Tra i vari centenari che cadono quest’anno, a Londra si ricordano anche i 350 anni dalla terribile epidemia di peste, che funestò la città nel 1665. La pestilenza, nota come the Great Plague, fu l’ultima grande epidemia di peste bubbonica ed uccise, in modo rapido e doloroso, circa 100.000 persone, quasi un quarto della popolazione londinese. Alla Guildhall Library, una mostra interessante, mette a disposizione del visitatore svariati documenti e volumi, tra cui i Bills of Mortality, le statistiche di mortalità settimanale di Londra, che servivano a monitorare le sepolture e, dal 161, venivano redatte dalla Worshipful Company of Parish Clerks, la corporazione degli impiegati parrocchiali. La City di Londra non era stata certo immune da episodi di peste, che ricorsero più volte tra la fine del XIV e la prima metà del XVII secolo. Infatti, c’erano stati ben 15 mini epidemie, di cui l’ultima, nel 1625, aveva causato parecchi morti. Tuttavia, la peste del 1665, causata dal batterio Yersinia pestis, ebbe effetti devastanti, anche sull’economia cittadina. Il morbo si diffuse velocemente nei quartieri più poveri di Londra, uccidendo, tra maggio e agosto, il 15% della popolazione. La parrocchia di St. Giles Cripplegate fu una delle aree maggiormente colpite. Chi ne aveva le possibilità, fuggiva dalla città, a piedi, cavallo o via fiume, in cerca di aree più salubri. Per lasciare Londra, bisognava mostrare un certificato di buona salute, rilasciato dalle autorità. Nel suo diario, Samuel Pepys offre un resoconto vivido delle strade vuote di Londra, e di come tutti quelli che potevano, se ne erano andati, nel tentativo di fuggire dalla peste. Anche la famiglia del celebre diarista trovò rifugio altrove, a Woolwhich, raggiunta in barca dal Tamigi. Le vittime della peste erano talmente tante che venivano sepolte in fretta e furia al di fuori delle mura cittadine, in fosse comuni, spesso non consacrate. Si stima che, sotto la stazione della metropolitana di Aldgate, ci sia una enorme fossa di vittime della peste, con più di 1.000 corpi. Nella mostra alla Guildhall Library, oltre alle statistiche e ai registri parrocchiali, si trovano anche libri di medicina e ricettari. Adesso sappiamo che la peste è di solito trasmessa attraverso il morso di un ratto o di una pulce infetta, ma nel 1665, c’era chi riteneva che fosse stata causata dal passaggio nefasto di una cometa o che si trattasse di una punizione divina. I medici e i farmacisti, di cui l’80% pensò bene di fuggire, pensavano invece che la peste si dovesse a miasmi o a qualche oggetto contaminato proveniente dalla Francia o dall’Olanda. I rimedi anti-peste, atti a purificare l’aria o a tenere a bada il morbo, erano svariati ed eccentrici. Si va dai mazzolini di fiori da mettere sotto al naso, alle misture di erbe da annusare o masticare, tra cui ruta, tabacco, aglio, mirra, assenzio romano e zedoaria, ai portafortuna (Samuel Pepys teneva in tasca una zampa di lepre). Infine, le preghiere (San Rocco era il santo più invocato) e le cerimonie religiose, unica occasione di assembramento che non fosse stata abolita in città. Daniel Defoe, che nel 1722 pubblicò un Diario dell’anno della peste o La peste di Londra (A Journal of the Plague Year), aveva solo 5 anni quando si verificò la terribile epidemia, ma suo zio viveva e lavorava ad Aldgate e forse è proprio quel sellaio, indicato con le iniziali H.F., che nel romanzo narra le vicende in prima persona.
La Grande Peste è stato un evento inquietante nella City: uccise senza pietà migliaia di persone, e, unita al Grande Incendio dell’anno successivo, cambiò per sempre il volto di Londra.
London’s Dreadful Visitation: The Great Plague, 1665 è aperta alla Guildhall Library fino all’11 settembre. Ingresso gratuito.
