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Senza Trucco

Marcus Gheeraerts the Younger, Portrait of Elizabeth I  (c. 1595). Courtesy of Elizabethan Gardens of North Carolina.

Marcus Gheeraerts the Younger, Portrait of Elizabeth I (c. 1595). Courtesy of Elizabethan Gardens of North Carolina.

l ritratti di Elisabetta I d’Inghilterra sono affascinanti, in quanto mostrano l’evolversi dall’elaborazione di elementi somiglianti e il più possibile naturali, ad un immaginario complesso, tripudio di simboli iconografici che trasformano il ritratto in un messaggio di potere. Gli oggetti simbolici, che ai posteri sembrano semplicemente un tappeto decorativo, ma il cui messaggio non poteva passare inosservato ai contemporanei dei ritratti, sono rose, libri di preghiera, globi, corone, spade e colonne, lune e perle. Si allude, tramite l’apparato altamente decorativo, alla monarchia, all’impero, al sovrano come capo politico e religioso, alla purezza e maestà della Virgin Queen. L’effigie della regina divenne oggetto di devozione e venerazione, un culto dell’immagine creato per sostenere l’ordine pubblico, e per rimpiazzare certe manifestazioni esteriori della religione pre-Riforma, dove immagini sacre accompagnavano, processioni e cerimonie.  Un proclama era stato emanato per il controllo delle immagini della sovrana. Tutti i ritratti, non fedeli o offensivi, dovevano essere distrutti, e solo quelli approvati dal Queen’s Sergeant Painter potevano essere messi in circolazione.
Fa dunque scalpore, in questi giorni, l’avvenuta identificazione di un ritratto di Elisabetta I, ormai sessantenne, ad opera di un rinomato artista della corte Tudor, Marcus Gheeraerts il Giovane. Nativo di Bruges, ma venuto in Inghilterra da bambino, al seguito del padre, anch’esso pittore, Marcus Gheeraerts fu introdotto e protetto a corte da Sir Henry Lee of Ditchley, responsabile di uno dei ritratti più celebri di Elisabetta I, ora alla National Portrait Gallery.
Gheeraerts fu artista di successo, che seppe fondere precisione fiamminga a languore poetico, realismo borghese a fantasie aristocratiche, e rimase in auge, anche dopo la morte della regina. Il “nuovo” ritratto, di proprietà degli Elizabethan Gardens (North Carolina) e ora in mostra alla Folger Shakespeare Library di Washington DC, è unico nel suo genere, in quanto mostra la sovrana risplendente di gloria e gioielli, ma con il viso struccato, segnato da rughe e occhiaie. Nessun espediente per far apparire il volto di Elisabetta I giovane e levigato. Piuttosto, la volontà di trasmettere un senso di compostezza e grazia, al di là degli insulti del tempo.
Il raro dipinto di Gheeraerts, probabilmente realizzato intorno al 1590, fu acquistato negli anni Cinquanta dagli Elizabethan Gardens a Manteo, Carolina del Nord, per $ 3,000. Appeso nella portineria dei Giardini, il dipinto è stato restaurato e autenticato solo due anni fa. L’opera rimarrà in mostra alla Folger Library nell’ambito della rassegna “Nobility and Newcomers in Renaissance Ireland”  fino al 19 maggio.

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Labirinti Metropolitani

© Mark Wallinger Labyrinth, 2013/ courtesy Anthony Reynolds Gallery, London

© Mark Wallinger Labyrinth, 2013/ courtesy Anthony Reynolds Gallery, London

Il labirinto è una struttura complicata, la cui origine si perde nella notte dei tempi. Famoso il labyrinthos di Cnosso, nell’isola di Creta, dove il re Minosse teneva imprigionato il mostro Minotauro. Nel mondo antico, i labirinti, spesso ispiravano mura di città, sale di palazzi, metafore filosofiche, strutture dialogiche. Avevano forma circolare o quadrata, una sola entrata ed un vicolo cieco alla fine.

