Tradizionalmente si dice che fu il Principe Alberto, consorte della Regina Vittoria, ad introdurre alcune tradizioni tedesche in Gran Bretagna, tra cui, l’albero di Natale, nel 1840.
Una famosa immagine, apparsa nell’Illustrated London News, nel 1848, mostra la famiglia reale intenta celebrare riunita intorno ad un albero addobbato di luci e decorazioni.
Sembra che il principe consorte avesse inviato decorazioni anche alle scuole di Windsor e alle caserme dell’esercito locale, perché potessero allerstire degli alberi natalizi.
Ben presto, ‘the Christmas Tree’ entrò a far parte delle tradizioni natalizie del Regno Unito ed ogni casa aveva il suo albero ornato di candele, dolci, frutta ed altre decorazioni. In realtà, quello vittoriano non fu il primo albero ad essere stato decorato dalla famiglia reale. Infatti, la nonna della Regina Vittoria, Charlotte, moglie di re Giorgio III, era tedesca e nel Ducato di Meclemburgo-Strelitz, da cui ella proveniva, era usanza addobbare un grande ramo di tasso.
Ovviamente, la maggior parte delle persone in Gran Bretagna ignorava questa usanza e, gli stessi nobili a corte, ne erano rimasti scandalizzati. Nell’era georgiana ci si limitava ad introdurre nelle case un ramoscello di agrifoglio o vischio.
Ad ogni modo, il primo albero di Natale inglese fu allestito a Queen’s Lodge, Windsor, nel dicembre 1800. Quell’anno la regina Charlotte organizzò una grande festa di Natale per i figli di tutte le principali famiglie di Windsor. La regina mise non un ramo, ma un intero albero di tasso in una delle sale più grandi e, assieme alle sue dame di compagnia, lo decorò con nastri, palline, frutta, dolci, regali e candeline di cera.
Il dottor John Watkins, uno dei biografi della regina, prese parte alla festa e lasciò una descrizione di questo albero inusuale ‘dai rami del quale pendevano grappoli di dolci, mandorle e uvetta, frutta e giocattoli, la maggior parte disposti con gusto; il tutto illuminato da piccole candele di cera’.
Tutta la Corte si riunì attorno all’albero per intonare canti natalizi. La festa culminò con una distribuzione di doni, che comprendeva giocattoli e dolci, ma anche oggetti di lusso, come abiti, gioielli, piatti. Alla scomparsa della regina, nel 1818, la tradizione dell’albero di Natale aveva preso piede tra le classi nobili e dell’alta società. Il principe Alberto aiutò l’usanza a diffondersi e radicarsi nel resto della popolazione, ma nel 1840 l’albero natalizio non era certo più una novità a corte.
Archivio dell'autore: Claudia - SE4
Alla scoperta della Londra Romana
La nostra conoscenza della Londra romana, deve moltissimo prima al lavoro di storici ed antiquari dell’ottocento, poi all’infaticabile operato degli archeologi, che, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, sono intervenuti in numerosissimi siti della città, portando alla luce manufatti e strutture che dimostrarono la sopravvivenza di vaste parti di Londinium, a circa sette od otto metri sotto le moderne strade della City. La figura più importante del XIX secolo fu Charles Roach Smith, antiquario, numismatico ed archeologo, che per vivere svolgeva l’attività di chimico. In anni molto frenetici per l’edilizia della City di Londra, dalla costruzione del Royal Exchange a quella del London Bridge, passando per la demolizione di vecchi edifici e case fatiscenti, Roach Smith riuscì ad essere molto presente, ritrovando ed acquistando notevoli antichità romane. Negli stessi anni, la City Corporation stava diventando sempre più interessata a mostrare artefatti relativi alla storia di Londra. Nel 1826 fu istituito il Guildhall Museum, precursore del moderno Museum of London. Roach Smith divenne una vera autorità su Londinium e svolse la prima vera campagna di indagini archeologiche in Gran Bretagna, ipotizzando l’esistenza di un ponte romano sul Tamigi e fornendo delle preziose illustrazioni, rimaste pressoché insuperate per almeno mezzo secolo. Roach Smith pubblicò anche un fortunato volume, nel 1854, dal titolo: “Catalogue of the Museum of London Antiquities”.
