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Natale in SE4

Nonostante la crisi, Londra ci tiene alle sue vetrine addobbate e alle strade illuminate. Però io stavolta non mi soffermerò sulle luminarie di Regent Street o sugli innumerevoli eventi che animano la City. Resto invece in SE4, che di anno in anno si fa più propositiva, grazie alle iniziative di gruppi, artisti e privati.Innanzitutto un’idea originale. Un calendario dell’avvento da scoprire giorno per giorno nelle strade del quartiere. Il progetto, a cura della cooperativa Tea-Leaf Arts, utilizzerà le vetrine di diversi esercizi commerciali di SE4 come display per opere d’arte realizzate sul tema del regalo. Ogni giorno, fino a Natale, ci sarà dunque una nuovo tassello da scoprire e tutte le opere site-specific resteranno in visione fino al 5 gennaio 2010. L’ultima vetrina dell’Avvento, il 24 dicembre, sarà quella della galleria stessa, e saranno offerti mulled wine e mince pies, dalle 14 alle 17.
Fino al 3 gennaio è in cartellone al Brockley Jack Theatre una meravigliosa versione di “A Christmas Carol” di Charles Dickens.
Adattata per il teatro da Neil Bartlett e diretta da Kate Bannister, la produzione si avvale di un cast di validi attori, tra cui un convincente Toby Eddington nella parte dell’odioso Ebenezer Scrooge. Per circa due ore sarete catapultati nella Londra vittoriana e riuscirete a carpirne ogni sfumatura, dalle fioche luci delle lampade a gas ai vapori del Christmas pudding. Per questa produzione vale di sicuro la pena lasciare le vie rutilanti del West End e fare un salto al sud del fiume. Il teatro fa parte dell’omonimo pub, dove potrete cenare prima dello spettacolo o semplicemente bere una pinta.
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Writ in Water

keats
 
Fa sempre piacere avventurarsi in Hampstead Heath, con il suo parco e le file di casette vittoriane dai giardini impeccabili. E’ un posto che ha ispirato molti prima di me. John Constable abitava in Well Walk e dipinse spesso i grovigli di nuvole che si inseguivano nei cieli dell’Heath; Marx veniva qui tutte le domeniche con la famiglia e l’amico Engels per fare dei pic-nic, una salutare scarpinata che permetteva ai polmoni di rimettersi dai fumi della città e dal fumo dei sigari di Karl; sembra anche che Clive Staples Lewis, mentre annaspava nella neve del parco, in una giornata di rigido inverno, avesse avuto un’idea folgorante per cominciare a scrivere le sue Cronache di Narnia. Tuttavia, vi fu un celebre abitante della zona, quando questa era ancora un semplice villaggio fuori Londra, il quale seppe trovare nella drammatica bellezza della natura e nella quiete pittoresca del giardino di casa, non solo la necessaria ispirazione creativa, ma anche l’amore.  Stiamo parlando del poeta John Keats, la cui breve vita si spense, ahimé, lontano da questi luoghi e dalle braccia dell’amata, tra le volute barocche e i cieli di Piazza di Spagna, e i cui resti mortali riposano ancora sotto nodosi cipressi, al limitare della Piramide Cestia.  
Colui "il cui nome è scritto sull’acqua" è il prototipo dell’artista romantico, affascinante, povero, idealista, di fragile costituzione, destinato a morire giovane, bruciato dalla malattia e ancor più dalla passione. Però restano immortali i suoi versi, quell’Ode all’Urna Greca, che, forse, fu ispirata dal rilievo di una giumenta, ancora muggente al cielo, nelle sale del Museo Britannico, o quella ancor più celebre, dedicata all’Usignolo, che ai tempi gorgheggiava ignaro, nel giardino al limitare oscuro del parco di Hampstead Heath.Oltre ai versi immortali, e a generazioni di usignoli successive, in Keats Grove resta ancora tangibile e gradevole nel suo aspetto, quasi inalterato, la casa dove il poeta abitò, tra il 1818 e il 1820. 
L’edificio si chiamava Wentworth Place e originariamente era composto di due case gemelle, circondate da uno stesso giardino. Una di queste case era abitata dalla famiglia Brawne, l’altra dall’amico di Keats, Charles Armitage Brown. I due anni che Keats passò qui, come ospite, furono prolifici sia dal punto di vista creativo, sia da quello sentimentale, dato che il giovane finì per innamorarsi della fanciulla vicina di casa, Fanny Brawne. Il fidanzamento, inizialmente osteggiato per motivi economici, fu minato prima dalla malattia del poeta e poi interrotto bruscamente dalla sua morte. 
La casa è stata recentemente riaperta al pubblico, dopo un restauro finanziato dal comune e dalla Heritage Lottery Fund e costato quasi 500 mila sterline. Keats House non è solo un museo, ma un luogo vivo, animato da eventi ed iniziative culturali, incluso un Poetry Appreciation Group, che qui si incontra regolarmente. Il biglietto di ingresso costa 5 sterline, è valido per un anno dalla data di emissione, e vi permetterà di aggirarvi nelle stanze, ancora piene degli arredi e delle atmosfere care al poeta, osservare cimeli (lettere, poesie, l’anello di fidanzamento di Fanny, la maschera funeraria di John…) e, al momento, anche alcuni costumi originali dal set di Bright Star, il film di Jane Campion, ispirato alla storia d’amore tra il poeta e la Brawne, uscito nelle sale angle il 6 novembre scorso. 
 
