prima edizione completa delle opere del Bardo, pubblicato nel 1623. L’altro, una raccolta economica stampata negli anni ’70, è aperto alle pagine del Giulio Cesare. Vi si nota come Nelson Mandela, durante i duri anni di prigione, sottolineasse il passaggio che recita: “I vigliacchi muoiono molte volte prima della loro morte. L’uomo coraggioso sperimenta la morte una volta sola.”
You’ve Come A Long Way, Baby
Chiunque si fosse trovato a Londra nel lontano luglio 1962, sarebbe rimasto abbastanza deluso dal tempo, non proprio estivo. La maggior parte del mese fu asciutto, seppur nuvoloso, ma la colonnina di mercurio difficilmente superò i 14°C. I giovani di allora, vestivano da adulti, con giacche, cravatte e vestiti un pò stazzonati, per lo più realizzati in materiali economici, ravviati da qualche sobrio accessorio o un paio di occhiali dalla montatura grande e spessa. I semi del cambiamento stavano però silenziosamente germogliando. Da qualche parte un Hendrix adolescente cominciava a strimpellare la chitarra e i Beatles, agli inizi di ottobre, avrebbero pubblicato il loro primo sigolo ‘Love Me Do’. I giovani dell’epoca erano ancora attirati da sonorità d’oltreoceano, come Jazz e Rock’n’Roll. La sera del 12 luglio 1962, una nutrita audience di poco più di un centinaio di persone, per la maggior parte di sesso maschile, si radunò in un locale, al numero 165 di Oxford Street. Il Marquee Club aveva aperto i battenti nel 1958 e si era subito segnalato come venue per concerti di musica jazz and rhythm & blues. Quella sera, come gruppo di supporto dei The Blues Incorporated, si esibì una band di giovani, chiamati Mick Jagger & The Rollin’ Stones. Christopher Sandford, biografo della band, ricorda che il cantante salì sul palco in giacca a righe e pantaloni di velluto a coste, mentre il chitarrista indossava un completo nero, abbastanza lugubre. Sembra che il gruppo, per calmarsi i nervi durante il concerto, ingurgitasse una cospicua quantità di brandy e whisky, mentre l’aria stantia del locale, si faceva sempre più acre di tabacco e sudore. L’esibizione andò in crescendo, con gli ultimi 15 minuti di musica eseguiti a ritmo serrato. L’incasso della serata ammontò a 5 sterline per ciascun membro della band, eccetto Brian Jones, che ricevette 6 sterline e 10 scellini. Poi, i Rolling Stones, uscirono dal Marquee, e se ne andarono a bere un drink o due al pub di fronte, che, tra l’altro, esiste ancora: il Tottenham, al n.6 di Oxford Street.
Per celebrare i 50 anni di successo dei Rolling Stones, Somerset House ospita una mostra gratuita, fino al 27 agosto 2012.
Resti Romani e scheletri Tudor
Crossrail è un ambizioso progetto, che doterà il sistema metropolitano di ben 21 km di gallerie, parallele e connesse a quelle della Tube, e percorribili da treni ad alta velocità, provenienti da nord, est e ovest della regione. 37 le stazioni del tratto centrale, di cui 8 completamente nuove, lungo una linea che da Heathrow, passerà per Paddington, Tottenham Court Road, Liverpool Street, fino a Canary Wharf. Crossrail non è solo il progetto ingegneristico più grande d’Europa, ma anche fonte di un’imponente ricerca archeologica, che ha dato, fin qui, risultati notevoli. Non capita di certo di tutti i giorni che a Londra si scavi così in profondità e in maniera tanto sistematica. La città viene di solito ascritta al 43 d.C., anno di fondazione da parte dei Romani, ma si sa, da sparuti reperti archeologici, che gli insediamenti umani nell’area risalgono perlomeno al mesolitico. Il cuore della città è fatto di strati, che datano dall’età del bronzo, all’epoca romana, dal medioevo ai Tudor, fino ai Vittoriani. L’equipe di archeologi che lavora per Crossrail, dal 2009 