Fino al 5 gennaio 2018, una piccola, ma esaustiva mostra alla Guidhall Library, esamina l’operato dei primi pionieri dell’archeologia romana e la scoperta di Londinium tra il Grande Incendio e la Prima Guerra Mondiale. La mostra si avvale di elementi d’archivio e straordinarie illustrazioni del XIX secolo, provenienti dalle collezioni della biblioteca, e di manufatti archeologici in prestito dal Museum of London.
Poco lontano dalla Guildhall, nei pressi di Cannon Street, è stato finalmente completato il quartier generale europeo di Bloomberg, in un suggestivo edificio, progettato da Norman Foster. Al suo interno, si trova il London Mithraeum, uno speciale spazio espositivo, gratuito (ma esclusivamente su prenotazione), in cui sono preservati, sette metri al di sotto del livello stradale, i resti del tempio di Mitra, una struttura di età imperiale, rinvenuta nel 1954. Il London Mithraeum, che ha aperto al pubblico il 14 novembre scorso, presenta anche un’interessante selezione di reperti rinvenuti negli scavi (2013) che precedettero la costruzione del moderno edificio, in uno dei più importanti siti di epoca romana nel Regno Unito, indicato dagli studiosi come la Pompei del Nord.
Martin Lutero e i 500 anni della Riforma protestante
Il 2017 segna i 500 anni da un gesto che rappresentò l’inizio della Riforma in Europa, segnata da duri anni di conflitto tra le fazioni cattoliche e protestanti.
Il XVI secolo fu un momento di grande fermento intellettuale durante il quale, grazie all’umanesimo e all’invenzione della stampa, in Europa vi fu una grande produzione e diffusione di testi, sia in latino che in volgare. Questo permise con facilità la trasmissione del sapere e delle idee, specialmente tra le nuove classi medie. Il 31 ottobre 1517, il monaco tedesco Martin Lutero, professore di teologia, affisse 95 tesi in latino sul portale della chiesa del castello di Wittenberg, con l’invito a discutere pubblicamente il valore e l’utilità delle pene e delle indulgenze. Nella città universitaria dove Lutero insegnava, le porte delle chiese erano considerate alla stregua di una bacheca, dove studenti e professori affiggevano annunci in vista di una pubblica assemblea. Quella che, per il monaco agostiniano, era semplice prassi accademica, finì invece per tramutarsi in un gesto rivoluzionario, di rottura. Infatti, alcune delle tesi, sfidavano apertamente la dottrina ed il potere della Chiesa cattolica romana, criticando la vendita delle indulgenze ed il ruolo del Papa, mentre altre, ponevano l’accento sul rapporto tra i fedeli e Dio.
Lutero aveva intuito il potere della stampa, un’invenzione relativamente nuova. Con i suoi opuscoli, seppe diffondere una nuova interpretazione del cristianesimo e creare un movimento per chiedere riforme.
Inoltre, i testi erano scritti in tedesco volgare, invece che in latino, così erano accessibili alle masse e trovarono molti aderenti, anche fuori dalla Germania. Tuttavia, la speranza iniziale di Lutero di poter vedere riformata la Chiesa romana, svanì in fretta, e così la rottura con il Papa fu definitiva. Lutero, volle che le Scritture fossero a disposizione di tutte le persone in una lingua che potessero comprendere e propose una Bibbia in volgare, modellata sul testo greco che era stato pubblicato da Erasmo da Rotterdam.
Ispirato a queste nuove idee, il sacerdote e studioso inglese William Tyndale decise di tradurre il Nuovo Testamento in volgare. Tyndale aveva studiato ad Oxford e Cambridge ed era molto versato nelle lingue. Infatti, parlava correntemente francese, italiano, tedesco, spagnolo, ma anche le lingue morte come greco e latino, nonché l’ebraico. Per Tyndale era molto importante la fede personale, cioè il rapporto tra il fedele e Dio non mediato dalla Chiesa. E per questo, era fondamentale che la Bibbia fosse tradotta in una lingua accessibile a tutti. Ovviamente, questo era proibito, sia dalla diocesi che dalla Corona inglese, poiché tutti i testi ecclesiastici, e, specialmente la Bibbia, dovevano essere rigorosamente in latino. Infatti, l’arcivescovo di Londra, si rifiutò di autorizzare ufficialmente Tyndale a procedere con la traduzione. Allora lo studioso si trasferì in Germania e, dopo molte vicissitudini, nel 1526, pubblicò a Worms la prima traduzione in inglese del Nuovo Testamento. Il libro fu stampato in tremila esemplari ed introdotto in Inghilterra di contrabbando. L’arcivescovo di Londra, però, riuscì ad intercettare le copie, e ne fece pubblico falò davanti alla Cattedrale di St. Paul.