Archivi categoria: londra
A Londra si celebra il Bicentenario della Battaglia di Waterloo
Duecento anni fa si combatteva la battaglia di Waterloo, pagina sanguinosa, che avrebbe cambiato la storia dell’Europa. Si discute ancora, tra gli storici, su quella giornata di due secoli fa, che segnò la fine per Napoleone. L’imperatore stesso, ebbe tempo in esilio per ripensare agli esiti, alle strategie mancate, a cosa non avesse funzionato. Probabilmente fu sfortuna. Gli inglesi avrebbero avuto la peggio se invece delle truppe prussiane di Blücher, fossero sopraggiunti i francesi di Grouchy. Ma la storia, come si sa, la scrivono i vincitori. E allora, se siete a Londra, potete senz’altro aggiungere ai vostri itinerari, quello del bicentenario di Waterloo. Basta raggiungere Hyde Park Corner, sistema giroscopico molto impegnativo per il traffico, che però è comodamente raggiungibile attraversando il parco oppure servendosi della metropolitana.
Un vasto insieme di tunnel sottopassaggio, collega i vari marciapiedi intorno a Hyde Park Corner. I tunnel, progettati nel 1962 per facilitare la vita dei pedoni, furono decorati con piastrelle a soggetto storico nel 1995. Queste opere furono sovvenzionate dalla fondazione Free Form Arts Trust ed un’intero sottopasso è dedicato alla battaglia di Waterloo. Sono rappresentati i momenti più cruenti, ma anche l’incontro di Wellington e Blücher a La Belle Alliance, a fine battaglia. Mentre si esce, tra i rilievi di soldati al galoppo e sciabola sguainata, si può notare, sulla destra, la statua del duca di Wellington e, subito dietro, l’Arco di Trionfo nel mezzo di Hyde Park Corner. Si tratta del cosiddetto Wellington Arch, costruito tra il 1826 e il 1830 per controbilanciare il Marble Arch all’altra estremità del parco. Fu progettato da Demicus Burton e, originariamente, si trovava di fronte al n.1 Hyde Park, cioè Apsley House, la dimora di Sir Arthur Wellesley, primo duca di Wellington. La casa si trova sulla sinistra, ma è ora separata da Hyde Park Corner da una strada trafficata, aperta nel 1882, anno in cui l’arco fu spostato. Il duca era morto ormai da un trentennio e lo spostamento non creò particolari rimostranze. Anche la statua equestre che lo raffigurava e che si trovava sopra l’arco, fu rimossa nel 1912, stavolta tra qualche polemica. Ora si può ammirare una suggestiva quadriga di bronzo con l’Angelo della Pace che scende sul carro di guerra. L’Arco è gestito da English Heritage e si può visitare. Inoltre, fino al 1 novembre, al terzo e al quarto piano, un’esauriente mostra racconta la battaglia di Waterloo, attraverso un video racconto ben fatto, che ripercorre i momenti salienti del confilitto, e poi armi, dispacci, cimeli e persino la spada e i famosi stivali del duca di Wellington. Una volta discesi, e infilato il sottopasso, vi basterà attraversare dalla parte opposta, per passare un po`di tempo tra gli splendori e le memorie di Apsley House. Là potrete ammirare stendardi francesi catturati durante la famosa battaglia, servizi di porcellane commemorative o di provenienza imperiale, la sala da pranzo con la bella ricostruzione del Waterloo Banquet, i ritratti degli ufficiali che combatterono a Waterloo, una quadreria eccezionale con dipinti donati al duca dal sovrano di Spagna, e una gigantesca statua di Napoleone in veste di Marte pacificatore, scolpita da Canova, tra il 1802 ed il 1806. L’opera fu acquistata dal governo britannico nel 1816 per la somma di 66mila franchi e venne donata dal principe reggente al duca di Wellington nel 1817. Il pavimento di Apsley House fu appoitamente rinforzato per accomodare il peso della statua. La posizione della scultura, ‘imprigionata’ dalle balaustre della scala di ingresso, è ancora vista oggi come la prova che il vincitore di Waterloo cercò di umiliare il suo avversario, posizionando un trofeo di guerra in un ambiente domestico indegno. Molto probabilmente, invece, il luogo scelto dal duca per la statua di Canova, doveva servire ad incutere rispetto e riflessione, piuttosto che essere visto semplicemente come un confino umiliante. Infatti, quando a Wellington veniva chiesto di nominare il più grande generale dell’epoca, egli rispondeva: ‘In questa età, in epoche passate, in qualsiasi età, Napoleone’.
