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Pittori inglesi alla scoperta di Parigi

Christian Gennerat, Plan Routier (1819)

Christian Gennerat, Plan Routier (1819)

Nel 1820 la Parigi della Restaurazione non era quella dell’Impero.

Le strade avevano ripreso i nomi dati loro prima della Rivoluzione, cancellando così i periodi precedenti. La Restaurazione segnava anche l’avvento di un boom edilizio, che andava rimodellando la città con ampie strade, marciapiedi e lampade a gas, anticipando l’enorme programma di demolizioni del Secondo Impero (1852-1870).
La città era ancora in gran parte senza impianti fognari, con strade strette e tortuose, affollate di carri e carrozze. Erano state costruite migliaia di case, ma a nord-ovest di Parigi, dove vivevano le classi agiate.
Più di venti anni di guerra tra Francia e Inghilterra, brevemente interrotti da un anno di pace, in base al trattato di Amiens, avevano impedito ai viaggiatori ed artisti inglesi di visitare Parigi. Con la Restaurazione, la città divenne una meta irresistibile, ispirando i turisti provenienti da oltre Manica.

Richard Parkes Bonnington, L'Institut (1828) © Cecil Higgins Art Gallery, Bedford

Richard Parkes Bonnington, L’Institut (1828) © Cecil Higgins Art Gallery, Bedford

Una bella mostra alla Wallace Collection, grazie agli acquerelli, disegni e stampe di artisti inglesi come Turner, Girtin e Bonington, mette in risalto il fascino di Parigi tra il 1802 e il 1840. Nei plans routiers utilizzati dai viaggiatori nel 1819, il centro di Parigi è caratterizzato da un’alta densità urbana e dalla mancanza delle arterie che collegano la città odierna. La maggior parte degli acquerelli in mostra si ispirano alla vitalità dinamica e ai panorami della Senna. Possiamo facilmente immaginare Thomas Shotter Boys intento a dipingere la sua veduta dal Pont-Neuf; da questo punto, nel 1833, l’artista catturò gli imponenti edifici, le strade piene di vita e di commercio, e le lavandaie intente a fare il bucato lungo le rive del fiume. È interessante notare che, nello stesso anno, anche J. M. W.Turner dipingeva il Pont-Neuf con l’Île de la Cité, dalla sponda meridionale del fiume, rendendo le persone e le chiatte, l’acqua e i monumenti, con verve impareggiabile. Alcuni pittori, come David Cox, non potevano passeggiare a proprio agio in cerca di ispirazione. L’artista si era slogato una caviglia durante la sua unica visita a Parigi, nel 1829. Ciò nonostante, usciva in  fiacre, una carrozza a noleggio, fermandosi davanti ai luoghi interessanti e dipingendo porzioni affascinanti della città, fatte di pareti fatiscenti, strade polverose, vecchie chiese e insegne pubblicitarie di menù a prezzo fisso.
Disegnare o dipingere in una carrozza costituiva un’ottima soluzione, per chi versava in cattiva salute o voleva lavorare indisturbato. Nel 1828, l’ultimo anno della sua breve vita, Richard Parks Bonington, indebolito dalla tubercolosi, sedeva in una carrozza, realizzando schizzi preparatori per la veduta dell’Istituto di Francia. Alla Wallace Collection, si possono ammirare un bellissimo studio a matita, gessetto e tempera, accanto al lavoro finito.
Gli artisti inglesi non erano solo affascinati dalle strade, dai monumenti e dalla Senna, ma anche dai parigini.
L’architetto Ambrose Poynter, che visse a Parigi per alcuni anni, ci ha lasciato una serie di ‘Schizzi di figure “(c. 1835), divertenti e vivaci, in cui, tra carbonai e spazzini, si può notare una donna trasportare una pila di baguette,  caratteristico pane francese, lungo e sottile, che ancora oggi viene messo sotto il braccio dai parigini.

La mostra The Discovery of Paris: Watercolours by Early Nineteenth-Century British Artists, rimarrà aperta fino al 15 settembre, con ingresso gratuito.