Fortunatamente, tre stampe di questo piccolo volume, sono sopravvissute fino a noi.
A causa del suo gesto rivoluzionario, Tyndale fu accusato di eresia e pagò con la vita, finendo sul rogo nel 1535. Il suo lavoro ebbe una grande influenza sugli altri riformatori e traduttori biblici, che ne adottarono lessico, locuzioni e stile.
Per celebrare i 500 anni della Riforma protestante, questa settimana, St Paul’s Cathedral ha esposto la sua copia della bibbia di Tyndale, il libro più pericoloso dell’Inghilterra Tudor. Sono andata a vederla in occasione dell’ottima conferenza tenutasi martedì scorso all’interno della cattedrale, con il giornalista della BBC Melvyn Bragg e la teologa Jane Williams.

Questo fine settimana, invece, ci saranno ancora due aperture serali straordinarie, per ammirare il libro, ascoltare musica e partecipare a colloqui ed attività.
Inoltre, due piccole mostre, rispettivamente al British Museum e alla National Portrait Gallery, raccontano per immagini la portata dirompente delle tesi di Lutero e della Riforma in Inghilterra, tramite stampe, incisioni e dipinti.
Il Penny porta fortuna
Gli inglesi dicono:
“Find a penny pick it up; all day long you’ll have good luck.”
Io non so se porti fortuna davvero oppure no, ma, nel dubbio, è più forte di me: ogni volta che vedo scintillare una moneta (il vile conio di rame da uno o due pence, oppure un dischetto di acciaio e nickel da cinque in su), che sia sul marciapiede, nel vagone della metropolitana, al parco, mi chino e la raccolgo. Secondo alcuni porta bene se mostra la testa, altrimenti bisognerebbe voltarla e lasciarla raccogliere al prossimo fortunato.
Per molte popolazioni dell’antichità alcuni metalli, come appunto il rame o l’argento, usato nelle monetine, erano magici ed emanavano protezione contro la cattiva sorte.
La parola moneta, inoltre, deriva dal latino monēta, attributo della Dea Giunone (“ammonitrice”, dal verbo monete), protettrice dei Romani. La loro zecca si trovava, non a caso, sul Campidoglio, accanto al santuario della Dea Moneta.
Anche il dualismo bene/male si rifletterebbe nelle due facce testa/croce.
Tornando al Regno Unito, alle spose britanniche si consiglia, da tempi lontani, di indossare, il giorno del matrimonio: “Qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di prestato, qualcosa di blu … e una moneta da sei pence nella scarpa”. Questa moneta era un porta fortuna anche per i piloti della Royal Air Force, che, durante la Seconda Guerra Mondiale, se lo facevano cucire dietro le ali o sul brevetto di volo.
Inoltre, la moneta d’argento da sei pence, veniva nascosta in certi dolci tradizionali, come il pudding natalizio.
Questo decimale è però fuori circolazione, ormai da oltre 70 anni. Tuttavia, la tradizione si rinnova. Infatti, da quest’anno, i sei pence d’argento sono coniati e venduti ufficialmente dal Royal Mint, come moneta porta fortuna. Un regalo originale per ricorrenze speciali, che, al prezzo di 30 sterline, vi arriverà in una confezione elegante, munita di opuscolo e certificato di autenticità.
Il curioso collezionismo di Sir Thomas Browne
Thomas Browne era nato a Londra il 19 ottobre del 1605, nella parrocchia di St Michael a Cheapside. Dopo aver studiato ad Oxford, Padova, Montpellier e Leiden, si era laureato in medicina ed aveva fatto ritorno in Inghilterra. Nel 1637 si trasferì a Norwich, dove praticò come medico fino alla sua morte, avvenuta nel giorno del suo settantasettesimo compleanno, nel 1682.
