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Caffè a sud di Londra

Browns_of_Brockley©LondonSE4Per chi arriva in SE4 con il treno o l’overground, all’uscita dalla stazione si troverà in Coulgate Street, proprio di fronte ai più vecchi cottages del quartiere, databili al 1833 ed associati alla Rivoluzione Industriale e alla costruzione di un canale, che collegava Bermondsey a Croydon (tracciato in seguito riempito e rimpiazzato dalla ferrovia). In una di queste casette, è alloggiato il Browns of Brockley, un piccolo locale, che si è già conquistato una certa fama, per essere capace di servire il miglior caffè South of the River. Effettivamente, il caffè è eccellente, fuoriesce da una macchina La Marzocco e vi arriva al tavolo alla temperatura giusta (bevibile, all’italiana, non rovente, come si usa qui). Il latte, che è fresco di giornata, selezionato direttamente dal farmers’ market, impreziosirà il vostro cappuccino, flat white o moka, con una schiuma densa e vellutata. L’arredamento è molto semplice, tuttavia accogliente e ben studiato, considerate le dimensioni minime del locale. Pareti bianche, un lungo tavolo di legno, alcuni sgabelli per sedersi in vetrina, scaffali animati da barattoli di  marmellate ed altri prodotti, un comodo divano sul fondo, con riviste da sfogliare, un filare di mollettine lungo il muro, su cui gli avventori possono agganciare eventuali annunci. Immancabile, poi, il vaso di fiori selvatici, sempre freschi e ben arrangiati. Per supplire alle dimensioni contenute, è stata aperta anche un’area al piano di sotto, e c’è il wi-fi gratuito. Alla varietà di caffè e bevande calde e fredde, si aggiungono una buona scelta di spuntini, sia dolci che salati, e un’atmosfera rilassata ed informale. La clientela è costituita soprattutto da creativi, armati di portatile, carta e penna, o, a volte, persino di moleskine e acquerelli, a cui non dispiace sedersi fianco a fianco, per condividere il tavolo e lo spazio di lavoro. La musica, mai assordante, spazia tra generi diversi, ed è possibile acquistare miscele selezionate di caffè in grani. Il proprietario e lo staff sono sempre molto cordiali e, alcuni giovedì sera, il locale resta aperto fino alle 23, proponendo una gustosa selezione di pizze cotte al forno a legna e birre locali, il tutto tra musica e lumi di candela.

Browns of Brockley
5 Coulgate Street
SE4 2RW – Londra

Orario: dal lunedì al venerdì, dalle 7.30 alle 18.00;

sabato dalle 9 alle 17;  domenica dalle 10.00 alle 16.00.

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Gli Angeli di St. Martin in the Fields

St.Martins_ceiling_©LondonSE4

Rimanendo a Trafalgar Square, qualche sera fa, sono andata alla chiesa di St. Martin in the Fields, per assistere ad uno dei suoi famosi concerti di musica barocca, quello suggestivo, a lume di candela. St. Martin fu fondata nel medioevo dai benedettini e l’edificio attuale venne realizzato nel 1726, su progetto di James Gibbs. La chiesa, che esternamente è di gusto classicheggiante e si segnala per una singolare torre gugliata, all’interno mostra delle volte a botte finemente ricamate da bellissimi stucchi. Mentre l’orchestra e il coro bavaresi di Neubeuern eseguivano magistralmente l’oratorio di Bach BWV 245, il mio sguardo si posava, tra un recitativo e un’aria, sui merletti bianchi del soffitto, attardandosi tra le valve di una conchiglia, le volute di un cartiglio e le rotondità celestiali di angeli e nubi barocche. Queste decorazioni eleganti, furono eseguite esclusivamente da manovalanze italiane, nello specifico da Giuseppe Artari e Iacopo Bagutti. Qualche anno fa, prendendo parte ad una delle visite guidate, organizzate mensilmente dalla chiesa stessa, avevo avuto occasione di esplorare l’edificio in tutte le sue parti, comprese le varie zone “nascoste”, come la Royal Box (cioe’ la loggia finestrata riservata ai monarchi), la cripta e le gallerie.  In quell’occasione, la guida ci disse che i cherubini più belli sono quelli dietro l’organo, visibili solo a chi percorre la galleria in direzione della facciata. I putti di St Martin, in generale, appaiono gli uni diversi dagli altri e, al confronto di tanti loro simili, che, pingui e riccioluti, si arrampicano a frotte su altari e volte di chiese continentali e mediterranee, hanno qui, con le loro piccole teste alate, ruolo di spettatori discreti, confinati nel disegno simmetrico delle volte.