A. Poynter, Sketches of Figures' (c.1835)  © Victoria and Albert Museum - London

A. Poynter, Sketches of Figures’ (c.1835) © Victoria and Albert Museum – London

 

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Sulle orme delle Suffragette

suffragettespilgrimNel 1913 la National Union of Women Suffrage Societies (NUWSS) aveva raggiunto 100.000 membri. Katherine Harley, figura rilevante nel movimento per il voto alle donne, suggeri l’idea di un  “Women Suffrage Pilgrimage”, un pellegrinaggio, che mostrasse al Parlamento quante donne volevano il voto. L’idea del pellegrinaggio si allontanava dalla forza dirompente e, a volte, violenta, delle suffragette più militanti, e al tempo stesso, rifuggiva l’idea di uno spettacolo orchestrato. I pellegrinaggi permettono alle persone di inserirsi in maniera corporea in una storia. Il percorso, come suggerisce Rebecca Solnit nel suo saggio Wanderlust, è l’interpretazione preliminare dell’attraversamento di un paesaggio; attuando un pellegrinaggio, si accetta un’interpretazione, per ribadire qualcosa di profondo, ed essere accomunati dagli stessi pensieri. Il pellegrinaggio delle suffragette, come altre azioni simili a venire, segna dunque lo spostamento dalla richiesta di un intervento divino a quella di un cambiamento politico. La maggior parte delle militanti viaggiò a piedi, anche se alcune fecero ricorso a cavalli e biciclette, mentre altre simpatizzanti, più agiate, misero a disposizione automobili e carrozze per il trasporto di bagagli. L’intenzione non era quella che ogni partecipante coprisse l’intero percorso, ma che la federazione lo facesse collettivamente. Si stima che circa 50.000 donne, provenienti da tutti gli angoli della Gran Bretagna, raggiunsero Londra, per radunarsi ad Hyde Park, il 26 luglio 1913. In questi giorni, per celebrare le azioni di quelle donne di 100 anni fa e la loro lotta per il suffragio femminile, si è svolta un’iniziativa di successo. Walk for Women ha invitato le/i partecipanti a camminare e onorare il movimento delle suffragette e, tra i vari “pellegrinaggi”, si è percorso un itinerario, suddiviso in sezioni, da Brighton a Londra, con tappa finale a Hyde Park, il 27 luglio. Abbiamo partecipato all’ultimo tratto, quello da Clapham Common a Hyde Park. 58146_10201107795191323_489217780_n

L’atmosfera era allegra e partecipativa, con canti, striscioni e i colori delle suffragette (bianco, viola e verde). Lungo il percorso, sono stati distribuiti dei volantini per spiegare l’iniziativa ai passanti. La ricezione e le reazioni da parte degli uomini incontrati sulla via sono state miste. Curiosità, ilarità,  supporto, imbarazzo e, in alcuni, aperto fastidio e sarcasmo. Gli autisti degli autobus ci suonavano il clacson, con i passeggeri che si sporgevano a guardare. Anche le donne, che correvano nel parco o andavano a fare shopping, sono rimaste incuriosite. Alcune, ci hanno seguito per un breve tratto, altre ci hanno sorriso dalla soglia di boutiques d’alta moda. Dopo una breve sosta, allietata dai canti del SHE Choir London, abbiamo terminato il percorso con una piccola e toccante cerimonia intorno al Reformers Tree di Hyde Park.
Questo mosaico, inaugurato nel 2000, commemora un albero bruciato nel 1866, durante i disordini per la richiesta del suffragio (maschile). Il ceppo diventò, da allora, un punto focale per le riunioni e comunicazioni politiche, fino alla nascita di Speakers ‘Corner, nel 1872. Proprio a Speakers ‘Corner, e a conclusione del pellegrinaggio commemorativo, ci sono stati interventi a cura di Laura Bates, fondatrice del progetto Everyday Sexism (una collezione di oltre 10.000 esperienze quotidiane di disuguaglianza di genere subite dalle donne) e Caroline CriadoPerez, giornalista freelance e femminista, la quale, dopo aver finalmente vinto la lotta per avere donne importanti rappresentate sulle banconote della Bank of England, ha ricevuto abusi e minacce di stupro sul suo profilo twitter.