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La biblioteca post-moderna

BritishLibraryInteriorNell’immaginario collettivo la parola ‘biblioteca’ fa venire in mente un posto chiuso, pervaso da un caratteristico odore di polvere, carta macera e pergamena, pieno di libri e gente china su di essi in religioso silenzio; un qualcosa di dislocato dalla vita di tutti i giorni, un luogo della tradizione, riservato a pochi, anche se aperto a tutti. Ma le cose cambiano, si parla ormai del concetto di biblioteca post-moderna, dove all’utente son concessi nuovi stimoli e servizi come prestito di materiali audiovisivi, spazi culturali con iniziative di vario genere, uso di computer, internet e documenti informatici, nonché personale disponibile ad insegnare l’uso dell’archivio a chi non ne ha dimestichezza.

Non so come sia la situazione italica al momento, ricordo che quanto sopra era sicuramente valido per la biblioteca di quartiere nella mia città natale, dove andavo a studiare e leggere con piacere, ma se ora mi stendessi sul lettino dello psicoanalista e Sigmund pronunciasse la parola “BIBLIOTECA NAZIONALE” avrei i sudori freddi e mi aggrapperei al sofà in preda all’ansia. Io spero tanto che, anche in quell’ambito, qualcosa sia cambiato, lo spero soprattutto per i poveri studenti e studiosi che ci devono sudare sangue… anche se, le ultime notizie ufficiali (gennaio 2009) parlavano di disservizi, personale ridotto, decremento dei volontari del servizio civile e prestito pomeridiano sospeso. Ai tempi della tesi, andarvi a fare ricerche equivaleva ad un viaggio dantesco nei gironi delle lungaggini e della burocrazia, nonché quotidiana esposizione all’amianto (bonificato solo a 3 mesi dalla mia laurea, con i disservizi che potete immaginare)…
Poi, son venuta qui, in terra angla, e, studiando per il Master, mi si è aperto un mondo: bellissime biblioteche post-moderne, con film, computer nuovi, scanner, stampanti, corsi di lingue, laboratori, prestiti possibili. Non importa se si è studiosi o no, qui è pratica assai comune andare in biblioteca per usare internet, prendere libri in prestito, far giocare i bambini, partecipare a dibattiti. C’è però una biblioteca angla, anzi LA biblioteca per eccellenza, che ha vinto il mio cuore e mi sta curando dal trauma di gioventù. La BRITISH LIBRARY, in quel di Euston, è il mio rifugio dai mali dell’inverno, pioggia, buio, stanchezza e povertà.
Ci vado spesso, tanto che ormai gli steward alla porta mi riconoscono senza batter ciglio (haha). Mi aggiro qua e là in questo edificio modernissimo (la biblioteca originale faceva parte fino a una decina di anni fa del British Museum, dove ancora restano gli spazi della Reading Room e della Kings Library) e vedo studenti e studiosi col laptop e la cup of tea. Sono così sereni da suscitare invidia, loro forse non sanno niente di lungaggini e decrementi del personale e libri spariti chissà dove.