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Cavalluccio a Trafalgar Square

Golden Boy

170 anni fa, a Trafalgar Square, seguendo il progetto dell’architetto Charles Barry, oltre alla famosa colonna sormontata dalla statua di Orazio Nelson, fu piazzato, nella zona nord, un bel piedistallo, atto ad ospitare la statua equestre di Guglielmo IV, un re che di cavalli ne bazzicava pochi, visto che aveva servito a lungo nella marina come alto ammiraglio. Questa statua, avrebbe dovuto fare pendant con un altro monarca a cavallo, re Giorgio IV, visibile ancora oggi, con il mantello e i riccioli ben ordinati sulla fronte, a cavalcioni di un destriero, in posa riflessiva. Il quarto plinto, dunque, rimase nudo, fino al 1998, quando fu deciso di adibirlo a spazio espositivo per opere d’arte contemporanea, commissionate ad hoc. Dopo le forme bianche e controverse della Alison Lapper incinta, scolpite da Marc Quinn, e il Modello di Hotel (per uccelli) in vetro colorato di Thomas Schütte, da maggio 2010 a gennaio 2012, il plinto ha ospitato una gigantesca bottiglia di vetro, contenente una replica in scala della nave di Nelson (HMS Victory), realizzata da Yinka Shonibare. Da ieri, invece, un monumento equestre ha preso il posto della bottiglia.Vista da lontano, sembra una statua come tutte quelle del suo genere: un cavaliere rampante, che saluta, con nobile gesto della mano a mezz’aria. Tuttavia, la nuova statua, soprannominata Golden Boy, è un’alternativa alle cose già viste. Raffigura, infatti, un fanciullo in groppa ad un cavallo a dondolo, e gli artisti che l’hanno realizzata (Michael Elmgreen e Ingar Dragset), hanno tenuto a precisare che, al contrario degli illustri monumenti della piazza, vuole celebrare spensieratamente la pace e il futuro.

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Stand-up comedy a sud di Londra

EDComedy at The HOB

Un buon test per capire a che punto sia il vostro inglese e quanto vi siate integrati nel paese di accoglienza è assistere ad una stand-up comedy. Non si tratta ovviamente solo di comprendere l’idioma, gli accenti e lo slang, ma di essere in grado di percepire l’humour che si cela dietro le vare battute, e riderne di conseguenza. Alcuni jokes, hanno sapore internazionale e propongono schemi che susciteranno ilarità di fronte a qualsiasi audience; altri, più radicati nella cultura british, possono avere un sapore surreale e colpire in maniera sottile. Il bello della stand-up comedy è il comico da solo, sul palco, alla mercè del suo pubblico. Botta e risposta, improvvisazione, battute e scherzi da ambo le parti. Un po’ come la fossa dei leoni. Prenderla male o sul personale, significa essere out. La complicità e le vibrazioni che si creano, sono una vera e propria questione di chimica. Il comico può tenervi in pugno con facilità e farvi ridere di gusto, oppure lasciarvi freddamente partecipativi, o, in casi estremi, francamente annoiati. Di solito, la serata si suddivide in tre o quattro atti e c’è un comico (stand-up MC) che presenta lo spettacolo e fa da cornice ai numeri degli altri. Proprio ieri sera, ho scoperto una fantastica venue a due fermate di overground da casa.
The Hob è un pub vittoriano di larghe dimensioni, inserito in un edificio semicurvo, proprio di fronte alla stazione di Forest Hill. A vederlo da fuori, fa un po’ pensare a quei film con le diligenze, dove il viaggiatore impolverato e stanco andava a sgranchirsi le gambe e rinfrescare la gola con un bicchiere di birra. Varcata la soglia, però, il pub ha un’aria molto giovanile, ci sono lucine, la musica, poltrone qua e là, un caminetto funzionante nei mesi invernali, un tavolo da biliardo e un certo feeling studentesco. Al piano di sopra, uno spazio molto spartano, adibito a teatro, ospita le serate della EDComedy. Non si tratta, come qualcuno potrebbe pensare, di un locale periferico, animato da dilettanti, ma di uno stage che si è ritagliato una certa fama, ospitando, ogni sabato, il meglio della scena comica e cabarettistica della città, con attori del calibro di Bill Bailey, Mark Lamarr e, per l’appunto ieri sera, la spumeggiante Ninia Benjamin. Gli attori che si sono avvicendati sul palco sono stati tutti bravissimi, ma lei, fin da quando ci ha messo piede, si è rivelata semplicemente irresistibile, anzi, come direbbero qui, larger than life. Se vi trovate a Londra non perdetevi per nulla al mondo un suo spettacolo. Riderete di gusto all’ironia graffiante e alle prospettive tutte al femminile di quest’artista di talento, che saprà catturarvi con il suo umorismo sfacciato e pungervi nel vivo con assoluta gentilezza.