London Craft Week
Questa settimana, tra Bloomsbury e Mayfair, si è inaugurata la prima edizione di London Craft Week. La nuova iniziativa, indipendente e senza fini di lucro, è stata istituita per celebrare l’artigianato in città.
Nata da un’idea di Vacheron Constantin, e supportata da vari partner strategici, tra i quali il Sindaco di Londra ed il Crafts Council, London Craft Week mira a svelare spazi nascosti e poco noti, accanto a celebri negozi e marchi di lusso, e dare spazio all’estro creativo di artigiani e produttori.
Un nutrito programma di aperture, attività, manifestazioni e mostre, consente un doppio scambio: da un lato i responsabili, che possono mostrare le loro capacità e condividere le loro conoscenze; dall’altro, i visitatori, che, oltre ad avere accesso speciale a studi e laboratori, gallerie e negozi, potranno anche cimentarsi in prima persona.
Trovandomi a Bloomsbury, ho fatto un salto da L. Cornelissen & Son, storico negozio di materiali artisitici, fondato nel 1855 e ancora presente nella sua antica sede di 105a Great Russell Street. Il negozio, che da solo merita una visita, è specializzato nella fornitura di pennelli, materiali di stampa, carta, tele e pigmenti.
Per London Craft Week, Cornelissen aveva organizzato un’interessante dimostrazione sulla costruzione delle tele di artisti e anche una sulla realizzazione di tabelle del colore, molto utili.
Dal negozio di furniture per artisti alla ArtWorkers Guild il passo sembrava quasi obbligato, anche in senso geografico. Mi sono dunque recata al numero 6 di Queen Square, una bella piazza con giardino, risalente alla prima metà del XVIII secolo e circondata di interessanti edifici georgiani.
Quello in cui si trova la ArtWorkers Guild, fu acquistato nel 1912 e modificato per ospitare una bella sala riunioni sul retro. La corporazione, che riunisce distinti artigiani, artisti e designer, venne fondata nel 1882, per promuovere i più alti standard di eccellenza in tutte le arti applicate. Membri illustri furono il designer ante-litteram William Morris, fondatore del movimento delle Arts and Crafts, Sir Edwin Lutyens, celebre architetto, e l’illustratore Walter Crane, uno dei pionieri del Liberty. La Gilda consta di circa trecento membri che frequentano regolarmente le riunioni quindicinali per ascoltare conferenze nella sala, che però è utilizzata anche da altre organizzazioni, molte delle quali sono direttamente collegate agli interessi dellaArtworkers Guild, come ad esempio la Victorian Society. La sede di Queen Square è normalmente aperta al pubblico solo in occasione di London Open House, quindi va a London Craft Week il merito di aver rinnovato, per un pomeriggio, l’accesso a questo luogo storico e speciale.
Falso d’Autore a Londra

La Dulwich Picture Gallery è la più antica pinacoteca pubblica, fondata nel 1811 per ospitare capolavori di grandi artisti come Rubens, Rembrandt, Tiepolo e Poussin. La collezione fu assemblata nel XVIII secolo e avrebbe dovuto far parte della quadreria del re di Polonia, ma le cose andarono diversamente e i dipinti furono donati al Dulwich College. All’inizio di quest’anno, la pinacoteca londinese ha dato vita al progetto ‘Made in China’, ideato dall’artista concettuale Doug Fishbone.
Assieme al curatore Xavier Bray, Fishbone ha acquistato online dalla Meishing Oil Painting, una compagnia manufatturiera della Cina meridionale, la copia di un dipinto della collezione. Il dipinto, realizzato a mano e in scala leggermente diversa, da uno dei 150 artisti impiegati nella compagnia cinese, è costato l’equivalente di 70 sterline, incluse le spese di spedizione.
In Cina, il commercio di dipinti eseguiti nello stile dei grandi maestri è un business molto florido e le richieste pervengono da tutto il mondo via internet.
