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Pappagalli a Londra

Edward Lear green parrot

Edward Lear, “Palaeornis Torquatus”, 1831 (MS Typ 55.9). Houghton Library, Harvard University

La popolazione di pappagallini, che, da sempre, colora i quartieri di Londra, è molto aumentata. Una colonia di parrocchetti dal collare (psittacula krameri) si è installata anche in questa zona, così, la mattina, al noto concerto in giardino di corvi, pettirossi, passeri, piccioni di bosco e gazze ladre, si aggiungono le acute strida di questi esemplari esotici, perfettamente acclimatati. Ma come sono arrivati i pappagallini a Londra? Molto probabilmente saranno fuggiti da qualche gabbia o negozio di animali, tuttavia, la leggenda metropolitana, vuole che siano scappati da un container, agli Isleworth Studios, nel 1951, durante le riprese del noto film “The African Queen”, con Humphrey Bogart and Katharine Hepburn. I parrocchetti sono ora talmente tanti, da essere stati ufficialmente dichiarati animali nocivi, alla stregua di volpi e scoiattoli. In questi giorni, oltre al bird watching metropolitano, si può indulgere nelle bellissime pagine illustrate da Edward Lear, di cui, quest’anno, ricorre il bicentenario della nascita. Famoso per la sua poesia nonsense e i disegni umoristici, Lear fu anche un valente pittore botanico, naturalistico e di paesaggio. La sua prima fatica fu proprio quella di ritrarre i pappagalli esposti nello zoo di Londra. Iniziò nel 1830, appena diciottenne, e, dalle gabbie dello zoo, passò ben presto alle voliere delle collezioni private, come quella di Lord Stanley a Knowsley Hall, e agli esemplari impagliati dal tassidermista John Gould. Di quegli anni di ricerche e frenetico lavoro, restano, non solo numerosi schizzi preparatori (oggi nella Houghton Library, ad Harvard), ma anche le caricature dei visitatori che lo importunavano al giardino zoologico. Il celebre tomo in grande formato, del 1832, dal titolo “llustrations of the Family of the Psittacidae, or Parrots”, contiene ben 42 illustrazioni litografiche. Di quest’opera sopravvivono solo 100 esemplari, che a Londra sono consultabili nelle biblioteche della Linnean Society e del Natural History Museum. Alla Royal Society,  si è ancora in tempo per visitare la mostra su Lear illustratore scientifico, mentre, l’Ashmolean Museum di Oxford, ha appena inaugurato una retrospettiva sull’artista, che rimarrà aperta fino al 6 gennaio 2012, e comprende opere mai esposte prima, tra cui tavole ornitologiche, schizzi di paesaggi, caricature surreali e versi.

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What Shall We Do with the Drunken Sailor?

BoccaleDopo la pausa olimpica ed un breve restyling, il Museum of London Docklands riapre le porte al pubblico, e lo fa mettendo in mostra, fino al 27 settembre, un boccale da birra, in legno, databile al XVI secolo. Il boccale, in eccellente stato di conservazione, fu probabilmente gettato fuori bordo da un marinaio ubriaco, ed è stato trovato da un mudlark, nei pressi di Ratcliff, sulla riva nord del Tamigi. Molto simile ai recipienti da birra utilizzati oggi, può, tuttavia, contenere ben tre pinte. Gli archeologi si chiedono se si tratti di un boccale da trasporto (dal barile alla tavola) o se sia appartenuto a qualcuno, dato che appare inciso con le iniziali ‘RH’. Queste ultime, potrebbero anche rappresentare le cifre della nave oppure il marchio di fabbrica. La questione resta dunque aperta. Come nel caso di un piccolo barile, il boccale è stato costruito mediante assicelle di legno, tenute insieme da graffe metalliche. Probabilmente disponeva di un coperchio, ma la mancanza di un beccuccio sembra contraddire questa teoria. Quello che più affascina è lo stupefacente livello di preservazione del boccale, che, per cinque secoli, è rimasto indisturbato nel letto fangoso del fiume. Per fare in modo che l’oggetto resti in ottime condizioni, il museo lo ha conservato in frigo e lo espone adesso al pubblico, immerso in un contenitore di acqua. 