EDComedy at The Hob
The Hob
7 Devonshire Rd
Forest Hill 
SE23 3HE

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Incontri metropolitani

shoes_in_the_tube

Stamattina ero nella tube. Il solito tragitto verso il luogo di lavoro, mescolata a miriadi di anime alienate e assonnate, tutti omologati in un unico flusso, come gli operai-schiavi di un film di Fritz Lang. Siedo sulla poltroncina moquettata a scacchi, il treno fila via veloce nell’oscurità; moderna capsula di pendolari ammutoliti, le fermate scandite da una voce femminile, pre-registrata e un po’ adenoidale. Sollevo per un attimo lo sguardo dal mio libro di intrighi regali, e mi cade l’occhio sul rosso vivace del calzino del passeggero, che mi siede di fronte. In quale altra città del mondo si può incontrare un uomo d’affari, vestito di tutto punto, in elegante gessato grigio, con il foulard blu nel taschino, le scarpe lucidissime di vernice nera e… Dei calzini di cotone rosso con stampato su un teschio con le tibie incrociate?!

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Casa Dolce Casa…

RIBA Library Photographs Collection

© RIBA Library Photographs Collection

Sembra che le case inglesi siano quelle con le stanze più piccole d’Europa, e, nonostante il fioccare di palazzi e palazzoni nuovissimi, a discapito di strade vittoriane ed edifici vetusti, più facili da demolire che da restaurare, la percentuale di crescita edilizia dal dopoguerra ad oggi è comunque bassa. Gli architetti postmoderni, con la passione per il cemento e per strutture falliche che si rincorrono da un capo all’altro del tessuto urbano, obliterando la vista e cancellando realtà consolidate, nonché la caduta degli standards e la nuova parola d’ordine, “regeneration”, hanno contribuito a modificare i connotati di interi quartieri di Londra e di altre città del Regno Unito. Tuttavia, la casa è il luogo dove gli inglesi passano molto tempo, nonostante lunghe ore di lavoro, viaggi sui mezzi pubblici e sedute al pub. Ed è alla casa, dall’epoca georgiana ad oggi, che il Royal Institute of British Architects (RIBA) dedica una bella mostra gratuita.
“A Place to Call Home” passa in rassegna trecento anni di design edilizio, partendo da esempi eccelsi del XVIII secolo, quali la Banqueting House a Londra e la West Cliff Terrace a Brighton, passando per gli appartamenti del 1943 dotati di mini cucine, per proseguire con disparati esperimenti moderni, come la piacevole Keeling House di Bethnal Green o discutibili file di case senza camino nella periferia di Corby. Si evince che gli ingredienti base dell’architettura Regency, grandi finestre che scandiscono ritmicamente le facciate in mattoni, balconcini di ferro battuto, bianchi pilastrini e modanature, sono elementi di successo, che vanno a ripetersi, con opportune varianti, fino alla Seconda Guerra Mondiale. Poi, tutto cambia. Le donne iniziano a lavorare e una mini cucina con i componenti in linea, quasi una catena di montaggio, è preferibile a vasti spazi vittoriani. Le voragini lasciate dalle bombe del Blitz e la richiesta impellente di unità abitative, spinge gli architetti a rivisitare interi quartieri, spazzando via gli ultimi lacerti di casette post rivoluzione industriale, e proponendo soluzioni imponenti, con muri di cemento, alti soffitti, e finestre da cui guardare giù in strada.
La mostra al RIBA, curata da Sarah Beeny, presentatrice tv ed esperta del mercato immobiliare, è ricca di disegni, piante e fotografie, resterà aperta al pubblico fino al 17 aprile e sarà accompagnata da una fitta serie di eventi, conferenze e proiezioni di film-documentari.