La replica del dipinto della Dulwich Picture Gallery è stata appesa al posto dell’originale e i visitatori sono stati invitati a scoprire l’intruso tra gli oltre 200 capolavori della collezione. Impresa non facile; infatti, su oltre 3000 segnalazioni, solo il 10% dei partecipanti ha indovinato quale fosse il falso d’autore.
Qualche giorno fa, l’originale del “Ritratto di Giovane Donna” di Fragonard è stato finalmente rimesso al suo posto, affiancato dalla copia cinese contemporanea. I due dipinti, resteranno fianco a fianco per un paio di mesi, così da permettere i confronti.
L’esperimento si è rivelato, non solo l’occasione per molti visitatori di esercitare il loro sguardo critico e di interagire attivamente con i dipinti della collezione, ma anche un’ottima trovata pubblicitaria. Negli ultimi mesi, infatti, le visite alla Dulwich Picture Gallery si sono quadruplicate, permettendo al pubblico di ammirare le opere dei grandi maestri, nonché il lavoro di un anonimo artista cinese.
Visita all’Old Palace di Croydon
Croydon Palace, conosciuto oggi con il nome di Old Palace, fu la residenza estiva dell’Arcivescovo di Canterbury per oltre 500 anni.
Gli edifici sono ancora in uso e fanno parte della Old Palace of John Whitgift School, una scuola privata femminile.
Quest’anno è anche il cinquantesimo anniversario dell’organizzazione benefica The Friends of The Old Palace, il cui scopo è quello di promuovere l’interesse nell’antico maniero, raccogliendo fondi per la manutenzione ed il restauro. Grazie a questa associazione, è possibile visitare l’Old Palace in alcune date dell’anno, seguendo un ottimo tour guidato di due ore, che include anche tè e tortine serviti nella sala dei banchetti. Il maniero di Croydon faceva parte di una serie di proprietà dell’Arcivescovo, che si trovavano disseminate lungo il tragitto da Canterbury a Londra. La residenza esisteva già in epoca sassone (IX secolo) e fu censita nel Domesday Book del 1086 come Croindene. La residenza ospitò visitatori illustri, come Enrico III, Caterina d’Aragona e la regina Elisabetta I, che vi fu presente almeno tredici volte, con il suo ampio seguito di damigelle. Il palazzo sopravvisse vari eventi, come la dissoluzione dei monasteri indetta da Enrico VIII (semplicemente perché non vi era un convento), la Guerra Civile Inglese (1642–1651), che lasciò gli edifici indenni, a parte la perdita di un organo e delle vetrate della chiesa, e il Blitz del 1940, che invece portò tanta devastazione a Croydon, più che in altre parti del Paese. Il declino del complesso iniziò nel XVIII secolo. Nel 1780, molte parti del Palazzo furono vendute, altre demolite. La sala dei banchetti e a biblioteca furono riutilizzate come fabbriche e stamperie. Finalmente, verso la fine del XIX secolo, un ordine di monache anglicane restaurò gli edifici, creando una scuola per ragazze.
Il complesso è molto interessante, un vero palinsesto di epoche e stili diversi, che il tour riesce a svelare in pieno. Si passa dalla Grande Sala del XIV secolo, costruita dall’Arcivescovo John Stafford (una delle più belle sale medievali del sud dell’Inghilterra, coperta da un complesso sistema di travature arcuate in legno di quercia) alla bella sala delle guardie (oggi biblioteca) voluta da Thomas Arundel, proseguendo con la cappella del XV secolo, gli appartamenti che nel 1573 ospitarono Elisabetta I, fino alle fondamenta normanne, di cui si osservano murature in pietra e pilastri lignei con capitelli a foglie d’acqua, nella cripta del XII secolo (odierna sala professori). 
Il tour non tralascia nemmeno gli esterni, perché le murature sono molto interessanti e di epoche diverse. Così il giro dei cortili offre una vista ravvicinata delle strutture murarie del XIV secolo, mostrando l’utilizzo della pietra focaia nella finestra della sala delle guardie e svelando il motivo di mattoni rossi e neri di epoca Tudor. Oltre alle visite private organizzate, l’Old Palace di Croydon è aperto al pubblico durante il weekend di London Open House.