Browne non fu solo uno stimato medico nella seconda città del Regno, ma un fertile autore ed uno studioso dalla curiosità insaziabile. L’educazione europea a cui era stato esposto, lo aveva avvicinato alle teorie più nuove nella pratica medica, e lo aveva formato all’anatomia e alla dissezione. Il suo primo lavoro, Religio Medici (stampato nel 1642, ma scritto nel 1635), divenne praticamente un best-seller dell’epoca e fu tradotto in un gran numero di lingue, anche in italiano. Lo si può considerare una forma di autobiografia spirituale, in cui lo scetticismo dell’uomo di scienza convive con la fede personale, così che il medico viene scagionato dall’accusa di eresia ed i valori protestanti sono difesi, a ricomporre fragilmente quella che sembra ormai l’insanabile frattura tra scienza e religione, in un momento storico in cui correnti settarie dividevano le coscienze. Per i suoi contenuti, l’opera finì nell’elenco papale dei libri proibiti.

In uno studio successivo, Pseudodoxia Epidemica (pubblicato nel 1646 e poi ripubblicato in cinque nuove versioni), Browne passò in rassegna gli “errori volgari”, cioè tutte le astruse credenze popolari circolate fino ad allora sul mondo naturale.
Browne esamina sistematicamente tutti i fatti e le curiosità sul mondo naturale, sulla storia e sulla religione, che erano stati traslati dalla saggezza popolare alle eminenti pubblicazioni scientifiche. Browne, homo novus, amante della libertà di pensiero, si affida a due strumenti: la ragione e l’esperimento. Deduzione o induzione lo guidano nell’opera di smantellamento di sciocche o buffe teorie, come quella che vede l’utilizzo di un martin pescatore morto, appeso ad una corda, quale mezzo per indicare la direzione del vento.
Lo studioso non mancò di interessarsi quasi ossessivamente alla natura, tanto che nell’opera The Garden of Cyrus (1658), arrivò a formulare un ordine ideale, un’idea platonica delle forme, secondo la disposizione a Quinconce, cioè delle cinque unità raffigurate nei dadi o nella monetazione degli antichi romani o ancora nel misticismo pitagorico.
Thomas Browne è probabilmente l’unico, dopo Shakespeare, tra gli autori del XVII secolo, citati dall’Oxford English Dictionary, ad aver coniato tantissime parole insolite.
Browne fu un autore versatile, che nel parlare tanto di scienza quanto di religione, seppe esprimere concetti affascinanti, mediante un vocabolario infarcito di neologismi latini e greci.
Erudito, divertente, mai pedante, a lui si deve la creazione di parole o aggettivi ormai entrati nell’uso comune, tra cui: ambidextrous, anomalous, ascetic, coma, electricity, ferocious, medical e… migrant.
Fino al primo dicembre, si può conoscere meglio questo interessante scienziato, grazie ad una piccola, ma esaustiva mostra, allestita al Royal College of Physicians di Londra. Assieme alle edizioni delle opere di Browne, le teche raccolgono oggetti curiosi, un erbario ed altri materiali, tra cui lettere e quaderni manoscritti, che gettano luce sui diversi interessi del medico inglese e provano a ricostruire quella camera delle meraviglie, che era ospitata nella casa di Norwich. Una casa ed un giardino, che lo scrittore e diarista John Evelyn non esitò a descrivere come “un vero paradiso”, e che fu oggetto di visita anche da parte del re Charles II.
Oltre alla mostra londinese, che si inserisce in un progetto più grande, a cura della Queen Mary University, che mira all’edizione integrale delle opere di Thomas Browne, speciali celebrazioni si terranno a Norwich, domani, giorno di nascita e morte dello scienziato. Lo scopo è quello di raccontare la vita e le opere di uno studioso che fu sempre mosso dalla curiosità e dal desiderio di conoscere e comprendere il mondo che lo circondava, e che seppe rompere le barriere della comunicazione, trasmettendo, a chi lo circondava, le sue scoperte, in una lingua comprensibile a tutti.
Brexit Beatles
In una recente intervista a BBC Newsnight, Ringo Starr ha elogiato la Brexit, definendola “una grande mossa”, sollecitando il Primo Ministro, Theresa May , ad andare avanti.
Il batterista dei Beatles ha anche affermato di trovare ridicola la richiesta da parte dei remainers di ripetere il referendum. Jonathan Isaby, direttore del sito Brexit Central, ha preso la palla al balzo ed ha proposto ai suoi seguaci di dare alle canzoni dei Beatles una connotazione politica.