Nel medioevo i labirinti abbellivano i pavimenti di chiese gotiche e i fedeli li percorrevano, spesso in ginocchio, per espiare i peccati. Il percorso intricato simboleggiava il pellegrinaggio, la strada dell’uomo verso Dio. Strutture labirintiche, che spesso rappresentano il cammino spirituale, si ritrovano in diverse tradizioni, in tutto il mondo, anche presso i nativi americani. Mark Wallinger, uno dei maggiori artisti contemporanei del Regno Unito, ha assunto la forma del labirinto come perfetta analogia per rappresentare i milioni di viaggi che si fanno attraverso la rete metropolitana ogni giorno.

Labyrinth, commissionato da Art on The Underground, è un significativo progetto, creato ad hoc per celebrare il 150° anniversario della metropolitana di Londra. Wallinger ha creato 270 opere, una per ogni stazione della tube, ciascuna recante un proprio labirinto circolare originale. Le opere, in bianco e nero, e con un linguaggio grafico comune, sono state realizzate in smalto porcellanato, proprio come i segnali della tube. All’ingresso di ogni labirinto c’è una X rossa, segno che, attingendo al linguaggio delle mappe, invita ad entrare nel percorso unicursale, e ci ricorda come la tube racchiuda, nella sua fitta rete di cunicoli, il fascino di essere trasportati, non solo in senso fisico, ma immaginativo. Ogni opera di Labyrinth è contrassegnata da un numero diverso, scritto a mano dall’artista, che conferisce ai lavori un valore criptico e da collezione.

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A Londra, è di scena la morte

gravedeathSt Pancras Parish Church è una chiesa neoclassica, costruita tra il 1819 e il 1822, sul lato sud di Euston Road. Progettato da William Inwood, con l’ausilio del figlio Henry, l’edificio è  uno dei più importanti del XIX secolo e fu realizzato in mattoni, terracotta e pietra di Portland.  Per la trabeazione, e gran parte della decorazione, gli Inwood si  ispirarono  all’Eretteo di Atene, cariatidi incluse.  La chiesa di St Pancras è, dunque, in pieno stile  greco. La cripta fu utilizzata per le sepolture dei ceti abbienti della zona, fino al 1854, quando  tutte le chiese di Londra furono interdette alle funzioni cimiteriali. Il luogo è ancora l’ultima dimora di 557 persone e, in  entrambe le guerre mondiali, fu utilizzato come un rifugio antiaereo.
Dal 2002 la cripta di St Pancras è diventata una galleria d’arte, che  ospita un programma annuale di mostre e fornisce uno scenario suggestivo per promuovere una grande varietà di opere.
Da non perdere, fino al 3 febbraio, Graveland, un’esposizione collettiva che, spaziando tra disegno, scultura, installazione, film, performance, artigianato e scrittura, esplora i cimiteri di tutto il mondo e il modo in cui si ricordano i defunti. La mostra, a carattere partecipativo, invita il visitatore a contribuire alla riflessione su un tema che, scaramanticamente, viene spesso ignorato o respinto, e che qui si affronta in uno spazio suggestivo, accogliente, e rispettoso.

Ma che cosa c’è da dire sulla morte? Sappiamo che accadrà, ma, ovviamente, preferiamo non pensarci, almeno finché non è necessario. In verità, la morte permea tutta l’arte perché, come nella vita, è sempre con noi. Lo sa bene Richard Harris, ex mercante d’arte di Chicago, che ha passato gli ultimi 12 anni della sua esistenza a raccogliere oggetti legati al sonno eterno. Tutto ha avuto inizio con l’acquisto di una bella natura morta olandese, raffigurante un teschio, cinto da una corona d’alloro, e circondato da gioielli, articoli di lusso, calici, e un vaso di fiori lussureggianti. Da questo acquisto, scaturisce la passione di Harris per i memento mori, le scene di vanitas, e tutta un’iconografia, a volte ripetitiva,  che, tra ossa e apparati funebri, cerca di dare un volto alla morte. Ma a che cosa somiglia quest’ultima?
Una signora elegante, un teschio avvolto da un mantello nero e con una falce in mano, un’ombra alla finestra, una clessidra…? Tutti gli artisti presenti in Death: A Self Portrait, mostra in programma alla Wellcome Collection, sembrano decisi a darle un volto. La morte, tuttavia, ha orbite vuote e manca di personalità. Che pesi le anime con una bilancia o che livelli, indifferente, i destini di ricchi e poveri, essa costituisce l’unico evento certo nel ciclo della vita. Come scrisse Oscar Wilde, ‘il più grande messaggio dell’artista è farci comprendere la bellezza della disfatta’.