Il Museum of London Docklands è aperto tutti i giorni dale 10.00 alle 18.00, con ingresso gratuito. Foto: © Museum of London

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Il mondo è un palcoscenico

Shakespeare's_First_Folio_1623E’ di questi giorni la notizia ufficiale (dati alla mano, desunti dall’ultimo censimento) che la popolazione di Londra ha raggiunto gli 8 milioni di abitanti, con una crescita del 12 per cento nell’ultimo decennio. Questi dati, a seconda delle prospettive e degli orientamenti politici, possono essere letti in misura più o meno allarmante. Tuttavia, la popolazione di Londra non e’ certo nuova a queste fluttuazioni. La città ha da sempre attratto migranti, creando una forte domanda di beni e servizi. A partire dal secolo XVI, questa crescita ha avuto un impatto significativo sull’economia monetaria e Londra ha svolto un ruolo importante, trasformandosi nel centro predominante della vita politica e sociale inglese. Sotto il Regno di Elisabetta I, la città subì una drammatica trasformazione, e la popolazione crebbe del 400% (!), raggiungendo le 200.000 unità. Tra i vari emigranti giunti a Londra tra il 1588 e il 1592, si trovava anche un attore e sceneggiatore di talento, originario di Stratford-upon-Avon. William Shakespeare, non solo seppe fare una rapida e brillante carriera (nel 1594 lavorava a corte, per the Lord Chamberlain’s Men), ma la sua compagnia teatrale divenne la più seguita in città. La mole di lavoro che Shakespeare ha lasciato ai posteri non è solo rimasta in auge per oltre 400 anni, ma ha contribuito a creare un’identità nazionale e ad arricchire la lingua inglese di oltre 3000 parole. Il teatro Elisabettiano era l’equivalente di quello che oggi rappresenta per noi il web. Il palcoscenico, con i suoi drammi e le commedie, apriva a nobili e popolani una finestra sul mondo, un mondo che da Londra e dall’Inghilterra si espandeva oltre, ai lidi dell’Italia e dell’Africa, fino alle propaggini dell’America. Al British Museum, i curatori Jonathan Bate e Dora Thornton, hanno ideato un modo affascinante per entrare nell’immaginario di Shakespeare, giustapponendo parole, testi e immagini. E, come le opere del grande autore hanno significati e associazioni diversi, così gli oggetti in mostra dialogano contemporaneamente su più livelli.
Grazie a questa mostra, ci viene presentato ciò che era noto ai contemporanei di Shakespeare, sia a Londra che a Stratford, in quanto a questioni sociali, religiose e politiche. Il visitatore è accolto da una vivace immagine di Londra e dei suoi teatri, delle risse e dei giochi, dei mercati e delle vie fluviali. E’ in questa sezione che si trovano oggetti interessanti, tra cui la forchetta rinvenuta di recente, negli scavi del Rose Theatre. Ma questo è solo il preludio dell’esposizione. In quello che segue, i curatori mostrano come Shakespeare abbia usato quello che aveva osservato e appreso in campagna, a corte, o nelle strade di Londra, per evocare i mondi immaginati nelle commedie. Il palcoscenico diviene dunque un luogo altro, in cui il pubblico inglese può esplorare luoghi lontani, al di fuori della propria esperienza, e dove storie ambientate a Venezia o nell’antico Egitto, riflettono le ansie e i dilemmi di una nazione.  Si va dal medioevo dei primi drammi scecspiriani, alla vita quotidiana raccontata nelle commedie, tra giardini, scienza e superstizioni, con forte caratterizzazione dei personaggi, per poi passare alle grandi tragedie, ambientate nell’antica Roma, in Egitto e nelle terre dei Celti. Agli oggetti provenienti da collezioni britanniche e internazionali, si affiancano brevi filmati, in cui gli attori della Royal Shakespeare Company recitano brevi brani, in modo da  riportare in vita le opere in mostra. Simbolicamente, il percorso espositivo si apre e si chiude con un volume delle opere di Shakespeare. Il primo è il celebre tomo, prima edizione completa delle opere del Bardo, pubblicato nel 1623. L’altro, una raccolta economica stampata negli anni ’70, è aperto alle pagine del Giulio Cesare. Vi si nota come Nelson Mandela, durante i duri anni di prigione, sottolineasse il passaggio che recita: “I vigliacchi muoiono molte volte prima della loro morte. L’uomo coraggioso sperimenta la morte una volta sola.”