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Gallo blu a Trafalgar Square

hahn/cockUn gallo alto cinque metri, realizzato in fibra di vetro blu dall’artista tedesca Katharina Fritsch, è stato installato ieri sul quarto plinto di Trafalgar Square.
Hanh/Cock, modellato sulle fattezze di un esemplare impagliato, con il suo piumaggio blu elettrico, spicca in modo squillante nel generale grigiore dei plinti e delle lastre in pietra di Portland. Katharina Fritsch, che ha impiegato due anni e mezzo per realizzare la scultura, ha detto di non essere al corrente del fatto che, il galletto, è anche il simbolo non ufficiale della Francia.
Il volatile gigante, oltre al titolo provocativo, assume quindi una valenza ironica, dal momento che, la famosa piazza londinese, nacque per celebrare la sconfitta dei francesi nella battaglia di Trafalgar, evento in cui Lord Nelson perse la vita. Per la Fritsch, l’opera dal nome a doppio senso, è in realtà una scultura femminista, perché creata da una donna, in una città simbolo del business e caratterizzata da una forte cultura maschile. Il galletto si inserisce dunque in un contesto di presenze falliche, quelle degli uomini famosi sul piedistallo (o in cima alla colonna), ma anche quelle degli uomini qualunque, che attraversano la piazza. Hahn / Cock, selezionato dalla commissione speciale per il quarto plinto (un gruppo che include artisti come Grayson Perry e Jeremy Deller), allieterà Trafalgar Square con una nota di blu per 18 mesi.

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Royal Baby in arrivo: una mostra al Museo di Londra

royalbabyMentre, alle cinque di un afoso e assolato pomeriggio, la notizia del Royal Baby, finalmente in arrivo, campeggiava sulla prima pagina dell’ultima edizione dell’Evening Standard (la cosiddetta West End Final), un’esposizione gratuita al Museo di Londra, simbolicamente rimanda all’evento tanto atteso.

A Royal Arrival, rassegna allestita da Timothy Long, curatore di Moda e Arti Decorative del Museo, mette in mostra una singolare collezione di memorabilia reali, alcune delle quali mai esposte al pubblico fino ad oggi. Non molti forse sanno che, prima dell’apertura del Museum of London nella sua attuale sede brutalista, vicino al Barbican Centre (1976), la collezione in esso ospitata faceva capo a due istituzioni diverse: il Guildhall Museum, fondato nel 1826, nel cuore della City, e il London Museum, che aprì i battenti in quel di Kensington Palace, nel 1912. Fu proprio qui, che confluirono non solo reperti archeologici e manufatti provenienti da Londra, ma anche oggetti e materiali connessi alla Famiglia Reale. In perfetto stato di conservazione, sono dunque giunti fino a noi le cuffiette e i calzini di cotone, le scarpine di seta ricamata,  le vestine di lino e gli abitini di pizzo mirabilmente lavorato dei vari royal babies, da Carlo I a Giorgio III  fino ai nove principi e principesse messi al mondo dalla Regina Vittoria.
La maggior parte di questi oggetti preziosi segna momenti importanti nella storia della monarchia britannica, ed è ammirando questi manufatti che, non solo si è in grado di far rivivere una storia familiare, ma anche di collegare il nuovo membro della famiglia reale ad oltre 400 anni di storia. Oltre alla mostra, visitabile fino ad ottobre, il Museo di Londra ha creato una Royal Timetrip App (scaricabile dall’Apple Store) per meglio immergersi negli eventi reali ed iconici del passato di Londra.

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Cucina Regency

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Ieri pomeriggio, mi sono recata nuovamente alla Guildhall Library per il primo Open Day, che, speriamo, non resti un felice, isolato esperimento. Durante la giornata, era possibile partecipare a visite guidate, conferenze, dimostrazioni di restauro del libro e proiezioni di documentari storici sulla City, in collaborazione con i London Metropolitan Archives. Era stata inoltre allestita una piccola mostra con i tesori della biblioteca e alcune selezioni di libri e microfilm a tema.