ha il compito di investigare i siti dove sorgeranno stazioni e tunnel, prima che i costruttori e le colate di cemento prendano il sopravvento. In tre anni di demolizioni e scavi, le scoperte e le informazioni ricavate sono tanto copiose quanto affascinanti. Una bella mostra speciale, totalmente gratuita e aperta solo per oggi, nei locali di Grays Antiques, a South Molton Lane, è servita a fare il punto sulla situazione degli scavi. Nella zona compresa tra Moorfields e la stazione di Liverpool Street, là dove un tempo sorgeva il manicomio di Bedlam, è stata rinvenuta un’area cimiteriale con un notevole numero di sepolture. Difficile stabilire se gli scheletri, databili ad un periodo compreso tra il 1568 e il 1720, appartengano ai pazienti internati nell’ospedale psichiatrico o, piuttosto, a semplici parrocchiani. L’esemplare in mostra, uno dei meglio conservati, era quello di un giovane, tra i 18 e i 25 anni, già sofferente di discopatie e deformazioni delle falangi, molto probabilmente costretto a pesanti lavori manuali, fin dalla tenera età. Tra la City e Tottenham Court Road è stata rinvenuta la maggior parte di reperti, per lo più rifiuti domestici, come manufatti d’osso (mollette, manici di coltelli, una pedina del domino, pattini rudimentali), vasellame di terracotta invetriata, pipe di argilla. All’epoca romana risalgono invece frammenti di preziosa sigillata rossa e un denarius d’argento, ben preservato, dell’epoca di Alessandro Severo (228-231 dC). Nell’area corrispondente allo stabilimento della ditta alimentare Crosse and Blackwell, al n. 21 di Soho Square, è stata portata alla luce una cisterna, riempita da oltre due tonnellate di vasi e recipienti in ceramica, principalmente contenitori di salse e conserve della fabbrica stessa. Tuttavia, la porcellana veniva utilizzata per recipienti destinati ad uso ben diverso, come dimostra il fantasioso pitale vittoriano, ritrovato a Stepney Green. Più oltre, a Canary Wharf, una scoperta sensazionale: rari frammenti di ambra, vecchi più di 50 milioni di anni. Potranno dare agli studiosi informazioni importanti sia sul tipo di piante presenti nella zona, sia sulle condizioni ambientali del tardo pleistocene.
Lo Shard di Renzo Piano
Per lunghi mesi lo abbiamo visto crescere, sempre più alto, sopra le nostre teste. Dal binario numero 5 di London Bridge, mentre aspettavamo il treno, ci sporgevamo col naso in su, per vedere a che punto fossero i lavori. Il sole si rifletteva contro le ripide superfici, le nuvole basse ne inglobavano la punta, ancora da finire, le linee aguzze della torre cominciavano ad essere onnipresenti da ogni punto di osservazione della città. Lo Shard, progettato da Renzo Piano, è il grattacielo più alto d’Europa e sovrasta la stazione con i suoi 309,6 metri di vetro e acciaio. Tra varie polemiche e l’intervento del governo, è andato a sostituire una serie di edifici in cemento, risalenti agli anni settanta, ed è stato finanziato da un consorzio di investitori del Qatar.
Questo immenso frammento di vetro, sovrastando l’area della stazione di London Bridge e del Borough, fa pensare ora ad un iceberg, ora alle vele svettanti di un veliero gigante. La piramide è composta da 11.000 pannelli, che riflettono la luce in tutte le condizioni atmosferiche, e i suoi 72 piani sono destinati ad ospitare prestigiosi uffici, un albergo di categoria superiore, appartamenti di lusso, terme, negozi, ristoranti ed una galleria pubblica di cinque piani. Terminato a marzo, dopo due anni di lavori, il grattacielo viene inaugurato oggi, in una cerimonia presenziata dal principe Andrea e dal primo ministro del Qatar, e corredata, in tarda serata, da uno spettacolo rutilante di luci e laser.