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Mary Beard incontra i Romani

mary beard meets the romansDegli antichi Romani, anche se non si è fatto il liceo classico, sappiamo ormai parecchio. Ci hanno trasmesso l’arco, gli acquedotti, la cultura ellenistica, una rete viaria che utilizziamo ancora adesso, un codice legislativo mica male, e, gran parte della lingua in cui vi sto scrivendo, discende direttamente dal latino.
I Romani abitavano in domus lussuose o insulae sovraffollate, l’economia era basata sul lavoro schiavile e le conquiste militari, il tempo libero si svolgeva tra terme, teatro, spettacoli circensi e laute cene. L’immaginario collettivo, tra vestigia cittadine e scavi pompeiani, si è poi nutrito di innumerevoli versioni cinematografiche,  in cui l’eroe o l’antieroe di turno, togato e laureato, nell’arena o in lettiga, prendeva via via le fattezze di Marlon Brando, Charlton Heston, Peter Ustinov, Russel Crowe, Totò e Alberto Sordi.  Tuttavia, sebbene siamo ormai ferrati su grandi nomi di politici, imperatori, nobili e generali dell’Impero, quando pensiamo agli antichi romani ordinari, gente che viveva nelle città, svolgendo i lavori più disparati, soffrendo, ridendo, amando e pagando tributi, proprio come noi, allora la faccenda si fa più nebulosa.
Eppure, se solo si sa dove guardare, le voci lontane di questi antenati si fanno vivide e sonore; ci raccontano piccole storie quotidiane e ci danno la misura di questioni più ampie, gettando luce su una società cosmopolita (non come la intendiamo noi oggi) fatta sì di fasti e lussi, ma anche di ombre e povertà.