Subito la rete si è scatenata e su Twitter gli utenti (sia pro che contro Brexit), hanno dato sfogo alla loro creatività e senso dell’humour, parafrasando celebri canzoni dello storico quartetto di Liverpool, e pubblicando il tutto con l’hashtag #BrexitBeatlesSongs.
Già lo scorso giugno, il presidente dell’Unione Europea, Donald Tusk, aveva citato il brano di John Lennon, “Imagine” , nella speranza che la Brexit potesse essere revocata.
London Symphony, un film poetico su Londra
Avevo già parlato in un post di tre anni fa, dell’ambizioso progetto di Alex Barrett, regista indipendente, che aveva lanciato una campagna di crowdfunding per realizzare un film in bianco e nero su Londra.
Girata nella tradizione delle “city symphonies” degli anni venti, la pellicola, dal titolo London Symphony, avrebbe dovuto esplorare Londra nella sua vasta diversità di culture e religioni.
Le “sinfonie della città” costituiscono un sottogruppo cinematografico distinto, più lirico di un documentario e radicato in un contesto urbano. L’esempio storico più famoso è “Berlino: Sinfonia di una grande città” di Walter Ruttman, girato nel 1927.
Non era mai stata celebrata Londra prima d’ora ed il film di Alex Barrett voleva essere un viaggio poetico nella metropoli del 21 ° secolo, accompagnato da una colonna sonora originale, composta da James McWilliam.
Finalmente, dopo tre anni di lavoro, il film è pronto ad uscire nelle sale britanniche.
London Symphony, accompagnato da un’orchestra dal vivo, sarà proiettato il 3 settembre 2017 al Barbican di Londra.
Il film, attraverso le immagini di un presente in continuo divenire, guarda anche al passato, ed esplora la ricchezza e la diversità che Londra sa offrire tutti i giorni.
Quest’opera è anche stata selezionata per il Festival Internazionale del Cinema di Edimburgo di quest’anno, dove è stato nominata per il Premio Michael Powell come Miglior Film Britannico.
Info: London Symphony
Londra celebra il suo passato romano
La prima volta che vidi “Il Gladiatore” di Ridley Scott fu nell’ambito dell’Estate Romana del 2000. Lo schermo era stato montato nella suggestiva cornice di via dei Fori Imperiali, pedonalizzati per l’occasione, con il Colosseo alle spalle. Quando il pubblico vide sullo schermo la ricostruzione dell’Anfiteatro Flavio, scattò in un applauso fragoroso, trasudante orgoglio.
Il film è uno di quei colossal del filone mitologico “Sword and Sandals”, di cui l’Italia fu prolifica negli anni d’oro di Cinecittà, quando gli attori americani venivano a girare le imprese di Maciste, Ercole, Spartaco ed altri eroi del mondo antico. Non erano pellicole storicamente accurate allora, e nemmeno al giorno d’oggi: nonostante la meticolosa ricostruzione di ambienti e costumi, molte scene peccano di ingenuità ed inesattezze. Ma, in fondo, quello che conta, sono la trama, l’azione e le gesta di un personaggio con cui il pubblico possa identificarsi o simpatizzare. Dopo quell’epica proiezione romana, non avevo più rivisto il film.
Tuttavia, si creano occasioni per cui, in un certo senso, il cerchio si chiude. Così, in una serata di ferragosto, graziata da temperature miti ed un cielo stellato, eccomi di nuovo sul luogo di un anfiteatro romano, questa volta la più modesta arena di Londinium (che, ai suoi tempi, era comunque una delle più grandi città della provincia più occidentale dell’Impero Romano), per la proiezione del colossal con Russell Crowe.
Atmosfera giocosa da evento all’aperto delle estati londinesi, con birra, pop corn, prelibatezze di street food italiano e greco (gnocchi e souvlaki), gladiatori, a suo tempo comparse del film (nelle scene di battaglia girate a Farnham), in tenuta da traex britannico, disponibili sia a pose ironiche da selfie, sia a brevi schermaglie dimostrative. L’unica ad esultare, quando il Colosseo è apparso sullo schermo, sono stata io, ma l’applauso corale è scattato comunque alla fine del film, più che altro per la soddisfazione di aver passato alcune ore in un’atmosfera piacevole e protetta. La proiezione all’aperto, nel suggestivo cortile della Guildhall, un tempo sede dell’anfiteatro romano (rinvenuto solo nel 1988), si inserisce in un ampio programma di eventi (visite guidate, rappresentazioni teatrali, conferenze, degustazioni, giochi gladiatori, mostre…), che anticipano l’imminente apertura al pubblico del Mithraeum.
