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Mummie: tra maledizioni e autopsie

king-tut-tomb-2Il 4 novembre del 1922 Howard Carter scopriva l’accesso al sepolcro di Tutankhamon e telegrafava la notizia a Lord Carnarvon, rimasto in Inghilterra. Il 26 novembre, fatto un buco nella parete della camera sepolcrale, Carter scopriva l’eccezionale tesoro del faraone. Quella stessa notte la città del Cairo venne colpita da un misterioso blackout.  Nel 1929 Carter era ancora vivo, ma undici tra le persone coinvolte nella scoperta erano scomparse per cause non naturali o per morte prematura. Lord Carnarvon morì per una banale puntura di zanzara nel 1923. Aubey Herbert, fratellastro di Lord Carnarvon, si suicidò in un accesso di follia; l’archeologo La Fleur, collaboratore di Carter, morì per cause ignote appena giunto in Egitto; Arthur C.Mace, tra i primi a entrare nel sepolcro, fu trovato morto nello stesso albergo di Canarvon; Lady Carnarvon, morì come il marito, in seguito ad una puntura di insetto; l’egittologo Arthur Weigall, fu colpito da una febbre sconosciuta, Arcibald Douglas Reid, morì mentre radiografava la mummia; infine Richard Bethell, segretario di Carter durante gli scavi, perse la vita per cause sconosciute. Tra le altre vittime della maledizione, un miliardario americano amico di Lord Carnarvon, e Alfred Lucas e Douglas Derry, colpiti da infarto poche ore dopo aver eseguito l’autopsia della mummia di Tutankhamon. La maledizione della mummia potrebbe, tuttavia, avere delle cause scientifiche. Si è scoperto infatti che i funghi presenti nelle grotte e nelle tombe (Aspergillus niger, Aspergillus ochracens e Cephalosporium), possono avere effetti letali, specialmente se inalati, e per questo ora gli archeologi indossano sempre mascherine ed abiti protettivi prima di irrompere in una sepoltura.

A parte ciò, prima ancora della sofisticata cerimonia di mummificazione, tanto cara alla civiltà egizia, che non abbandonava mai i propri defunti senza prima averli assicurati con formule magiche, amuleti nonché anatemi, nell’Egitto predinastico (3500 a.C.) i corpi si essiccavano per processo naturale, a causa dalla sabbia rovente del deserto con cui venivano posti direttamente a contatto. Una di queste mummie naturali è il famosissimo uomo di Gebelein, più noto agli inglesi con lo pseudonimo di Ginger. La mummia, scoperta nel 1896, e custodita al British Museum (sala 64), è visitata da miriadi di persone ogni anno. Per oltre un secolo, generazioni di visitatori e curiosi si sono soffermate davanti a questa mummia rossiccia, ripiegata in posizione fetale e con poche suppellettili attorno, senza mai sapere chi fosse Ginger in realtà. Recentemente, però, i resti sono stati sottoposti a studi medico-scientifici moderni, grazie ad una collaborazione anglo-svedese. I raggi x e la tomografia assiale computerizzata hanno rivelato interessanti e drammatici aspetti sulla breve vita di quest’uomo dell’antichità e, fino al 3 marzo 2013, una mostra temporanea interattiva rivelerà al pubblico tutti i dettagli dell’assassinio.

Nei meandri del museo, lontana da occhi curiosi, si trova anche la famosa Mummia Maledetta, un sarcofago donato da Mrs Warwick Hunt di Holland Park, per conto del marito, nel 1889, e inventariato con la dicitura BM.22542. Dagli anni trenta, lo si collega al fantasma della principessa Amen-Ra, che ancora si aggirerebbe urlante nella ormai dismessa British Museum Station, le cui banchine annerite, sono visibili a chi viaggia sulla central line da Tottenham Court Road a Holborn. London Underground ha sempre negato con determinazione l’esistenza di un collegamento segreto tra la stazione non più esistente e i depositi di antichità egizie del Museo Britannico. Per quanto riguarda il sarcofago, i curatori tengono a precisare che si tratta solo di un reperto di valore rimarchevole, risalente alla ventunesima dinastia (950BC) e giunto fino a noi in buone condizioni…