Proprio ieri sera, è andata in onda l’ultima puntata di una miniserie della BBC 2, dal titolo “Meet the Romans”. In essa, lo spettatore viene affidato alla guida di Mary Beard, classicista dell’Università di Cambridge, che lo porterà in giro per strade, tombe, fori, musei e depositi di Roma ed altre città, svelando curiosità e segreti degli antichi romani, tra un’epigrafe latina, una tibia consumata, un busto dal naso sbeccato. Niente di noioso ed accademico, come si potrebbe pensare. Mary Beard è una donna pratica, la cui vasta conoscenza ci viene trasmessa con entusiasmo e per mezzo di una comunicativa spumeggiante, scevra da pomposi gerghi e affettazioni.
La Beard è una simpatica eccentrica, che gira in bicicletta per le caotiche strade della Roma odierna o per solitari tratti dell’Appia Antica, discutendo di storia e archeologia con eminenti luminari, davanti ad un cappuccino fumante, al tavolino di un caffè affollato; la seguiamo di buon mattino, mentre va a vedere come si fa il pane in un laboratorio, mettendo le mani in pasta come duemila anni fa; oppure nel dipartimento di antichità romane del British Museum, mentre fa cenno di provarsi l’elmo di un gladiatore. Mary passeggia con gli esperti di turno per le vie di Ostia antica e si aggira tra le pareti di case pompeiane, proprio come faremmo noi in una gita domenicale. Quando occorre, la fida spazzolina ripulisce i marmi dalla polvere, le dita scorrono sicure lungo tituli e tabulae, epitaffi e graffiti. Dal latino oscuro, fuoriescono storie di panettieri parvenu, scolari modello, schiavi affrancati, pettinatrici imperiali, vittime di omicidio, ménages a trois, mercanti di pepe. Coi suoi capelli lunghi e grigi, un po’ da hippie, e le smorfie che tradiscono partecipazione ed entusiasmo, per quello che mano mano ci va svelando, l’illustre studiosa penetra attraverso cancellate solitamente chiuse da pesanti lucchetti, si fa aprire vetrine sigillate, casse di depositi dove dormono piccoli e grandi tesori, come la barbie di Crepereia Tryphaena. Il fatto che una docente universitaria, quasi sessantenne, sappia raccontare fatti storici ed aneddoti con professionalità e vivace ironia, senza tradire alcun cenno di parrucchiere, manicure, trucco o botulino, non è piaciuto ad alcuni noti detrattori. Il critico televisivo A.A. Gill, invece di soffermarsi a recensire il documentario della BBC, ha preferito lanciare invettive contro l’aspetto fisico della Beard, asserendo che è troppo brutta per la TV. Stesso tono per le critiche della bionda Samantha Brick, giornalista del Daily Mail, in un articolo pubblicato stamattina. Al solito, sembra che, per una donna, in Gran Bretagna come in Italia, il requisito essenziale per apparire in video, sia sopra a tutto la bellezza, piuttosto che l’intelligenza. Il pubblico inglese ha largamente gradito il programma e continua a supportare Mary Beard, la quale non si è fatta peraltro sconfiggere dalle critiche al vetriolo. La studiosa,  rispondendo agli attacchi dalle pagine del Telegraph e dello stesso Daily Mail, ha sottolineato con ironia i suoi difetti fisici, dovuti ad anni di studio, un certo patrimonio genetico da cui non è riuscita a sfuggire e i segni di 57 primavere posatesi sulle sue spalle. Avendo, a suo tempo, dovuto lottare contro un mondo accademico, che non privilegiava in alcun modo l’ascesa delle donne, la Beard si è poi definita “too brainy for men who fear clever women”.

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Riapre il Cutty Sark

Cutty Sark - photo by Anthony Devlin/PA

A cinque anni dal tremendo incendio che lo colpì, mentre era già chiuso per restauro, il Cutty Sark, glorioso veliero mercantile inglese, ha finalmente riaperto al pubblico in quel di Greenwich. Con la benedizione della Regina, di rosso vestita, che lo ha ufficialmente inaugurato per la seconda volta, il clipper non appare più ormeggiato alla banchina, ma innalzato da terra mediante una struttura di acciaio e vetro verde, che ne ingloba lo scafo, sollevandolo di tre metri. Varato nel 1869 e costruito con legni diversi, dal solido tek all’olmo americano, il Cutty Sark fu inizialmente destinato a seguire la rotta delle Indie per il commercio del tè. Agile e veloce, il veliero non poté tuttavia competere con l’apertura di più sicure rotte commerciali e l’avvento dei battelli a vapore. Finì a trasportare lana dall’Australia, per circa un decennio, e poi fu ceduto ad una compagnia di navigazione portoghese, per la quale navigò in lungo e in largo con il nome di Ferreira. Salvato dallo smantellamento, grazie all’intervento di un vecchio lupo di mare in pensione, il Capitano Dowman, il Cutty Sark fu utilizzato per l’addestramento degli allievi del Collegio Navale di Greenwich. Infine, nel 1954,  divenne  imbarcazione-museo. Il clipper ultracentenario, sembrava perduto per sempre quando, a maggio 2007, le fiamme lo divorarono per ore. Tuttavia, molti dei materiali originali erano stati rimossi per restauro, riducendo notevolmente i danni, ma non il costo degli interventi di conservazione. La somma finale lievitò a ben 50 milioni di sterline (il doppio della stima iniziale) e molti puristi (tra cui noti architetti, storici e consumati navigatori), constatando i risultati, già hanno gridato al sacrilegio, asserendo che una barca deve appartenere all’acqua e che il Cutty Sark, nella sua nuova veste, non solo non galleggia più, ma si è trasformato in un’attrazione disneyana. Dal canto suo, Nicholas Grimshaw, rinomato architetto modernista, responsabile del progetto di restauro, ha difeso gli interventi, spiegando non solo come il veliero fosse troppo corroso e instabile per poter essere di nuovo immerso in acqua, ma come, dati i costi notevoli per ripararlo, bisognasse anche rilanciarlo come attrazione turistica e spazio eventi. La struttura in vetro manterrà stabili le condizioni di temperatura e umidità dello scafo, garantendone una conservazione duratura, e permetterà di ospitare, nella zona sottostante, una mostra interattiva, una collezione di polene, provenienti dal vicino National Maritime Museum, ed anche un’area dedicata a ricevimenti privati.