Vado alla British Library e mi vedo gratis “I Tesori”, in una galleria aperta gratuitamente al pubblico, dove ci sono opere e documenti imperdibili, tra cui la preziosissima copia in greco onciale della Bibbia (codex sinaiticum – IV secolo d.C.), dei bellissimi evangeliari miniati (famoso quello di Lindisfarne – IX secolo d.C), la Magna Carta, l’unica copia manoscritta del Beowulf, il Sutra del Diamante (il più antico libro a stampa del mondo), il diapason di Beethoven, l’atto di nozze di Mozart, le lettere di Jane Austen e le canzoni autografe dei Beatles.
Ci sono poi mostre temporanee su vari argomenti. Ad esempio, al momento in cui scrivo, ce n’è una, totalmente gratuita e di grande interesse, sulla fotografia del XIX secolo, dal titolo “Points of View” (http://www.bl.uk/pointsofview/).
Ma ci si può altrettanto immergere in percorsi sonori, organizzati per tema, dove si può ascoltare di tutto, dalla voce di Florence Nightingale (The Sound and the Fury: The Power of Public Speaking) agli album di Jimi Hendrix (1968 on Record: a Year of Revolution). Per accedere alle sale di lettura basta un pass di accesso che viene rilasciato con facilità (basta esibire un documento di riconoscimento), e non bisogna essere laureandi o laureati. Ognuno ha diritto a studiare e fare ricerche.
A me, quello che stupisce ogni volta che mi siedo a bere un caffè, è la torre d’oro con tutti i volumi, i manoscritti e le mappe provenienti dalla King’s Library. Un monumento all’amore per il sapere.
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Mudlarking in London

mudlark findings
Un Mudlark è qualcuno che scandaglia nelle rive fangose di un fiume o di un porto in cerca di oggetti di un qualsivoglia valore. Il termine fu coniato nel diciottesimo secolo, in senso dispregiativo, ad indicare quei disperati che, durante la Rivoluzione Industriale, approfittavano delle basse maree per raccattare tutto ciò che poteva tornare utile o da cui trarre profitto. Celeberrimi poi i mudlarks della Londra vittoriana, bambini spesso orfani, costretti a cercare rifiuti riutilizzabili nelle fredde melme del Tamigi. Oggi i mudlarks esistono ancora, ma ciò che li spinge ad avventurarsi sulle rive del fiume, al calare della marea, non è l’indigenza, bensì un certo spirito di avventura, unito alla passione per l’archeologia e all’amore per la propria città. Per essere un moderno mudlark occorrono degli stivali di gomma, una certa attenzione e la speranza di trovare qualcosa di significativo. Una modena organizzazione, fondata nel 1980, The Society of Thames Mudlark, ha una licenza speciale, rilasciata dall’autorità portuale londinese, che permette ai suoi membri di dissotterrare reperti dal fango del Tamigi, anche con l’aiuto di metal detector, e riportare eventuali scoperte archeologiche al Museo di Londra. Un permesso standard giornaliero dà invece la possibilità a semplici appassionati di cercare oggetti sulle rive del fiume scavando fino a sette centimetri e mezzo di profondità. Ma è possibile anche mantenersi al livello di superficie, raccogliendo semplicemente ciò che è visibile, durante una singolare passeggiata. Per saperne di più, abbiamo intervistato David Kelly, un giovane londinese, appassionato di arte e di archeologia, che da qualche tempo si dedica a questa attività.

Come sei venuto a conoscenza del Mudlarking?