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I Buongustai dell’Arte: cibo e cultura, in giro per l’Italia

italyunpacked-1Andrew Graham-Dixon è uno dei critici d’arte più importanti della scena anglosassone. Ha presentato per la BBC svariate serie televisive sull’arte, ha scritto recensioni per giornali come The Independent e The Sunday Telegraph, e ha all’attivo numerosi libri di successo. Giorgio Locatelli è considerato uno dei migliori chef italiani nel Regno Unito. Anche lui ha collaborato con la tv,  in programmi e rubriche di cucina, e il suo ristorante londinese, la rinomata Locanda Locatelli, premiata con una stella Michelin nel 2003, serve piatti della tradizione italiana, specialmente regionale, con ricette tipiche del Nord e del Sud. Italy Unpacked è un programma della BBC in tre puntate, basate tutte su regioni del nord Italia: L’Emilia Romagna, la Lombardia ed il Piemonte. In questa guida artistico-gastronomica, condotta in zone spesso snobbate dal turismo di massa, lo spettatore può seguire i due insoliti compagni di viaggio, Andrew & Giorgio, mentre visitano luoghi più o meno noti, incontrando personaggi differenti, unendo le loro passioni, conoscenze e idiosincrasie, condividendo con entusiasmo e vivacità le esperienze fatte lungo strada. Così, tra un affresco di Lorenzo Lotto e un culatello, un palco alla Scala e un risotto d’oro, tra una corsa in Ferrari e un salto in pinacoteca, innalzando gli spiriti tra guglie gotiche e vero ragù all’Artusi (con licenza poetica di due cucchiai di salsa di pomodoro), l’unione tra sublime e materico, tra Arte e Culinaria, non appare più impresa impossibile. Quello che si apprezza del programma, non è solo la commistione tra cultura e gastronomia, il corrispondersi della bellezza (sia essa racchiusa in pennellate manieriste o nidi di tagliatelle fumanti), ma anche la spontaneità dei protagonisti, che, sebbene – è ovvio – seguano una struttura e un copione stabiliti a priori, riescono tuttavia a meravigliarsi, ad appassionarsi, a prendersi in giro. Perché, e forse questo resta difficile da comprendere a fondo, tanto per chi si ciba di “spaghetti bolognese” quanto per chi ignora i tesori che si celano dietro le mura di casa propria, il cibo e la cultura, soprattutto in Italia, sono entità indissolubilmente legate…
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Mummie: tra maledizioni e autopsie

king-tut-tomb-2Il 4 novembre del 1922 Howard Carter scopriva l’accesso al sepolcro di Tutankhamon e telegrafava la notizia a Lord Carnarvon, rimasto in Inghilterra. Il 26 novembre, fatto un buco nella parete della camera sepolcrale, Carter scopriva l’eccezionale tesoro del faraone. Quella stessa notte la città del Cairo venne colpita da un misterioso blackout.  Nel 1929 Carter era ancora vivo, ma undici tra le persone coinvolte nella scoperta erano scomparse per cause non naturali o per morte prematura. Lord Carnarvon morì per una banale puntura di zanzara nel 1923. Aubey Herbert, fratellastro di Lord Carnarvon, si suicidò in un accesso di follia; l’archeologo La Fleur, collaboratore di Carter, morì per cause ignote appena giunto in Egitto; Arthur C.Mace, tra i primi a entrare nel sepolcro, fu trovato morto nello stesso albergo di Canarvon; Lady Carnarvon, morì come il marito, in seguito ad una puntura di insetto; l’egittologo Arthur Weigall, fu colpito da una febbre sconosciuta, Arcibald Douglas Reid, morì mentre radiografava la mummia; infine Richard Bethell, segretario di Carter durante gli scavi, perse la vita per cause sconosciute. Tra le altre vittime della maledizione, un miliardario americano amico di Lord Carnarvon, e Alfred Lucas e Douglas Derry, colpiti da infarto poche ore dopo aver eseguito l’autopsia della mummia di Tutankhamon. La maledizione della mummia potrebbe, tuttavia, avere delle cause scientifiche. Si è scoperto infatti che i funghi presenti nelle grotte e nelle tombe (Aspergillus niger, Aspergillus ochracens e Cephalosporium), possono avere effetti letali, specialmente se inalati, e per questo ora gli archeologi indossano sempre mascherine ed abiti protettivi prima di irrompere in una sepoltura.