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Cervelli alla Wellcome Collection di Londra

Brains:The Mind as MatterSir Henry Solomon Wellcome (1853-1936) fu un pioniere nel campo farmaceutico e anche l’inventore dei medicinali da banco in comode pastiglie (fino al 1880 si trangugiavano solo pozioni, sciroppi e polverine). Nei suoi numerosi viaggi, aveva collezionato circa 125mila oggetti d’arte medica e curiosità varie, tra cui: lo spazzolino da denti di Napoleone, veneri anatomiche, giocattoli erotici giapponesi e una ciocca di capelli di Re Giorgio III. Alla morte, parte del suo patrimonio fu impiegato per la creazione di una società di investimento, dedita alle ricerche in campo biomedico, bioetico e tecnologico, con l’intento di finanziare progetti di ricerca e training. Il Wellcome Trust è anche responsabile del mantenimento della collezione di Sir Henry. Questa mistura particolare, fatta di dipinti, libri, disegni, fotografie e oggetti vari, ha trovato collocazione in un bel museo, al 183 di Euston Road. La Wellcome Collection è uno spazio originale, totalmente gratuito, con tre sale espositive, una fornita biblioteca, un auditorium, un caffè, più guardaroba, libreria e connessione wi-fi. Oltre alla mostra permanente, focalizzata sulla storia della medicina tra ieri e oggi e sulle attività di ricerca del Wellcome Trust, ogni anno si organizzano interessanti esposizioni ed eventi, in cui medicina e arte dialogano assieme. Per chi non è troppo suscettibile, fino al 17 giugno, è in mostra un affascinante escursus sul cervello.

Brains: The mind as matter ci dimostra come, in un’era in cui la scienza sembra aver spiegato quasi tutto, il cervello è ancora un organo, non solo unico e insostituibile, ma assolutamente da esplorare. E’ di certo la forma biologica più complessa dell’universo e la mostra, attraverso oggetti, foto, dipinti, sculture, filmati d’archivio, manoscritti e autentici cervelli sotto vetro (tra cui quelli di un delinquente, una suffragetta e persino un frammento della materia grigia di Einstein!), mira proprio a decifrare i segreti di quest’organo meraviglioso. All’esposizione, fa da corollario una folta serie di eventi, proiezioni, conferenze e dibattiti, dalla neuroscienza, alla psichiatria, all’arte. E’ anche disponibile un videogame, il cui obiettivo è la crescita veloce di sinapsi e connessioni neuronali.