Stavo bevendo qualcosa con la mia amica Sarah, un’archeologa, esperta di ossa umane, che lavora per il Museo di Londra. Eravamo vicini al Tamigi e stavamo parlando del suo lavoro. Ad un certo punto lei mi ha suggerito di andare giù sulle rive del fiume in cerca di ossa. Ho accettato la proposta e sono rimasto letteralmente catturato da questa nuova esperienza.

Ogni quanto pratichi il Mudlarking?

Cerco di andare ogni settimana, ma ovviamente tutto dipende dal livello delle maree e dalle condizioni atmosferiche.

C’è bisogno di una particolare attrezzatura? 

I “Wellington Boots” sono essenziali! Bisogna anche portarsi dietro un paio di buste per raccogliere gli oggetti che si trovano man mano, e anche alcuni strumenti utili, come una paletta o un piccolo rastrello da giardinaggio. Da un punto di vista igienico consiglio l’uso di guanti e di avere da parte anche qualche cerotto. E anche un taccuino, per annotare informazioni utili, ad esempio il luogo di ritrovamento degli oggetti. Se poi si vuole fare del mudlarking serio, magari per trovare qualche tesoro… ci vuole un metal detector.

Spese extra?

Ci sono costi se si vogliono effettuare scavi sulle rive del fiume; infatti ci vuole un permesso da richiedere all’autorità portuale, che può costare dalle 50 alle 60 sterline. Ma ci sono anche permessi giornalieri, più economici, circa 7 sterline e 50. Ovviamente, se si compra un permesso di scavo, significa che si vuole fare una ricerca accurata, e quindi ci vuole un metal detector. I più economici si aggirano sulle 150 sterline.

Dal tuo punto di vista personale, quali sono gli aspetti eccitanti del mudlarking e cosa consiglieresti a chi non ha mai provato?

Ci sono molti fattori che rendono la pratica del mudlarking così divertente. Innanzitutto trovo interessante la diversità degli oggetti che possono essere trovati lungo il fiume. Poi c’è la possibilità di saperne di più sulla mia città e sulla sua storia ed essere in grado di portarmi a casa i reperti, che, una volta puliti, mi danno la chance di continuare le mie ricerche. Il mudlarking è divertente da fare con altre persone, ma è anche un passatempo rilassante se si è da soli. Io direi di provarlo  se si è interessati all’archeologia (a qualsiasi ivello) e se si vuole saperne di più sulla storia del Tamigi e di Londra (o di altri posti, basta che ci sia un fiume o un porto). Ovviamente aspetto di trovare il mio tesoro dei pirati, una scoperta meravigliosa che comprenda oro e uno scheletro intero, magari di un pirata con un pappagallo sulla spalla. Detto ciò, meno mudlarks in giro, più chances per me di trovare il tesoro.  🙂

Buona fortuna!
Per permessi giornalieri, telefonare alla Port of London Authority (Gravesend) al n. 01474 562200.
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“La stretta del credito” continua a spremerci

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Il credit crunch ha compiuto un anno. All’inizio ha attanagliato la città, con una cappa di ansia e previsioni catastrofiche. Adesso ci si naviga, un pò rassegnati, ma speranzosi, perché i giornali dicono che la crisi è rientrata.