La Guidhall Library, di antica fondazione, è una biblioteca specializzata nella storia della City of London ed ospita la più grande collezione al mondo dedicata alla storia di una singola città. Le raccolte spaziano dai manoscritti, mappe, stampe e disegni, alle cronache cittadine, dai libri mastri di vascelli mercantili, ai resoconti di viaggio del Sette e Ottocento, fino ai manuali di giardinaggio e a quelli di cucina. La biblioteca possiede la più vasta collezione pubblica di libri di culinaria ed enogastronomia, oltre 10.000, con titoli originali a partire dal 1531. A catturare la mia attenzione, però, sono stati i libri di cucina dell’epoca Regency. E’ infatti tra il 1811 e il 1820 che l’influenza della cuisine italiana e, soprattutto, francese si fa largo nei piatti dell’aristocrazia inglese. Molti chef francesi, fuggiti o rimasti disoccupati in seguito alla Rivoluzione, si erano trasferiti a Londra in cerca di impiego.
caremeLa personalità più in vista all’epoca fu Antonin Carême, cuoco e pasticcere, famoso per gli elaborati e stupefacenti pièces montées: costruzioni di zucchero e marzapane che riproducevano templi, archi di trionfo ed architetture varie in grande scala. Carême lavorò per Talleyrand e Napoleone, anche se Bonaparte, a dir la verità, non era un buon intenditore in fatto di cucina (notoriamente i suoi pranzi e cene ufficiali duravano non più di venti minuti, seguiti da una tazza di caffè freddo e senza zucchero). Fu però al servizio dell’imperatore che Carême allargò le sue competenze dalla pasticceria alle portate principali, creando menù per banchetti diplomatici, tutti diversi tra loro e tutti basati su prodotti di stagione. Caduto Napoleone, Carême, come molti altri prima di lui, si trasferì a Londra, e divenne chef de cuisine per il principe reggente, il futuro re Giorgio IV. Il cuoco francese fu impiegato nelle magnifiche cucine del Padiglione Reale a Brighton e le sue torte glassate divennero il dessert più popolare dell’Inghilterra del primo Ottocento. La Guildhall library conserva quello che si può considerare capolavoro e testamento del grande chef, L’Art de la Cuisine Français au Dix-Neuvième Siècle, in tre tomi, con belle tavole illustrate. Accanto a questa elaboratissima raccolta di ricette, si trovano altri libri interessanti.

nuttLa cucina Regency era molto ricca e impiegava notevoli quantità di burro, uova e zucchero, che, grazie alla manodopera schiavile nelle piantagioni, era divenuto un prodotto a buon mercato. La presentazione del cibo era molto importante e i piatti dovevano sembrare un’opera d’arte, come si evince dal libro di Frederic Nutt, The Complete Confectioner (1789). Il manuale spiega non solo come preparare magnifici dolci, ma anche come decorare la tavola con stile ed eleganza. All’epoca, si utilizzavano stampi complessi per realizzare dolci e budini decorativi, come gelatine e blancmanges, che erano assai popolari. Forme e colori dovevano completarsi l’un l’altro sulla tavola e i piatti venivano disposti simmetricamente per ottenere il massimo effetto (ovviamente, sulle tavole dei ricchi si utilizzavano piatti d’argento e porcellane raffinate) Poiché, nelle classi agiate, si usava svegliarsi e fare colazione parecchio tardi, il Luncheon era un momento della giornata snobbato dai gentiluomini inglesi, che spesso si trovavano fuori casa per molte ore. Per chi avesse comunque dovuto soddisfare un momentaneo languore o un più sostenuto appetito, si potevano consultare esaurienti guide ai ristoranti e caffè londinesi.roylance
Nel 1815, Ralph Roylance pubblicò The Epicure’s Almanack o Guida al Buon Vivere, un elenco di oltre 600 stabilimenti alimentari, trattorie, alberghi, locande ecc, a Londra e dintorni.La guida rimase ineguagliata fino al 1968, quando Good Food Guide to London venne dato alle stampe. Per chi mangiava fuori (ma anche a casa propria), era sempre in agguato l’intossicazione alimentare, se non l’avvelenamento, a causa di adulterazioni o metodi errati di conservazione dei cibi. Ecco allora entrare in scena, nel 1820, il manuale del chimico tedesco Fredrick Accum: Treatise on Adulteration of Food.