Il tempio romano dedicato al dio Mitra, fu scoperto fortuitamente in due riprese: la prima, nel 1954, durante il lavori di scavo in un sito bombardato; la seconda, nello stesso luogo, quando furono scavate le fondazioni per il nuovo quartier generale di Bloomberg.
Londinium, fondata dai romani nel 43 d.C., corrisponde oggi al cuore della City e, le sue rovine, seppur non evidenti allo sguardo, come avviene per altre città antiche (Roma, Nimes, Treviri, Merida…), sono tuttavia ben preservate e, per la maggior parte, accessibili ai visitatori. Molti di questi resti (mosaici raffinati, ricche sepolture, impianti termali, mura del circuito cittadino) cominciarono a venire alla luce durante le demolizioni vittoriane, ma, per la maggior parte, furono scoperti solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, durante la ricostruzione di aree distrutte dalle bombe. Questo periodo vide la nascita del Roman and Medieval Excavation Council, che, tra il 1946 e il 1968, sotto la guida del professor W F Grimes, eseguì scavi archeologici in ben 25 siti bombardati.
Il programma completo degli eventi, che si concluderanno il 29 ottobre, è pubblicato online sul sito di Visit London. Il London Mithraeum Bloomberg SPACE aprirà in autunno.
Chiude la banca più elegante di Londra
L’internet banking è diventato sempre più comune negli ultimi tre anni e la necessità di visitare le filiali si sta riducendo ulteriormente mentre la tecnologia si sviluppa sempre di più. A causa del cambiamento nei comportamenti della clientela e del numero ridotto di transazioni effettuate nelle varie filiali, Lloyds Banking Group ha già operato parecchi tagli di personale ed ha in programma la chiusura di 100 filiali entro ottobre. La scure si è purtroppo abbattuta, questa settimana, sullo storico Law Courts Branch, che, come suggerisce il nome, si trova di fronte alle Royal Courts of Justice, al numero 222 dello Strand.
Tra i tanti tesori nascosti della zona, la filiale offriva ai suoi clienti la fruizione del servizio bancomat in una delle più eleganti e suggestive cornici della città.
La storia della banca inizia nel 1824, ed è strettamente connessa alla ditta Twinings, che, oltre al commercio di tè e caffè nel negozio al 216 di Strand, si era specializzata in servizi bancari ed aveva istituito un ufficio al 215, completo di porta comunicante. La banca era stata poi assorbita da Lloyds nel 1892.
Nel 1895, la banca si trasferì al civico 222, occupando i locali di un ristorante, costruito dagli architetti Goymour Cuthbert and William Wimble, nel 1883. Il Royal Courts of Justice Restaurant, poi Palsgrave Hotel, locale dagli interni sontuosi e dalla meravigliosa decorazione in piastrelle art nouveau, era sorto sulle ceneri della seicentesca Palsgrave Head Tavern, ed avrebbe dovuto attirare avvocati e clienti dalle vicine corti di giustizia, con l’acqua fresca fatta scaturire da un proprio pozzo, la novità delle prime luci elettriche e la confortevole ‘aria condizionata’. Purtroppo, fallì dopo pochi anni di attività ed i locali rimasero inoccupati fino a quando vennero trasformati nella filiale Lloyds.
Descritta, nel 1895, dal Penny Illustrated Paper come “la banca più bella ed elegante di Londra”, la Law Courts Branch ha conservato intatti nel tempo i meravigliosi interni del ristorante, un caleidoscopio di piastrelle blu, verdi e ocra di ceramica di Doulton, decorate dal rinomato artista J H McLennan.
Royal Doulton era un’azienda inglese fondata nel 1815 ed la cui fabbrica si trovava a Lambeth. McLennan aveva lavorato a Doulton per alcuni anni, vincendo molti premi ed eseguendo commissioni per importanti clienti, tra cui lo zar di Russia.