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Pappagalli a Londra

Edward Lear green parrot

Edward Lear, “Palaeornis Torquatus”, 1831 (MS Typ 55.9). Houghton Library, Harvard University

La popolazione di pappagallini, che, da sempre, colora i quartieri di Londra, è molto aumentata. Una colonia di parrocchetti dal collare (psittacula krameri) si è installata anche in questa zona, così, la mattina, al noto concerto in giardino di corvi, pettirossi, passeri, piccioni di bosco e gazze ladre, si aggiungono le acute strida di questi esemplari esotici, perfettamente acclimatati. Ma come sono arrivati i pappagallini a Londra? Molto probabilmente saranno fuggiti da qualche gabbia o negozio di animali, tuttavia, la leggenda metropolitana, vuole che siano scappati da un container, agli Isleworth Studios, nel 1951, durante le riprese del noto film “The African Queen”, con Humphrey Bogart and Katharine Hepburn. I parrocchetti sono ora talmente tanti, da essere stati ufficialmente dichiarati animali nocivi, alla stregua di volpi e scoiattoli. In questi giorni, oltre al bird watching metropolitano, si può indulgere nelle bellissime pagine illustrate da Edward Lear, di cui, quest’anno, ricorre il bicentenario della nascita. Famoso per la sua poesia nonsense e i disegni umoristici, Lear fu anche un valente pittore botanico, naturalistico e di paesaggio. La sua prima fatica fu proprio quella di ritrarre i pappagalli esposti nello zoo di Londra. Iniziò nel 1830, appena diciottenne, e, dalle gabbie dello zoo, passò ben presto alle voliere delle collezioni private, come quella di Lord Stanley a Knowsley Hall, e agli esemplari impagliati dal tassidermista John Gould. Di quegli anni di ricerche e frenetico lavoro, restano, non solo numerosi schizzi preparatori (oggi nella Houghton Library, ad Harvard), ma anche le caricature dei visitatori che lo importunavano al giardino zoologico. Il celebre tomo in grande formato, del 1832, dal titolo “llustrations of the Family of the Psittacidae, or Parrots”, contiene ben 42 illustrazioni litografiche. Di quest’opera sopravvivono solo 100 esemplari, che a Londra sono consultabili nelle biblioteche della Linnean Society e del Natural History Museum. Alla Royal Society,  si è ancora in tempo per visitare la mostra su Lear illustratore scientifico, mentre, l’Ashmolean Museum di Oxford, ha appena inaugurato una retrospettiva sull’artista, che rimarrà aperta fino al 6 gennaio 2012, e comprende opere mai esposte prima, tra cui tavole ornitologiche, schizzi di paesaggi, caricature surreali e versi.

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London Design Festival 2012

Il London Design Festival è giunto alla sua decima edizione, fitta di eventi e distribuita in cinque grandi esposizioni.A parte gli show più grandi e prestigiosi (100% Design, a Islington, e Decorex, a Chelsea), DesignJunction è sicuramente il più intrigante. Organizzato sui tre piani in disuso dell’Old Sorting Office (già teatro della mostra di Mr Brainwash), la fiera viene impostata in un contesto industriale, dove si avvicendano 60 designer internazionali, e che offre conferenze, incontri e proiezioni. Per l’occasione, sono stati anche creati un bar, un pop-up cinema e un ristorante vintage, nato dalla collaborazione di Transport for London (TfL), alcune marche di arredamento, e Canteen, noto gruppo di ristorazione londinese. Il risultato è un fantastico spazio, vagamente anni ’50, che riproduce una mensa della Tube, utilizzando decorazioni, tessuti e ceramiche in tema. Anche il menu si ispira a quelli fuoriusciti dagli archivi di TfL ed affianca all’offerta per i visitatori, gli afternoon tea giornalieri, organizzati da case di design, per presentare le proprie creazioni.

Per chi, invece, si trovasse a passare per Trafalgar Square, consigliamo di non perdere l’esperienza acustica del Sound Portal installato dalla think tank creativa Be Open, proprio nella piazza. Una sorta di monolite nero, un vero e proprio pod gigante, al cui interno potrete isolarvi dal traffico e dal viavai, per immergervi in una landa di suoni e suggestioni. Ogni giorno, l’opera di un artista contemporaneo, riprodotta mirabilmente da un sistema di amplificazione all’avanguardia e dall’effetto avvolgente.