accum2 Questo lavoro pionieristico, in cui l’autore denunciava l’uso di additivi chimici per alimenti, segnò l’inizio della consapevolezza in materia di sicurezza alimentare. L’anno successivo, Accum diede alle stampe anche un manuale di principi scientifici di culinaria ed economia domestica, con istruzioni accurate per la preparazione di marmellate, sottaceti e conserve. Per quanto riguarda le bevande alcoliche, invece, rum e vini fortificati con il brandy, come Porto e Madeira, erano bevuti in larga quantità dai ricchi, mentre i poveri si rivolgevano a birra e gin. I rinomati vini francesi, a causa della Rivoluzione, e poi delle guerre Napoleoniche, erano divenuti difficili da reperire e, quindi, molto cari. Tuttavia, dopo il 1815, le tasse su vino, brandy e rum rimasero sostanzialmente invariate, continuando ad impedire l’importazione di qualità più economiche di vini francesi per almeno un cinquantennio.

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The Age of Elegance

IMG_2257Ely House è una grandiosa residenza cittadina, dagli interni eleganti, che ancora oggi conservano gran parte del loro stucchi originali. Costruita tra il 1772 e il 1776 per il vescovo di Ely dall’architetto Robert Taylor, la casa è sede, dal 2012, della prestigiosa ditta antiquaria Mallett e fa da cornice perfetta ai mobili e alle opere d’arte in vendita.
Grazie alla collaborazione speciale tra Mallett e Colnaghi, un’altra ditta antiquaria, specializzata nei grandi maestri della pittura, fino al 20 luglio, è possibile visitare la casa, riportata ai suoi antichi splendori di residenza cittadina del XVIII secolo, grazie ad una mostra dal titolo: The Age of Elegance: treasures from the 18th century town house.
Le stanze di questa bella residenza palladiana sono state decorate con mobili, suppellettili e dipinti databili dalla fine del Settecento al Regency (1795-1837) passando per lo Stile Impero continentale (1805-1814). Entrati nella casa, al piano terra, si può ammirare subito la ricca sala da pranzo, che nel XVIII secolo costituiva la stanza di ricevimento principale. Qui fanno bella mostra di sé mobili, oggetti dorati e dipinti importanti, come nature morte, capricci architettonici e quadri figurativi.  Le nature morte, in scala ridotta e con l’attenzione per il dettaglio propria dei pittori fiamminghi, si possono anche ammirare nell’anticamera, al piano superiore, a cui si accede dalla hall tramite una doppia scala di marmo, fiancheggiata da balaustre in ferro, ben modellate. I livelli superiori si articolano in ambienti più o meno grandi, dai saloni con i dipinti storici di scuola italiana e francese a stanze più intime, abbellite da piccoli quadri e suppellettili dorate, o rilucenti di specchi e vetri pregiati. Dai soffitti, pendono lampadari di raffinata fattura, da quelli francesi, stile impero, in bronzo dorato, ai magnifici candelabri in vetro molato dell’epoca Regency. Rifulgono di luce anche splendori di epoca più tarda, come il fantasioso lampadario in vetro rosso, bianco e oro, realizzato da F & C Osler nel 1870, e ammirabile all’ingresso. Ely House resta un perfetto esempio di residenza londinese settecentesca, e,  grazie a questa mostra evocativa, c’è molto da vedere e di cui stupirsi.