Hot Cross Buns: i panini dolci del Venerdì Santo

Gli Hot Cross Buns sono dei panini dolci e speziati, segnati da una croce, che vengono tradizionalmente consumati il Venerdì Santo. Le origini di questo dolce sono molto antiche. La marcatura a forma di croce dei pani risalirebbe al mondo classico, quando, sia in Grecia che nell’Impero Romano, le forme contrassegnate in questo modo, consentivano ai commensali di dividere facilmente le pagnotte in quattro pezzi. Tuttavia, l’hot cross bun pasquale è più probabilmente nato in epoca medievale, quando in Inghilterra, in giorni di particolare significato liturgico, tra cui il Venerdì Santo, panini o torte venivano distribuiti ai fedeli, soprattutto a quelli più bisognosi. Mentre gli hot cross buns si trovano al supermercato tutto l’anno, l’antica tradizione rivive a Pasqua, nel cuore della City. La mattina del Venerdì Santo, una piccola moltitudine si riunisce intorno ad una tomba orizzontale, nel sagrato della chiesa di San Bartholomew the Great, la più antica parrocchiale di Londra, risalente agli inizi del XII secolo e miracolosamente sopravvissuta fino ai nostri giorni. L’occasione per questo convegno, si deve all’antica usanza di distribuire hot cross buns e sei pence d’argento alle povere vedove della parrocchia. Nel 1887, l’editore legale Joshua Butterworth creò un’istituzione senza fini di lucro, The Butterworth Charity, per garantire il futuro di questa cerimonia stabilendo, per il Venerdì Santo di ogni anno, la distribuzione del denaro (circa 20 pence odierni) a ventuno vedove povere, e spendere il resto dei dividendi in panini dolci da dare ai bambini della parrocchia. Questa mattina, nuvolosa ma non fredda, riuniti nel sagrato, abbiamo assistito ad una piccola processione, che includeva i prelati ed i coristi della chiesa. Dopo gli inni, le preghiere, il sermone, e la donazione di 20 pence all’unica vedova presente, si è giunti alla tanto attesa distribuzione degli hot cross buns. Tre ceste di panini, che erano stati tagliati in due ed imburrati su ambo i lati, sono state fatte circolare tra gli astanti e divorate con gusto sia dal clero che dai fedeli.
Gli albori della fotografia, in mostra a Londra
Sono andata alla Tate Britain a vedere Salt and Silver, una mostra in programma fino al 7 giugno. Organizzata in collaborazione con il Wilson Centre of Photography, l’esposizione si svolge in quattro sale tematiche, permettendo al visitatore di ammirare una serie di delicatissime e, a volte, poco conosciute, foto ai sali d’argento, realizzate alla metà del XIX secolo.
I primi esempi di fotografie stampate su carta trattata con sali d’argento furono prodotti da William Henry Fox Talbot, mentre si trovava in viaggio di nozze a Lacock Abbey, e, assieme alla moglie, si dilettava disegnando il paesaggio, mediante l’uso di una camera oscura. Talbot pensò che sarebbe stato interessante poter imprimere realisticamente la scena che aveva davanti, in modo permanente. Spalmando la carta con una soluzione di sale da cucina, e nitrato d’argento, che alla luce del sole si sarebbe scurita, mantenendo invariate le zone d’ombra, egli inventò un negativo, che, poggiato su un altro foglio bagnato di sali d’argento e nuovamente esposto alla luce, gli permise di otttenere la prima stampa fotografica. Era il 1839. Oltremanica, in Francia, Louis Daguerre aveva già ottenuto risultati simili, utilizzando però una lastra di rame, su cui aveva applicato una foglia d’argento, che veniva sensibilizzata alla luce per mezzo di vapori di iodio. I due metodi convissero parallelamente, sotto il nome di Calotipo e Dagherrotipo.
Tuttavia, le stampe di Talbot, incontrarono i favori di chi cercava un effetto più delicato e artistico, che potesse rivaleggiare con le stampe tradizionali.