Fino al 23 settembre.

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1812

borodinoNel settembre di duecento anni fa, si combatteva la più grande e sanguinosa battaglia di un solo giorno, quella di Borodino (detta anche ‘della Moskova’), combattuta tra l’esercito russo e quello napoleonico, e descritta magistralmente da Tolstoj in ‘Guerra e Pace’. Una battaglia conclusasi, dopo ore di violentissimi scontri, con la ritirata dignitosa dei russi e l’incapacità, da parte della Grande Armata di Napoleone, di concludere la campagna con successo. Lo scontro vide sul campo la partecipazione di circa 300.000 uomini, di cui almeno 100.000 morirono o restarono gravemente feriti. Per commemorare l’evento, l’ufficio dell’ambasciata russa a Londra, ospita un diorama di 1700 figurine, creato da Gerry West, studioso e appassionato di storia militare. Per la sua creazione, West ha impiegato decenni tra ricerche, viaggi in Russia e, ovviamente, riproduzioni in scala di luoghi e personaggi. Anche se il paesaggio reale della battaglia è molto più piatto di quello realizzato nel modello, le figurine in scala 1:72 sono accurate e riproducono tutti gli elementi dello scontro;  i dettagli nei feriti, tuttavia, sono stati leggermente epurati, poiché in realtà sarebbero stati molto più cruenti. Le armi dell’epoca, infatti, producevano mutilazioni terribili e, nonostante sul campo ci fossero chirurghi e persino una rudimentale ambulanza, gli interventi giungevano spesso tardivi e drastici. Le figurine sono state realizzate in polythene, un materiale difficile da assemblare, ma, allo stesso tempo, duttile nel far assumere ai protagonisti della battaglia pose differenti.

Per visitare il diorama, ci si deve recare al 37 di High Street Kensington, in orario di ufficio, dalle 10.00 alle 17.00, e citofonare all’interno 1. La sala che ospita il modello della battaglia è corredata da esaustive spiegazioni e anche da copie di lettere e documenti originali. Il tutto resterà aperto al pubblico fino a domani.
Info:  http://www.borodino1812.co.uk/

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Un calderone di creatività

Heatherwick Olympic CauldronThomas Heatherwick si è fatto conoscere in tutto il mondo per aver progettato il braciere olimpico dell’edizione londinese 2012, composto da 204 petali fiammeggianti, uno per ogni paese partecipante ai giochi. Alla fine delle Olimpiadi, la corolla di rame si è aperta di nuovo, affinché ogni nazione potesse portare a casa un petalo ricordo, e il braciere ha cessato di esistere, effimero come un vero fiore. Heatherwick è anche l’artefice dei nuovi autobus a due piani, commissionati dal comune di Londra nel 2012. Una volta cessata la produzione di Routemasters (nel 1968), solitamente ci si ispirava ai vecchi modelli, per la progettazione di nuove vetture. Per la prima volta, invece, il London bus è stato disegnato ex novo, con attenzione non solo alle linee, ma anche alla funzionalità, come l’accesso ai disabili e ai passeggini (impossibile con i vecchi mezzi). Il bus del  designer britannico si segnala per gli angoli arrotondati e un lungo finestrino a nastro che avvolge il mezzo in corrispondenza delle scale. Oltre al London bus, ci sono altri angoli della città fimati Heatherwick, come il ponte pedonale sul Grand Union Canal, presso Paddington. Rispetto ad altri esemplari, rigidi, il Rolling Bridge si apre ad arco, orizzontalmente, per permettere il passaggio delle imbarcazioni.  Altri progetti urbani includono un’edicola di giornali dalle linee sinuose in Sloane Square e un’avveniristica struttura in acciaio realizzata per il Guy’s Hospital.

Per conoscere meglio il lavoro e la creatività di Heatherwick, basta recarsi al V&A, dove è in programma una retrospettiva dedicata al giovane architetto, con schizzi, foto e modelli di vari progetti: mobili, moda, product design, scultura, ingegneria, pianificazione urbana e, ovviamente, il braciere olimpico.