Disegni di Constable all’asta
Ancora cottages dai muri bianchi, folte siepi, mazzi di fiori selvatici, alberi secolari, tetti di paglia, mulini, torri campanarie, svettanti contro cieli mossi di nuvole, e luci serene, riflesse nelle acque placide di un corso d’acqua… La campagna inglese è sempre protagonista, celebrata in maniera incantevole dal pennello di John Constable, pittore romantico, che, negli anni della giovinezza, passava il suo tempo tra Londra ed il Suffolk. Su fogli sparsi e taccuini, Constable disegnava dal vero, i viottoli ed i campi, le rive del fiume Stour e il villaggio di East Bergholt, e, più oltre, il Derbyshire. Poi, nel 1806, se ne andò due mesi nel Lake District. La solitudine grandiosa delle montagne lo sovrastava, e gli appariva così diversa dalla quiete bucolica a cui era abituato, che ne nacquero studi di largo formato, sia monocromi che a colori. Eppure, in queste peregrinazioni artistiche, tra laghi, monti, campi coltivati e chiuse sul fiume, non sempre Constable era solo. Lo accompagnava spesso l’amico Thomas Stothard, anche lui formatosi alla Royal Academy.Le lunghe camminate distendevano lo spirito dei due amici, e il tempo e le matite scorrevano veloci, mentre Stothard si divertiva ad acchiappare farfalle. Momenti personalissimi, tra schizzi preludio di capolavori e ispirazioni tenute per sé.Un fascio di una ventina di fogli, disegnati a matita, per lo più dalla mano di Constable, finiscono inviluppati in una carta consunta e mal tenuta, attraversano secoli, sopravvivono due guerre mondiali, fino ad approdare sul banco di un rigattiere, poi nella credenza di un anonimo acquirente. Un collezionista appassionato di disegno, ma non molto convinto del valore di quegli schizzi, tanto da dimenticarsene. 60 lunghi anni di oblio, finché gli eredi recuperano i cartigli e li portano a far stimare. Lo stupore è immenso, l’attribuzione a John Constable certa: lo provano linee e tratteggi che raccontano di autunni lontani, laghi, file di olmi con cui misurare prospettive, profili di barche, le rovine di una chiesa a Colchester, e l’immancabile piana dello Stour. I disegni ritrovati andranno all’asta il prossimo 3 luglio e gli esperti di Christie’s si aspettano di ricavarne almeno 50.000 sterline.Verde Inghilterra 2012
Il regista Danny Boyle, artefice di pellicole quali Slumdog Millionaire e Trainspotting, è il direttore artistico dei giochi olimpici londinesi. Per la cerimonia di apertura, il prossimo 27 luglio, ha pensato di architettare una rappresentazione del Regno Unito come nazione cosciente delle proprie origini e sicura delle proprie direzioni. E’ con queste premesse che ha svelato alla stampa un plastico della cerimonia, dal titolo “Isles of Wonder” (titolo tratto da un dialogo del personaggio di Calibano, nella “Tempesta” di Shakespeare). L’arena dello stadio olimpico sarà dunque trasformata in un idillio rurale, completo di campi, prati, corsi d’acqua, siepi, casette rustiche, e oltre un centinaio di figuranti, intenti a giocare a golf, fare un picnic o coltivare la terra. Il tutto sarà reso ancor più credibile dalla presenza di veri animali (nello specifico: 12 cavalli, 3 mucche, 2 caprette, 10 polli, 10 oche, ben 70 pecore e 3 cani da pastore). L’atmosfera da vecchia fattoria, utilizzata per comunicare la grandezza della nazione, non ha entusiasmato tutti, e sono piovute molte critiche, dagli ambientalisti in particolare, a difesa dei poveri animali, costretti alla bolgia dello stadio olimpico, fino ai puristi, che hanno accusato Boyle di voler ricreare scene pastorali degne dei Teletubbies.
I verdi pascoli e i villaggi immersi nelle brume non fanno solo parte di un’immaginario letterario o da cartolina turistica, ma sono ben radicati nelle coscienze dei britannici. E’ in questo Paese, che i romantici hanno formulato il concetto di pittoresco e sublime, Constable ha dipinto campagne e mandrie e William Blake ha composto versi sull’amabile e verde terra d’Inghilterra. E’ sempre qui, che John Major, successore della Thatcher, ha citato, tra le virtù nazionali, ‘le ombre lunghe sui campi da cricket, la birra calda, gli insuperabili sobborghi verdeggianti, gli amanti dei cani…”. Nonostante il tempo inclemente, che, specie in questi giorni, sarebbe capace di spegnere qualsiasi fiamma olimpica, non si può negare che la campagna inglese sia una realtà bellissima e unica, con i suoi alberi, i villaggi, i campi da cricket, la fitta rete di sentieri e corsi d’acqua, la storia. Ma è una realtà costantemente minacciata dall’avanzare del cemento, dalla costruzione ed estensione di aeroporti, dall’impianto di centrali nucleari, dai disastri climatici, per non parlare dell’inquinamento, dell’agricoltura e dell’allevamento intensivi e dell’erosione inarrestabile delle coste. La visione di Boyle rappresenta, appunto, un’idea di perfezione, l’ambiente che tutti vorrebbero abitare, ma che molti, specie coloro intrappolati in città e grigie periferie, funestate da giovani teppisti, ubriachi molesti, traffico, rumore e cemento, non si possono permettere.