Questi effetti particolari si evincono immediatamente dalle fotografie in mostra, eseguite tra il 1843 ed il 1845. Un grande olmo viene immortalato da Talbot alla stregua di un ritratto illustre, ma la sovraesposizione tradisce l’incapacità del nuovo mezzo di fissare le nuvole in cielo, che appare vagamente chiazzato, ma non per questo meno affascinante.
Nei suoi esperimenti, Talbot si era reso conto che, gli oggetti scuri o di colore blu, influenzavano la carta sensibile proprio come quelli bianchi. Invece, gli oggetti tendenti al verde, lasciavano un’impronta meno definita. Questo, aveva ovviamente delle chiare implicazioni nell’applicazione della fotografia al paesaggio.
È interessante notare come, trent’anni prima dell’Impressionismo, i pionieri della fotografia, si cimentassero en plein air, negoziando luci e geometrie.
Uno dei primi studi fotografici di successo fu quello di David Octavius Hill e Robert Adamson, aperto ad Edinburgo a metà degli anni quaranta. Di loro, ci restano circa trecento fotografie di uomini e donne del villaggio di pescatori di Newhaven, che catturano poeticamente il duro lavoro quotidiano ed una certa fierezza dei costumi.
Nel 1851, di nuovo in Francia, Louis Désiré Blanquart-Evrard, inventò la stampa all’albume. Uno strato trasparente di chiara d’uovo bastava a fissare i sali d’argento, permettendo così una produzione “di massa” delle stampe fotografiche ed il lancio di pubblicazioni illustrate. La fotografia allora si diversificò ancora di più, documentando paesaggi esotici, rinvenimenti archeologici, guerre, monumenti, nudi artistici e ritratti, questi ultimi nel popolare formato carte de visite. È a questo punto che si chiude la rassegna londinese, prima che il calotipo e l’albumina spariscano, soppiantati dalla stampa al collodio e l’avvento del primo genere di istantanee.
A Londra, una mostra di ventagli per il bicentenario di Waterloo
Ci sono molti modi di raccontare la storia: gli eventi possono essere ricostruiti tramite mappe, documenti, lettere, immagini, testimonianze, oppure oggetti di vario tipo. Waterloo: Life and Times, al Fan Museum di Greenwich, è una mostra di ventagli realizzati durante l’epopea napoleonica, alcuni addirittura per commemorare importanti campagne militari, francesi o inglesi, fino alla battaglia di Waterloo, che, nel 1815, vide le truppe napoleoniche sconfitte dagli eserciti alleati. Lontano dai campi di battaglia, la storia si intreccia con la moda e gli oggetti d’arte decorativa, e lo scenario sociale ruota intorno a balli ed assemblee mondane. Queste occasioni di ritrovo erano gli eventi a cui non mancare, tanto a Parigi, quanto a Londra. Memorabile resta il ballo organizzato dalla duchessa di Richmond alla vigilia della battaglia di Waterloo, evento a cui presero parte ospiti di eccezione come il principe d’Orange, il duca di Brunswick e lo stesso Wellington.
L’atmosfera gaia e spensierata di questo ballo, iniziato alle dieci della sera del 15 giugno, fu drammaticamente spenta dalle notizie della battaglia imminente e dal congedo immediato di molti dei partecipanti, tanto che, il giorno seguente, alcuni ufficiali si recarono alla battaglia di Quatre Bras senza aver avuto tempo di cambiarsi uniforme.
Durante balli meno drammatici di questo, oppure serate a teatro o riunioni mondane, le signore portavano ventagli eleganti, più piccoli dei loro predecessori settecenteschi, decorati riccamente da paillettes, oppure dipinti con scene di gusto neoclassico.
I vestiti stretti, a vita alta, non potendo ospitare tasche voluminose, portarono alla comparsa di borse ricamate e di ventagli, che potevano esservi comodamente inseriti. Questi ventagli, di dimensioni ridotte, furono molto popolari durante il periodo Regency, sia nella versione tradizionale, che nelle due forme brisé (un ventaglio composto solo di stecche decorative) o a coccarda (un ventaglio pieghevole che poteva essere aperto a 360 gradi).