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Antarctica

Il 29 marzo 1912, il capitano Scott vergava poche, tremolanti righe nel suo diario, le ultime, divenute epitaffio al tragico epilogo della spedizione britannica in Antartide. La conquista del Polo si era rivelata una sconfitta, la pianificazione accurata di mezzi ed equipaggiamento, non aveva tenuto conto delle estreme condizioni ambientali e dei conseguenti imprevisti. Al freddo e alla stanchezza, si era aggiunto, poi, il colpo morale: giunti alla meta, Scott e i suoi compagni, avevano scoperto di essere stati preceduti dal norvegese Amundsen, arrivato là un mese prima. Fiaccati e torturati dal gelo, sarebbero morti sulla via del ritorno, bloccati da una tormenta, a meno di 20 chilometri dal campo base. A distanza di cento anni, le opinioni sulla vicenda restano contrastanti. Da un lato, la celebrazione romantica dell’impresa eroica e sfortunata; dall’altro, le accuse a Scott di aver sottovalutato la situazione, mettendo così a repentaglio la vita sua, e degli uomini che lo seguivano. Si dimentica perciò che la spedizione, denominata ‘Terra Nova’, era iniziata nel 1910, impiegando un team formidabile di scienziati, esploratori e tecnici, allo scopo di raccogliere materiali ed informazioni sugli aspetti geografici, geologici e naturalistici dell’Antartide. Gran parte di questa avventura, era stata immortalata dal fotografo ufficiale Herbert George Pointing, le cui foto sono attualmente in mostra alla Queen’s Gallery, fino al 15 aprile. Il British Film Institute ha invece rieditato le pellicole originali, con commento musicale di Simon Fisher Turner, in un affascinante documentario, dal titolo The Great White Silence.
Evocazioni visive a parte, restano, come dicevamo, il significato e l’importanza scientifica dell’impresa, tutti gli aspetti meno conosciuti e il dietro le quinte della spedizione, che adesso è possibile esplorare grazie ad una mostra davvero ben fatta, in programma al Natural History Museum, fino al 2 settembre. Muovendosi attraverso la ricostruzione della baracca di Hut Point (il cui originale sopravvive intatto a Capo Evans, nell’isola di Ross), il visitatore può rivivere i momenti salienti della spedizione, seguendone il quotidiano, mediante foto, documenti, reperti scientifici, suppellettili, viveri, vestiario, strumenti. La mostra mira a focalizzare l’attenzione sul valore che l’impresa scientifica assume oggi, specialmente alla luce dei cambiamenti che minacciano il sistema climatico dei circoli polari. Pochi sanno che Scott e i suoi uomini continuarono a raccogliere materiali anche durante il tragico viaggio di ritorno dal polo, tra cui ben 16 chilogrammi di fossili (incluso un rarissimo esemplare di Glossopteris Indica, una felce estintasi 250 milioni di anni fa). Sorprende il fatto che non pensarono di disfarsi di questa zavorra, nemmeno quando le condizioni di sopravvivenza si resero drammatiche e impossibili. In mostra, anche la scatola di acquerelli e le meravigliose illustrazioni di Edward Wilson, realizzate a partire da schizzi e disegni eseguiti sul campo, a temperature proibitive. L’esposizione è accompagnata da un fitto programma di eventi, dibattiti e proiezioni, e rimane aperta fino alle 22.30, ogni ultimo venerdì del mese.