Storie di strade londinesi
Verso la fine del XIX secolo, il filantropo e sociologo Charles Booth condusse una meticolosa indagine, per evidenziare l’incidenza della povertà nei quartieri ad Est di Londra, dimostrando che almeno il 35% della popolazione in tali aree, viveva in condizioni estremamente disagiate, al di sotto dei 10-20 scellini settimanali, necessari alla sussistenza di un nucleo familiare di quattro persone. I risultati della ricerca di Booth furono pubblicati tra il 1889 e 1891, in due volumi dal titolo Life and Labour of the People. Le diverse zone della città furono evidenziate con colori diversi, a seconda dello status degli abitanti. Nelle mappe, le strade di colore giallo indicano la presenza di classi agiate o alto borghesi, quelle rosse e rosa sono sinonimo di un’esistenza medio borghese o, comunque, confortevole; poi, si vira verso tonalità più fredde, dal viola, per le condizioni miste, al blu per i poveri, fino al nero, per l’indigenza estrema, unita al vizio e al crimine. A distanza di oltre un secolo, un interessante documentario della BBC, utilizza le mappe infografiche di Booth per indagare lo sviluppo o lo stravolgimento di alcune strade (ed aree) londinesi. La prima puntata di The Secret History of Our Streets, si è concentrata sul quartiere subito a ridosso di SE4: Deptford. Quando Charles Booth si avventurò in quell’area per condurre le sue ricerche, Deptford High Street, era considerata la Oxford Street del sud di Londra. Nella mappa Booth colorò questa strada di rosso (sinonimo di ‘well-to-do’), per evidenziare come la lunga sequenza di negozi da ambo i lati, e il fiorente mercato, provvedessero ricchezza e occasioni lavorative. Essendo il quartiere emerso senza particolari danni dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, il mercato continuò a prosperare e gli abitanti di Deptford possedevano in larga parte le case in cui abitavano. Tuttavia, là dove nulla poterono le bombe tedesche, ci pensarono le ruspe del comune, negli anni Sessanta, ad estirpare drammaticamente una larga fetta di tessuto urbano, causando la diaspora di una comunità ampia e coesa. La riurbanizzazione di Londra da parte di architetti modernisti, inserì massicce strutture di edilizia lineare ed anonima, in aree che erano rimaste fondamentalmente invariate dall’epoca vittoriana (se non prima), stravolgendone la continuità, con geometrie angolari e ripetitive, tutte di muri a secco e cemento a vista (quella che oggi viene definita ‘architettura brutale’). A Deptford, gli architetti si servirono delle mappe di Booth per demolire intere file di case, che in realtà non mostravano alcun segno di decadenza o insalubrità, in nome di un progresso futurista discutibile, e tutto volto a bonificare il sud e l’est della città. In definitiva, Lewisham Council impose svettanti palazzi di cemento per migliorare le condizioni di vita degli abitanti, ma i locali si rifiutarono tutti di occupare le nuove proprietà, con l’aggiunta di ulteriori problemi. Anche al confine tra SE8 e SE4, Friendly Street conobbe un simile destino, con un filare di abitazioni completamente raso al suolo per far spazio ad un complesso di case popolari. E gli interventi discutibili proseguono ancora oggi (basti pensare allo storico pub The Crown And Sceptre, sempre al 92 di Friendly Street, completamente alterato dalla trasformazione in unità abitative, con l’inutile demolizione degli storici mattoni in ceramica, che ne rivestivano la facciata). Il documentario della BBC, è, nel complesso, ben girato e utilizza testimonianze colorite e preziose, ad esempio, quelle di un residente, la cui famiglia ha esercitato il commercio nel quartiere da oltre duecento anni, e di uno degli architetti responsabili dello scempio, per nulla rammaricato. Tuttavia, il programma non sembra lasciare allo spettatore un’immagine positiva della Deptford odierna, realtà complessa e vibrante. Piuttosto, si rimane con una sensazione amara e deprimente. Se è vero che la High Street non è più paragonabile ad Oxford Street e gli esercizi originali di oltre cento anni fa sono scomparsi, il documentario omette, però, la presenza di elementi positivi, come l’Albany Arts Centre, con il suo fitto programma di musica, teatro e performance, o la nuova sede di Utrophia, sempre attiva, tra mostre d’arte ed happenings, o, ancora, la vasta comunità di artisti e bloggers, i Creekside Artist Studios, i negozi indipendenti, i caffè e i ristoranti, il Royal Albert pub (segnalato da Time Out) con i suoi arredi vittoriani originali, il colorito mercato e la bellissima chiesa barocca di St Paul’s, restaurata di recente.