“Heatherwick Studio – Designing the Extraordinary”
Tutti i giorni dalle 10.00 alle 17.30, fino al 30 settembre 2012
Victoria and Albert Museum, London SW7

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Life is Beautiful

beatles_mrbrainwashNel film documentario Exit Through The Gift Shop, (2010) diretto dallo street artist Bansky, Thierry Guetta appariva come un eccentrico negoziante grassotello, dalla barbetta bohemien, il quale, aspirante filmaker, narrava delle sue peregrinazioni serali e notturne al seguito dei graffitari, per immortalarne le gesta avventurose, tra le strade e i tetti di L.A. e Parigi. Thierry aveva seguito lo stesso Bansky, filmando con ossessione il suo mondo segreto, ma non riuscendo mai a fare il salto di qualità da videoamatore a regista. Nel contempo, però, forse per un processo osmotico, Guetta si è tramutato in uno street artist, che ora esibisce con lo pseudonimo di Mr. Brainwash. Le sue opere, in realtà, sono realizzate da un’equipe di collaboratori, a cui viene spiegata l’idea di quello che si vuole realizzare. Il punto di partenza è quasi sempre un personaggio o un oggetto di successo, che viene modificato a seconda delle circostanze, spesso infrangendo il copyright. Dopo due grandi mostre evento, a Los Angeles e New York, la street art di Mr. Brainwash approda a Londra, nei vasti locali abbandonati dell’Old Sorting Office. Qui, i visitatori si possono avventurare tra modelli enormi di polaroid e boombox, gigantografie della Regina, Beatles imbavagliati, un King Kong di brandelli di pneumatici, cerchi olimpionici fatti di barattoli di vernice, ritratti collage dei Doors e dei Rolling Stones, realizzati con frammenti di vinile, più opere d’arte rielaborate, come il Chop Suey di Hopper, in cui, al posto della teiera e della zuppa, campeggiano un MacBook e una bottiglia di Coca Cola. L’ingresso alla prima personale europea di Mr. Brainwash è libero, all’uscita si può prendere un poster o una cartolina ricordo e, ai primi 250 visitatori, ogni giorno, viene donata una bomboletta spray da collezione.