“A Place to Call Home”
RIBA, 66 Portland Place,
W1B 1AD, Londra
Orario: dal lunedì al sabato, dalle 10.00 alle 17.00.
Info: +44 (0)20 7307 3888

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Il film di San Valentino 2012

accadde una notte di Frank Capra

Per restare in tema di baffetti impomatati e tirabaci del post precedente, oggi, San Valentino, la tradizione di proiettare un classico del cinema sulla flytower del  National Theatre sarà rispettata, a dispetto del clima, e la scelta quest’anno è caduta sulla commedia romantica ‘Accadde una notte‘ (1934), di Frank Capra, con Clark Gable e Claudette Colbert. Il National Theatre consiglia ai partecipanti di portare una coperta e qualcosa di morbido su cui sedere (il cemento gelato non è proprio il massimo). Lo show è all’aperto ed è gratuito, e si vede meglio dal secondo piano della Baylis Terrace. Il bar vicino alla terrazza sarà aperto e servirà prosecco, cioccolata e dolcetti turchi. Il film, vincitore di cinque premi oscar, narra le vicende in chiave ironica di  Ellie Andrews (Claudette Colbert), una viziata ereditiera in fuga, costretta a toccare con mano le miserie della Depressione in un rocambolesco viaggio in pullman e finalmente vittima del fascino burbero del giornalista Peter Warne (Clark Gable).

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La neve a Londra, again…

snow_in_the_garden ©LondonSE4

Every branch big with it,
Bent every twig with it;
Every fork like a white web-foot;
Every street and pavement mute.

Thomas Hardy – Snow in the Suburbs

E’ caduta di nuovo, nella notte. Non molta, giusto due dita. Come una spolverata di zucchero a velo su un dolce di altri tempi. Un velo caduto sulle cose là fuori a renderle magiche ed immacolate. Quanto bastava per sorprendermi, ancora assonnata, mentre scostavo le tende per lasciare entrare la luce del mattino. Come ogni altra città, all’indomani di una nevicata, Londra appare più bella. Ma SE4 imbiancata acquista un tono romantico particolare, da dagherrotipo.
Questo posto finisce sempre per colpire irrazionalmente l’immaginario emotivo che è dentro di me. Sarà per i profili vittoriani delle case, sui cui tetti pesa un cielo lattiginoso e compatto, per i mews abbandonati che attraversano il quartiere come fenditure di ciottoli divelti, oppure per quei vecchi giardini dai rami nudi e dalle siepi intricate, dove gli alberi da frutto restano ancora sospesi come grucce nel sonno dell’inverno e i pettirossi rompono il silenzio modulando un canto dolce e lontano…

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I ritratti di Lucian Freud

Lucian Freud working at night © David Dawson

‘Ho sempre voluto creare dramma nei miei quadri, è per questo che dipingo la gente. Si tratta di persone che hanno portato dramma alle immagini fin dall’inizio. I più semplici gesti umani sanno raccontare storie.’


Quando Lucian Freud morì, nel luglio scorso, tra tutte le immagini che costellavano articoli, memorie e necrologi, questa fotografia, scattata dal suo assistente di lunga data David Dawson, fu quella che mi colpì di più e che, forse, seppure in maniera teatrale e simbolica, raccontava meglio del carattere e del genio dell’artista appena scomparso. Una luce caravaggesca illumina il pittore nel suo studio e lo fa apparire come un arcere, intento a scegliere accuratamente i dardi, strumenti della sua arte. Freud è un’uomo anziano, la luce ne descrive oggettiva le linee e le grinze del corpo, proprio come lui seppe ritrarre le nudità e le forme di tanti suoi soggetti, senza scusanti né abbellimenti superflui, con una lucidità analitica a volte spietata, perché la pittura si facesse carne, e la carne rivelasse un’anima.
Sulle pareti, i pavimenti, la porta e la sedia, si assiepano con furia strisce multicolori, pastose e indurite. Freud non usava una vasta gamma di tinte, al massimo otto. Tolto il tappo ai suoi colori, non lo rimetteva. Lasciava seccare l’ultimo grumo di pittura e, per ricominciare a dipingere, picchiava il tubo contro una superficie dura, la prima che gli capitasse a tiro. Un rituale. Lungo oltre quaranta anni. Come tanti altri, quando dipingeva. La tavolozza che non veniva mai pulita, il telefono che suonava lontano giù da basso, e lui che lavorava lentamente ai suoi ritratti, in piedi, lo sguardo febbrile e indagatore su corpi in posa, la presenza silenziosa e fidata del suo levriero nella stanza. Quel levriero che oggi resta quieto, acciambellato accanto al corpo nudo dell’assistente Dawson, nell’ultima tela che Freud non è riuscito a terminare. Omaggio ad un’amicizia e ad un rapporto di lavoro leale e costante, pennellate interrotte in un quesito, destinato a restare insoddisfatto, che percorre la tela dal basso in alto, fino allo spettatore. “Portrait of the Hound” è in mostra da oggi, assieme ad oltre 100 lavori di Lucian Freud, alla National Portrait Gallery. Una vita affascinante ed intensa, raccontata in pittura, piuttosto che in forma di asettica retrospettiva biografica.