Punk’s Not Dead
Ora che i clamori per le celebrazioni in pompa magna del Giubileo Reale si sono sopiti e nei negozi le memorabilia e le scatole di biscotti con la Union Jack o l’effige della Regina vengono venduti in saldo, penso sia il caso di parlare di un altro anniversario, che non può essere disgiunto dagli eventi di questi giorni. Esattamente 35 anni fa, durante il Silver Jubilee, i Sex Pistols salivano alla ribalta della scena britannica con il controverso singolo dal titolo “God Save The Queen”. Confezionato in un’altrettanto iconica e controversa copertina, disegnata da Jamie Reid, il 45 giri si era piazzato velocemente all’apice della classifica delle vendite, sebbene fosse stato subito bandito dalla BBC e dall’Independent Broadcasting Authority, per le liriche offensive nei confronti della sovrana (a cui si imputava di far parte di un regime fascista e di non possedere nulla di umano). Il disprezzo dissacrante per l’istituzione monarchica e per il potere in generale, creò intorno ai Sex Pistols un’atmosfera di violenza. Il gruppo decise di “festeggiare” il Giubileo affittando una barca, la Queen Elisabeth, per suonare la canzone di fronte al Parlamento, ma l’imbarcazione fu bloccata dalla polizia a metà percorso e, nel caos più totale, vennero messe le manette al manager del gruppo, Malcolm McLaren, ed altri collaboratori, tra cui Vivienne Westwood. In questi decenni, John Lydon alias Johnny Rotten, ex cantante del gruppo, e la Regina, sono praticamente coesistiti in maniera inscindibile, come la testa e la croce della stessa medaglia celebrativa. Il punk britannico fu essenzialmente il prodotto di un periodo specifico e rappresentò il sintomo di una crisi. Un movimento difficile da definire, dove ideologicamete tutti erano contro tutti (i Clash contro i Sex Pistols, Johnny Rotten contro il resto della band, i punk americani contro quelli inglesi…). Ma una cosa è certa. Dalle ceneri del punk, bruciato rapidamente e gloriosamente, nacquero molte fenici, a partire da quella New Wave, di cui si percepisce l’eco ancora oggi, in tante band giovanili. E non solo. Molte tattiche di protesta usate dagli attivisti odierni, per esempio gli “indignados” con le tende di Occupy The London Stock Exchange, sono desunte dal movimento punk degli anni ’80, mentre, in paesi come la China o la Russia, il punk è ribellione, resistenza, lotta sotterranea. Molti simboli, sono stati inglobati dalla cultura visiva odierna: la copertina del disco dei Sex Pistols è ora in una mostra di ritratti della Regina, alla National Portrait Gallery; catene, borchie e creste non hanno più la valenza scioccante di un tempo. Tuttavia, il punk come sub-cultura, è sopravvissuto scalpitante fino a noi, nonostante le molte contraddizioni che lo contraddistinguono, e questo, non a causa di una sorta di nostalgia collettiva, ma in quanto seme e sinonimo di ribellione giovanile.