La popolarità dei nuovi ventagli, intagliati o forati, per dare l’illusione della filigrana o del pizzo, probabilmente fu determinata dall’utilizzo di stecche simili, più o meno decorate, che richiedevano un’intensità di lavoro minore. La loro semplicità ben si accordava con le forme meno elaborate dei vestiti. Inoltre, a seguito degli ideali democratici delle rivoluzioni americana e francese, i ventagli divennero alla portata delle classi meno abbienti, grazie all’impiego di materiali economici (corno ed osso invece dell’avorio o della tartaruga), o di carte o tessuti stampati invece che dipinti.
Nella mostra londinese, si trovano sia ventagli glamour, pubblicati su riviste di grido come La Belle Assemblée o Ackermann Repository, sia quelli di propaganda, che rappresentano Nelson, Wellington, Napoleone e altre figure eroiche del periodo. A volte, però, si trovano esemplari ‘misti’ come il ventaglio francese a coccarda, in avorio, lustrini e bordure dorate, risalente al 1805, che, indirettamente, rimanda al sole della battaglia di Austerlitz, o quello del 1816, decorato con le violette, simbolo Bonapartista. Interessante notare come questo ventaglio mostri le stecche visibili sul verso. Si tratta di una montatura detta à l’Anglaise, in uso in Gran Bretagna durante l’embargo napoleonico, per risparmiare sul costo della carta, e ora impiegata nella Francia post Waterloo.
Alcuni esemplari, sia brisé che a coccarda, sono forniti di un ingegnoso, quanto minuscolo cannocchiale, inserito nell’impugnatura e utilissimo per le serate all’opera o per guardarsi intorno in altre occasioni.
Ai ventagli si affiancano altri oggetti raffinati: vestiti, accessori e porcellane francesi, queste ultime in prestito dal Bowes Museum di Barnard Castle, nel nord Inghilterra.
La mostra offre una prospettiva unica su un periodo spesso trascurato, esponendo una gamma di ventagli e di stili in voga tra il 1800 e il 1820, quando, a Restaurazione ormai avvenuta, cominciano a comparire motivi ogivali, inserti di opalina e decorazioni tipiche dell’era Romantica. E si evince, come, nonostante tutto, la Francia domini ancora la moda europea.
La casa della Scienza, nel cuore di Mayfair
Cosa hanno in comune la corrente elettrica di cui disponete ogni giorno, il cloro che disinfetta la piscina del vostro quartiere, il sale che mettete in tavola? Sono tutti elementi che furono isolati e scoperti, assieme a molti altri, alla Royal Institution of Great Britain. Questa prestigiosa istituzione scientifica, venne fondata nel 1799, durante una riunione di eminenti studiosi a casa di Joseph Banks, presidente della Royal Society ed illustre botanico. Da due secoli la Royal Institution si dedica all’istruzione e alla ricerca scientifica, ed ha la sua sede al 21 di Albemarle Street. E’ qui che Sir Humphrey Davy scoprì il sodio ed il potassio, Michael Faraday portò avanti gran
parte delle sue ricerche, Henry Hallet Dale studiò le trasmissioni chimiche degli impulsi nervosi. La RI è aperta a tutti, previo pagamento di una sottoscrizione annua, e propone conferenze pubbliche e programmi per le scuole. Inoltre, un venerdi sera al mese, un famoso scienziato tiene una lezione di un’ora di fronte ai membri dell’istituzione e ai loro ospiti. Al bell’edificio georgiano si accede tramite un accogliente atrio scandito da colonne corinzie. Al piano inferiore, si trova il Faraday Museum, il laboratorio originale dove lo scienziato condusse i suoi esperimenti a meta’ del XIX secolo. Al piano terra, ci sono una biblioteca ed un caffè, dove sono esposti un certo numero di strumenti ottici.
Un’elegante ed imponente scalinata, poi, conduce al piano superiore, dove, oltre a due altre biblioteche, si trova il teatro progettato da Thomas Webster, in cui studiosi di fama internazionale hanno promulgato e continuano a promulgare il loro sapere, svelando i segreti dei fenomeni del mondo che ci circonda.
È possibile visitare il laboratorio di Faraday gratuitamente, dal lunedì al venerdì, dalle 9.00 alle 18:00. Talvolta, la mostra potrebbe essere chiusa per eventi privati, quindi è bene chiamare lo 0044 (0) 20 7409 2992, prima della vostra visita.