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Nunhead Cemetery

NunheadCemetery©LondonSE4Il cimitero di Nunhead è uno dei “magnifici sette”, creati in epoca vittoriana per alleviare il sovraffollamento malsano dei recinti cimiteriali nel cuore di Londra. Inaugurato nel 1840, dalla London Necropolis Company, Nunhead era originariamente conosciuto con il nome di All Saints’ Cemetery. Il luogo fu concepito come parco tranquillo e piacevole, dove i morti potevano essere sepolti con dignità e i vivi godere di una passeggiata meditativa, circondati dalla natura e da simboli dell’aldilà. L’ingresso principale, sul lato nord del cimitero, fu progettato da  James Bunstone Bunning, ed  è decorato con fiaccole rovesciate e serpenti che divorano le loro code, allegorie del passaggio dalla transitorietà della vita terrena all’eternità.
Camminando in linea retta, fino alla cima della collina, lungo un viale affiancato da imponenti  sepolture e monumenti elaborati, si raggiunge la Cappella Anglicana, un rudere romantico in stile neogotico. Voltando a destra, si può camminare piacevolmente tra fiori selvatici ed esempi di arte funeraria vittoriana. Molte personalità interessanti furono sepolte a Nunhead tra il 1840 e il Secondo Conflitto Mondiale. Il primo ‘residente’ interrato qui, fu Charles Abbott, un droghiere di Ipswich, deceduto alla bella età di 101 anni. Le lapidi raccontano di eroi che combatterono nelle battaglie di Trafalgar e Waterloo, liberi pensatori, attori shakespeariani, sciantose dei music hall, ingegneri navali, aviatori coraggiosi, il co-inventore della cordite (Frederick Augustus Abel), e l’inventore della penna in acciaio e dei contenitori di ferro stagnato per l’industria conserviera (Bryan Donkin). Il cimitero dà anche il titolo al poema vittoriano di Charlotte Mew, una meditazione sulla morte e l’alienazione sociale, dal punto di vista di un uomo che osserva la fossa, appena scavata, della sua fidanzata.
Nel 1969, essendo fallita la società a cui appartenevano sia Nunhead che Highgate, dove è sepolto Karl Marx, il cimitero venne chiuso e lasciato in abbandono. Invaso nel tempo da erbacce e radici, alberi e rovi, che si espansero ovunque, Nunhead è oggi considerato la più grande foresta all’interno di Londra, e sui suoi sentieri, tra antichi alberi, lapidi affascinanti e piante intricate, in primavera fioriscono campanule e aquilegie.
Se ci si reca al punto panoramico, sul lato ovest del cimitero, si possono notare molte sepolture interessanti, impreziosite da obelischi, colonne mozzate, angeli, urne coperte da drappi e ghirlande splendidamente scolpite; le lapidi sono decorate da elaborate conchiglie, croci celtiche, rosette, tralci d’edera, mani di pietra giunte in un malinconico addio.
Il punto di osservazione è lo stesso da cui William Mallord Turner abbozzò una vista di St. Paul’s nel 1796. Il Duomo è ancora chiaramente visibile, se il tempo è buono e i rami degli arbusti e alberi circostanti, non sono troppo cresciuti.

Nunhead è ora una riserva naturale locale, importante per la presenza di flora e fauna selvatiche. All’inizio degli anni ’80, in seguito ad anni di abbandono e vandalismi, si formò il gruppo benefico Friends of Nunhead Cemetery, per rinnovare e proteggere il cimitero. Nel maggio del 2001, dopo un vasto progetto di restauro della Cappella Anglicana e la restituzione di una cinquantina di monumenti al loro splendore originario, il cimitero è stato riaperto al pubblico. I  Friends of Nunhead Cemetery, oltre a proseguire i lavori di catalogazione, conservazione e ricerca storico-naturalistica, organizzano tour guidati gratuiti ogni mese, con partenza dall’ingresso principale. Le visite durano circa due ore e si concentrano sull’arte, la storia e  le caratteristiche ambientali del luogo.