Lucian Freud's Last Painting ©David Dawson 2011

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Bicentenario

Charles Dickens by H.Watkins_ ©LondonSE4

Il 7 febbraio 1812 Charles John Huffam Dickens nasceva a Portsmouth. Gli anni della sua prima gioventù sarebbero stati segnati da numerosi traslochi (da Portsmouth a Bloomsbury, da Chatham a Camden Town, il quartiere allora più disagiato di Londra), dalla povertà, dall’onta di vedere finire in prigione suo padre per debiti, dagli studi sacrificati per un duro lavoro di dieci ore giornaliere in una fabbrica di lucido per scarpe, dove, tra l’umidità e i topi, bisognava attaccare etichette su latte ricoperte di carta bianca e blu. Poi arrivò un’eredità insperata, e il giovane Dickens salvò se stesso grazie allo studio della stenografia, che gli permise di diventare giornalista e dare sfogo alle sue doti di scrittore. Molto probabilmente, se Charles non avesse conosciuto un’adolescenza così infelice, degradata ai sordidi meandri in cui si dibattevano i poveri senza nome di una Londra nebbiosa costellata di slums, non avrebbe forse mai scritto capolavori senza tempo come Oliver Twist, David Copperfield e The Bleak House. Charles Dickens è stato il più grande ritrattista di Londra, ne ha saputo delineare angoli gotici, mercati maleodoranti, strade fangose e tutta un’umanità fatta di giovani coraggiosi, eroine virginali, avari eccentrici, anonimi impiegati, vecchi cialtroni, ricchi benefattori, fuggiaschi e mendicanti. Londra fu per Dickens tanto un vasto palcoscenico che una mitica prigione. Un dinosauro di fango e miasmi, un groviglio intimo di vicoli e stanze in affitto, affollati di vita e di umorismo.

Londra festeggia il suo più famoso scrittore con mostre e iniziative speciali.

Innanzitutto, consigliamo di recarvi al più presto a far visita alla Casa di Dickens, che oggi regalerà delle cupcakes celebrative ai primi 200 visitatori, allietando il tutto con letture e personaggi in costume. La casa museo rimarrà aperta fino al 9 aprile, poi resterà chiusa per 8 mesi, per lavori di ristrutturazione e ampliamento.
Non poteva mancare una mostra sulla Londra Vittoriana di Dickens. E’ quella multimediale in programma al Museum of London, fino al 10 giugno. Dickens era anche un appassionato di racconti macabri e fenomeni paranormali (pensate solo ai fantasmi del suo A Christmas Carol) e aveva aderito al Ghost Club, un’associazione di studi fondata nel 1862. Fino al 4 marzo, alla British Library, una mostra gratuita esplora, attraverso documenti e lettere, l’interesse che Dickens dimostrò per i fenomeni paranormali, e che confluì spesso nelle sue opere.
Al Victoria & Albert Museum, detentore di una vasta collezione di libri, documenti autografi, corrispondenze e illustrazioni, la sala 85 offre un percorso espositivo che, attraverso manoscritti originali ed edizioni a stampa, svela tutti gli sviluppi di David Copperfield, l’opera più autobiografica di Dickens. E per finire, nella sala 24 della National Portrait Gallery, potrete ammirare alcuni ritratti dello scrittore, tra cui quello realizzato dal famoso fotografo vittoriano Herbert Watkins, nonché immagini e documenti relativi a familiari, amici e contemporanei.

Happy Birthday!