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La forchetta di Shakespeare

forchetta_elisabettiana

L’evasione dal quotidiano fa parte della natura umana. Che si fugga dal   traffico, dalla routine, dai rumori, o dal fango, dalle fatiche e dalle imposizioni, poco importa. Da sempre, la mente ha bisogno dei suoi spazi per viaggiare o, semplicemente, riposare. Quattro o cinque secoli fa, quando non c’erano TV e internet, i servizi igienici erano scarsissimi e le case, costruite in travi di legno, pigliavano facilmente fuoco, i londinesi riuscivano a divagarsi lo stesso. Come?  Con il teatro, che, guarda caso, si trovava sempre in zone licenziose e malfamate, con il beneplacito di sua Maestà.
Queste aree erano denominate “liberties”, vi fiorivano bordelli e scoppiavano risse, si faceva mercato all’ingrosso e ci si ubriacava in compagnia. Menzionando il teatro elisabettiano, la maggioranza di noi oggi pensa al Globe Theatre, palcoscenico di successo per le opere di Shakespeare. Tuttavia, alla fine del ‘500, tra Shoreditch e  Southwark, di teatri rotondi, a tre piani, in cui plebaglia e nobiltà si mescolavano per due ore di farsa o tragedia, ce ne erano parecchi. Un penny per stare in piedi nell’arena, alla mercè delle intemperie, o somme più alte per sedersi in galleria o addirittura sul palco, vicino agli attori, per un momento di narcisismo irripetibile. Di questi teatri, restano i nomi suggestivi: Curtain, Swan, Fortune, Red Bull… Del Rose Theatre si sono rinvenute le fondamenta una ventina di anni fa. Costruito nel 1587 dall’impresario Philip Henslowe, in società con il droghiere Cholmey, il Rose era di forma poligonale e realizzato in materiali tradizionali (travi di legno, intonaco, gesso e pagliericcio). A differenza di altri teatri, questo spazio permetteva la messa in scena di grandi opere, su due livelli. Il Rose funzionò a pieno ritmo fino al 1605, anno in cui chiuse i battenti e venne raso al suolo. Per modo di dire, dato che nel 1989, durante dei lavori di costruzione, le ruspe si imbatterono nelle sue fondamenta. Il teatro passò sotto la cura del Museo di Londra, che tutt’ora indaga il sito, con un’equipe di studiosi ed archeologi. Dal 1999, il Rose è aperto al pubblico e, una parte di esso, dal 2007, funziona come spazio performativo, con opere elisabettiane o contemporanee. Frattanto, i lavori di scavo e indagine proseguono. Tra i vari oggetti rinvenuti, numerosi semi e gusci di nocciole, monetine e persino una forchetta. Quest’ultima, conservata al Museo di Londra, sarà protagonista di un programma radiofonico, sulla BBC Radio4, dedicato al mondo di Shakespeare, che inizierà il 16 aprile prossimo.

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La Natura, tra pennelli e computer

Telopea Speciosissima_Watling collection © Natural History Museum

Telopea Speciosissima, Port Jackson Painter
Watercolour, c1788 - 1797, © Natural History Museum


Nel retaggio immemoriale di visitatori e turisti, il Natural History Museum è ricettacolo di animali impagliati e, soprattutto, scheletri di dinosauri. Tuttavia, con 70 milioni di reperti che spaziano dalla botanica, alla mineralogia, all’entomologia, il museo londinese ha molto di più da offrire a chi sceglie di avventurarsi tra le sue volte neo-romaniche. Anche se l’imponente  corpo principale è della fine dell’ottocento, e la fantastica decorazione naturalistica delle piastrelle sembra confutare le teorie evolutive Darwiniane, il museo ha saputo aggiornarsi ed evolversi nel tempo, con l’aggiunta di una sezione moderna dedicata alle ricerche e all’educazione (Darwin Centre), la ridisposizione dei reperti impagliati e la ripartizione delle sale espositive secondo quattro zone colore. Nella zona blu, passati i dinosauri ed il negozio dei bambini, si trova una sala molto interessante, specialmente per chi si occupa di disegno naturalistico. Images of Nature presenta al visitatore un ricco archivio visivo di oltre un centinaio di opere, realizzate negli ultimi tre secoli. Stampe, acquerelli, diari scientifici e dipinti sono qui affiancati da foto, immagini digitali, microtomografie e postazioni interattive. La sala è totalmente accessibile, offrendo al pubblico guide in braille o stampate in grande formato e anche un’audioguida gratuita, scaricabile dal sito, per una visita complessiva di circa 50 minuti. Oltre alle collezioni permanenti, ‘Images of Nature’ ha uno spazio dedicato a mostre temporanee, con rotazioni trimestrali. Per loro natura, i materiali cartacei e dipinti, sono sensibili alla luce e molto fragili, quindi non è possibile esporli per lunghi periodi di tempo.  La mostra temporanea di quest’anno è dedicata all’arrivo della Prima Flotta Britannica sulle coste australiane. Nel 1788, 11 navi, per un totale di circa 1,400 persone, tra passeggeri ed equipaggio, raggiunsero l’Australia per fondare la prima colonia.  Al seguito della flotta, viaggiava anche un team di artisti, che si dedicò a ritrarre flora e fauna. Tra essi, il più valente ed accurato, era Thomas Watling (c1767-1797), giunto nella colonia come convitto (era talmente versato nel disegno che non sorprende fosse stato condannato come falsario). La collezione Watling è preziosa nel suo genere anche perche l’unica a rappresentare, in varie illustrazioni a penna ed acquerello, usi e costumi della comunità aborigena degli Eora.  Nella sala ci sono anche le installazioni dell’artista in residenza Daniel Boyd. I suoi lavori investigano quello che la collezione racconta oppure omette riguardo i primi anni della colonizzazione e i rapporti tra coloni e popolazioni aborigene. Oltre ai punti interattivi dedicati alla mostra speciale, ci sono anche due postazioni Nature Plus, con archivi audiovisivi e collezioni online. E’ disponibile una card gratuita con un codice a barre, da scansionare nell’apposita macchinetta. Tramite questa scansione, si possono salvare gli archivi di proprio gradimento in un account personalizzato, accessibile comodamente da internet, per essere in grado di sfogliare le collezioni di disegni o rivedere i video più interessanti, anche dal divano di casa.