A parte ciò, prima ancora della sofisticata cerimonia di mummificazione, tanto cara alla civiltà egizia, che non abbandonava mai i propri defunti senza prima averli assicurati con formule magiche, amuleti nonché anatemi, nell’Egitto predinastico (3500 a.C.) i corpi si essiccavano per processo naturale, a causa dalla sabbia rovente del deserto con cui venivano posti direttamente a contatto. Una di queste mummie naturali è il famosissimo uomo di Gebelein, più noto agli inglesi con lo pseudonimo di Ginger. La mummia, scoperta nel 1896, e custodita al British Museum (sala 64), è visitata da miriadi di persone ogni anno. Per oltre un secolo, generazioni di visitatori e curiosi si sono soffermate davanti a questa mummia rossiccia, ripiegata in posizione fetale e con poche suppellettili attorno, senza mai sapere chi fosse Ginger in realtà. Recentemente, però, i resti sono stati sottoposti a studi medico-scientifici moderni, grazie ad una collaborazione anglo-svedese. I raggi x e la tomografia assiale computerizzata hanno rivelato interessanti e drammatici aspetti sulla breve vita di quest’uomo dell’antichità e, fino al 3 marzo 2013, una mostra temporanea interattiva rivelerà al pubblico tutti i dettagli dell’assassinio.

Nei meandri del museo, lontana da occhi curiosi, si trova anche la famosa Mummia Maledetta, un sarcofago donato da Mrs Warwick Hunt di Holland Park, per conto del marito, nel 1889, e inventariato con la dicitura BM.22542. Dagli anni trenta, lo si collega al fantasma della principessa Amen-Ra, che ancora si aggirerebbe urlante nella ormai dismessa British Museum Station, le cui banchine annerite, sono visibili a chi viaggia sulla central line da Tottenham Court Road a Holborn. London Underground ha sempre negato con determinazione l’esistenza di un collegamento segreto tra la stazione non più esistente e i depositi di antichità egizie del Museo Britannico. Per quanto riguarda il sarcofago, i curatori tengono a precisare che si tratta solo di un reperto di valore rimarchevole, risalente alla ventunesima dinastia (950BC) e giunto fino a noi in buone condizioni…

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La metro di Londra compie 150 anni