http://www.facebook.com/pages/Mr-Brainwash/71176505357

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Il mondo è un palcoscenico

Shakespeare's_First_Folio_1623E’ di questi giorni la notizia ufficiale (dati alla mano, desunti dall’ultimo censimento) che la popolazione di Londra ha raggiunto gli 8 milioni di abitanti, con una crescita del 12 per cento nell’ultimo decennio. Questi dati, a seconda delle prospettive e degli orientamenti politici, possono essere letti in misura più o meno allarmante. Tuttavia, la popolazione di Londra non e’ certo nuova a queste fluttuazioni. La città ha da sempre attratto migranti, creando una forte domanda di beni e servizi. A partire dal secolo XVI, questa crescita ha avuto un impatto significativo sull’economia monetaria e Londra ha svolto un ruolo importante, trasformandosi nel centro predominante della vita politica e sociale inglese. Sotto il Regno di Elisabetta I, la città subì una drammatica trasformazione, e la popolazione crebbe del 400% (!), raggiungendo le 200.000 unità. Tra i vari emigranti giunti a Londra tra il 1588 e il 1592, si trovava anche un attore e sceneggiatore di talento, originario di Stratford-upon-Avon. William Shakespeare, non solo seppe fare una rapida e brillante carriera (nel 1594 lavorava a corte, per the Lord Chamberlain’s Men), ma la sua compagnia teatrale divenne la più seguita in città. La mole di lavoro che Shakespeare ha lasciato ai posteri non è solo rimasta in auge per oltre 400 anni, ma ha contribuito a creare un’identità nazionale e ad arricchire la lingua inglese di oltre 3000 parole. Il teatro Elisabettiano era l’equivalente di quello che oggi rappresenta per noi il web. Il palcoscenico, con i suoi drammi e le commedie, apriva a nobili e popolani una finestra sul mondo, un mondo che da Londra e dall’Inghilterra si espandeva oltre, ai lidi dell’Italia e dell’Africa, fino alle propaggini dell’America. Al British Museum, i curatori Jonathan Bate e Dora Thornton, hanno ideato un modo affascinante per entrare nell’immaginario di Shakespeare, giustapponendo parole, testi e immagini. E, come le opere del grande autore hanno significati e associazioni diversi, così gli oggetti in mostra dialogano contemporaneamente su più livelli.
Grazie a questa mostra, ci viene presentato ciò che era noto ai contemporanei di Shakespeare, sia a Londra che a Stratford, in quanto a questioni sociali, religiose e politiche. Il visitatore è accolto da una vivace immagine di Londra e dei suoi teatri, delle risse e dei giochi, dei mercati e delle vie fluviali. E’ in questa sezione che si trovano oggetti interessanti, tra cui la forchetta rinvenuta di recente, negli scavi del Rose Theatre. Ma questo è solo il preludio dell’esposizione. In quello che segue, i curatori mostrano come Shakespeare abbia usato quello che aveva osservato e appreso in campagna, a corte, o nelle strade di Londra, per evocare i mondi immaginati nelle commedie. Il palcoscenico diviene dunque un luogo altro, in cui il pubblico inglese può esplorare luoghi lontani, al di fuori della propria esperienza, e dove storie ambientate a Venezia o nell’antico Egitto, riflettono le ansie e i dilemmi di una nazione.  Si va dal medioevo dei primi drammi scecspiriani, alla vita quotidiana raccontata nelle commedie, tra giardini, scienza e superstizioni, con forte caratterizzazione dei personaggi, per poi passare alle grandi tragedie, ambientate nell’antica Roma, in Egitto e nelle terre dei Celti. Agli oggetti provenienti da collezioni britanniche e internazionali, si affiancano brevi filmati, in cui gli attori della Royal Shakespeare Company recitano brevi brani, in modo da  riportare in vita le opere in mostra. Simbolicamente, il percorso espositivo si apre e si chiude con un volume delle opere di Shakespeare. Il primo è il celebre tomo, prima edizione completa delle opere del Bardo, pubblicato nel 1623. L’altro, una raccolta economica stampata negli anni ’70, è aperto alle pagine del Giulio Cesare. Vi si nota come Nelson Mandela, durante i duri anni di prigione, sottolineasse il passaggio che recita: “I vigliacchi muoiono molte volte prima della loro morte. L’uomo coraggioso sperimenta la morte una volta sola.”

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Resti Romani e scheletri Tudor