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Quel dolce odore di libro…

old_booksL’inconfodibile aroma polveroso di vecchi libri è una delle gioie del bibliofilo, lo si repira non solo nelle biblioteche storiche, ma anche nelle librerie antiquarie o di seconda mano. In un mondo che diviene sempre più asettico e informatizzato, presto non saranno in molti a saper riconoscere l’odore agrodolce e ammuffito di una biblioteca storica. Pochi sanno che, questo particolare bouquet, ci può dire anche di cosa  è fatto il patrimonio librario.
La dottoressa Matija Strlic, chimico dell’University College di Londra (Centre for Sustainable Heritage), sta conducendo uno studio mirato su come l’odore di  libri e manufatti antichi, possa rivelare informazioni cruciali sia per gli studiosi, che per i restauratori. L’intensità di odori è un patrimonio genetico, che spesso rivela la velocità di decadimento degli oggetti, e lo sviluppo di etilometri costruiti a questo scopo, può essere utile per la loro conservazione. La Strlic ha deciso di condurre gli studi sulle correlazioni tra la composizione della carta e il suo odore, dopo aver visto un esperto annusare un titolo per valutarne l’età e la qualità. L’odore è parte della storia di un oggetto e anche del nostro modo di godere del patrimonio librario e antiquario. L’equipe della UCL, affiancata da ricercatori olandesi e sloveni, ha studiato 72 libri degli ultimi duecento anni. Attraverso la tecnica ‘degradomica’, si è potuto scompore il complesso profumo  di libri antichi nelle sue varie componenti chimiche, ed individuare i 15 più diffusi composti organici volatili (COV), derivanti dalla carta invecchiata o antica.  L’aroma di libro antico è stato dunque descritto come una combinazione di “note erbacee, con punte acide e un cenno di vaniglia su leggero sfondo di muffa”.  Questo odore inconfondibile, è parte tanto del libro, quanto del suo contenuto (carta, rilegatura, inchiostro). I marcatori di degradazione possono essere utilizzati per monitorare le condizioni di invecchiamento dei libri attraverso l’analisi dei gas COV da essi prodotti, e potrebbero aiutare i restauratori di biblioteche e archivi nel loro lavoro. La dottoressa Strlic parlerà dei risultati di questa interessante ricerca, in una conferenza pubblica gratuita, che si terrà il 21 giugno prossimo al British Museum.