Le ricette di Mrs Beeton ed i suoi contemporanei. Una mostra a Londra.
Isabella Beeton fu una scrittrice vittoriana, nata a Milk Street, nella odierna City of London, il 12 marzo 1836. Proveniente da una famiglia assai numerosa, appena ventenne, andò in sposa a Samuel Beeton, un editore di successo, per il quale cominciò a scrivere articoli di cucina ed economia domestica.
Questi articoli, che tra il 1859 e il 1861 facevano parte di un supplemento del giornale illustrato The Englishwoman’s Domestic Magazine, furono poi raccolti nel famoso The Book of Household Management, uno dei più famosi libri di cucina mai pubblicati. Il volume, illustrato con incisioni colorate su quasi ogni pagina, vendette oltre 60.000 copie nel suo primo anno di pubblicazione (1861) e quasi due milioni entro il 1868. Oltre alle ricette (famosa quella del Christmas Pudding) il libro conteneva consulenze sulla gestione della casa, la cura dei bambini, le norme di galateo e le istruzioni da impartire alla servitù. 150 anni dopo la sua morte, avvenuta il 6 febbraio del 1865, la signora Beeton è ancora una delle figure più importanti nella storia alimentare. Adesso, una bella mostra alla Guildhall Library, esamina il suo impatto sulla cultura e la culinaria di ieri e di oggi.
Il best seller della Beeton, la quale, più che una brava cuoca, era un’ottima giornalista, attinse a varie fonti, una fra tutte il primo libro di cucina inglese destinato ai lettori piuttosto che ai cuochi professionisti: Modern Cookery for Private Families
di Eliza Acton. In questo libro, la Acton introdusse per la prima volta la pratica, ormai universale, di elencare gli ingredienti prima del metodo e suggerire i tempi di cottura di ogni ricetta.
La mostra londinese espone diverse copie dei libri di Mrs Beeton ed Eliza Acton, accompagnati da suggestivi utensili di cucina, come stampi, rotelle e teglie per torte, colini di rame, ceramiche ed argenterie da tavola, e un martinetto a bottiglia, costruito a Cheapside, e proveniente dalle cucine del pub The Ship Tavern, a Lime Street.
Un’altra celebrità della prima metà del XIX secolo, fu Alexis Soyer, chef del prestigioso Reform Club di Londra. Soyer era davvero famoso, e lo era in senso moderno. Amava infatti esibirsi ed autopromuoversi, e seppe commercializzare una vasta gamma di attrezzature da cucina, salse e condimenti, nonché volumi di ricette. Per celebrare l’ascesa al trono della regina Vittoria, preparò una colazione al Reform Club per oltre 2000 persone!
Tuttavia, Soyer voleva anche migliorare la qualità dell’alimentazione tra i poveri.
Uno dei suoi libri, A Shilling Cookery for the People, è un manuale pieno di consigli pratici, basato sul presupposto che molti lettori non avrebbero potuto permettersi di seguire ricette complicate o costose. Nella teca della mostra a lui dedicata, troviamo anche un altro libro, The Modern Housewife, combinazione di ricette e suggerimenti, aperto alla pagina illustrata con due torte di mele: una, perfetta, l’aspirazione di ogni cuoco o massaia, l’altra, miseramente afflosciata all’interno, come spesso succede, anche a chi possiede forni modernissimi.
La mostra si chiude con le ristampe anastatiche del volume della Beeton, assieme a ricettari e compilazioni che, della scrittrice vittoriana, portano solo il nome, fino ai libri di cucina di celebrità moderne come Delia Smith, una delle scrittrici più influenti dagli anni ’70 in poi, meritevole di avere introdotto in Gran Bretagna ingredienti ‘esotici’ come il chorizo e lo sciroppo di glucosio. Tempi recenti hanno visto un aumentato interesse per la storia del cibo e della culinaria e vale la pena ricordare che la Guildhall Library possiede la più grande collezione di libri di cucina del Regno Unito, accessibili gratuitamente tramite un eccellente catalogo online.
Celebrity Cooks: Mrs Beeton and her Contemporaries è aperta fino al 17 aprile. Ingresso gratuito.