Fino alla scorsa settimana, la lobby orientaleggiante, che ospitava i bancomat, sorprendeva i visitatori col suo tripudio luminescente di colonne e capitelli, di fiori e foglie, grottesche e monogrammi con la lettera P, e fontane ornamentali sormontate da pesci. Le porte automatiche si aprivano all’interno, invitando clienti e curiosi attraverso un ingresso in penombra, sempre decorato con piastrelle, stavolta inserite in fantasiose cornici in legno di noce americano e di sequoia, con capitelli a forma di civette.
Le piastrelle, ispirate alla storia del luogo, erano state dipinte con le insegne ed il ritratto del Conte Palatino (in inglese Palsgrave) Frederick, poi re di Boemia, consorte della figlia di Giacomo I, a cui il ristorante fallito, e, ancor prima, l’antica locanda, erano stati dedicati.
Più avanti, nella hall della banca, si potevano ammirare alcuni pannelli con personaggi e scene delle commedie di Ben Jonson (abituale frequentatore della taverna), mentre una serie di riquadri era decorata con sinuosi crisantemi, fiori e piante, di quelli premiati nel Temple Gardens Show del 1892.
Non sappiamo al momento cosa ne sarà di questi ambienti suggestivi, che comunque restano di proprietà di Lloyds, né sappiamo se sarà possibile, in futuro, fruirne liberamente, come abbiamo fatto fino a ieri.
A Londra, un giardino terapeutico
Gli spazi verdi sono importanti per la comunità, soprattutto per l’immediato benessere che essi offrono. Tanto più se vengono progettati come giardini terapeutici, che, non solo costituiscono una modifica in positivo dello spazio pubblico, ma si pongono a metà tra natura e scienza.
Questi giardini, da un lato, promuovono la biodiversità, dall’altro forniscono un ambiente in grado di ridurre lo stress, adattandosi alle esigenze di chi lo visita. Ecco dunque che uno spazio verde di passaggio, quasi dimenticato, disseminato di lapidi ed erbe rade, come il retro della chiesa di St Mary a Lewisham, è divenuto un luogo sicuro e riparato, dove l’insieme delle componenti naturali stimolano il visitatore in un sapiente accordo di colori, tessiture, suoni e profumi. La presenza di piante, acqua, cielo, uccelli, fiori, erba, e, perché no, lapidi centenarie, dove crescono edere e digitali purpuree, sono di enorme aiuto terapeutico e mirano a ridurre gli stati di ansietà. Nelle vicinanze della chiesa sorge un grande ospedale, la cui unità psichiatrica si trova proprio a fianco del giardino. Spesso i pazienti si recavano a St Mary per meditare, pregare oppure passeggiare nel vecchio cimitero. E’ stata dunque quasi una scelta naturale per i volontari della Ladywell Unit dell’ospedale e della Chiesa di St Mary iniziare a creare un bel giardino terapeutico, trasformare uno spazio verde abbastanza trascurato per trasformare le vite di chi lo frequenta.
Il giardino di Lewisham è stato creato per offrire un benessere mentale, sia ai pazienti, attraverso il giardinaggio, sia alla comunità, regalando un’oasi di pace e bellezza dove sostare. Uno spazio non tanto di cura, quanto di miglioramento delle qualità di vita. Il giardino è stato strutturato secondo dei percorsi circolari, privi di ostacoli, che sono utili ai malati di Alzheimer e demenza, in quanto contengono la tendenza alla fuga e le situazioni di insicurezza. Le aiuole multisensoriali, senza spine e foglie pungenti o urticanti, sono state giocate su delle tonalità cromatiche fredde, che promuovono il rilassamento. La tavolozza limitata e gli stimoli olfattivi e sensoriali, servono a diminuire il dolore, lo stress, la depressione e l’ansia. I cambiamenti e le evoluzioni delle piante contenute in queste aiuole rifletterà il susseguirsi delle stagioni e le variazioni degli stati d’animo dei pazienti e dei visitatori.

Lo spazio contiene un’orto, in cui i pazienti dell’ospedale potranno partecipare a sessioni terapeutiche di giardinaggio, ed anche un prato selvatico, composto da una sinfonia di colori, qualità tattili e profumi, dove crescono la camomilla, la borragine, i papaveri, la malva e la centaurea montana e si aggirano api ed altri insetti. Un luogo silente e rado d’inverno, che si ravviva in primavera ed esplode in una fiammata di cromi in estate, per simboleggiare la speranza della rinascita ed aiutare tutti quei pazienti che combattono contro la depressione.