Sicuramente, nonostante i titoli ottimisti, la crisi è ancora tra noi e ha mietuto le sue vittime. Licenziamenti, si, ma non detti così a brutto muso. Qui si diventa “ridondanti”, superflui. E arriva la lettera di redundancy, che a volte offre alternative, ma più spesso una somma di buona uscita e tante grazie. Alle file per i biglietti del cinema o delle mostre adesso non ci sono solo i disoccupati con il certificato del job centre, ma anche gli ex impiegati, con la letterina di licenziamento e un rossore imbarazzato sulle gote, a chiedere lo sconto perché “they’ve been made redundant”. Moltissimi negozi hanno chiuso, la falce del credit crunch si è abbattuta qua e là senza distinzioni di area e di classe. Personalmente piango la boutique Koh Samui a Covent Garden. I prezzi erano sempre stati inarrivabili, anche senza la crisi, ma nelle vetrine c’erano dei vestiti bellissimi, fantasiosi, di taglio e qualità notevoli. Nel grigiore di tutti i giorni, passare là davanti e notare le nuove creazioni tirava su il mio animo femminile e narciso. L’ultimo vestito su cui ho sognato era di pizzo rosa perla, foggia anni ’30. Uno di quei vestiti che ci si può andare a sposarsi o ad un garden party o ad un appuntamento galante, senza sentirsi esagerate. Mi piacevano anche le commesse, che la mattina presto si sedevano per terra davanti al negozio, vestite come modelle, bambole di porcellana con la sigaretta tra le labbra, ad aspettare qualcuno con le chiavi per iniziare un nuovo giorno di lavoro. Ma adesso le vetrine sono inesorabilmente vuote, la boutique si è trasferita su internet e chissà le modelle dove saranno andate. Il credit crunch ha non solo ristretto le finanze, ma anche le pagine dell’inserto del Guardian, quello sul lavoro. Mi ricordo che era sempre pieno di annunci, di tutti i generi e per tutte le esperienze. Adesso ti arrivano in omaggio due pagine striminzite, con pochissimi annunci ed estesi articoli su cosa fare quando si diventa “ridondanti”. Eppure, come nei film neorealisti, l’arte di arrangiarsi prende il sopravvento. E’ di questi giorni l’inaugurazione del Brixton Pound, una valuta alternativa, utilizzabile solo in quel quartiere, che permetta ai residenti di spendere localmente, supportare le piccole imprese e ravvivare l’economia. Se l’esperimento si rivelerà efficace o se invece si ridurrà ad una versione adulta del Monopoli, lo sapremo solo fra qualche tempo.

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Sanità Angla

Le mie recenti vicissitudini mi hanno portato lontano da questo blog, ma ora mi forniscono utili spunti per dei post di servizio.

Poniamo il caso che il vostro soggiorno londinese (o britannico) si estenda per più di qualche mese e la vostra situazione si evolva da semplice visitatore/turista a quello di immigrato/residente. Auguriamoci che la salute vi assista e che non vi capiti nulla di rilevante che non sia un mal di testa o un raffreddore dovuto al clima infausto. Ma la fortuna, si sa, è cieca e volubile. La cosa piu logica da fare è quella di iscriversi alla surgery (cioè all’ambulatorio) del vostro quartiere. Potete trovare gli indirizzi sul sito dell’NHS (il Servizio Sanitario Nazionale inglese). Una volta compilato il solito form e consegnata magari una provetta con le vostre preziose urine, sarete assegnati ad un GP (general practitioner – un equivalente del medico di famiglia) e vi sarà data una card col vostro numero NHS.
Il GP è colui (o colei) al quale vi rivolgerete in caso di bisogno. E’ il GP che vi prescrive farmaci o vi scrive la richiesta per una visita specialistica.
Se avete bisogno di vedere un medico as soon as possible, potete andare all’ambulatorio senza appuntamento, ma potreste essere visitati da un altro GP.
I GP hanno a disposizione 10 minuti a paziente e, per evitare sprechi, non sono cosi solleciti ad elargire medicinali o visite specialistiche se non in caso di vero bisogno (la visita con un consultant, cioè con lo specialista, puo’ richiedere fino a 13 settimane di attesa, a meno che il vostro caso non sia davvero urgente).
I GP potrebbero sorvolare su una congiuntivite, sorridere ad una banale richiesta di esami del sangue giusto a titolo preventivo, essere reticenti a prescrivervi dei medicinali se non siete proprio malatissimi.
Insomma, la mentalità qui è un po’ diversa dal continente.
Se non siete soddisfatti o volete vedere uno specialista a tutti i costi, vi conviene andare nel privato, che è generalmente accogliente ed efficiente. Ma, a quel punto, dovete avere una certa disponibilità economica o essere coperti da un’assicurazione.
Insomma, leggendo sui giornali qua e là, tra ritardi, infezioni da clostridium difficilis e varie eventuali, la sanità pubblica angla, a parte alcune aree felici, non sembrerebbe godere di una buona reputazione, ma i contributi per le spese sanitarie sono piu’ bassi nel Regno Unito che in Italia e poi ci sono polizze salute che richiedono una infima spesa mensile.