denarius_©LondonSE4Crossrail è un ambizioso progetto, che doterà il sistema metropolitano di ben 21 km di gallerie, parallele e connesse a quelle della Tube, e percorribili da treni ad alta velocità, provenienti da nord, est e ovest  della regione. 37 le stazioni del tratto centrale, di cui 8 completamente nuove, lungo una linea che da Heathrow, passerà per Paddington, Tottenham Court Road, Liverpool Street, fino a Canary Wharf. Crossrail non è solo il progetto ingegneristico più grande d’Europa, ma anche fonte di un’imponente ricerca archeologica, che ha dato, fin qui, risultati notevoli. Non capita di certo di tutti i giorni che a Londra si scavi così in profondità e in maniera tanto sistematica. La città viene di solito ascritta al 43 d.C., anno di fondazione da parte dei Romani, ma si sa, da sparuti reperti archeologici, che gli insediamenti umani nell’area risalgono perlomeno al mesolitico. Il cuore della città è fatto di strati, che datano dall’età del bronzo, all’epoca romana, dal medioevo ai Tudor, fino ai Vittoriani. L’equipe di archeologi che lavora per Crossrail, dal 2009 ha il compito di investigare i siti dove sorgeranno stazioni e tunnel, prima che i costruttori e le colate di cemento prendano il sopravvento. In tre anni di demolizioni e scavi, le scoperte e le informazioni ricavate sono tanto copiose quanto affascinanti. Una bella mostra speciale, totalmente gratuita e aperta solo per oggi, nei locali di Grays Antiques, a South Molton Lane, è servita a fare il punto sulla situazione degli scavi. Nella zona compresa tra Moorfields e la stazione di Liverpool Street, là dove un tempo sorgeva il manicomio di Bedlam, è stata rinvenuta un’area cimiteriale con un notevole numero di sepolture. Difficile stabilire se gli scheletri, databili ad un periodo compreso tra  il 1568 e il 1720, appartengano ai pazienti internati nell’ospedale psichiatrico o, piuttosto, a semplici parrocchiani. L’esemplare in mostra, uno dei meglio conservati, era quello di un giovane, tra i 18 e i 25 anni, già sofferente di discopatie e deformazioni delle falangi, molto probabilmente costretto a pesanti lavori manuali, fin dalla tenera età. Tra la City e Tottenham Court Road è stata rinvenuta la maggior parte di reperti, per lo più rifiuti domestici, come manufatti d’osso (mollette, manici di coltelli, una pedina del domino, pattini rudimentali), vasellame di terracotta invetriata, pipe di argilla. All’epoca romana risalgono invece frammenti di preziosa sigillata rossa e un denarius d’argento, ben preservato, dell’epoca di Alessandro Severo (228-231 dC). Nell’area corrispondente allo stabilimento della ditta alimentare Crosse and Blackwell, al n. 21 di Soho Square, è stata portata alla luce una cisterna, riempita da oltre due tonnellate di vasi e recipienti in ceramica, principalmente contenitori di salse e conserve della fabbrica stessa. Tuttavia, la porcellana veniva utilizzata per recipienti destinati ad uso ben diverso, come dimostra il fantasioso pitale vittoriano, ritrovato a Stepney Green. Più oltre, a Canary Wharf, una scoperta sensazionale: rari frammenti di ambra, vecchi più di 50 milioni di anni. Potranno dare agli studiosi informazioni importanti sia sul tipo di piante presenti nella zona, sia sulle condizioni ambientali del tardo pleistocene.

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Il segreto della luce

J. M. W. Turner_Keelmen Heaving in Coals by Moonlight

J. M. W. Turner - Keelmen Heaving in Coals by Moonlight (1835)
© Board of Trustees, National Gallery of Art, Washington, D.C. Widener Collection 1942.9.86

L’accesso informatizzato ad archivi e immagini facilita immensamente le ricerche di studiosi e appassionati d’arte. Sebbene internet non possa di fatto sostituirsi all’esperienza de visu con l’opera o il documento originali, tuttavia ne costituisce un preludio efficiente. Andando indietro di oltre due secoli, all’artista, letterato o gentiluomo che potesse permetterselo, rimaneva la scelta di imbarcarsi in un viaggio di istruzione, che lo avrebbe tenuto lontano dei mesi. Si trattava di quel Grand Tour che, dalle brume del nord Europa, conduceva per mare e per terra alla Francia, alla Germania, alla Svizzera e, valicate le Alpi, alla meta finale: l’Italia. Gli artisti riempivano taccuini con studi e schizzi di paesaggi e rovine, che avrebbero poi utilizzato per progetti ambiziosi, una volta tornati in patria; e, mentre i letterati spargevano fiumi di inchiostro, vergando qua e là resoconti ed impressioni di quello che sperimentavano lungo il cammino, i nobili, tra un vaso etrusco e un capitello romano, elargivano denaro per portarsi a casa voluminosi souvenir del loro soggiorno istruttivo, dalle antichità, alle tele di pittori di grido, ai micromosaici. Tra i maestri del passato, il secentesco Claude Lorrain veniva additato a modello, per la resa del paesaggio nostalgica e grandiosa, classica e pittoresca assieme, con quel sole basso sempre al centro della composizione, a diffondere bagliori mattutini o calde note crepuscolari. Però, non sempre era possibile viaggiare, e, per un giovane pittore ambizioso e dotato, restavano le stampe e i disegni distribuiti nelle accademie o le collezioni private, celate in palazzi e dimore nobiliari, accessibili solo tramite mecenatismo, conoscenze o valide raccomandazioni. Quando William Turner, giovanissimo, entrò alla Royal Academy of Arts, i suoi maestri gli suggerirono, tra le altre cose, di studiarsi Claude. E lui lo fece, anche molto bene, sebbene non avesse ancora avuto modo di viaggiare e visitare l’Italia, a causa delle guerre napoleoniche. Per fortuna, le opere del maestro circolavano ampiamente, grazie a collezionisti che seppero trarre vantaggio dal caos della Rivoluzione Francese. Quel sole basso delle tele di Lorrain era per Turner uno spunto irresistibile, e, copiare un paesaggio classicheggiante, epurandolo dalle figure mitologiche, sembrava funzionare altrettanto bene. Tuttavia, là dove il lavoro del maestro appare rifinito, pulito, serenamente arcadico, qui la pittura dell’allievo si fa via via più febbrile, pastosa, sperimentale. La natura perde la serenità classica, per velarsi dei fumi del progresso industriale, mentre il paesaggio trasuda tutti gli umori, l’incostanza e i vapori del clima britannico. Quando Turner riesce a compiere il suo primo viaggio al di là della Manica, per andare in Francia, è alla soglia dei trent’anni. Va al Louvre a studiare Poussin e Tiziano. Raggiungerà l’Italia solo più tardi, quarantaquattrenne. Qui, l’artista catturerà con immediatezza e mano febbrile, in una miriade di schizzi e di acquerelli, il mutare della luce e delle cose, a volte da uno stesso punto di vista. Tutti questi studi, così vivaci e attuali, gli serviranno poi per le opere di grandi dimensioni, quelle a olio, in cui Venezia è ancora la città dei fasti e del mito, e la campagna di Roma, scenario di glorie passate, costellato da imponenti rovine. Turner non può più restare immune agli effetti della luce del sud; tornato in patria, si allontana completamente dal pittoresco, fino a sacrificare la materia, che si disgrega in un sublime di nubi, acqua e aria.