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The Brunel Museum

Thames TunnelOgni anno, Open Garden Squares Weekend è un evento da non mancare:
un fine settimana londinese in cui orti, giardini storici e condominiali, nonché verdeggianti piazze private, aprono le porte a visitatori da tutto il mondo.
I giardini possono essere racchiusi da antiche mura, prosperare sulle chiatte ormeggiate sul Tamigi o sospesi su edifici moderni. C’è un biglietto che permette la visita a tutti i giardini privati per l’intero weekend. Altri giardini, facenti parte dell’iniziativa, sono comunque gratuiti.
Approfittando del bel pomeriggio assolato, ieri ci siamo diretti a sud del fiume, in quel di Rotherhithe, per visitare il Brunel Museum e il suo bel giardino pensile, realizzato proprio in cima al pozzo verticale progettato da Marc e Isambard Brunel. Il giardino ha una meridiana nel centro ed è composto da piante officinali, spontanee e commestibili. Alcuni di questi fiori e foglie sono andati a decorare magnifiche bevande alcoliche e non, serviteci da Midnight Apothecary, uno dei migliori pop-up cocktail bar della città. Il Brunel Museum è alloggiato nella Engine House di Rotherhithe (1842), che un tempo ospitava le macchine a vapore utilizzate per mantenere il tunnel del Tamigi asciutto. Una mostra permanente racconta la drammatica e avvincente storia della costruzione del tunnel sotto il fiume, un’idea avveniristica, che vide la luce grazie alla genialità di Sir Marc Brunel e di suo figlio, Isambard Kingdom Brunel. Tra i vari oggetti esposti, si possono trovare souvenir vittoriani (piatti, bicchieri, tabacchiere e medaglie commemorative), busti, modelli, teatrini illusionistici, e anche un suggestivo acquerello, realizzato da Marc Brunel. I lavori per il tunnel, iniziati nel novembre 1825, erano stati interrotti a causa di grandi alluvioni, mancanza di fondi e un attacco di cuore, che aveva colpito Brunel, al colmo delle preoccupazioni. Le opere restarono inconcluse per quasi sette anni, ma finalmente, nel 1835, il progetto del tunnel fu ripreso e Marc dipinse questo acquerello insolito. Nel tunnel, la figura disegnata di spalle, con cappello e bastone da passeggio, è Marc stesso. In cima, a pelo dell’acqua, si vede solo una piccola barca a remi, con a bordo suo figlio Isambard. Quando il Tunnel venne inaugurato, nel 1843, il pozzo di Rotherhithe fu trasformato nella Grand Entrance Hall. Milioni di visitatori, tra cui la regina Vittoria e il principe Alberto, scesero da qui, per mezzo di grandi scalinate, fino al tunnel sotto il fiume, che all’epoca era dotato di negozi e illuminazione e ospitava eventi di ogni tipo, come fiere, balli e concerti. La Grand Entrance Hall venne chiusa al pubblico oltre 140 anni fa, quando il tunnel fu utilizzato per la linea della metropolitana. Oggi, può essere nuovamente visitata grazie ai tour organizzati dal Brunel Museum. Il tunnel tra Wapping e Rotherhithe è una delle grandi opere ingegneristiche dell’epoca vittoriana e viene illuminato in occasioni speciali (come, ad esempio, questo weekend) permettendo a visitatori e passeggeri di ammirarne la struttura. Lo si può vedere meglio dalla banchina della stazione di Wapping.

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The Carbuncle Cup, un premio agli edifici più brutti

© Justin Tallis:AFP:Getty Images

© Justin Tallis:AFP:Getty Images

Ogni anno, la rivista specializzata Building Design, assegna la Carbuncle Cup all’edificio più brutto del Regno Unito, completato negli ultimi 12 mesi. Il nome del premio deriva da quello di una malattia infettiva, causata dal bacillus anthracis, che causa l’eruzione di orrende pustole nerastre sul viso e gli arti dei malati. La scelta del nome si ricollega ad un commento stilistico del principe Carlo, fatto in occasione dell’ampliamento della National Gallery di Londra. Il principe scelse il 150° anniversario del Royal Institute of British Architects (1984), per scagliarsi contro il progetto di estensione disegnato da Richard Rogers, definendolo “un carbonchio sulla faccia di un amico molto amato ed elegante”. La Carbuncle Cup è stata lanciata nel 2006 ed è un premio democratico.
La rosa dei finalisti è annunciata da Building Design, ogni anno, sulla base dei suggerimenti del pubblico, che può votare tramite il sito web della rivista. Una commissione critica, ha poi l’incarico di scegliere i vincitori. Di solito, sono i palazzi di edilizia popolare, gli hotel, gli uffici e i centri commerciali, a piazzarsi ai primi posti della classifica, ma spesso si segnalano esempi illustri. L’anno scorso, infatti, il premio era andato al controverso restauro del Cutty Sark, a Greenwich.
In questi giorni, si sono aperte le nominations per l’edizione 2013. Tra i nomi suggeriti, si trova la torre progettata da Rafael Vinoly al n. 20 di Fenchurch Street, soprannominata The Walkie Talkie, per la forma inusuale. Questa torre doveva essere alta 45 piani, ma avrebbe obliterato la vista del duomo di St. Paul’s. E’ stata quindi “abbassata” di 9 piani, per un’altezza complessiva di 160 metri. Altra illustre nomination, lo Shard di Renzo Piano, che, a differenza di altri grattacieli londinesi, ha diviso nettamente i gusti della critica e del pubblico. Le nomination possono essere inviate con un tweet, inserendo il link #carbunclecup, oppure via email, all’indirizzo: bdonline@ubm.com. Alla segnalazione, vanno allegati un breve parere sull’edificio e una foto.