Lithograph of Baker Street Station

In piena epoca vittoriana, Londra era una città in espansione, ingolfata da un traffico tentacolare di cavalli e pedoni. La capitale aveva bisogno di un sistema di trasporto efficiente, che migliorasse la vita degli abitanti. Fu così che, il 10 gennaio del 1863, nacque la prima metropolitana del mondo.
La Metropolitan Railway era una linea merci e passeggeri che, tra la seconda metà dell’ottocento e i primi anni trenta del novecento, scaturiva dal cuore finanziario della capitale, per spingersi fino alle propaggini del Middlesex. Il tratto iniziale, inaugurato 150 anni fa, misurava circa 4 miglia (6 chilometri) e andava da Paddington a Farringdon Street. Il metodo iniziale di costruzione della Tube, impiegato fino alla fine del XIX secolo, consisteva nello scavare a fondo le strade lungo il percorso della linea;  una volta posti in opera i binari,  questa sorta di trincee venivano coperte da un poderoso tunnel di mattoni; infine, si provvedeva a ripristinare il manto stradale. Le carrozze del viaggio inaugurale erano di legno e illuminate a gas. Venivano trainate da locomotive a vapore, che rimasero in uso fino all’avvento del sistema elettrico, nel 1905.  La metropolitana di Londra è stato un punto di riferimento per investitori finanziari, progressisti sociali, designers, pionieri e riformatori. Ha rimodellato la città, riparato i londinesi durante i pesanti bombardamenti della Luftwaffe, e proseguito, tra alterne fortune economiche, politiche e tecnologiche, fino al complesso sistema di oggi: 249 miglia, oltre quattromila carrozze, un miliardo di passeggeri l’anno e una popolazione di ben cinquecentomila (!) topi, che si aggirano nei tunnel, e, spesso, lungo i binari delle stazioni. Per festeggiare il compleanno della Tube, sono in programma due viaggi d’epoca, nelle serate del 13 e 20 gennaio, organizzati dal London Transport Museum. I titolari dei biglietti (150 sterline per il treno a vapore, 50 per quello elettrico vintage), viaggeranno lungo parte del tratto originale della Metropolitan Railway (oggi Hammersmith & City).

Per chi, invece, può permettersi un biglietto del cinema, da non perdere l’uscita, questo venerdì, di Underground (1928), film diretto da Anthony Asquith. undergroundLa pellicola, restaurata dal BFI e accompagnata dalla colonna sonora, composta da Neil Brand, affascina per le luci e il taglio espressionisti, ed equivale ad una macchina del tempo. La metropolitana è parte integrante della trama e imposta il tono del film, con le sue oscurità e il garbuglio di linee e di tunnel, fungendo da sfondo e metafora alle passioni represse dei protagonisti. Gente comune, che incontrandosi per caso, tra una stazione e l’altra, nella ripetitività dei tragitti quotidiani, finirà per sperimentare amore e violenza.

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T.H. Lawrence (o la ricerca dell’Assoluto)

Mezzo secolo fa, i cinema italiani non erano multisala, né vietati ai fumatori. Esistevano le sale di prima, seconda e terza visione. I prezzi calavano in rapporto alla categoria, e, alle poltrone imbottite, si sostuivano quelle di legno (proprio come negli scompartimenti dei treni). C’era un proiezionista che doveva montare e cambiare la pellicola, perciò i film erano divisi in tempi, minimo due, quando la durata non superava l’ora e mezzo. Tra un tempo e l’altro, le luci si accendevano e compariva il venditore di noccioline, popcorn e gelati. Qualcuno approfittava dei bagni, gli altri cominciavano a sgranocchiare o a sgranchirsi, prima che il buio calasse di nuovo in sala. Non c’erano il 3D e il dolby surround, ma il cinemascope era già arrivato. Si poteva entrare a spettacolo già iniziato, si poteva restare a godersi quello successivo. Nel 1962, i cinema britannici non dovevano essere molto diversi da quelli nostrani. Per il pubblico, fuggire dal grigiore umido della città, per vivere sul grande schermo le sabbie dorate e i panorami rosseggianti di Wadi Rumm, sicuramente costituì una magnifica fuga dalla realtà. Possiamo immaginare che gli spettatori del continente restassero altrettanto affascinati, nel seguire le gesta eroiche di Aurans, che, con la veste bianca, la keffia beduina, e gli occhi azzurri e penetranti, attraversava deserti ostili ed attaccava i ponti dello Yarmuk, sconfiggendo i Turchi e cercando invano di realizzare l’indipendenza araba, contro le mire imperialistiche della Conferenza di Pace. 