Per quanto concerne la scelta del GP, vi consiglio di dare un’occhiata ai siti web delle surgeries di zona (le trovate sul sito NHS). La visita virtuale vi offre la possibilità di conoscere il personale e i servizi a disposizione. Alcuni ambulatori vi permettono anche di prenotare la visita medica su internet, risparmiandovi tempo e attese telefoniche.
Il bello di una citta cosmopolita come Londra è che ci sono GP di tutte le nazionalità e culture, e questo rende il servizio all’utente in un certo senso agevolato. Fa piacere per chi magari viene da un continente lontano, poter parlare con un medico che parla la nostra lingua o condivide uno stesso orientamento religioso.
Per concludere questo primo excursus in materia medica, citerò una cosa che non manca mai in nessuna casa italica e che, pur vivendo altrove, non manca nella mia: il famigerato armadietto dei medicinali (nel mio caso, cassetto). Una simpatica collezione di cerotti, pomate varie, antidolorifici, antipiretici, gocce, sciroppi e compresse per raffreddori, garze e termometro, di cui i miei amici angli spesso ridacchiano divertiti (magari scambiando la ipeprevidenza italiota per eccentrica ipocondria), finendo poi per apprezzare il ritrovato last minute per quel doloretto muscolare o la puntura d’insetto…

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“If this is what being a bird is, I’m proud to be one”

8 marzo

Birds Eye View è un’associazione volta a riconoscere e sostenere il lavoro di donne regista e sceneggiatrici a livello internazionale. Nel mondo del cinema, infatti, solo il 6% dei registi e il 12% degli sceneggiatori è donna. In questi giorni a Londra si svolge il Birds Eye View Festival, in cui non solo si presentano nuovi film e cortometraggi e si propongono dibattiti, ma c’è anche una retrospettiva sulle donne fatali, da Louise Brooks a Greta Garbo. Nella Giornata Internazionale della Donna, che in terra angla viene menzionata, ma non celebrata a suon di mimose, come si fa in Italia, mi sono recata all’Institute of Contemporary Arts, per vedere l’anteprima di un documentario, che sarà mostrato in tv a giugno, dal titolo "The Time of Their Lives". Nel film, le residenti più longeve del Mary Fielding Guild, una casa di riposo per anziani attivi, danno le loro opinioni su temi svariati, dal riscaldamento globale al terrorismo, dal declino dei media al significato della vita, della morte e dell’esistenza. Una di loro, Hetty Bower, socialista e pacifista, che a 103 anni cammina ogni giorno (una delle sue passioni è il trekking) e non ha mai mancato a nessuna delle manifestazioni contro la guerra in Iraq, era presente in sala e, al dibattito seguito alla proiezione del film, ha risposto con saggezza e ironia alle domande del pubblico, consigliando a tutte le donne di mantenere viva l’armonia e di perseguire la via della verità e della riconciliazione.
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Tema: Nel mio quartiere son quasi tutti artisti

chat noir

Mi piace girovagare per le stradine secondarie, è una cosa che ho sempre fatto, anche quando ero in Italia.
Nelle strade sul retro ci passa meno gente, ma ci sono scorci interessanti, sorprese ad ogni angolo, la giusta solitudine per riflettere, al ritmo dei propri passi.
Poi può anche capitare che tra due cespugli di trifoglio, salti fuori un gatto nero.
Che non si muove, perché è dipinto a "trompe l’oeil".
Un gatto che imperturbabile resterà a spiare passanti, farsi abbaiare contro dai cani, sbiadire lievemente alle intemperie, senza mangiare e senza miagolare, così, stupefatto, sulla soglia dell’irreale.
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Barbican