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L’immaginario sistematico di Nicholas Hawksmoor, in una mostra a Londra

Christ Church, Spitalfields ©Hélène Binet

Christ Church, Spitalfields ©Hélène Binet

Nicholas Hawksmoor (c.1661-1736) ha da sempre sofferto il privilegio di essere stato allievo e collaboratore di Sir Christopher Wren. Per molti anni, la critica ha sottovalutato le straordinarie capacità e l’inventiva di uno dei più raffinati architetti del Barocco inglese. Come se l’ala protettiva del maestro Wren si fosse tramutata in una lunga e pesante ombra,  Hawksmoor è stato spesso accusato di mancare di purezza architettonica, proprio per quei tratti che, invece, ne dimostrano il genio: la versatilità dello stile, i sapienti giochi di luce, geometria e scala, l’approccio né pedissequamente classicista né eccessivamente barocco. A differenza di molti suoi agiati contemporanei, Hawksmoor non aveva mai viaggiato in Italia. Tutta la sua conoscenza di forme e stili, l’aveva appresa dai libri. Era un massone e non disdegnava di attingere ispirazione da quegli elementi di architettura religiosa che gli paressero suggestivi. Dall’antico Egitto alla Grecia, dalle moschee al tempio di Salomone, è così che i suoi edifici si popolano di simboli elaborati: obelischi, piramidi, rosette, elementi pagani. L’eccentrico architetto fu artefice della costruzione di sei nuove chiese a Londra, nate per servire le periferie in espansione della città. Ognuno di questi edifici è diverso, ognuno unico nel suo genere. Tutti sono caratterizzati da campanili, le cui guglie sono disegnate in un fantasioso stile classicheggiante, e  tradiscono nei volumi l’interazione dinamica tra esterno ed interno, di impronta borrominiana.  Le chiese di Hawksmoor  hanno temperamento ed elevazione, tramutandosi in esperienze cinetiche e articolate. A volte, gli edifici nascono all’incrocio di strette viuzze, scorci barocchi generati per essere visti ed apprezzati, grazie ai movimenti limitati di chi è in strada; meraviglie che richiedono al pedone di soffermarsi a guardare in alto, e stupirsi, cosa purtroppo sempre più rara di questi tempi. Il contrasto architettonico si dirama in tutte le direzioni e prepara alla transizione da esterno a interno, mentre le guglie punteggiano il panorama della città, assurgendo a pietre miliari e punti di riferimento.

Alle Terrace Rooms di Somerset House, fino al 1 settembre, una mostra gratuita si concentra proprio sulle chiese di Nicholas Hawksmoor. L’esposizione vuole supplire alla mancanza di documentazione visiva e fornire al contempo un’analisi dell’opera di questo valente architetto, in chiave urbanistica. La mostra è stata curata da Mohsen Mostafavi, decano della Harvard University Graduate School of Design, ed espone il lavoro della fotografa di architettura Hélène Binet. Le suggestive immagini in bianco e nero, unite a modelli in resina elaborati al computer, tentano di reintegrare le chiese di Hawksmoor al tessuto cittadino, investigandone l’ideazione all’interno di un progetto urbanistico più ampio.