L’esordio di “Lawrence d’Arabia“, il film diretto da David Lean, con Peter O’ Toole nei panni dell’avventuriero inglese e Omar Sharif in quelli dello sceriffo Alì,  racconta la fine paradossale di T. E. Lawrence, una corsa banale in motocicletta, la morte che lo attende, sulle strade umide del Dorset; poi, le immagini si dispiegano, in un viaggio a ritroso, per raccontarne la leggenda: 219 minuti di scene epiche e una colonna sonora memorabile. Mentre l’eroe riposa lontano dal suo deserto, nel piccolo cimitero di Moreton, e il busto, che lo ritrae, figura tra i grandi della patria, nella cattedrale di St. Paul’s, il film di Lean, in versione restaurata, sarà nuovamente protagonista delle sale britanniche, a partire dal 23 novembre. 

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The Big Botanical Draw

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Dal 2005, sono iscritta al South London Botanical Institute.

Nel corso degli anni, grazie a questo ente di beneficenza, ho potuto partecipare a lezioni di disegno botanico, corsi di identificazione e di storia, escursioni e visite guidate, mercatini di libri e piante, conferenze.

L’istituto si trova a Tulse Hill ed è stato fondato nel 1910 da Allan Octavian Hume, un funzionario dell’India Britannica, riformatore politico e tra i fondatori del National Congress, un partito che avrebbe in seguito appoggiato il movimento indiano di indipendenza. Hume fu anche uno stimato ornitologo, nonché orticoltore dilettante. Tornato in Inghilterra, nel 1894, si trasferì a vivere a sud del Tamigi, in Upper Norwood. La sua attenzione per l’orticultura, lo indusse ad acquistare una grande casa vittoriana, al numero 323 di Norwood Road, ristrutturandone alcuni ambienti, in modo da ricavare un herbarium ed una biblioteca. La casa divenne la sede del South London Botanical Institute, un organismo che doveva promuovere lo studio della botanica e permettere l’incontro tra dilettanti e professionisti. A oltre cento anni dalla nascita, l’Istituto possiede una vasta collezione di libri, monografie e riviste. L’erbario consiste di circa centomila piante essiccate, originarie della Gran Bretagna e dell’Europa, mentre, il piccolo giardino sul retro, comprende esempi di oltre 500 specie. La sede è rimasta pressoché invariata dall’epoca eduardiana, perciò, all’interessante offerta di attività didattiche, quali conferenze, corsi pratici ed escursioni, si aggiunge il fascino discreto e vetusto degli ambienti, il senso quieto e familiare di una casa di altri tempi. Durante l’anno, oltre ad offrire corsi e workshop per le scuole elementari e medie, il South London Botanical Institute apre le sue porte al pubblico, in occasione di eventi come Open House e Open Square Gardens weekend. A ottobre, invece, non si può mancare l’appuntamento con The Big Draw, il più grande festival di disegno al mondo. Tutti i materiali sono forniti gratuitamente per disegnare alcune delle piante provenienti dal giardino e dalla serra (dai cactus agli esemplari carnivori, alle felci, incluse foglie, frutti e baccelli autunnali). Inoltre, dei bellissimi libri di pittura e disegno botanici sono sono consultabili nella suggestiva biblioteca, mentre, esemplari diversi di piante, semi e fiori, possono essere esplorati al microscopio. Per l’occasione, nella cucina di stampo vittoriano, viene anche allestito un caffè, che offre bevande calde, cordiali, succhi di frutta, nonche’ meravigliose crepes, galettes, pancakes, panini e torte fatte in casa.