barbican 1

In seguito ai pesanti bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, nel tessuto urbano londinese si erano venuti creando parecchi "buchi". Essendo impossibile ricostruire quello che c’era, ci si sbizzarrì nel creare nuovi edifici e complessi edilizi. Erano gli anni ’50 e in architettura c’era tanta voglia di esperimentare. E sulla scia di Le Corbusier si espanse la voglia di costruire volumi plastici, ma "brutali".  Il nuovo stile detto "Brutalismo", con le superfici rudi di cemento armato ben in vista, prende piede a Londra – e in Gran Bretagna – tra gli anni ’60 e gli anni ’70. Tanti esempi eccelsi, denigrati per molto tempo, e ora di nuovo apprezzati. La lista potrebbe essere lunga, ma al turista frettoloso che passeggia per Bankside non possono sfuggire il Royal National Theatre e la Hayward Gallery. A chi ha meno fretta e a chi, come me, abita in questa città, cemento armato e volumi plastici fanno pensare al Barbican.La costruzione, realizzata tra il 1965 e il 1976, comprende delle palazzine residenziali collegate tra loro da ponti e strade pedonali, raggruppate intorno ad un lago artificiale e a dei giardini e completate da un parcheggio sotterraneo. Del complesso brutalista fa parte anche il Barbican centre, un edificio di quattro livelli, con teatri, caffè, librerie, uno spazio espositivo, una biblioteca di arte e tre cinema. Mi piace andare al Barbican, specie di domenica, quando la zona sonnecchia e gli uffici sono chiusi. Mi piace sia d’estate, con i tavolini all’aperto e i fuochi d’artificio sulle terrazze, e mi piace d’inverno, quando diviene un comodo rifugio dal freddo e dalle intemperie. E’ bello prendere qualcosa in uno dei vari caffè, a seconda delle disponibilità economiche, e leggersi il nutrito programma di eventi, mi rilassa girovagare da un piano all’altro, curiosare, perdermi nelle mostre, ascoltare musica gratis. Musica contemporanea, di qualità. Anche pezzi significativi, come 4, 33" di John Cage.  Il cinema del Barbican poi, è un’esperienza da provare. Ci si perde tra corridoi e vetrate, camminando sopra una serra piena di piante esotiche e i passi risuonano sul pavimento di piastrelle anni ’70. Poi, miracolosamente, ci si accomoda in una sala confortevole, non troppo grande, dove gustarsi film in prima visione, o meraviglie d’epoca, con l’accompagnamento al piano. E se si prenota online, costa meno.

 

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The Great Frost Fair

snow in SE London

Foto: © "Blythe Hill Fields"- 02/02/2009 

Aveva cominciato a nevicare nella serata di domenica, giusto una spolveratina. Era successo altre volte da quando sono qui, non c’era da preoccuparsi. Sono andata a dormire e ho dormito molto bene. Stamattina la neve continuava a cadere, c’erano ormai una ventina di centimetri. Caffettino, BBC, notizie sui trasporti. Che non c’erano. I bus ritirati dal servizio, la metro sospesa, i treni, anche. Gli aeroporti chiusi. Una metropoli si è fermata, così, semplicemente, e inspiegabilmente, per 20 centimetri di neve. Una coltre bianca, soffice, pulita, che ha travisato e reso tutto più bello. Una festa al parchetto dietro casa, di bambini e genitori, ragazzini e adulti, pupazzi di neve e cani. Gente che normalmente avrebbe badato ai fatti suoi, ma che la neve ha sorpreso e unito nello stesso gioco. Nel frattempo, scatta la polemica sul disservizio. Il sindaco si scusa dicendo che la neve è del tipo giusto, ma della quantità sbagliata, e si rimette al cielo, mentre gli economisti pronosticano che, se il 20% della popolazione è rimasto a casa, ci saranno perdite per almeno 900 milioni di sterline e ad essere più duramente colpiti saranno le aziende private e i piccoli esercizi commerciali. Secondo la Federation of Small Businesses almeno un quinto della forza lavoro in Gran Bretagna ha dovuto assentarsi dal lavoro. E io sono fra quelli. E domani? E’ un altro giorno…