La mostra “Turner Inspired in the Light of Claude” è alla National Gallery, fino al 5 giugno 2012.

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Cervelli alla Wellcome Collection di Londra

Brains:The Mind as MatterSir Henry Solomon Wellcome (1853-1936) fu un pioniere nel campo farmaceutico e anche l’inventore dei medicinali da banco in comode pastiglie (fino al 1880 si trangugiavano solo pozioni, sciroppi e polverine). Nei suoi numerosi viaggi, aveva collezionato circa 125mila oggetti d’arte medica e curiosità varie, tra cui: lo spazzolino da denti di Napoleone, veneri anatomiche, giocattoli erotici giapponesi e una ciocca di capelli di Re Giorgio III. Alla morte, parte del suo patrimonio fu impiegato per la creazione di una società di investimento, dedita alle ricerche in campo biomedico, bioetico e tecnologico, con l’intento di finanziare progetti di ricerca e training. Il Wellcome Trust è anche responsabile del mantenimento della collezione di Sir Henry. Questa mistura particolare, fatta di dipinti, libri, disegni, fotografie e oggetti vari, ha trovato collocazione in un bel museo, al 183 di Euston Road. La Wellcome Collection è uno spazio originale, totalmente gratuito, con tre sale espositive, una fornita biblioteca, un auditorium, un caffè, più guardaroba, libreria e connessione wi-fi. Oltre alla mostra permanente, focalizzata sulla storia della medicina tra ieri e oggi e sulle attività di ricerca del Wellcome Trust, ogni anno si organizzano interessanti esposizioni ed eventi, in cui medicina e arte dialogano assieme. Per chi non è troppo suscettibile, fino al 17 giugno, è in mostra un affascinante escursus sul cervello.

Brains: The mind as matter ci dimostra come, in un’era in cui la scienza sembra aver spiegato quasi tutto, il cervello è ancora un organo, non solo unico e insostituibile, ma assolutamente da esplorare. E’ di certo la forma biologica più complessa dell’universo e la mostra, attraverso oggetti, foto, dipinti, sculture, filmati d’archivio, manoscritti e autentici cervelli sotto vetro (tra cui quelli di un delinquente, una suffragetta e persino un frammento della materia grigia di Einstein!), mira proprio a decifrare i segreti di quest’organo meraviglioso. All’esposizione, fa da corollario una folta serie di eventi, proiezioni, conferenze e dibattiti, dalla neuroscienza, alla psichiatria, all’arte. E’ anche disponibile un videogame, il cui obiettivo è la crescita veloce di sinapsi e connessioni neuronali.