Album

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The Beatles at 50

The Beatles fish&chipsQuesta settimana si celebrano i 50 anni dall’uscita del primo singolo dei Beatles. Pubblicato il 5 ottobre 1962 per l’etichetta Parlophone, e salito al diciassettesimo posto in classifica, dopo una promozione quasi nulla e una fugace apparizione televisiva, Love Me Do è un motivetto facile, da cui si venne a scatenare una rivoluzione musicale e culturale senza precedenti.  A Liverpool, città natale del quartetto, ci si appresta dunque a festeggiare per tutto il weekend, con una riunione di massa di fan e amanti della musica dei Beatles, nonché un nutrito programma di eventi, tra cui un mega concerto all’Albert Dock, che vedrà l’alternarsi di gruppi rock e corali. A Londra, invece, si è pensato ad organizzare un musical, “Let it Be“, in cartellone al Prince of Wales theatre. E’ la prima volta che ad un teatro del West End vengono concessi i diritti di esecuzione delle musiche dei Beatles e, tra gli artisti che impersonano i Fab Four, compare anche un italiano, Emanuele Angeletti, nel ruolo di Paul McCartney.  La  BBC2, il 6 ottobre sera, trasmetterà per intero il film “The Magical Mistery Tour” (1967), assieme ad un documentario che ne esalta il valore culturale ed i meriti artistici. Proprio in questi giorni, infatti, circola un filmato inedito, realizzato dietro le quinte, durante una pausa di realizzazione del film. In queste riprese, i Beatles e il cast si concedono uno spuntino da Smedley’s, un negozio di fish & chips situato a Taunton, in Somerset. Le scene ritrovate, ritraggono la band pazientemente in fila per la propria razione di pesce e patatine, e catturano la stessa aria spensierata e vagamente avant garde del film. Il video si può vedere online, sul sito di The Space, contenitore di arte e musica creato dalla BBC e dall’Arts Council. Il progetto prevede l’accesso del pubblico ad un archivio oltre 500 filmati diversi, organizzati secondo i piani di un hotel virtuale.

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Pappagalli a Londra

Edward Lear green parrot

Edward Lear, “Palaeornis Torquatus”, 1831 (MS Typ 55.9). Houghton Library, Harvard University

La popolazione di pappagallini, che, da sempre, colora i quartieri di Londra, è molto aumentata. Una colonia di parrocchetti dal collare (psittacula krameri) si è installata anche in questa zona, così, la mattina, al noto concerto in giardino di corvi, pettirossi, passeri, piccioni di bosco e gazze ladre, si aggiungono le acute strida di questi esemplari esotici, perfettamente acclimatati. Ma come sono arrivati i pappagallini a Londra? Molto probabilmente saranno fuggiti da qualche gabbia o negozio di animali, tuttavia, la leggenda metropolitana, vuole che siano scappati da un container, agli Isleworth Studios, nel 1951, durante le riprese del noto film “The African Queen”, con Humphrey Bogart and Katharine Hepburn. I parrocchetti sono ora talmente tanti, da essere stati ufficialmente dichiarati animali nocivi, alla stregua di volpi e scoiattoli. In questi giorni, oltre al bird watching metropolitano, si può indulgere nelle bellissime pagine illustrate da Edward Lear, di cui, quest’anno, ricorre il bicentenario della nascita. Famoso per la sua poesia nonsense e i disegni umoristici, Lear fu anche un valente pittore botanico, naturalistico e di paesaggio. La sua prima fatica fu proprio quella di ritrarre i pappagalli esposti nello zoo di Londra. Iniziò nel 1830, appena diciottenne, e, dalle gabbie dello zoo, passò ben presto alle voliere delle collezioni private, come quella di Lord Stanley a Knowsley Hall, e agli esemplari impagliati dal tassidermista John Gould. Di quegli anni di ricerche e frenetico lavoro, restano, non solo numerosi schizzi preparatori (oggi nella Houghton Library, ad Harvard), ma anche le caricature dei visitatori che lo importunavano al giardino zoologico. Il celebre tomo in grande formato, del 1832, dal titolo “llustrations of the Family of the Psittacidae, or Parrots”, contiene ben 42 illustrazioni litografiche. Di quest’opera sopravvivono solo 100 esemplari, che a Londra sono consultabili nelle biblioteche della Linnean Society e del Natural History Museum. Alla Royal Society,  si è ancora in tempo per visitare la mostra su Lear illustratore scientifico, mentre, l’Ashmolean Museum di Oxford, ha appena inaugurato una retrospettiva sull’artista, che rimarrà aperta fino al 6 gennaio 2012, e comprende opere mai esposte prima, tra cui tavole ornitologiche, schizzi di paesaggi, caricature surreali e versi.